FILOSOFIE DEL PRESENTE
SPETTRI DI MARX
Se il capitale finanziario mette sotto sequestro interi paesi


      
Un’ampia disamina in chiave neo-marxiana dell’attuale ciclo di crisi del capitalismo che assomiglia ad una resa dei conti finale. La crescita incontrollata dell’indebitamento (pubblico e privato), l’avanzare dello sfascio sociale e ambientale planetario, sono palesemente determinati dalla voracità dei saggi di profitto e di reddito e a danno dello spazio-tempo dell’esistenza collettiva della maggioranza degli abitanti del mondo. Non pagare i debiti potrebbe essere allora anche una prima scelta radicale e rivoluzionaria nella politica. Per un passaggio al comunismo della molteplicità, per una democrazia dei ‘beni comuni’.
      



      


di Antonino Contiliano

 

 

Disculpen la molestias, esto es una revolución.

Sub Comandante Marcos

 

Perché ogni epoca sogna la successiva, ma sognando urge al risveglio.

Walter Benjamin

 

 

Lo stato e i governi – soprattutto nel mondo nord-americano-occidentale –, dopo essere stati privatizzati, tra la fine del XX e il primo decennio del XXI, dall’impresa, dal privato e dall’economia di mercato liberal-liberista del “pensiero unico”, ritornano ad essere invocati quali finanziatori e salvatori delle fraudolente bancarotte capitalistiche e delle sue crisi strutturali. Le classi egemoni della vecchia e della nuova economia della deregulation, che hanno imposto lo smantellamento del welfare state sociale, ora lo invocano per se stessi e il proprio sistema, il quale è andato in fibrillazione e ha messo in pericolo lo sviluppo di crescite ulteriori.

Gli “aggiustamenti strutturali” e le privatizzazioni del “pensiero unico”, per un precoce clinamen delle crisi, che hanno fatto deviare dalla via retta tutte le previsioni dell’armonia provvidenziale del mercato mondiale lasciato al laissez faire, infatti non hanno avuto gli esiti sperati. I mancati incrementi e distribuzione di ricchezza per tutti hanno dilatato solo la forbice delle diseguaglianze, dei disastri e degli sfruttamenti generalizzati capitalistici. Diseguaglianze e impoverimenti che dall’altro canto hanno provocato pure il clinamen delle “onde” delle contestazioni fino alle forme attuali dell’“indignazione”  (dal movimento “15M” spagnolo in poi) e della “collera” e organizzate via web, e con modalità che hanno preso di sorpresa pure il potere per la costanza, a continuità e la mobilità mondiale. Nessuno si aspettava che il fenomeno, fuori dalle organizzazioni tradizionali di sindacato e partiti, si estendesse con tanta partecipazione e per di più senza confini nazionali. L’evento non è stato un punto o un chicco di neve. A cercarne il filo si potrebbe (in Europa) risalire  – oltre che nei tumulti estivi di Londra e nella marea protestataria del mondo arabo-africano e iraniano (alla fine attanagliati tra lacrime e sangue) – alle rivolte delle banlieues francesi e parigine.

Ma, nonostante tutto, con il beneplacito dei “procuratori del capitalismo” e dei managers di nuova generazione – gentaglia che scatena il panico se non si salvano le banche e gli interessi privati  –, nel contempo capitale e capitalisti, senza ritegno, guardano e si adoperano solo per salvare il proprio “rendifitto” (rendita/profitto) e i saperi/poteri che ne garantiscono il dominio erga omnes e, sine cura, con un’azione di decapitazione continua (specie per le zone più povere e il Sud del mondo).

Un taglieggiamento e una razzia continui volti a svuotare le casse pubbliche e a praticare il fallimento dei servizi pubblici (sanità, scuola, etc.) o dello stato sociale come via maestra  – la loro “regola aurea” – per sostenere ancora finanze truccate e le ruberie legalizzate delle guerre del capitale ai poveri e al pianeta delle biodiversità. Una autentica ghigliottina di nuovo conio che funziona notte e giorno!

Il nastro della corsa per l’accaparramento di nuovo delle risorse pubbliche così è stato tagliato, fra i primi, all’incirca tre anni fa (2007-2008), dal Governo americano. L’occasione e la paura, dopo le avvisaglie delle crisi (“bolla speculativa”) del marzo 2000 della new economy (crisi dell’indice Nasdaq o dei titoli tecnologici), sono state determinate dal crollo del credito ipotecario dei colossi  FannieMae” e “FreddieMac”, dalla concomitante crisi dell’Aig (American International Group, la principale assicurazione del paese) e dal fallimento della banca d’affari Lehman Brothers. Parallelamente le Borse e i mercati finanziari davano segni chiari di un trascinamento nel baratro dell’economia del paese e dei consumi, che erano stati mantenuti in vita con la politica dell’indebitamento pubblico e privato. Il Governo americano allora interviene decisamente nel salvataggio del sistema bancario e assicurativo – le cui le speculazioni economico-finanziario liberiste avevano creato ricchezza per alcuni e disoccupazione e miseria per tanti – iniettando milioni di dollari dello Stato. L’esborso di denaro pubblico americano (messo in atto dalla Banca Federale americana per salvare dalle crisi finanziarie il sistema bancario, in barba al principio liberistico dell’autosufficienza del mercato e delle sue leggi – che autorizzano una concorrenza e una competizione senza limiti) – è stato stimato in 600 miliardi di dollari.

