LETTURE
BRUNO CONTE
      

Ovole favole

 

Onyx Editrice, Roma 2011, 15,00

Con un commento di Aldo Mastropasqua

    

      


di Francesco Muzzioli

 

 

La ripresa del genere della favola, operata con consapevolezza e acume, offre a Bruno Conte (artista e scrittore rivolto al surreale) il terreno propizio per una scrittura ben calibrata e diramata in direzioni molteplici. Al contrario del mito, che sancisce la storia dell’origine e la ingabbia una volta per tutte, la favola si apre alle possibilità più disparate senza limiti di legge, in una “animazione” sfrenata cui partecipano volentieri gli animali e le cose. Non a caso la favola è legata al pubblico infantile, non ancora pronto per ricevere la “parola definitiva” del mito. Ma così con l’infanzia entrano nel testo i connotati del gioco e del riso, ma anche della crudeltà e della disubbidienza.

Il libro di Bruno Conte s’intitola Ovole favole, dove l’uso aggettivale dell’ovulo è certamente dettato dalle somiglianza sonora con “favola”, ma indica anche uno stato iniziale – alcuni pezzi sono brevi e brevissimi, addirittura di poche righe, e potrebbero venir portati avanti – e una proliferazione a “fungaia” che arriva, somma che ti sommi, al centinaio di pezzi. Una favola, dunque, continuamente rigenerantesi e in ripartenza, segno che nessuna morale può costituirne adeguata conclusione.

Se si provasse a tentare di ordinarli per categorie, a seconda dei personaggi che vi compaiono, ci si accorgerebbe che una buona parte di questi testi è affidata alle figure tipiche delle favole tradizionali: fate, streghe, maghi, draghi, nani, giganti; re, regine, principesse; oggetti magici; animali parlanti: talpe, orsi topi, ecc. Un’altra parte, tuttavia, è costituita da esseri umani presenti nella realtà oppure da fantasie originali (apparizioni incorporee, ombre, sogni, visioni). Vi è – e questo vale anche per gli oggetti magici (una noce, ma anche una pillola o una bomboletta spray) – una tendenza all’attualizzazione che contrasta con la tendenza verso il mondo extratemporale che della favola è proprio. Ma prima di approfondire questo punto, che mi porterà a discutere della parodia, è interessante chiedersi che cosa avviene nelle ovole favole di Conte, ossia quale meccanismo si inneschi in questi, spesso molto stretti, spazi. Ora, sebbene non sia possibile ridurre più di tanto la molteplicità delle soluzioni, mi pare che prevalga la duplicità: metamorfosi, scambi, sdoppiamenti, passaggi da un mondo all’altro, rovesciarsi nel contrario dell’intenzione del protagonista.

La parodia, in fondo, è anch’essa un effetto di duplicità, è l’inserimento della nostra modernità nel mondo fiabesco senza tempo, sicché vi prendono posto la metropolitana e la bolletta della luce, mentre i bambini si perdono «nel bosco del casamento» e può accadere che il drago (per altro già chiuso nello zoo) venga sconfitto in modo assai poco eroico, per via di una merendina, evidentemente scaduta. Tuttavia non si può parlare di parodia nel senso morbido del postmoderno. Quella di Bruno Conte è una “ironia impassibile”, alla Buster Keaton, che produce riso, certamente, ma apre nel contempo questioni serissime. Numerose favole, infatti, toccano il problema del tempo, del vuoto e del nulla, l’ipotesi che la scrittura possa impuntarsi su una interruzione, in attesa di ricominciare di volta in volta da zero. Non a caso un personaggio si chiama Zera e vive in una sorta di tempo “sospeso” e fluttuante, in cui si determina «la fenditura di un attimo anomalo». Insomma, ogni tentativo di rassicurazione risulta percorso dal perturbante e si apre su di un «lato oscuro», come scrive Aldo Mastropasqua nei suoi Esercizi di lettura che concludono il libro.

La crudeltà, sebbene sia trattenuta sotto la superficie, proprio per questo ancor di più la preme. E si estrinseca nei punti mordenti di una “autocritica della favola”. In un’epoca in cui le nostre vite sono tenute in pugno da una imperscrutabile “economia magica”, ecco che gli oggetti della fortuna sortiscono un effetto rovesciato. E ammoniscono il nostro spirito di lotteria quelle «compresse di Fortunil» che garantiscono la buona sorte a patto di non eccedere in trionfalismo, e invece puniscono con «una sfortuna ben maggiore» chi ne approfitta «con spavalderia» o si mette «a festeggiare in modo scomposto». Così l’attualizzazione blocca l’esito felice, anche nel caso del rospo che deve essere liberato con il bacio – in Conte è un malato di «rospite» (non più incantesimo, ma strana malattia) – che la «graziosa infermiera» si rifiuta di guarire. Altro scioglimento eluso è nel rifacimento della favola della principessa prigioniera, che i cavalieri non riescono a liberare perché li trattiene il gusto irresistibile del muro di torrone che la rinserra; sicché ne esce vecchissima e insposabile. Ugualmente prigioniera, questa volta in un libro, è la principessa che uno studioso alquanto scettico abbandona al suo destino, solo che poi, scioltosi per caso il maleficio, «questa principessa si mise in cerca del vecchio studioso, armata di una scopa», con vendicativa incazzatura.

Sempre nuove e diverse a ogni lancio di dadi sono le soluzioni delle Ovole favole di Bruno Conte, scritte sotto il segno della ripetizione differente e della frammentarietà. Costantemente il Senso con la maiuscola viene beffato da sortite enigmatiche, in quello che potremmo definire un “perturbante imperturbabile”.




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