LETTERATURE MONDO
GARY SHTEYNGART
Spassosa e farsesca veglia funebre per l’Occidente 2.0

      
“Storia d’amore vera e supertriste” è il nuovo romanzo-collage dell’autore veggente di “Absurdistan”; che qui con brillante talento satirico mette in gioco una sorta di memoria-forum dove uomini e ‘äppäräti’ di un mondo cibertronizzato si intricano nelle futuribili secessioni globali di un’America mentalmente collassata e riprogrammata. Il libro procede per accumulo auto-derisorio e lascia sospesa la domanda finale su che cosa resterà del nostro info-net-fanta-cosmo di già in ‘overload’.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

Mordi la “mela” dell’evoluzione. Diventa per sempre GlobaTeens. Entra con biglietto di sola andata nella community degli adolescenti imperituri (mentalmente) riprogrammati dalle scienze multidisciplinari. Passa direttamente alle Immagini. Rinuncia all’interazione sociale, dimentica il fascino deperibile dell’inchiostro e del contatto epiteliale. Segui i miti consigli dell’authority per la Restaurazione. Vieta a te stesso un’identità indipendente, libera di autodeterminarsi. Menti a te stesso e vivi sereno nell’habitat-matrix per te studiato. “Scrolla” sul tuo äppärät[1] le ultime “offerte”. Una geografia di input, voci, siti, chat, forum, social network, shop on-line trasversalmente linkati. Riscopriti super commesso-venditore nel Retail o star sessualmente appetibile dei Media. Fatti strada strisciando a testa alta nei Macro settori del successo.

 

Pubblicità all’ingrosso drogata dalla propaganda politica. Schegge di pseudo realtà rapidamente scagliate su supporti-äppäräti wireless. Poi rimpallate, taggate e consigliate da un utente narcolettico all’altro. Metropoli sezionate in quartieri impronunciabili, in cui grattacieli riflettono bagliori digitali in muta estasi epilettica. Mentre corporazioni finanziarie riordinano in segreto un mondo in cui le nazioni stanno per essere (ri)nominate, eliminate, liftate in sinergie est-ovest prima inaudite. Uomini e donne dell’upper middle class galleggiano comatosi, assuefatti a compravendite di oggetti superflui e di esperienze personali, continuamente battuti all’asta “super garantita” del social web. Anziani over trenta sono costretti a rincorrere carriere miraggio e punteggi vibranti sulle piattaforme multimediali condivise. Decrepite famiglie, dal reddito risibile, sono relegate invece in appartamenti e città annegati nell’obsolescenza del secolo precedente. Gli USA tremano, pronti ad un’imminente guerra civile. Droni neri attaccano dall’alto. Miserabili guerriglieri dell’equità baraccano sogni a breve termine in neo hoove-rville a Central Park.





Questa la scenografia frenetica e delirante, l’inferno barocco dei nostri discendenti da laboratorio, i protagonisti di Storia d’amore vera e supertriste[2], romanzo collage di Gary Shteyngart. Circondati e bersagliati da continui ammonimenti, scansionati da “colonne del credito” che elettronicamente verificano e giudicano il valore economico di ogni individuo, essi vivono tramite moltiplicate proiezioni di sé. L’autore pedina una manciata di caratteri-contenitore con una scrittura inquinata di byte che mima la comunicazione moderna. Un accumulo auto-derisorio che denuda dinanzi all’impassibile pubblico reale e finzionale le budella scomposte di antieroi artritici e di donzelle disinibite, in una magmatica era post-umana pervasa da denaro web. L’umanità giovane è merce di scambio decerebrata, elasticamente reattiva tanto davanti ad un nuovissimo jeans trasparente o ad una gigantesca fila di condomini di lusso impilati l’uno sull’atro, quanto ad epurazioni di massa o decapitazioni on demand. Shteyngart prosegue la biografica, beffeggiatrice saga dei suoi impacciati mezzosangue, irretiti e invariabilmente rigurgitati dalla matrigna America wasp (amplesso necrotico ed animalesco di entità e poteri contrastanti, qui sponsorizzata dalla mascotte killer “Jerry la Lontra”, virtuale spia-spazzino dei soggetti pletorici nella gara del Profitto).

