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di Rossella Grasso
Le
pietre da sempre sono testimoni mute della storia e delle storie di chi le ha
calpestate, lanciate, usate. Oggi sono le pietre del Sud d’Italia che prendono
parola – cantano – nel breve saggio dal titolo Il canto delle pietre. Brigantesse e briganti nella letteratura dei
vinti, raccolta di saggi scritti da Gerardo Picardo, Neria De Giovanni,
Marilena Cavallo e Micol Bruni, contenente anche la poesia Cantos di Pierfranco Bruni. “L’Unità d’Italia è arrivata al Sud per
volontà e protagonismo di una minoranza” ha scritto Isabella Rauti nella sua
introduzione del libro, “la maggioranza ne è rimasta esclusa, ha cercato di
contrastarla e l’ha subita; l’Unità è costata ‘lacrime e popolo’ e c’è stata
una vera e propria guerra civile”. È questo l’assunto da cui parte l’analisi
dei cinque autori che promettono da subito e a chiare lettere di non voler
contestare l’ Unità d’Italia, ma di voler analizzare come questa sia stata effettuata
e come sia stata vissuta dalle popolazioni del Sud, di quell’antico Regno delle
Due Sicilie che fu distrutto proprio nel 1861.
La
festante retorica dell’ultimo anno, infatti, ha trattato le vicende relative
all’Unità in modo univoco e omogeneo, rispecchiando solo una parte delle
ideologie e degli intenti di quanti parteciparono e contribuirono in vario modo
all’evento. Ma chi furono i vinti? Cosa stimolò la reazione violenta che
produsse il brigantaggio? Cosa pensarono le masse rurali del Sud dell’Unità?
Questi e altri interrogativi sono stati messi da parte probabilmente dalla
voglia e dall’entusiasmo di sentirsi Italiani, o probabilmente dalla volontà (o
necessità?) dei promotori degli eventi di risvegliare questo sentimento
patriottico nei cittadini. Tutto ciò non ha permesso di scavare nella storia
dei popoli vinti e nella sconfitta del Regno di Napoli. Infatti – non al posto
di – ma accanto all’Unità d’Italia da celebrare, c’è anche una guerra civile da
ricordare, quella che vide protagonisti i briganti del Sud, che si
organizzarono in bande per combattere per la libertà. Una reazione popolare e
contadina all’Unificazione vissuta come un’annessione al Piemonte ed
etichettata come piaga e male endemico del Sud, come fenomenologia
delinquenziale che sembra essere sempre stata nel Dna della popolazione. Per
dar voce a chi ha combattuto la propria battaglia, gli autori fanno rivivere
nel libro le esistenze di coloro che non vedevano – e non ricevevano – nessun
vantaggio dall’Unità d’Italia, e che anzi, videro peggiorate le loro condizioni
economiche, vissero l’incomprensione della nuova classe dirigente dislocata al
Nord e con una mentalità troppo distante dalle problematiche del Sud, subirono
l’aumento delle tasse e dei prezzi dei beni di prima necessità in un momento di
seria arretratezza. Probabilmente il Sud era ancora troppo diverso,
culturalmente e politicamente per accettare e capire l’Unità per poi
parteciparvi attivamente.
Francesco
Saverio Nitti già all’epoca scriveva che “Per le plebi meridionali il brigante
fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia
stessa Il popolo delle campagne meridionali non
conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell’Unità d’Italia”. Così il
Sud ha vissuto il suo Risorgimento e i suoi protagonisti. Oggi la questione del
brigantaggio visto come fenomeno politico desta qualche perplessità tra gli
studiosi. È certo però che fu un fenomeno forte, tanto da preoccupare i nuovi
governi che furono costretti a esercitare una pesante repressione militare che
causò numerose vittime. Il canto delle
pietre si propone di ridare dignità storica a quei briganti non
dipingendoli come eroi, ma come militanti del loro Risorgimento. “Nessuna
santificazione per i briganti e i vinti”, scrive Gerardo Picardo, “ma non
chiamateli pezzenti e terroristi. Non fecero ’resistenza’: vissero per ciò che
credevano. E seppero morire, anche nei lager dei Savoia”. A loro, i briganti,
Pierfranco Bruni ha dedicato la lunga poesia dal titolo Cantos che sembra quasi un vero e proprio canto di briganti con un
linguaggio moderno dai toni poundiani, nel suo modo di raccontare recitando la
Storia fatta da quelle minoranze culturali che hanno come inciso la cultura
della lealtà.