Non meno grave è la situazione in Europa, dove Stati e banche per sopperire alle proprie insolvenze debbono ricorrere ai prestiti della Bce (Banca centrale europea), che è sganciata da qualsiasi controllo pubblico. I prestiti, secondo le ultime stime, sono calcolati in circa ottantacinque (85) miliardi di euro.

Dalla crisi finanziaria del 2008 e dai salvataggi statali, il fallimento del capitalismo ha fatto registrare un altro e deleterio salto di qualità all’intervento pubblico con la trovata del bieco “debito sovrano” e dell’annessa sua crisi opportunistica. Nei due anni che vanno dal 2008 al 2010 – scrive Christian Marazzi – infatti, approfonditasi la crisi, “si è passati dagli interventi statali del salvataggio di banche, assicurazioni,istituti finanziari e interi settori industriali, alla cosiddetta crisi del debito sovrano. Quest’ultima è il risultato della presa a carico da parte degli Stati del salvataggio delle banche, della defiscalizzazione del capitale e degli alti redditi degli ultimi quindici anni, della riduzione delle entrate fiscali tipica dei periodi recessivi, dell’aumento delle spese legate agli ammortizzatori sociali e all’aumento degli interessi sul debito versati ai detentori di buoni del tesoro”[i].

Lasciato il mondo civile e sociale, pur nella sua eterogenea molteplicità, nei gironi infernali della precarietà, della flessibilità, della disoccupazione, delle povertà crescenti e delle altre insicurezze e minacce, le ex istituzioni pubbliche  – preposte alla difesa dell’interesse generale, intervenendo con il loro “keynesismo finanziario” a favore di altre istituzioni fiancheggiatrici,  che per il bene generale e di ciascuno non hanno particolare affezione – permettono che il potere delle istituzioni bancarie si trasformi in egemonia assoluta. Il loro peso e potere politico ricattatorio, sotto la regia diretta e dispotica del Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e delle Banche Centrali, diventano indiscutibili.

Questi poteri finanziari, infatti, forti del salvataggio statale, dopo aver chiuso il “mercato delle cartolarizzazioni” – “i titoli legati ai crediti ipotecari” –, ovvero la possibilità che avevano le banche commerciali di trasformare i crediti concessi (anche ai nulla tenenti) in pacchetti da vendere come titoli poi sul mercato, hanno rallentato e strozzato le strategie d’investimento e alterato dannosamente il rapporto tra banca commerciale e banca d’investimento. “In Europa, il fatto che la Banca Centrale sia diventata di fatto la principale fonte di finanziamento del sistema bancario, costringe le banche a restringere ulteriormente la loro politica creditizia. Ne consegue che, sebbene i tassi d’interesse definiti dalle banche centrali siano prossimi allo zero e le politiche monetarie siano espansive, il credito all’economia risulta comunque razionato. Si è prigionieri di una ‘trappola della liquidità’ in cui il basso costo del denaro non innesca il rilancio dei consumi e degli investimenti, tanto  meno quando ci si ostina ad aspettarsi un improbabile ritorno dell’inflazione con relativi aumenti di tassi d’interesse, una situazione già sperimentata dal Giappone negli anni Novanta”[ii].

Ora la cosa grave non è solo il fatto che l’intervento pubblico soccorre il sistema liberistico e lascia alla deriva e allo scoperto il sociale distruggendone la rete di assistenza e prevenzione pubblica, cosa che viene lasciata in balia della privatizzazione dei servizi; grave è soprattutto, nonostante la caduta dell’illusione dell’utopia autoregolamentativa del mercato e dei mercati, che il modello viene lasciato in piedi e che per di più lo si foraggia con interventi provvidenziali statali e a danno ulteriore delle masse sociali già provate da tante spoliazioni e avviate alle mense di carità e alle disperazioni più incontrollate.

E in questo caso non si può non notare il paradosso. Un paradosso non certamente ingenuo ma che sa alquanto di follia coltivata! Si salva cioè lo stesso modello finanziario di economia che, contando sulla politica dell’indebitamento diffuso (statale e sociale), conniventi le autorità pubbliche e preposte alla difesa dell’interesse generale, è stato causa determinante delle crisi  e degli inevitabili avvii alla bancarotta di Stati come è il caso della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda, o, prossimamente sullo schermo, il caso italiano. Speculazione e corruzione, nell’ordine delle cose, hanno dato dal canto loro man forte all’economia del disastro (Naomi Klein).

