LETTERATURE MONDO
PREMIO GEORG-BÜCHNER 2011
Le metamorfosi
di ‘Efzé’ ovvero Friedrich Christian Delius

      
Ritratto dello scrittore che ha ricevuto lo scorso ottobre il massimo riconoscimento letterario tedesco. Un sapido ‘visto da vicino’ per il figlio di un pastore protestante, nato un po’ casualmente, in tempo di guerra (1943) a Roma, dove però tuttora risiede una buona parte dell’anno. Un autore che, dopo un apprendistato di poeta contestatore sessantottino e di redattore editoriale, si è dedicato a tempo pieno alla produzione di romanzi, sviluppando via via nei suoi libri un’arte narrativa complessa che ora rielabora precedenti materiali, ora attinge a memorie familiari e autobiografiche, ora dà luogo ad una sorta di ‘letteratura documentaria’ sempre sottoposta a vigilanza critica ed a sottili formalizzazioni linguistiche.
      




   

di Alberto Scarponi





Friedrich Christian Delius


Christian la prima volta si chiamava Efzé. Come succede con tutte le persone di personalità, quelle che durano, io l’ho conosciuto più volte. La prima si chiamava così.

Me lo disse e io la presi che non era un nome, ma uno scherzo. Subito però mi misi a dubitare: forse, magari, poteva essere che in tedesco... va a sapere... Sconcertato ma dignitosamente chiesi soltanto come fosse scritto. Lui sorrise. La sua ragazza domandò: cioè? Lo spelling, risposi. Ah! e lei subito mi illustrò, gentile ed efficiente mentre preparava una pastasciutta, che non si trattava di un nome, ma del Rifiuto di un nome, quello che gli avevano dato i genitori risultava troppo teutonico: Federico Cristiano. Troppo. E Efzé l’aveva rifiutato. (Era infatti il tempo del marcusiano Gran Rifiuto, agli inizi degli anni settanta, quando i giovani rifiutavano quasi tutto della loro società.) Lui accettava di usarne appena le iniziali, FC, che in tedesco facevano appunto Efzé.

Ne nacque una discussione sui nomi e la libertà, perché io sostenevo che i nomi non avevano gran significato, servivano a campare ragionevolmente assieme agli altri, che per esempio il nome pastasciutta indicava ciò che tutti ci aspettavamo con piacere di mangiare e gustare in allegria; per lei invece, ragazza ribelle, i nomi erano imposizioni dei genitori sui figli, regole, dunque ciascuno poteva ribellarvisi e scegliere da sé; anche la pastasciutta non aveva regole, ognuno poteva farla come gli pareva.

Efzé sorrideva divertito, e propose che la pastasciutta la preparassi io, in totale libertà.

Eravamo a Roma, a Villa Massimo, in uno degli atelier della Deutsche Akademie che ogni anno ospitano una decina di giovani artisti (pittori e scultori, musicisti, letterati) per  favorire la formazione di nuove leve nella cultura e nell’arte tedesche. Apprendevo così che poteva esserci una politica culturale a favore dell’arte e della letteratura. Fino a quel punto avevo ritenuto che tutto fosse come da noi (allora e oggi), dove si vuole che il genio fiorisca d’incanto per virtù destinale (o, dico io, di lobby). Avevo ritenuto che conoscere Efzé fosse per me un semplice fatto di spensierata sorte, nessun sospetto che in quegli atelier, pochi anni prima, aveva lavorato per esempio Guttuso e che Villa Massimo era stata «tra il 1945 e il 1956 uno dei centri di maggior rilievo dell’avanguardia italiana», – come fu detto, anni dopo, in una conferenza da studiosi tedeschi, – che tra quelle mura era stato fondato nel 1947 il gruppo Forma 1, nel cui manifesto stava scritto: «Noi ci proclamiamo formalisti e marxisti» (proposito definito liberale e naif da quegli studiosi tedeschi).     

Non sapevo che solo nel 1956 la villa era tornata alla Germania, quella occidentale. Niente di tutto questo, anche se andavo sperimentando nel concreto come quelle vicende istituzionali permettessero però a me di conoscere lui e a questo giovane scrittore contestatore di entrare in contatto con un’altra cultura, con un’altra letteratura.

