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di Alessandro Ticozzi
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Elio Petri con Ursula Andress sul set di La decima vittima (1965)
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“Ho conosciuto Elio Petri perché mi ha chiesto di
scrivere le musiche di Un tranquillo posto di campagna. Quando mi
chiamò per scrivere le musiche di questo film, Elio mi disse, prima di
cominciare a lavorare, che lui sceglieva un compositore diverso per ogni suo
film, e quindi io ho accettato quest’idea: lui aveva già lavorato con Nino
Rota, Piccioni, Ivan Vandor ed altri. Quindi io scrissi le musiche per Un
tranquillo posto di campagna e furono molto elaborate: fu un lavoro
veramente molto grande e importante. Naturalmente il film ha avuto difficoltà
ad affermarsi, ma fu apprezzato dalla critica, tant’è vero che io lo propongo
in tutti i festival possibili, essendo una grande pellicola. Io non m’aspettavo
che per il film successivo mi chiamasse, e invece per Indagine su un
cittadino al di sopra di ogni sospetto ha scelto ancora me, e così per
tutti gli altri film che lui ha fatto prima di morire: fu un eccezione, quindi
evidentemente era molto contento del mio lavoro. È rimasto con me un amico
carissimo, ed è stato un regista di un’altezza straordinaria e una perdita
grandissima del cinema italiano”.
Così
il grande compositore Ennio Morricone, premio Oscar 2007 alla carriera, ricorda
Elio Petri, regista del film Premio Oscar 1971 Indagine su un cittadino al
di sopra di ogni sospetto: ma vediamo di approfondire la sua figura –
fondamentale per il cinema d’impegno civile italiano – con Federico Bacci,
co-autore, insieme a Nicola Guarnieri e Stefano Leone, del documentario a lui
dedicato Appunti su un autore, presentato sei anni fa alla Mostra del
Cinema di Venezia.
L’assassino
(1961) e
I giorni
contati (1962):
un anticipo dei temi dei film più famosi di Elio Petri (nevrosi, potere,
alienazione)?
Le
tematiche di nevrosi, potere e alienazione sono una costante del cinema di
Petri, come del resto nella vita di ognuno di noi.
Penso che questi temi siano una sorta di treppiedi
dove Elio metteva la sua immaginaria macchina da presa durante la scrittura.
Elio era un regista particolare con i propri personaggi, in un certo senso li
psicanalizzava instaurando con questi una sorta di dialogo analista-paziente.
In un certo senso penso che i film di Petri siano dodici sedute di analisi che
Elio ha fatto a sé e ai suoi personaggi e che per la proprietà transitiva
propria del cinema a fatto anche a noi spettatori.
Il suo cinema, formatosi nella Roma del dopoguerra,
sviluppatosi attraverso l’apprendistato come giornalista di cronaca svolto
presso “L’Unità” e “Città Aperta”, e alla bottega di Peppe De Santis, era il
cinema della generazione che veniva dopo il neorealismo; conteneva al suo
interno le caratteristiche di inchiesta sulla società, ma ne rappresentava
anche il superamento, abbandonando l’aspetto dimesso e semplice, proprio del
primo dopoguerra, diventando rappresentazione diretta della società con stili
nuovi e più elaborati. A tal proposito Elio affema: “… Negli anni andati c’erano
ancora canoni da rispettare o trasgredire. Oggi non più. Il canone neo-realistico
imponeva abiti espressivi penitenziali, la realtà andava ‘rispettata’,
diventava essa stessa canone e io invece pensavo che essa fosse sempre da
interpretare, poiché la realtà è simbolo e metafora e non va mai ripetuta
piattamente, schematicamente…”.
