LETTURE
ALFONSO LENTINI
      

Luminosa signora

Lettera veneziana d’amore e d’eresia

 

Mauro Pagliai Editore, Firenze 2011, pp. 120,
€ 8,00

    

      


di Ilenia Appicciafuoco

 

 

Una lettera custodisce in sé la storia di un narratore o di un fantasma ... Una scrittura dal sapore antico si snoda fra le pieghe della città d’acqua e di una casa le cui stanze si moltiplicano e si annullano. Un amore, infine, volge il suo sguardo verso una donna che è metafora o visione, una presenza ingombrante della quale mai nessuno conoscerà il nome, allo stesso tempo esile e morbida, irraggiungibile e vicinissima.

Luminosa signora - Lettera veneziana d’amore e d’eresia, ultimo libro dello scrittore ed artista Alfonso Lentini, ripercorre tematiche care all’autore e già affrontate nell’opera Cento madri (Foschi 2009) ed in parte in Piccolo inventario degli specchi (Stampa alternativa, 2003), prima fra tutte quella della vita che perturba ed abita anche gli oggetti inanimati. Nella produzione poetica e letteraria di Lentini da ogni casa, muro, crepa, emerge un’energia prepotente, che fa di tutto per rendersi manifesta all’uomo e che spesso condiziona umori e scelte di ogni personaggio dell’autore siciliano. In Cento Madri era la barocca dimora del profondo Sud – terra natale di Lentini – sprofondata fra fichi d’India e mandorli a mostrarsi in tutto il suo gioco di specchi ed a rendersi presente agli occhi del bambino che, come l’Alice di Carrol o come un kafkiano insetto, si perdeva in ogni angolo, alla ricerca di avventure e risposte. In Luminosa signora è invece una magione veneziana ad accogliere nelle sue stanze umide due personaggi la cui reale presenza fisica nella storia è costantemente affermata e poi messa in dubbio. Così come gli edifici, le strade e le mura di una delle città più misteriose d’Italia, anche la scrittura di Lentini e soprattutto la ‘struttura’ del testo, si disfa e si decompone continuamente, come in un processo chimico. A tratti, gli ambienti interni ed esterni descritti da Lentini, sembrano pagare un debito ai calviniani, onirici luoghi delle Città Invisibili:

 

Chissà come le sarà apparsa questa città d’acqua quando vi è giunta per la prima volta. E come le sarà sembrata la Casa, costruita su su, in cima a un alveare di antichissime mura, scale, anfratti. Cosa avrà provato quando per la prima volta si sarà affacciata sull’altana da dove si vede a perdita d’occhio un reticolato di tetti appesantiti dal muschio e sormontati da centinaia di pali, camini, antenne, campanili, stendardi, cupole d’oro. E cosa avrà provato quando, abbassando lo sguardo, avrà visto dall’altro, avvolto nella foschia, quell’altro fluido reticolo, le mille strade d’acqua riflettente che s’intrecciano fra i caseggiati? Posso immaginare come deve esserle apparsa la Città, al suo arrivo: una città molto femmina, una donna che riflette e moltiplica la sua avvenenza in mille specchi.[i]

Lei abita questa Casa insieme a me. Lei abita questa Casa che non ha centro. Che si sviluppa, a chiazze, in ogni direzione. Dunque forse anche lei non ha centro. Forse anche lei non ricorda.[ii]

 

Ma nel libro sono presenti anche altre citazioni e richiami a celebri espressioni ed epiteti come la dantesca Onesta e gentile nonché il costante riferimento alla luna, di romantica, leopardiana memoria, che diventa una sorta di alter ego della figura femminile.

A paragrafi densi di informazioni e di reminiscenze, si alternano frasi, pensieri e flashback che si perdono nel chiarore della pagina e che assumono proprio l’aspetto di crepe che solcano un muro. La successione stessa degli eventi confonde il lettore a mano a mano che la storia non prende forma, e non permette di capire se sono avvenimenti reali o immaginari quelli che l’autore descrive. Anche il senso e la percezione del tempo, in Luminosa signora, si perdono in questo labirinto. La patina seicentesca che avvolge non solo lo stile dell’autore, ma anche la fragile realtà che circonda la casa dei protagonisti, cozzano con dei riferimenti alla contemporaneità come quelli al computer della signora o alla band pop-rock degli Aerosmith.

Agli occhi della voce narrante nella storia, un uomo dal volto sfregiato da una ferita che mai cesserà di sanguinare, ma anche come suggerisce l’autore della storia, la signora si identifica come un’intrusa o l’escrescenza di una fantasticheria, ed il bisogno di scriverne non nasce da un progetto programmato, ma da un impulso che aumenta giorno per giorno. Se nell’autore questo raptus è alle dipendenze del demone della scrittura, nel narratore personaggio esso è avvinto al giogo dell’amore.

Nel testo emerge anche un riferimento alla figura del ‘suonatore del silenzio’, come rappresentante della convivenza di due opposte polarità (sul dire e il non dire, ma anche sul senso e il non senso, sullo stare e il non stare dentro la gabbia della normalità). È proprio in quel silenzio che segue la musica o il rumore e che si carica di significato e di ‘melodia’, che forse intendono collocarsi la scrittura ed il testo di Alfonso Lentini… questa poetica del ‘margine’, dell’‘interstizio’ non manca di ricongiungersi anche ad un altro indimenticabile protagonista di uno dei racconti più belli di Franz Kafka: il piccolo Odradek, rocchetto di spago piatto a forma di stella, anch’esso inanimato eppure vivo, Preoccupazione del padre di famiglia, debole, fragile ed evanescente come un fruscio che nasce dall’unione del vento e delle foglie morte …

 

La lettera all’amata, colonna portante della storia, è infine un pretesto per raccontare un’altra vicenda, la più struggente e forse anche più appassionante, quella del padre del protagonista, che da sognatore, anarchico e comunista, trascorre i suoi ultimi anni nel manicomio di San Servolo, chiuso nel 1978, in seguito ai provvedimenti della legge Basaglia.

La storia di questa figura estremamente vitale e positiva, la cui presenza accompagna ogni respiro del testo, si conclude nella sezione denominata ‘Explicit’ ed è simile a quella di tanti sognatori e suonatori di silenzio che furono confinati in quelle stanze di dolore fin dal Settecento.

Dal 2009 i locali dell’ex sanatorio sono stati restaurati ed ospitano il Museo della Follia “… dove è possibile vedere, tra gli altri oggetti esposti – spiega l’autore in una sua nota inedita – anche quel pianoforte che veniva usato per la musicoterapia e che, nel racconto, il padre del protagonista suona ossessivamente, senza rispettare alcun criterio musicale, diventando così anche lui, in qualche modo, un suonatore di silenzio.



[i] Alfonso Lentini, Luminosa signora, Mauro Pagliai Editore, 2011, pag. 12

[ii] Op. citata, pag. 25

 

 




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