In verità Efzé mi disse subito che per lui la cosa stava altrimenti... cioè non proprio... si davano certe sfumature... Cominciai così a entrare in contatto con la sua discrezione intellettuale. Probabilmente, oggi suppongo, effetto in un individuo delle complicatezze connesse al formarsi ed evolversi in esso di una vera personalità. Quando c’è, succede così. Anzi – penso ora, riflettendovi sopra – il dubbio metodico, quindi la discrezione intellettuale, dev’essere un attributo necessario della personalità. Senza le incertezze e le autodomande uno, per paradosso, sbiadisce nell’impersonale.

La sfumatura in questione consisteva nel fatto che Efzé a Roma c’era nato. Certo per caso (diceva). Al padre, pastore protestante, era stata assegnata in quel momento come sede la chiesa evangelica tedesca di Roma. Anche se poi, una volta raggiunto a Roma dalla moglie, incinta di otto mesi, era stato burocraticamente trasferito, per ragioni belliche come militare e non come pastore, in un ufficio della costa dell’Africa mediterranea. Efzé era nato, insomma, da solo con la madre: una sottigliezza e complicazione velata da quel suo sorriso discreto.

Era dunque una casualità che assomigliava tanto a un fato assai denso, almeno ai miei occhi. Lui comunque, anni dopo (siamo già in quest’altro secolo, quando ormai si chiama, definitivamente, Christian) nel 2006 quel nodo lo «narra» in un libro, Bildnis der Mutter als junge Frau (Ritratto della madre da giovane, Edizioni Archinto, 2009). Un ritratto forse romantico, in senso letterario, ma per niente sentimentale.





Una ragazza ventunenne, nata e vissuta nella Germania profonda, il Mecklenburgo, in un quieto villaggio del verdescuro centro del centro tedesco, dove al massimo si finisce sul Baltico, mare di lavoro con un po’ di cielo, mare barriera, che non allude a nessuno sconfinamento. Questa ragazza un sabato di gennaio, 1943, giorno di guerra come tutti gli altri, cammina da sola, portando in grembo un figlio e nella mente le sue fantasie, i suoi pensieri, cammina da sola lungo le strade di una grande città, così grande da dirsi eterna. Dal quartiere che si chiama Prati va, lambisce il cattolico, l’universale Vaticano, attraversa il Tevere, sale sul Pincio mondano e panoramico, prosegue verso la Christuskirche, ma non per un servizio religioso, che non ci sarà, perché il pastore, il marito, è assente, non potrà tenere il sermone, lei va lì invece per un concerto: musica tedesca, di Haydn e di Bach. E nella narrazione sogna la sua vita, quella per cui è stata preparata nella scuola di economia domestica e nel seminario per maestre giardiniere, la vita di madre e di moglie al fianco dell’uomo a lei destinato. Tale «narrazione» (esplicitamente intitolata come tale e non detta romanzo) riproduce il flusso della coscienza della protagonista, ma «narrato» dall’autore e con un’unica frase, con la tecnica dell’Endlossatz, della frase infinita articolata soltanto da virgole e da righe vuote, senza altri segni d’interpunzione. Come la vita.

È che Delius (non posso non chiamarlo col cognome ora, dopo il Premio Büchner che lo colloca tra i grandi nomi della letteratura tedesca di questo secolo: lo scrittore Delius) in pratica racconta, non storie, ma la sua vita. Sua in più sensi, talora addirittura perché si tratta di fatti accaduti a lui, talora perché egli potrebbe essere il soggetto degli eventi narrati oppure perché possono comunque riguardarlo o lo riguardano senz’altro come uomo del nostro tempo. Intende la scrittura come una professione. E circa il suo modo d’intendere la cosa, c’è un concetto espresso dal protagonista di una delle sue «narrazioni» più intriganti, Il mio anno da assassino (Mein Jahr als Mörder, 2004), quando s’arrabbia durante una discussione in tema di cose passate, in tema di nazismo: chi scrive – dice – non può lasciar perdere, sarebbe un mestierante.