Il pericolo però non si elimina costringendo la follia a ripetere se stessa e per di più a guardarsi felice di protezioni speciali, quando il mondo brucia per il suo meccanismo perverso! Infatti non è salvaguardando il modello finanziario di accumulazione capitalistico che si cura il malessere dell’economia e lo sfascio sociale; visto, fra l’altro, che la crisi è proprio il capitalismo a crearla. La versione finanziario-creditizia è quella che poi non fa che riproporne la festa a tempi più corti e a costi molto elevati per gli sfruttati, la popolazione e l’ambiente dell’intero pianeta terra. I vantaggi sono solo per la classe dominante, il cui potere oggi gestisce il sistema delle crisi con il ricatto del denaro e delle armi, lì dove le illusioni della logica neoliberista “win win” del capitale, pur sostenute da tanti sondaggi, intellettuali di varia provenienza e modelli matematici di laboratorio sul “rischio”, i profitti futuri e l’eliminazione della “scarsità”, hanno fatto solo grandi “buchi neri”.

Basta guardare alle manovre di restrizione e costrizione sociale che i governi propongono per rendersi conto che il saldo dei debiti cammina speditamente con la coatta e pericolosa desocializzazione di massa, la guerra tra poveri e il socialismo dei ricchi (socializzazione delle perdite). Impoverimento e disoccupazione crescenti, caramente, sono a carico dei più deboli e delle classi subordinate. Declassati e a rischio sempre più generalizzato e a cerchi concentrici –, i soggetti della diaspora del turbo capitalismo globale sono ai limiti della sopravvivenza, della stessa esistenza fisica e in preda ai nuovi rigurgiti razziali etnico-culturali. Il nuovo razzismo, camuffato dalle stesse leggi statali che promettono il controllo dei flussi migratori e del terrorismo, in realtà trova origine nella competizione lavorativo-esistenziale tra indigeni e migrati; una lotta tra sfruttati e depauperati che è scattata in seguito alla spoliazione messa a segno dalla colonizzazione finanziaria capitalistica e dalla messa in regola della sudditanza degli investimenti alla legge del profitto privato. Una sudditanza ingiusta che ha messo la stessa sussistenza degli individui e delle collettività sotto la mannaia dell’indebitamento e dello sfruttamento di classe, e con il beneplacito del potere pubblico che ha sposato in pieno la difesa ad oltranza dei pochi ricchi e signori favorendone le richieste di privatizzazione incondizionata e assorbendo persino le stesse perdite del caso.

Il debito privato (diventato nel frattempo debito pubblico e “sovrano”), e la spoliazione autorizzata senza limiti dei diritti e delle garanzie hanno continuato così lo smantellato dello Stato sociale come un impareggiabile affare senza precedenti nella storia delle ristrutturazioni capitalistiche. Nell’affare, in ogni modo, si devono mettere in conto anche i proventi delle varie guerre d’embargo e quarantena, e di quelle scatenate ad hoc con la montagna delle menzogne e delle falsità di stato (a tutti note) che nulla hanno da invidiare alle vecchie “strategie della tensione” e delle “stragi di stato” del secolo scorso.

I costi delle crisi così continuano ad aggravarsi sulla massa dei soggetti, che giornalmente perdono qualsiasi diritto e garanzia di vita e di lavoro, mentre i proventi (calcolabili in termini di spostamenti di ricchezza e poteri notevoli) sono appannaggio degli stessi protagonisti del collasso, di cui, felicemente, sul piano della finanza internazionale profitta sia il capitale legale che quello illegale, se non addirittura in stretta concomitanza d’affari fra i corridoi di una “zona grigia” dove, grazie a una certa franchigia sugli spostamenti della liquidità, scorrono fiumi di denaro sottratti ai dovuti controlli.

Se il motore dell’economia e della globalizzazione è la finanza e il suo volume annuo è “pari ad almeno quindici volte il  Prodotto interno lordo mondiale”[iii], e i meccanismi di spostamento, agevolati dalla velocità e dalla riservatezza (privacy), ne tutelano in certo qual modo fattibilità e sicurezza, è chiaro che Capitale legale e illegale non si fanno scrupolo di coagire nel torbido di posizioni che rimangono ambigue (il capitale legale che combatte contro l’illegale!).

L’esistenza della “zona grigia”, in una con i paradisi/scudi fiscali e regimi di tassazione particolari..., non favorisce solo la criminalità e le mafie; ne profittano anche i soggetti dell’economia non criminali.

