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di Francesco Muzzioli
La ripresa del genere della favola,
operata con consapevolezza e acume, offre a Bruno Conte (artista e scrittore
rivolto al surreale) il terreno propizio per una scrittura ben calibrata e
diramata in direzioni molteplici. Al contrario del mito, che sancisce la storia
dell’origine e la ingabbia una volta per tutte, la favola si apre alle
possibilità più disparate senza limiti di legge, in una “animazione” sfrenata
cui partecipano volentieri gli animali e le cose. Non a caso la favola è legata
al pubblico infantile, non ancora pronto per ricevere la “parola definitiva”
del mito. Ma così con l’infanzia entrano nel testo i connotati del gioco e del
riso, ma anche della crudeltà e della disubbidienza.
Il libro di Bruno Conte s’intitola Ovole favole, dove l’uso aggettivale
dell’ovulo è certamente dettato dalle somiglianza sonora con “favola”, ma
indica anche uno stato iniziale – alcuni pezzi sono brevi e brevissimi,
addirittura di poche righe, e potrebbero venir portati avanti – e una
proliferazione a “fungaia” che arriva, somma che ti sommi, al centinaio di
pezzi. Una favola, dunque, continuamente rigenerantesi
e in ripartenza, segno che nessuna morale può costituirne adeguata conclusione.
Se si provasse a tentare di
ordinarli per categorie, a seconda dei personaggi che vi compaiono, ci si
accorgerebbe che una buona parte di questi testi è affidata alle figure tipiche
delle favole tradizionali: fate, streghe, maghi, draghi, nani, giganti; re,
regine, principesse; oggetti magici; animali parlanti: talpe, orsi topi, ecc.
Un’altra parte, tuttavia, è costituita da esseri umani presenti nella realtà
oppure da fantasie originali (apparizioni incorporee, ombre, sogni, visioni).
Vi è – e questo vale anche per gli oggetti magici (una noce, ma anche una
pillola o una bomboletta spray) – una tendenza all’attualizzazione che
contrasta con la tendenza verso il mondo extratemporale che della favola è
proprio. Ma prima di approfondire questo punto, che mi porterà a discutere
della parodia, è interessante chiedersi che cosa avviene nelle ovole favole di Conte, ossia quale meccanismo
si inneschi in questi, spesso molto stretti, spazi. Ora, sebbene non sia
possibile ridurre più di tanto la molteplicità delle soluzioni, mi pare che
prevalga la duplicità: metamorfosi, scambi,
sdoppiamenti, passaggi da un mondo all’altro, rovesciarsi nel contrario
dell’intenzione del protagonista.
La parodia, in fondo, è anch’essa
un effetto di duplicità, è
l’inserimento della nostra modernità nel mondo fiabesco senza tempo, sicché vi
prendono posto la metropolitana e la bolletta della luce, mentre i bambini si
perdono «nel bosco del casamento» e può accadere che il drago (per altro già
chiuso nello zoo) venga sconfitto in modo assai poco eroico, per via di una
merendina, evidentemente scaduta. Tuttavia non si può parlare di parodia nel
senso morbido del postmoderno. Quella di Bruno Conte è una “ironia
impassibile”, alla Buster Keaton,
che produce riso, certamente, ma apre nel contempo questioni serissime.
Numerose favole, infatti, toccano il problema del tempo, del vuoto e del nulla,
l’ipotesi che la scrittura possa impuntarsi su una interruzione, in attesa di
ricominciare di volta in volta da zero. Non a caso un personaggio si chiama Zera e vive in una sorta di tempo “sospeso” e fluttuante,
in cui si determina «la fenditura di un attimo anomalo». Insomma, ogni
tentativo di rassicurazione risulta percorso dal perturbante e si apre su di un
«lato oscuro», come scrive Aldo Mastropasqua nei suoi
Esercizi di lettura che concludono il
libro.
La crudeltà, sebbene sia trattenuta
sotto la superficie, proprio per questo ancor di più la preme. E si estrinseca
nei punti mordenti di una “autocritica della favola”. In un’epoca in cui le
nostre vite sono tenute in pugno da una imperscrutabile “economia magica”, ecco
che gli oggetti della fortuna sortiscono un effetto rovesciato. E ammoniscono il
nostro spirito di lotteria quelle «compresse di Fortunil»
che garantiscono la buona sorte a patto di non eccedere in trionfalismo, e
invece puniscono con «una sfortuna ben maggiore» chi ne approfitta «con
spavalderia» o si mette «a festeggiare in modo scomposto». Così
l’attualizzazione blocca l’esito felice, anche nel caso del rospo che deve
essere liberato con il bacio – in Conte è un malato di «rospite»
(non più incantesimo, ma strana malattia) – che la «graziosa infermiera» si
rifiuta di guarire. Altro scioglimento eluso è nel rifacimento della favola
della principessa prigioniera, che i cavalieri non riescono a liberare perché
li trattiene il gusto irresistibile del muro di torrone che la rinserra; sicché
ne esce vecchissima e insposabile. Ugualmente
prigioniera, questa volta in un libro, è la principessa che uno studioso
alquanto scettico abbandona al suo destino, solo che poi, scioltosi per caso il
maleficio, «questa principessa si mise in cerca del vecchio studioso, armata di
una scopa», con vendicativa incazzatura.
Sempre nuove e diverse a ogni
lancio di dadi sono le soluzioni delle Ovole favole di
Bruno Conte, scritte sotto il segno della ripetizione differente e della
frammentarietà. Costantemente il Senso con la maiuscola viene beffato da
sortite enigmatiche, in quello che potremmo definire un “perturbante
imperturbabile”.
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