I personaggi dei suoi film sono legati da
similitudini frequenti. La figura di Salvo Randone – un ispettore di polizia
scaltro e doppio – in L’Assassino, è una sorta di prima versione
dell’ispettore di Indagine... interpretato da Volontè. Sempre Randone,
che ne I giorni contati interpreta uno stagnaro che non vuol più
lavorare, perché sente avvicinarsi la morte, ne La classe operaia... interpreta
Militina, ex operaio preso da una lucida follia in catena di montaggio e per
questo rinchiuso in manicomio. Randone e Volontè, in questi quattro personaggi,
rappresentano il rapporto tra tutori dell’ordine e cittadini (dove i tutori
dell’ordine trattano i cittadini come bambini) e l’alienazione legata al
lavoro; tema trattato anche in Un tranquillo posto di campagna dove
l’alienato è addirittura un artista, interpretato da Franco Nero.
Nei “dittici del potere” di Randone con Mastroianni
ne L’assassino e di Volontè con Randone (il venditore di cravatte) in Indagine...,
il cittadino viene coinvolto suo malgrado, e viene trattato come un bambino
privo di diritti. Ma i tutori dell’ordine sono essi stessi bambini... L’integerrimo
tutore dell’ordine che è Volontè in Indagine..., si fa schiavizzare da
Florinda Bolkan e, nell’intimità dell’alcova, ridiventa bambino. Randone ne L'assassino
incide con il suo ritmo indolente la sua scaltrezza e la sua risata innocente,
e la sua diabolica intelligenza. Mi ricordo che in un’intervista alla Rai Petri
affermò come uno dei problemi più grossi del potere fosse proprio quello di
trattare i cittadini come bambini e che si dovesse dire la verità ai bambini.
I film di Elio quindi, anche se girati spesso con
stili narrativi completamente diversi rappresentano un continuo inseguirsi di
queste tematiche, in un gioco di specchi messo in atto per farci ragionare.
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Alberto Sordi in Il maestro di Vigevano (1963)
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Il maestro di Vigevano (1963) e La decima vittima (1965): dei mezzi passi falsi nella
filmografia di Petri?
La
cosa che più stupisce della filmografia di Elio Petri è la varietà stilistica e
di genere che contraddistinguono i suoi film. Penso che a Petri le sfide
piacessero e che nella fase iniziale della sua carriera questa tendenza a
sperimentare registri e stili nuovi sia stata più accentuata. Questi due film
sono la dimostrazione più lampante di questa tendenza. Per quanto riguarda Il
maestro di Vigevano, la genesi del progetto è anomala. Petri a tal
proposito afferma:“[...] Questo Sordi ha fatto praticamente tutto, ha fatto
sempre personaggi mostruosi, facciamogli fare tutta una serie di mostri in un
solo film…
Così ci venne in mente l'idea de I Mostri, per un film tutto
imperniato su di lui in cui avrebbe dovuto fare una quindicina di ‘mostri’, e
la sviluppammo in una chiave a suo modo politica, perchè ci mettemmo dentro un
democristiano, l'industriale della FIAT e altri personaggi simili […]”
Lo
so, penserete ad uno sbaglio, parlo di Petri e cito I Mostri, invece non
è uno sbaglio. Faccio continuare Petri che narra dell’incontro con De
Laurentis, il produttore del film: “… Verso la fine dell'incontro De
Laurentis mi disse: ‘Tu sei comunista, vatti a far produrre questo film da
Togliatti!’ Se avessi dato retta al mio istinto mi sarei alzato e me ne sarei
andato, però, anche in quel caso, pensai che così non avrei combinato più nulla
e avevo invece necessità di lavorare. In quello stesso periodo c’era un’altra
equipe di sceneggiatori che stava lavorando su Il maestro di Vigevano,
con Risi e per Tognazzi, e non riuscivano ad approdare a niente. Cosi, quando
De Laurentis mi propose di cambiare, cioè di dare a loro I Mostri e di
fare io Il maestro di Vigevano,accettai, e del resto quel romanzo mi
piaceva…”.