La facilità con cui si spostano i capitali, rispetto ai beni materiali e ai corpi (che hanno invece peso, attrito e bisogno di certi intervalli per muoversi), non ha eguali in rapidità e numero di operazioni fattibili: “I numeri di passaggi, anche giornalieri, che si possono fare sono altissimi – nell’ordine di centinaia al secondo da un solo pc – ed anche relativamente facile ed economico. Da un punto di vista finanziario la criminalità è tendenzialmente molto liquida: ha quindi bisogno di gestire questa liquidità e in seconda battuta di investire i capitali (in altre attività criminali, ma soprattutto in attività ‘pulite’). Una finanza ‘fluida’, senza confini e rapida è dunque il terreno ideale per compiere le operazioni di cui la criminalità ha bisogno”[iv].

Anche i soggetti che operano con l’economia e la finanza non illegale , tuttavia, ne approfittano per sfuggire alle pressioni fiscali, falsificare i bilanci o accantonare somme destinate anche alla corruzione e ai “fondi neri”. “La contraddizione in questo campo è forte anche da parte dei governi. Quello italiano tramite il tesoro controlla ad esempio Eni ed Enel che fanno abbondante uso dei paradisi fiscali e di ricerca (lecita) di riduzione della pressione fiscale mediante l’apertura di società collegate, per esempio in Olanda [...] Da un punto di vista legislativo, con particolare riferimento all’Italia, la depenalizzazione del falso in bilancio non è certo un aiuto verso il necessario maggior rigore e il controllo della varie ‘scatole cinesi’. Per non parlare infine dello scudo fiscale che, al di là delle intenzioni dichiarate, ha avuto delle maglie normative tali da rendere lecito il sospetto che sia stato utilizzato anche per capitali di provenienza criminale”[v].

E che la crisi sia anche un esercizio di potere, consumato a danno delle persone e del sociale, è attestato dal fatto che ogni mossa o immobilità è stata giocata per salvaguardare la concentrazione del capitale finanziario mondializzato. Infatti le risorse che gli Stati di tutto il mondo hanno impegnato “per salvare la finanza in un solo anno sono state circa 200 volte superiori a quello che gli stessi singoli Stati avrebbero dovuto impiegare per dieci anni per poter raggiungere gli obiettivi del Millennio dell’Onu”[vi].





Cosimo Ruggieri, Il fagiolo del Millennium Park (part.), Chicago Illinois, 2011


Ma se le manovre non hanno voluto trovare e impiegare le risorse per gli obiettivi del “Millennium”, chiaro è il segno che l’azione dei manovratori e degli investitori dei mercati mondiali non hanno a cuore (qualunque sia il luogo dell’“Impero”) né il benessere dei singoli, né di quello pubblico e né tanto meno del “comune”.

E tuttavia bisogna pur notare che lo stesso capitalismo ne risente sia dove il fenomeno attacca la possibilità della sua crescita (investimenti con incremento di cose, beni, consumi generalizzati, etc.) e della sua stessa accumulazione di plusvalore, sia dove indebolisce la sopravvivenza dell’ordine liberal-democratico che lo sostiene con l’insieme delle forme maturate nei regimi della maggioranza rappresentativa e delle organizzazioni collaterali e di sistema.

L’attivazione di instabilità variamente predatorie orchestrate, e lasciate a lievitare conflittualità e azzardi disgreganti l’economia e una convivenza tollerabile (anche se c’è sempre qualcuno che non gode appieno dei benefici: il Sud del mondo, per esempio), inoltre, paventano via via stagnazione e recessione, bloccando parallelamente l’emancipazione sociale e la stessa partecipazione politica del consenso (con-trattato e tanto battagliata da diverse posizioni di pensiero e di azione collettive inserite nel macchinismo ufficiale).

Tant’è che la borghesia affaristica giura di ricorrere ai ripari prendendo misure contro la corruzione e la speculazione per tenere sotto controllo i processi d’instabilità – minacciosi per la sua stessa vita –, ma le cui cause stanno nello stesso modello che già ha utilizzato e che, purtroppo, ripropone per ripercorrere le stesse vie espropriative utili alla minoranza dominante.

E per trovare una via d’uscita e di riequilibrio gli stessi protagonisti dello sfascio oggi scendono dalla soffitta persino la “bibbia” di Karl Marx per consultarla e salvare il capitalismo. Le profetiche analisi di Marx sulla crisi – che individuano i punti deboli o forti del meccanismo – sono utili anche ai suoi avversari e nemici.