Sono
tanti i nomi di persone sepolti dall’oblio. Tra questi ci sono anche quelli
delle donne, le brigante, rispetto agli uomini minori solo nel numero. Nel
brigantaggio post-unitario molte donne si diedero alla macchia non solo accanto
agli uomini, ma anche come capi riconosciuti e attive nelle imboscate. Giravano
pesantemente armate, come concesso solo ai capibanda e nessun uomo mise mai in
discussione il loro ruolo: più di ogni altro queste donne affermarono il
diritto alla libertà non solo politica ma anche personale, il coraggio di
affrancarsi da imposizioni sociali e culturali inviolabili. Nomi come Filomena
Pennacchio, Arcangela Cotugno ed Elisabetta Blasucci con le loro storie
contribuiscono a restituire alle donne di ogni tempo dignità. Alcune volte
furono proprio le sorti di queste brigantesse a dare maggiore impulso alla
ribellione come nel caso di Michelina de Cesare da Caspoli, icona del
brigantaggio post-Unitario al femminile, che venne catturata dai piemontesi,
sottoposta a tortura, spogliata ed esposta nella piazza del paese, come monito
alle popolazioni, riscuotendo l’effetto opposto sulla gente che riorganizzò la
reazione armata antiunitaria. Altre volte furono capi come la terribile Maria
Capitanio. Di molte brigantesse si trovano scarne notizie, ma le loro immagini
appena abbozzate sono dirompenti nella Storia. Di alcune di loro rimane qualche
foto: la loro figura è imponente e fiera nello sguardo intenso, molto più forte
rispetto alla loro bellezza, come se quest’ultima non fosse importante quanto
la loro forza d’animo. “Briganta, non donna di brigante” si definì Maria Orsola
Cardana , detta “La Bizzarra”, nel romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, una
definizione perfetta per ciò che furono le brigantesse post-Unitarie.
Tra
le donne del Sud che furono importanti nel tempo dell’Unità d’Italia spicca
l’immagine di Maria Sofia. Regina di Napoli, consorte di Francesco II di
Borbone, al contrario di quanto riporta la storia ufficiale, fu amata e stimata
dalla popolazione per la sua partecipazione attiva durante tutto il periodo. Si
racconta che durante l’assedio di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, curò e
sostenne in prima persona i combattenti e che avesse continuato ad aiutare il
suo popolo anche dall’esilio. Maria Sofia resta nell’immaginario popolare come
l’ultima regina del Sud. “Nel mito di un personaggio si può anche leggere la
strategia di una politica mancata agli appuntamenti” ha scritto Micol Bruni nel
saggio conclusivo dedicato alla regina. E infatti come sarebbero andate le cose
se l’Unità fosse partita proprio dal Sud, appoggiata dai Borbone e non dai
Savoia?
Il canto delle pietre è
un contributo storico, antropologico e letterario ai 150 anni dell’Unità d’Italia
e fa parte del progetto sul “Risorgimento,
Unità d’Italia e Brigantaggio”, una delle attività del Centro Studi e Ricerche
“Francesco Grisi”. Con le sue argomentazioni agili e di facile lettura, pone
molti stimoli a farsi domande e a non dare per scontata la storia ufficiale,
contrapponendo ad essa la storia dei vinti. “Oltre le retoriche celebrative
chiediamo un atto di sincerità per un popolo che non smette di recitare la sua
identità” ha spiegato Pierfranco Bruni. Una discussione articolata e leale che
riguarda la tragedia collettiva e individuale della gente del Sud, le cui
ferite hanno segnato, e forse ancora segnano, una “condizione meridionale” che
ancora riguarda tutti. Essere italiani, ed essere uniti, significa conoscere
bene la Storia della propria Nazione, anche nelle sue zone d’ombra, e
interrogarsi sulle motivazioni che hanno mosso gli eventi.
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