D’altronde a Roma, quando lo conobbi come Efzé, contestava ufficialmente in tutta serenità. Per dire: alla fine del suo anno di permanenza a Villa Massimo, l’Accademia tedesca che lo aveva ospitato e l’Istituto Goethe organizzarono (sempre a promozione dell’arte e letteratura tedesche) una lettura pubblica di qualche suo testo. Efzé chiese a me di tradurre in italiano quel che avrebbe scelto e di leggerlo in pubblico, perché lui, secondo lui, si sarebbe impappinato. Voleva che gli ascoltatori capissero bene. Scelse una poesia che aveva scritto qualche anno prima, nel 1967, una Moritat. Non sapevo cosa fosse una Moritat. Mi spiegò: era una composizione poetica di strada, popolare, dove il cantastorie, a edificazione della gente, narrava di qualche morte istruttiva. La famosa Ballata di Mackie Messer di Brecht era in realtà una Moritat.

Capito. Titolo?

Moritat sulla paura e morte di Helmut Horten (Moritat auf Helmut Hortens Angst und Ende, in F. C. Delius, Ein Bankier auf der Flucht [Un banchiere in fuga], Rotbuch Verlag, 1975, p. 52). Ah!

E chi era questo Helmut Horten di cui lui raccontava la paura e la fine? Un grande imprenditore tedesco, proprietario di una grande catena di supermercati, che s’era costruito una grande villa in Svizzera, nel Ticino, per stare al centro dell’Europa e del mondo. Ah.

E lì era morto? No, era vivo. Ah.

Infatti Horten più tardi, nel 1979, lo denunciò (immagino come rompiscatole menagramo), ma Efzé finì assolto. D’altronde allo stesso modo nella sostanza era già andata con Siemens. Un processo protrattosi dal 1972 al 1976 per un libro intitolato Unsere Siemens-Welt (1972, Il nostro mondo Siemens), finto scritto celebrativo pubblicato in occasione del 125o anniversario di quell’azienda.

Ma la ‘satira documentaria’ Efzé l’aveva introdotta nel proprio modo poetico prestissimo (ai tempi in cui, appena arrivato a Berlino nel 1963, giovane studente di Lettere prendeva parte agli ultimi quattro incontri annuali del Gruppo 47, che terminarono con quello del 1967). Allora, nel 1966, aveva pubblicato un volume, Wir Unternehmer (Noi imprenditori), composto con i discorsi registrati nel verbale (500 pagine) di un’assemblea di imprenditori iscritti ai due partiti democristiani tedeschi. Il verbale, ridotto quantitativamente a un quinto, ma integrale nelle parole residue, tramite qualche esplicita sutura verbale si era trasformato in un comico e acre poema in versi.

Ritornato da Roma a Berlino, Efzé fu redattore dapprima della casa editrice Wagenbach, che poi, dopo un paio d’anni, abbandonò per farsi una casa editrice tutta sua, Rotbuch (Libro rosso, non so se mi spiego). La fondò con un gruppetto di amici. Ogni tanto veniva a Roma in vacanza,  dormiva da me e mi raccontava anche delle denunce. Ma con l’aria di dar loro poca importanza, in quella Germania democristiana, con le sue due Democrazie cristiane che guardavano una più a destra dell’altra, non come quella italiana che (a parole, io gli spiegavo) ogni tanto guardava a sinistra. Mi ricordo che si divertiva un sacco ad assistere ai comizi della sinistra, alle maree politiche o sindacali di piazza san Giovanni osservandole dallo zoccolo della statua di un san Francesco felicemente avvolto da bandiere rosse. Diceva che era sorprendente quella libertà.

Se ne tornava poi su a Berlino (Berlino-ovest, circondata, oltre il Muro, dalla Ddr ovvero Rdt insomma dalla Germania comunista) e da lì ogni tanto mi spediva un libro. O magari in carne e ossa qualche scrittore dell’altra parte del Muro, qualcuno che io ospitavo volentieri, persuaso che tutti gli scrittori avessero il diritto di vedere e toccare Roma, un bene dell’umanità, mentre il governo di Berlino (Berlino-est, che io d’altra parte – per ragioni che non sto qui a raccontare – frequentavo e criticavo di persona), il governo di Berlino-est li mandava in giro, come dire?, privi di risorse e tutti comunque un po’ arrabbiati con il governo, almeno a parole.