Ma, e per inciso,  – scrive Alberto Burgio su “Alfabeta2” – ripescare il pensiero di Marx, anche da parte di chi oggi ripropone l’orizzonte dell’“comunismo” per avviare un discorso e una azione di recupero della democrazia liberale e di emancipazione, non è sufficiente l’idea stessa di emancipazione e di liberazione senza uno sguardo distaccato e maturo di riflessioni critiche. Sarebbe come un gioco al ribasso: “Ironico destino, quello toccato all’idea di comunismo. Rinata in epoca moderna in antitesi alla democrazia (istituto venerabile, ma già due secoli fa appannaggio della borghesia trionfante), in questi tempi di crisi essa tende a ridursi alla sua fotoco­pia. Per qualche filosofo maudit il comunismo è una faccenda di emancipazione, di inclusione nella cittadinanza e di democrazia radicale o diretta. In tempi di crisi lo si capisce. La democra­zia è talmente mal messa, che restituirla a una funzione di garanzia dei diritti fondamentali sembra già un obiettivo ambizioso. Ma il comu­nismo è altra cosa e ridurlo al protagonismo delle moltitudini o alla demercificazione dei co­siddetti beni comuni è un compromesso al ribas­so. Se non ci se ne rende conto, è perché si sono interiorizzate le categorie dominanti, come av­viene nelle sconfitte storiche”[vii]. Infatti tra le questioni del potere, del conflitto, del politico e del lavoro, ogni forma sociale deve fare i conti con le “difficoltà del vivere” – consapevolezza della morte e difficoltà del senso di fronte al caso e all’insicurezza – , e nessun può fare a meno di rapportarvisi e di coltivare insostenibili fantasie di perfezione assoluta una volta liberati dal dominio e dallo sfruttamento capitalistico.

Così, il cammino verso il comunismo è lungo e la lotta contro lo “stato di minorità”, che avversari e nemici coltivano con cura come una nuova “enclusure”, non è finita, e dall’altro lato invece è al rialzo il valore delle truffe legalizzate, la santificazione della criminalità speculativa che in Europa, fino ad oggi, fra i suoi primati conta diciotto (18) milioni di disoccupati  e un indice di borsa al rialzo per le rapine legalizzate delle banche. Una sporca storia di estorsioni e racket organizzata con il supporto di chi, pagato con milioni di dollari a stipendio, ha creato, per esempio, i “derivati” della finanza creativa con raffinati modelli di matematica finanziaria, e poi sostenuti dagli avalli giuridico-politici di una classe esecutiva di untori al potere, i quali hanno svenduto il bene pubblico e il “comune” al profitto e alla rendita della privatizzazione.

Le vendite de “Il Capitale” annota Andrea Fumagalli intanto sono aumentate. “Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e il ministro delle finanze tedesco, Peer Steinbrueck, hanno dichiarato di averne letto recentemente delle parti per meglio comprendere la crisi economica. Il 22 ottobre 2008, con un ampio articolo di analisi, il Times di Londra, tempio dell’opinione pubblica conservatrice britannica, affronta un sospetto [...]: l’attuale crisi finanziaria globale conferma forse le analisi di Karl Marx? Non sarà, si chiede l’analista Philip Collins sul giornale, che l’attuale crisi è una prova della ciclica e anarchica instabilità del capitale globale, come sostenuto da Marx?” [viii].

Letture e  misure d’austerità però non toccano, se così si può dire, né i signori della finanza né il cuore del capitale. La logica della proprietà privata, del valore di scambio, del profitto, delle crisi ricorrenti e della rivoluzione delle forze produttive e dei rapporti di produzione – per riorganizzare la riaccumulazione capitalistica e il proprio dominio, non è stata cambiata nella sostanza. Il signore, per ricordare la dialettica hegeliana, continua a dominare il servo e il perdente.

I provvedimenti presi per i paesi fortemente in crisi e indebitati così, come Grecia, Irlanda e Portogallo (e quelli in corso nell’Italia del 2011 con le varie manovre e leggi finanziarie), mostrano come a pagare le crisi siano i derubati, gli oppressi di sempre e chi nella corsa (individuo, popolo, Stato) non è riuscito a tagliare il traguardo. I ricchi (speculatori o altro) e i padroni del potere non ne sono minimamente toccati.

 

A questo punto ci pare opportuno, fonte l’articolo “Saldare il debito” di Damien Milet ed Eric Toussant  (“Le monde diplomatique/il manifesto”, luglio 2011), riportare i dati relativi a Grecia, Irlanda e Portogallo (per l’Italia si riportano invece alcuni dati relativi alla circolazione dei privilegi della “casta” politica al potere).

A partire dal 2010, per far fronte alla crisi finanziaria, la società civile di questi paesi è sottoposta alla ghigliottina così:

 

Grecia

Funzione pubblica: blocco o riduzione (fino al 20%) dei salari; abolizione di tredicesima e quattordicesima; soppressione di 150.000 posti, su un totale di 700.000, entro il 2015.

Pensioni: taglio delle pensioni in media del 7%; innalzamento dell'età pensionabile da 60 a 67 anni, entro il 2014.

Protezione sociale: soppressione degli assegni di solidarietà per i disoccupati di lunga durata, i salariati a basso reddito, i pensionati, i contadini, ecc.; riduzione di quelli per gli handicappati.