Questa
è una sorta di necessaria premessa alla trattazione di questioni riguardanti Il
maestro di Vigevano. Il film fu abbastanza travagliato nella genesi, in più
c’è Alberto Sordi – che, parafrasando Petri, è un vero e proprio “mostro” della
recitazione – che da un progetto incentrato su di lui, che mettesse in risalto
le sue doti attoriali a trecentosessanta gradi, si trovava alle prese con un
progetto totalmente diverso. Posso solo ipotizzare che non sia stato facile, ma
il risultato è per me bellissimo. Il maestro di Vigevano era insieme a Indagine...
e La classe… uno dei soli tre film di Petri che avessi visto prima
di fare il documentario. L’avevo visto svariate volte in televisione, da
piccolo con mia madre: è uno dei pochi film della mia infanzia che mi abbia
colpito.
Il
film ha dentro di sé le caratteristiche tematiche della cinematografia di
Petri: il lavoro e la dignità di vita; il rapporto tra produzione e possesso,
i quali giocano come se fossero su due piani antagonisti, in una relazione che
non può avere stabilità. La gestione di Alberto Sordi è mirabile, perché ne
smussa i lati comici, riuscendo ad ottenere un’anticipazione del Sordi
impegnato piccolo-borghese. Il film è forse il più tradizionale di Elio Petri e
quello che si avvicina di più al genere della commedia, una tappa della
sperimentazione.
L’idea
invece di fare un film tratto da La settima vittima, un romanzo di Robert
Sheckley, nel lontano 1964 in italia, è per me completamente folle. L’idea di
Petri era quella di ambientare il romanzo a New York creando un ambiente
credibile, cercando cioè di fare un tipo di fantascienza reale; operazione che
realizzerà per la prima volta Kubrick con Odissea 2001 nello spazio, tre
anni dopo. Per la realizzazione del progetto avrebbe avuto bisogno di ingenti
risorse e attraverso Mastroianni trovò Ponti. A tale proposito Petri dichiara:
“Dal
1962 avevo un’idea per un film di fantascienza tratto da un racconto di
Sheckley, però nessuno lo voleva fare. Poi piacque a Marcello Mastroianni e
alla fine Ponti accettò. Non voleva fare un film con me né un film di
fantascienza, faceva delle smorfie orrende, ma voleva fare un film con
Marcello.
Lavorai per un anno e mezzo alla
sceneggiatura e giunsi alla fine stremato, sempre con questo Ponti che mi
metteva i bastoni tra le ruote.”
Nonostante
tutto ciò, Petri gira il film e, per mancanza di budget, adotta uno stratagemma:
trasforma il film in un’opera pop e recupera quello che ha perso in
verosimiglianza, prendendo dall’immaginario comune e spostando il futuro
indietro. Crea una sorta di “futuro obsoleto-glamour”, un immaginario di
oggetti e ambientazioni possibili. Il film è ora conosciuto in tutto il mondo e
sento continuamente di progetti per rifarlo da parte di registi americani;
paradossalmente La decima vittima, pur essendo stato girato a Roma in
ristrettezze economiche, ha raggiunto un registro di linguaggio tale da essere
un film internazionale.
Io
penso che uno dei fattori maggiori sia il capello biondo di Marcello
Mastroianni che si presentò così la mattina sul set e poi si fece prestare gli
occhiali da Tazio Secchiaroli, fotografo di scena del film.
Sempre
Petri afferma: “No, io progetto in anticipo soltanto la storia e il dialogo.
C’è un certo equilibrio da raggiungere. Il copione appartiene alla mia sfera
razionale più del movimento della camera. Ma sono entrambi, consciamente o no,
espressioni d’un compromesso con la produzione e la distribuzione. Spesso il
compromesso non avviene al livello della coscienza. Il livello conscio è nella
scelta del soggetto, degli attori, della sceneggiatura, della scenografia. Il
livello inconscio, irrazionale se preferisce, appartiene al girare, e viene
rappresentato da quello che si può chiamare stile figurativo. Tutti e due,
però, sono condizionati da elementi oggettivi. Se io ho quattro, o cinque, o
sei giorni per girare la scena, o se ne ho soltanto uno ecco, questo è un
fattore oggettivo che mi condiziona”.