I suoi libri soprattutto sono stati il nostro tramite, da quando abbandò alla fine degli anni settanta il lavoro editoriale (perché o faccio una cosa o faccio l’altra, mi disse). Io banalmente pensai che fosse la faccenda dei tedeschi che hanno sempre un rapporto molto serio, protestante, con il lavoro. Sceglieva definitivamente la professione dello scrittore. Si trasformava definitivamente (credevo) in Christian, che a un certo punto sarebbe venuto a vivere (per opera del fato) qui a Roma.

Adesso invece si è ancora trasformato, in Delius, che vive anche a Roma. La cosa non mi sorprende però: a guardare indietro, mi rendo conto, l’avevo sempre saputo che questo nuovo cambiamento di nome alla fine sarebbe successo. Lo dicevano a mano a mano le sue ‘narrazioni’. Io tuttavia ero come affatturato dalla discrezione mentale di cui ho detto. Quel suo presentarsi continuamente perplesso su di sé, un sé sempre fortemente provvisorio, – ora (in Die Birnen von Ribbeck, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg, 1991, Le pere di Ribbeck) scrittore assente che s’immerge nel flusso narrativo contadino, pur ricomposto, anche qui, in una frase infinita, che ri-narra la storia strapaesana del villaggio di Ribbeck come eterno ri-piantare un albero, un pero, dopo ogni arrivo e dominio e morte (tra l’altro riallacciandosi a una ballata di Theodor Fontane che ogni bambino tedesco conosce); ora (Der Sonntag, an dem ich Weltmeister wurde, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg, 1994, La domenica in cui divenni campione del mondo,) bambino muto, tartagliante, che, chiuso nella casa-chiesa paterna in un villaggio dell’Assia, scarica tutta la sua tensione psicoanalitica nel boato di un trionfo calcistico che, dopo la guerra e i suoi disastri, nel 1954 restaura in tutta la Germania (occidentale) la fiducia in se stessi dei tedeschi; ora (Der Spaziergang von Rostock nach Syrakus, Erzählung, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg, 1995, La passeggiata da Rostock a Siracusa, narrazione) interlocutore d’un cameriere di Rostock che racconta una sua stranissima avventura – nel 1988 è fuggito dalla Germania comunista in barca a vela, attraverso il Mar Baltico, per recarsi di lassù, dalla Danimarca così raggiunta, a Siracusa in Sicilia a ripetere l’impresa dello scrittore Johann Gottfried Seume (La passeggiata fino a Siracusa dell’anno 1802), il quale nel corso della Grande Rivoluzione Francese, a piedi, trenta chilometri al giorno, con occhio illuminista in cerca, per niente romanticamente, della realtà della vita, da Lipsia aveva percorso tanto territorio italiano, Trieste, Roma, Napoli, Palermo, tutta la Sicilia e raggiunto appunto Siracusa, per poi, con il suo zaino di pelle di foca carico di libri (Omero, Virgilio, Anacreonte, Tacito, Svetonio, Catullo, Properzio, Orazio), con lo stesso abito, gli stessi stivali, in un viaggio di sei mesi ritornare là di dove era partito, – e, racconta il cameriere di Rostock, lui ha ripetuto tra l’incredulità e il sospetto generale, di questi e di quelli, la stessa cosa, la volontà di conoscere e ritornare, per raccontare a chi, come Delius, vuole sapere; nient’altro.