Fiscalità: aumento dell’Iva dal 13% (prima della crisi) al 23%; creazione di un’imposta di solidarietà, variabile dall’1% al 4% in funzione del reddito, e di un’imposta supplementare del 3% per i funzionari.

Privatizzazioni (entro il 2012):  messa all’asta di terreni pubblici nelle zone turistiche; vendita del 10% di Ote, la società nazionale di telefonia, al suo azionista principale, Deutsche Telekom; cessione della quota dello stato nella Banca postale (34%), nel porto del Pireo (75%), nel porto di Salonicco (75%); privatizzazione di una parte degli attivi pubblici della Lotteria nazionale, delle società nazionali di gas, elettricità e gestione mineraria, delle autostrade, della Posta, ecc.

 

Irlanda

Funzione pubblica:  riduzione dei salari fino al 15% (in particolare tra gli insegnanti e le forze di polizia); soppressione di 25.000 posti di lavoro (su 250.000); blocco delle assunzioni; tagli di bilancio fino a 10 miliardi di euro, entro il 2014; nel 2010, le entrate dello stato erano valutate 31 miliardi di euro.

Pensioni: riduzione del 4% delle pensioni del settore pubblico superiori a 12.000 euro l’anno; allungamento dell’età pensionabile, da 65 a 66 anni nel 2010, e a 68 anni nel 2018.

Protezione sociale:  riduzione del 25% dei budget per sanità e servizi sociali entro il 2014.

Fiscalità: aumento dell'imposta sul reddito; introduzione di una tassa sul carbone e imposte anche su acqua e proprietà; aumento dell’Iva dal 19,6% al 21% nel 2013, poi al 23% nel 2014.

Diritto del lavoro:  riduzione dell’11% del salario minimo.

 

Portogallo

Funzione pubblica: blocco dei salari; sostituzione di un pensionamento su due; riduzione del 5% del salario dei 500.000 funzionari che guadagnano più di 1.550 euro al mese e degli amministratori delle imprese pubbliche; soppressione dell’1% dei posti nell’amministrazione centrale, del 2% nelle amministrazioni locali e regionali; allungamento dell’età legale pensionabile da 62 a 65 anni; riduzione delle pensioni superiori a 1.500 euro al mese (per un totale di 445 milioni di euro).

Protezione sociale: riduzione del reddito minimo d’inserimento; riduzione della durata e dell’importo degli assegni di disoccupazione.

Servizi pubblici:  tagli del budget nell’istruzione pubblica e nella sanità.

Fiscalità:  aumento dell’imposta sul reddito (1,5%); aumento dell’Iva dal 21% al 23%; aumento dell'imposta sulle società il cui giro d'affari superi í 2 milioni di euro (per un totale scontato di 300 milioni di euro); aumento dell’imposta sui beni immobili (300 milioni di euro); imposizione delle prestazioni sociali (300 milioni di euro); tassazione di sigarette, auto ed elettricità (400 milioni di euro).

Privatizzazioni:  vendita di diverse imprese nazionali nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni, delle assicurazioni, per un totale di 5,5 miliardi di euro.

 

Italia

In Italia, invece, secondo i dati messi in rete, e diffusi dai radicali (“che da tempo svolgono una campagna di trasparenza denominata Parlamento WikiLeaks” ), i padroni del potere assalgono la crisi aumentando i propri privilegi, mentre dall’altro lato  rincarano i sacrifici e le privazioni  della popolazione, dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani, etc. (per salvare il paese, almeno così strombazzano!). Aggrediscono la crisi con i soliti tagli alla spesa pubblica sociale, le strette monetarie, le privatizzazioni e la crescita della disoccupazione e della miseria. Sono in vendita anche i beni dello Stato. Ma nella tempesta della crisi sono loro i maggiori beneficiati e la ristrutturazione capitalistica. I danni per la stessa democrazia liberale-repubblicana poi non si contano: si calpesta la Costituzione repubblicana italiana, ci si burla delle stesse regole del gioco rappresentativo, si difendono gli interessi personali e di casta e aumentano i privilegi dei cosiddetti rappresentanti del popolo:

 

La Camera assicura un rimborso sanitario privato  non solo ai 630 onorevoli, ma anche a 1109 loro familiari compresi (per volontà dell’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) e conviventi more uxorio. Nel 2010, deputati e parenti vari hanno speso complessivamente 10  milioni e 117mila euro. Tre milioni e 92mila  euro per spese odontoiatriche. Oltre tre milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in  ospedali o strutture convenzionate dove non si paga, ma in cliniche private). Quasi un milione di euro  (976mila euro, per la precisione), per  fisioterapia. Per visite varie,  698mila euro. Quattrocentottantotto mila  euro per occhiali e 257mila per far fronte, con la psicoterapia, ai problemi psicologici e psichiatrici di deputati e dei loro familiari. Per curare i problemi  delle vene varicose (voce “sclerosante”), 28mila e 138 euro. Visite omeopatiche 3mila e 636 euro. I deputati si sono anche  fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e dunque hanno  chiesto il  rimborso all'assistenza integrativa del Parlamento per 153mila  euro di ticket.