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Florinda Bolkan in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)
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Da Un tranquillo posto di campagna (1968) al suo capolavoro Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970),
da La classe operaia va in paradiso (1971) a La proprietà non è più
un furto (1973) fino a Buone notizie (1980), come affronta
Elio Petri i vari tipi di nevrosi alienante (artistica, da potere, da lavoro,
da denaro, da mass media)?
I
film citati sono per me la fase adulta di Petri. Questa fase inizia con Un
tranquillo posto di campagna e, su quel set, Petri consolida la squadra con
cui farà Indagine e lo seguirà nella sua carriera, ad eccezione di Ugo
Pirro.
Da
Un Tranquillo... inizia a lavorare con Ennio Morricone, autore delle
musiche, e conferma Luigi Kuveiller, direttore della fotografia, e Ruggero
Mastroianni, montatore. In questi film lo stile di Petri si stabilizza, prende
una forma più strutturata; diventa “il cinema di Petri”.
A
tal proposito dichiara:
“…
La ragione per cui difendo Un
tranquillo posto di campagna è questa: era il ritratto di un artista, di un
intellettuale borghese e della sua scissione. Era un artista borghese che,
almeno per quanto stava nei suoi mezzi espressivi, aveva tentato di rivoluzionare
le forme, le formule, e che si trovava prigioniero del sistema della produzione
in serie. Di qui la sua fuga verso i fantasmi della cultura romantica. Il film
era una critica, dall’interno certo, dell’intellettuale. Insomma, eravamo alle
soglie del ’68, e questo è il mio ultimo prima di Indagine, prima cioè di film
che potessi sentire utili a qualcosa…”.
L’alienazione
è un fattore comune a tutti, chi più chi meno. I suoi personaggi ne soffrono e
da questo molte volte scaturisce la narrazione. In Un tranquillo posto di
campagna la storia nasce dalla ricerca dell’ispirazione da parte di un
artista, Franco Nero, che inseguendola raggiunge l’alienazione e l’alienazione
diventa propellente per la produzione, dimostrando che l’alienazione da lavoro
non è prerogativa dei lavoratori di fabbrica. Sul film e sull’alienazione Petri
dichiara:
“Il
soggetto di Un
tranquillo posto di campagna risale al ’62, l’avevo scritto con Tonino
Guerra, ma potei girarlo solo sul finire del ’67.
In quegli anni si parlava molto dell’alienazione,
tipica della ricerca antonioniana. Si può parlare di una vera e propria
schizofrenia dell’uomo moderno. Credo, per esempio, di essere io stesso
schizoide: professo idee tipiche degli ambienti della sinistra rivoluzionaria,
e partecipo al sistema capitalistico, sfrutto degli sfruttati. Non
direttamente, nel senso economico, ma, il risultato è lo stesso, dal punto di
vista sociologico, sul piano del privilegio, della paga. Per il momento è una
faccenda solo morale ma è una situazione da schizofrenia…”.
La
situazione da schizofrenia lo ha portato a realizzare Indagine, La
Classe..., La proprietà non è più un furto, Buone notizie.
Tutti
questi film, per i personaggi principali, rappresentano sempre un viaggio al
termine del quale non c’è mai un lieto fine. Un tranquillo tratta
dell’alienazione da ricerca d’ispirazione e produzione artistica, il viaggio
finisce in manicomio.
Indagine
tratta
dell’alienazione da potere e impunità, il viaggio non si sa come finisce perché
addirittura non c’è finale.
La
Classe... tratta
di alienazione da lavoro, e il viaggio finisce nel reparto più rumoroso della
fabbrica.
La
Proprietà...
tratta l’alienazione da possesso, il viaggio finisce con la morte. Per non
parlare di Todo modo dove l’alienazione è da potere, politica,
religione, e il viaggio finisce con la morte di tutti…
Buone
notizie
rappresenta un’intera società alienata, dove i media la fanno da padrone
terrorizzando la società che è ossessiona dalla morte e gira in loop.