Ripetutamente le opere narrative di Delius si presentano come rielaborazione di materiale narrativo che l’autore ha ricevuto da un protagonista (il caso più clamoroso sarà Der Königsmacher, Rowohlt, Berlin, 2001, [Il kingsmaker], che per la prima volta viene definito espressamente ‘romanzo’, ma che racconta la scoperta da parte di Delius medesimo – come egli poi descrive in una intervista – di essere davvero discendente illegittimo di un ottocentesco re olandese. Racconta la vicenda tuttavia come una storia che concerne tale Albert Rusch, suo amico, il quale lo ha pregato di narrarla e pubblicarla sotto il nome di Delius, parlando in prima persona). In altri casi, nelle pagine preliminari dei volumi che contengono le sue ‘narrazioni’, Delius fa comparire quasi sempre, con aria di noncuranza e di ironica discrezione, la solita formula con cui si avverte il lettore che i personaggi narrati non sono persone reali, ma frutto di libera invenzione (è il caso per esempio di Ein Held der inneren Sicherheit, Rowolt, Reinbeck bei Hamburg, 1981, Un eroe dell’interna sicurezza, o di Die Flatterzunge, [Il ‘frullato’ – tecnica musicale] Rowholt, Reinbeck bei Hamburg, 1999, in cui narra il caso, realmente accaduto, di un maestro d’orchestra tedesco, un trombonista, che a Tel Aviv dà scandalo e finisce nei guai per aver firmato, provocatoriamente, il conto dell’albergo con il nome di Adolf Hitler.) Sembrerebbe un controsenso in chi, lo si vede, sta diventando uno dei protagonisti di una nuova linea letteraria: la letteratura documentaria.

Eppure è proprio quell’apparente controsenso, intendo io, che chiarisce: qui una cosa è il fatto, l’evento, la persona cui alcunché càpita nella vita, altra cosa è un fatto o evento simile, ma narrato, una persona simile a quella documentata dai mass media ma adesso illuminata dalle luci della narrazione di un narratore. Qui, in Delius, c’è un senso del ‘narrare’ che porta immediatamente tale operazione sul terreno della ‘forma d’arte’ (arte, perché elabora contenuti autonomi, profondi, inediti) e la sottrae invece all’intenzione ambigua del corrispettivo ‘genere letterario’, un intrattenimento incerto tra la logica informativa della cronaca giornalistica, da un lato, e dall’altro il tecnicismo, l’ancillarità filosofica, idelogica dello storytelling.

Il radicamento nella vita reale della scrittura di Delius in qualche modo ne ‘libera’ le potenzialità stilistiche e di pensiero, fino al puro gioco. Come gli accaduto per esempio in una raccolta di ‘memo-arie’ (in tedesco: Memo-Arien), secondo il nome che ha dato a una serie di ‘esercizi di stile’ svolazzanti sopra un episodio del 1967 (Die Minute mit Paul McCartney, Transit, 2005 [Il minuto con Paul McCartney]).

Era a Londra e con un amico, anch’egli tedesco, decide una mattina di andare a Regent’s park a giocare a pallone.

Primo esercizio di stile: «Ultime notizie. London, 9.3.1967, 4.09 pm. Cane di Paul McCartney morsica due giovani in Regent’s park. Beatle fugge, senza attendere arrivo del medico. Ragazze inseguono il colpevole e intimano a McCartney di costituirsi. Le vittime del cane beatle si dice siano studenti tedeschi.»

Dopo una sessantina di esercizi a là Queneau, a pagina 93, troviamo la rettifica del beatle medesimo:

«La descrizione della mia passeggiata a Regent’s park il 9.3.1967 nel Daily Mirror dell’11.3.1967, pagina 5 (e nel libro di Friedrich Christian Delius, Die Minute mit Paul McCartney, Transit Verlag, 2005, p. 7) in sei punti non corrisponde ai fatti.

«1. Non è esatto che il mio bobtail (codamozza) sia un cane. Esatto è invece che è una cagna.

«2. Non è esatto che la mia cagna abbia morsicato i due giovani che giocavano a palla nel parco o uno di essi. Esatto invece è che da parte della mia cagna non si è venuti a nessun atto di morsicazione.

«3. Non è esatto che io sia fuggito. Esatto è invece che io ho tranquillizzato i due giovani alquanto spaventati con la frase: “Don’t be afraid, she is coward!”.

«4. Non è esatto che io non avrei atteso il medico. Esatto è invece che non si è data alcuna necessità di intervento di un medico.

«5. Non è esatto che un gruppo di ragazze abbia tentato di fermarmi. Esatto è invece che tali ragazze da me null’altro desideravano se non autografi, baci e appuntamenti.

«6. Non è esatto attribuire a me o alla mia cagna un atteggiamento anti-tedesco. Esatto è invece che io neppure abbia inteso che i due giovani erano studenti tedeschi.»