Ma non tutti i numeri sull’assistenza sanitaria privata dei  deputati,  tuttavia, sono stati desegretati. “Abbiamo chiesto – dice la  Bernardini –  quanti e quali importi sono stati spesi nell’ultimo triennio per alcune  prestazioni previste dal fondo di solidarietà sanitaria come ad esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio sportivo ed elettrocultura (ginnastica passiva). Volevamo sapere anche  l’importo degli interventi per chirurgia plastica, ma questi conti i Questori della Camera non ce li hanno voluti dare”.

Perché queste  informazioni restano riservate, non  accessibili? Cosa c’è da  nascondere?

Ecco il motivo di quel segreto secondo i Questori della Camera: “Il sistema informatizzato di gestione contabile dei dati adottato dalla Camera non consente di estrarre le informazioni  richieste. Tenuto conto del principio generale dell’accesso agli atti  in base al quale la domanda non può comportare la necessità di  un’attività di elaborazione dei dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, non è possibile fornire le informazioni secondo le modalità richieste”.
Il partito di Pannella, a questo proposito, è contrario.

“Non ritengo – spiega la deputata Rita Bernardini – che la  Camera debba provvedere a dare una assicurazione integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto proprio avendo già l’assistenza che hanno tutti i cittadini italiani. Se gli onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, e farsi un’assicurazione privata. Non  si capisce perché questa mutua integratività la debba pagare la Camera  facendola  gestire direttamente dai Questori”. “Secondo noi – aggiunge – basterebbe semplicemente prevederla e quindi far risparmiare alla  collettività dieci milioni di euro all’anno”.

 Mentre a noi tagliano  sull’assistenza sanitaria e sociale è deprimente scoprire che alla  casta rimborsano anche massaggi e chirurgie plastiche private – è il commento del presidente dell’ADICO, Carlo Garofolini - e sempre nel  massimo silenzio di tutti.

E NON FINISCE QUI...

Sull’Espresso di qualche settimana fa c’era un articoletto che spiega che recentemente il Parlamento ha votato all’UNANIMITÀ e senza astenuti un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa € 1.135,00 al mese. Inoltre la mozione e stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali  ufficiali. STIPENDIO Euro 19.150,00 AL MESE; STIPENDIO BASE circa Euro  9.980,00 al mese; PORTABORSE circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare); RIMBORSO SPESE AFFITTO circa Euro 2.900,00 al mese; INDENNITÀ DI CARICA (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00) TUTTI ESENTASSE.

Ma c’è anche il “Gratis”:

TELEFONO CELLULARE, TESSERA DEL CINEMA, TESSERA TEATRO, TESSERA AUTOBUS, METROPOLITANA, FRANCOBOLLI, VIAGGI AEREO NAZIONALI, CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE, PISCINE E PALESTRE, FS, AEREO DI STATO, AMBASCIATE, CLINICHE, ASSICURAZIONE INFORTUNI, ASSICURAZIONE MORTE, AUTO BLU CON AUTISTA, RISTORANTE  (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per Euro 1.472.000,00).

Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in Parlamento mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (41 anni per il pubblico impiego). Circa Euro 103.000,00 li incassano con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), più i privilegi per quelli che sono stati Presidenti della Repubblica, del Senato o della Camera.

La classe politica ha causato al paese un danno di 1 MILIARDO e 255 MILIONI di EURO. La sola camera dei deputati costa al cittadino Euro 2.215,00 al MINUTO !!

 

Ogni crisi capitalistica, fin dalle origini del sorgere dell’economia di scambio e di mercato, e fuori ogni dubbio, ha messo alla prova, oltre che le classi soggette, la tenuta della sua stessa verità di “capitale” e capacità di valorizzazione astratta: il presunto equivalente “valore” generale che ha trovato corpo nel denaro e nelle sue misure quantitative diseguali. La quantità di denaro cioè che dovrebbe compensare il tempo di lavoro necessario e/o di vita dei lavoratori (investito nella produzione e per la produttività) da un lato, e dall’altro per realizzare ricchezza, rendite e profitti come diritto esclusivo del capitalista. Una ricchezza però che, fra conflitti sociali e contraddizioni non risolte, è prodotta solamente dalla “potenza” della creatività del lavoro vivo del lavoratore e delle lavoratrici. I produttori sottoposti a contratti ingiusti e ineguali, e contratti che impongono agli stessi di frammentare con la quantificazione la loro stessa unità psicofisica, dividere la stessa attività lavorativa in parti e comparti parcellizzati per poi obbligare a una cooperazione secondo un’organizzazione collettiva che sfugge al loro controllo diretto. Per cui la disalienazione, paradossalmente, deve passare attraverso l’alienazione e un’oggettivazione che reifica il loro esser-ci rapporto sociale, mentre umanizza invece le cose. In questo contesto il lavoro, infatti, pur essendo una attività di relazione unitaria e complessa, viene parcellizzato in mansioni separate, come le cose e le altre individualità, per poi essere socializzato in forma di cooperazione gerarchizzata sfruttata.