Petri
mette tutti questi personaggi alla prova testandone i limiti portandoli allo
sfinimento. I set di Petri, da quello che abbiamo sentito raccontare, non erano
semplici. Gian Maria Volontè diventava il personaggio anche nella vita reale e
con mostri sacri come Salvo Randone o Mastroianni. Di questi set con
scazzottate, e scherzi, abbiamo sentito raccontare cose mirabolanti. In tutti
questi racconti Petri viene sempre descritto come uno calmo che indirizzava
tutti, che sapeva sempre come gestire gli attori. Magari oltre a portare al
limite il personaggio della sceneggiatura ci provava anche con l’interprete, a
fin di bene naturalmente…
Ancora
Petri:
“Ho
sempre tentato di far vivere, secondo un metodo esistenzialista, la situazione
di un personaggio nella quale si riflettano le contraddizioni interiori, la sua
coscienza di essere un oggetto di fronte ai soggetti dell’autorità. Mi sono a
poco a poco reso conto che a partire da una nevrosi rappresentata in termini
esistenzialistici sono arrivato a descrivere puramente e semplicemente dei casi
di schizofrenia… Nei primi film era la nevrosi il contenuto poi fu la
schizofrenia.”
Da
A
ciascuno il suo (1967) a
Todo modo (1976), come affronta Petri i
testi di Leonardo Sciascia?
Petri
come autore non si è mai sottratto al confronto con altri autori. Nella sua
carriera ha tratto ispirazione da Lucio Mastronardi (Il maestro di Vigevano,
1963), Robert Shekley (La Decima vittima 1965), Jean Paul
Sartre (Le mani sporche, 1978, per la televisione), Arthur Miller
(L’orologio americano,1981, per il teatro) e appunto Sciascia.
Parlo
di confronto perché proprio di questo si tratta: Petri prende ispirazione dal
testo, lo usa come base di partenza, ma allo stesso tempo lo rielabora,
facendolo suo. In questo processo, tipico della cultura cinematografica, dove
si deve eseguire forzatamente un adattamento per rendere con le immagini quello
che è scritto in maniera astratta su carta, Petri va a interagire con il senso
più profondo delle storie, modificandole, facendole diventare utili ai suoi
concetti. Questo processo, all’inizio timido con Il Maestro di Vigevano,
poi sempre più spregiudicato, come in La decima vittima dove, forse per
mancanza di fondi, deve adattare tutto l’impianto e trasformarlo in un’opera
pop. Con A ciascuno il suo il processo diventa evidente tanto da
spingere Sciascia a dichiarare in una lettera a Petri: “La mia previsione
che avresti fatto un ottimo film, ma diverso dal libro, si è avverata. Che il
film è ottimo non sono soltanto io a dirlo, sto leggendo tutte le critiche che
mi sono arrivate dall’eco della stampa; e ne sono contento. Perché al di là del
dissenso sul modo di vedere un libro, e direi al di sopra, c’è la stima e
l’amicizia che sento per te. E mi piace riconfermare in tutta sincerità, che
non c’è stato tra noi alcun malinteso, né io ho avuto delusione ed amarezza nel
fatto di scoprire, nella sceneggiatura e ora nel film, che tu hai fatto
un’altra cosa. C’è il film; e c’è il libro (e chi vuole, dopo aver visto il
film può prendersi il gusto di leggerlo, se ancora non lo ha letto: il che mi
pare che accada…”.
In
questo estratto della lettera di Sciascia non posso fare a meno di leggere una
sorta di lasciapassare ironico dato dallo scrittore al regista, un’approvazione
in forma quasi contrattuale, una sorta di “costatazione amichevole” siglata
dopo un tamponamento fra regista e scrittore.
E
Petri la prende per buona portando a compimento questa operazione con Todo modo.
In
Todo modo Petri scardina il romanzo di Sciascia usandone le parti per
mettere in scena la sua opera grottesca; mantiene il processo, ma lo fa alla
classe politica Dc impersonandola, creando una serie di maschere che ne
rappresentino movenze, fattezze e vizi.