Ecco, non è che Efzé Delius non creda alla verità delle parole, al modo in cui non vi credono, poniamo, i pubblicitari, i quali le usano così, per l’effetto che fanno, senza dare alcuna importanza ai significati.  Secondo me è proprio il contrario. Delius discretamente dubita di quello che dice o scrive o narra, ma godendosi tutto il flusso di verità che le parole invece producono. Come i nomi con cui l’ho conosciuto.

Una sua raccolta di saggi è intitolata: Warum ich schon immer Recht hatte – und andere Irrtümer Ein Leitfaden für deutsches Denken, Rowohlt, Berlin, 2003 (Perché io sempre ho avuto ragione – e altri errori. Una guida al pensare tedesco). Autoritratto (contagioso) della letteratura (tedesca) oggi, mi sembra.

 

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Un'altra immagine dello scrittore che ha ricevuto quest'anno il prestigioso Georg-Büchner-Preis


Friedrich Christian Delius

 

Moritat della paura e morte di Helmut Horten

 

(trad. di Alberto Scarponi)

 

Nell’erba sua svizzera giace Horten disteso

biancoverde è il suo viso dal terrore sorpreso.

Ma cosa è accaduto? Un maligno serpente

nella gamba dell’uomo ha ficcato il suo dente.

Ancor vede la belva ancor grida angosciato

e chiama e geme il Re del Supermercato.

Scatta allora col siero il privato dottore

e gl’inietta nell’arto il salvifico umore

sempre pronto nel frigo per la triste evenienza

che una serpe ne minacci la vita e l’esistenza.

Procede accurato il dottore, ma niente,

non serve un rimedio, innocuo è il serpente,

per lui la paura è il veleno, per lui è letale,

la paura dei morsi e delle crisi in generale.

 

La paura nei confronti dei pigri impiegati,

la paura nei confronti dei sottosviluppati,

la paura nei confronti di perdite e tasse,

la paura nei confronti di sindacati e masse,

la paura di lasciare la moglie sola al mondo,

la paura che denaro e potere vadano a fondo

la paura che i figli divengano marxisti,

la paura della guerra d’altri capitalisti,

la paura d’ammalarsi o di gravi inquinamenti,

la paura che gli fa chi la pensa altrimenti,

la paura insomma di fronte a tutti quelli

che alla sua volontà si mostrano ribelli:

niente gli serve ormai, ecco ha lo sguardo fisso,

ecco una cameriera, gli porge il crocifisso.

 

Giace ora sul prato nel centro del giardino

lì nella villa che ha voluto nel Ticino

perché tanto centrale così da controllare

in tutta l’Europa gli affari oppure riposare.

Ora vede soltanto gambe e visi, di sghembo,

anche la moglie, donna Heidi, il cui grembo

fissa ancora una volta, mentre lei, contro sole,

gli deterge il sudore, e lui dice ancora parole.

 

E nei pochi minuti che la bocca funziona

racconta del commercio: la vendita è buona,

lo aiutano in molti, trentamila in tutto,

a che s’accresca dello sfruttamento il frutto:

i beni urbani, il patrimonio edile

cresce in Austria, Francia, Bahamas e Brasile,

inoltre sale il valore a misure massicce

delle gioie di Heidi e delle sue pellicce,

un buon ammortamento già ha valorizzato

le sue cinque Rolls-Royce, lo yacht e l’aereo privato,

mentre suoi politici lavorano indefessi

contro i concorrenti per i suoi interessi.

In quei pochi minuti che ancor gli batte il cuore

egli guadagna ancora, guadagna mentre muore,

guadagna nell’inferno – alla salma rimane

un bacio della moglie e un guaito del suo cane.

 

Giace il re della merce. Egli, secondo il referto

è morto di paura, non per altro. Confermato, certo.

Nel sole alita il vento, una fronda stormisce,

abbaia l’alano Cassius, poi, ogni tanto guaisce.

Un giornale ha scritto ch’è stato il destino –

per me un sogno è stato, il sogno d’un mattino.

 

(Morale:)

Be’ si capisce: il capitalista non sempre la molla là

da sé, nell’idillio, senza lotta, senza nostra abilità.

 

 

Berlino 1967

 

 




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