 

Lenny “faccia di tonno”, impiegato grado G, ratto insanamente bibliofilo, trentanovenne semi calvo in fallimentare upgrade, ama Eunice, sgualdrina viziata deliziosamente esotica. Lui alle prese col menage ingestibile di un lavoro ipertecnologico e grottesco (procacciare alla Staatling-Wapachung clienti ricchi che vogliano sottoscrivere una polizza antiage e sottoporsi a trattamenti di ringiovanimento del dna per prorogare vite senza scadenza); di amici modaioli e scarsamente propensi alla maturità affettiva e dispersi in irrefrenabili mega upload; e di genitori immigrati dalla favella azzoppata e dall’odore rassicurante e schedato, tipico dello straniero prigioniero dell’eldorado. Lei minuta ventenne a rilento negli studi, in perenne vacanza premio, frutto lezioso di una famiglia coreano-americana benestante, padre-padrone ipoteticamente violento ed esimio podologo, madre monolingue inadeguata e sottomessa, sorella “zecca”, rivoluzionaria sovrappeso. Ebreo russo-americano “un po’ fumetto un po’ Vecchio Testamento”, Lenny Abramov (in Abraham) fluttua, in una storta parabola-ellisse, tra umiliazioni, tradimenti e apocalissi urbane, dall’Impero USA in regressione vertiginosa, alla Repubblica Capitalistica Popolare sinoamericana, fino al Libero Stato di Toscana.

 

Con un tempismo allucinatorio dissacrante Gary Shteyngart – non solo splendido scrittore satirico, ma controparte ibrida e scardinante del neo-epico Franzen – muove il suo doppio in un’era atomica di fantapolitica vagamente orwelliana. Ma soprattutto di digitalizzazione extra corporea forgiata da santoni-Jobs[3] redivivi, cloni effimeri ri-generati da temporanea “decronizzazione”. Mentre un mondo erode se stesso, piagato nel “Reddito” da una guerra pilotata dalle corporation mercenarie, e si “spacca” abbracciando partner governativi cinesi, l’inguaribile perdente dall’accento lontano crepa. Nelle stragi premeditate o negli slum dimenticati, coronati da centri commerciali imputriditi. Oppure trasloca nei tardoni lidi ex-europei, dove invecchiare anonimi è un lusso concepibile. Scompaginando la Terra in emisferi di civiltà strozzata in “ecosistemi” artificiali “autoregolati”, non più funzionali di gigantesche palette acchiappamosche, Stheyngart santifica avi e tradizioni preistoriche, ironizzando perfido e gustoso sui mostri del presente e sui traumi e i pregiudizi della migrazione, corrente cosmica che rimpingua l’occidente macilento e ingrato.





Caterina Davinio, L'emergenza non è finita, 2011


Lenny è il prodotto evacuato, il compost inservibile di una società avveniristica e rugosa, diluita nel nulla e ripristinata dagli slogan. Nonostante una buona capacità critica, egli si lascia avviluppare nel fango disindividuante delle mode web che gli danno il pane. Rigetta l’insopportabile origine “bassa”, fatta di sardine affumicate, consonanti sbiascicate e paghe pulciose. Dimostrando vigliacco quanto l’interculturalità rabberciata sia una delle magagne patologiche della contemporaneità. Intonando dunque veglia funebre spassosa e farsesca per gli USA e per l’Occidente tutto. Lenny sparisce negando se stesso, cambiando cognome e patria. Personificazione dello scontento invernale degli uomini medi, diventa missile imploso di foga verbale melting pot. Come l’ex debuttante russo Shteyngart, declamatore/delatore tossico che, tra 1984 e P.K. Dick, distrugge/commemora l’estinta generazione analogica, il precario allevamento 2.0 e il prossimo già usurato calderone “post”. Chiedendoci che cosa resterà. Il nostro brodo di coltura messaggiato nell’etere?

 

 

 



[1] Geniale parodia della foresta pluviale degli omologati tablet ammorbati di applicazioni che svendono, ripensano e convertono la quotidianità della “nostra”, spesso illusoria, vittoriosa upper class e al contempo degli ex nerd (tipologia Lenny “faccia da sfigato”) che sperano di distinguersi dalla massa fagocitata armeggiando con ostentata consapevolezza e parsimonioso charme il proprio ottimamente configurato, griffato x-pad.

[2] T.O. Super Sad True Love Story, traduzione di Katia Bagnoli, Ugo Guanda Editore, Parma 2011, pp. 384, € 18,00.

[3] Ne è smaccato e insieme inverso prototipo il capo-mentore di Lenny, l’eretico assurto a simbolo del successo, Joshie Goldman. Attraente e spaventoso neonato, glabro e muscoloso settantenne dall’aspettativa di vita decronizzata a suon di risciacqui cellulari, Joshie è alfiere del progresso sistematizzato, malato d’eternità. Come Jobs dispensava, anche sfinito dal cancro, l’universale e irrinunciabile verità delle sue invenzioni, promettendo dimensioni parallele e stratificate sempre più sofisticate in cui fuggire dalla mortalità convulsa. Così Joshie propina vita alternative, possibilmente eterne, incapsulando gli uomini in corpi internamente modificati, microindustrie finanziate da corporation militari mascherate da imprese dalla facciata costumer friendly. Joshie e Steve, due semplificatori dall’aspetto indefinibile, monacale ed energico. Steve è il capostipite foriero di nuove generazioni digitalizzate. Joshie è l’inconsapevole contrappasso/deriva. Il colossale milionario bambino destinato a bava copiosa e banale tumulazione.




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