Sulla
scena, Volontè diventa un Moro più vero del vero, usa la maschera per
rappresentare, rasenta l’imitazione, Alfredo Rossi nel Castoro la chiama la
“piazza carnevalizzata”: è come se Petri si fosse creato la propria scena
muovendoci sopra i personaggi creando l’opera totale, il distacco dalla realtà
apparentemente è massimo, tutto sembra sovraccaricato, il processo di distacco
dalla radice neorealista e della commedia oramai è completo, ma allo stesso
tempo tutto è realissimo, il film comunica a livello emozionale... e sono
sensazioni volute dall’autore.
Parallelamente
anche i suoi attori fanno lo stesso processo, per questo basta osservare il
lavoro fatto da Gian Maria Volontè in tutti i film fatti con Petri. Volontè
riscrive con la propria mostruosa bravura una sorta di sceneggiatura parallela
fatta di gesti e movenze che diventa il suo copione crea un personaggio nel
personaggio, trasfigura il ruolo facendolo suo.
Quello
messo in scena non era più il personaggio iniziale era un’altra cosa. Il lavoro
di Volontè si è spesso misurato con personaggi reali da mettere sullo schermo.
I due autori con cui ha fatto di più questa operazione sono Petri e Rosi, ma
tra le due coppie in collaborazione a mio avviso c’è una sostanziale
differenza.
Il
processo di imitazione e creazione viaggia in due sensi, uno è quello dal reale
allo schermo, come nel caso di Mattei o Lucky Luciano di Rosi, dove il
personaggio reale viene integrato con quello cinematografico, e adattato per
renderlo funzionale alla storia raccontata riempiendolo di caratteristiche e
movenze che magari il personaggio reale non aveva.
L’altro
senso è quello che Volontè usa con Petri, che vede un personaggio
cinematografico o letterario affiancato ad un personaggio reale, come nel caso
di Indagine... dove il personaggio da imitare è il commissario Luigi
Calabresi, ai tempi ancora vivente, o nel caso di Todo modo, dove il
personaggio principale diventa Aldo Moro.
Questo
processo ha il suo compimento in La classe..., dove Volontè crea un
personaggio completamente nuovo, l’operaio Massa di nome e di fatto, non
ispirato a qualcuno in particolare, ma rappresentativo dell’immagine di
un’intera classe sociale.
Anche
nella collaborazione con il suo sceneggiatore più vicino, cioè Ugo Pirro, mi
sono fatto l’idea che Petri facesse lo stesso lavoro. Con uno sceneggiatore-scrittore
come Pirro, Petri si poneva come con Sciascia, usava le idee che egli forniva e
le trasfigurava mettendole in scena, con i mugugni dello sceneggiatore, sono
infatti rimaste famose le focose diatribe nel terzetto Pirro, Petri, Volontè,
dove la discussione era continua, ma a giudicare dai risultati, sono frizioni
che hanno dato i loro frutti.
Per
concludere, penso che Petri non facesse molta distinzione nell’approccio tra sceneggiatori
e scrittori, instaurando con loro un rapporto sullo stesso piano di dialogo.
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Marcello Mastroianni e Gian Maria Volontè in Todo modo (1976)
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Qual’è
la lezione di Elio Petri?
Quale
sia la lezione di Elio Petri non ho strumenti per dirlo. So quale è la lezione
che io ho tratto dall’avere l’onore di lavorare su un autore come lui. L’unica
cosa che conta è lavorare seriamente in quello che si crede, in materia
corretta e non farsi limitare da limiti stupidamente imposti.
Petri
era di una famiglia normale, suo padre faceva lo “stagnaro” come Cesare ne I
Giorni Contati, non era laureato, ha fatto tanta gavetta e attraverso il
proprio lavoro ha fatto dei capolavori della cinematografia moderna.
C’è
riuscito attraverso la serietà del suo lavoro e attraverso una continua
curiosità che andava a spaziare dal cinema alle arti figurative, da quello che
abbiamo saputo era un divoratore di libri e la sua voce come intellettuale era
ascoltata da tutti. Era un artista completo, che sapeva quello che faceva. Questa
è forse la lezione di Petri, la serietà, l’abnegazione al proprio lavoro, e
sani principi.
Niente
male no?
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