Ma, questa, non è la sola “schize”; schizofrenicamente il tempo di lavoro, specie con la meccanizzazione e l’informatizzazione delle mansioni operaie, infatti viene fatto oscillare fra il tempo del “plusvalore assoluto” e il tempo del  “plusvalore relativo” e un mescolamento continuo, così come la stessa attività lavorativa degli individui apparentemente viene divisa in materiale e immateriale,  manuale e intellettuale, poiesis e praxis, lì dove, invece, di fatto, non c’è attività che ad un tempo non sia manuale e intellettuale e individuale sociale. La differenziazione di livello (il prodotto tecno-manuale non è altro che la realizzazione di un progetto che mette in atto un’idea e un’immagine o ciò che di spirituale o immateriale qualifica l’uomo) non implica minimamente  la rottura dell’intreccio se non per un ordine di potere.  L’uomo – scrive Marx (XI Tesi su Feuerbach)  – è “l’insieme dei rapporti sociali”. Una unità psicofisica onnilaterale, sociale e creativa che non può essere sminuita e soggetta al diritto egemonizzante dell’astrazione valorizzante “schizoide” e alla produzione di plusvalore a danno del lavoro altrui (materiale o immateriale sia la “forza” e dei sani nessi con l’ambiente), di cui, come il vampiro dell’horror, si nutre la proprietà capitalistica.

Un diritto che ieri, sul piano economico-sociale, aveva la forma della rendita, poi del profitto e oggi quella della rendita-profitto (si potrebbe coniare – azzardiamo, e per ironia – il neologismo “rendifitto”). Perché, come già detto da altri, anche oggi, prevalentemente (e come tendenza), il capitalista si appropria glocalmente della ricchezza prodotta dal lavoro “creativo” indipendente-dipendente, come è quello dei singoli protagonisti connessi nella rete della presunta economia del dono e del gratis, rimanendo fuori dal possesso diretto degli strumenti produzione (cosa che non avveniva nella sua fase industriale precedente). Ieri, infatti, la componente “C” (capitale costante) di proprietà diretta C/v (“v” la parte variabile, il salariato) – era parte ineliminabile del sistema produttivo capitalistico.  Questa componente, in atto, non gioca più una parte di rilievo strutturale.

L’economia capitalista odierna infatti investe essenzialmente sull’interezza psicofisica autonoma del “lavoro vivo”, che di fatto e potenzialmente non ha bisogno essenziale della sua controparte, sfruttandone al massimo la produttività, le sue risorse immaginative autonome e riproducibili senza limiti. Le possibilità dell’autonomia psicofisica individuale, forza unica che è insieme potenza creativa personale (il “proprio” dei soggetti autonomi) quanto il general intellect (sapere sociale e bene comune) di cui dispone ciascuno, godono dell’indipendenza mentale dei loro proprietari, e il capitalismo contemporaneo le utilizza aspettando di investirvi il proprio denaro. Impiegati come capitale umano, e senza riguardo alcuno per l’occupazione, i diritti sociali e personali dei lavoratori e l’ambiente circostante (specie ora che l’investimento avviene senza rischiare più in termini di proprietà e possesso diretti) sono diventati le sue risorse privilegiate.





Alighiero Boetti, Mappa (part.), 1971


Si finanzia infatti solo la cognitività creativa personale e sociale di ogni produttore indipendente, e anche nelle forme dell’open source cooperative di rete, perché le idee/oggetti/immagini proposti possano essere tradotti in merce-immagini-sentire-significati-merci vendibili sul mercato (la merce ha sempre un valore d’uso e uno di scambio, naturale o artificialmente sia il bisogno provocato, materiale o immateriale sia la sua natura), il cui ricavo rimane però sotto la mannaia del diritto di proprietà privata e del sistema bancario. Il comandamento della proprietà che, rimasto in piedi, circola però nella forma prevalente della brevettazione e del copyright e con l’assillo dell’innovazione competitiva più sfrenata, sì che saturazione dei mercati e sovrapproduzione diventano devastanti per l’economia reale e sociale. In mano al capitale finanziario ballerino, in cerca sempre di maggiori profitti-rendite, il destino di vita delle persone e delle società è preda così solo di sfruttamenti indiscriminati, e il “valore” che incorpora la stessa vita come sua forza motrice non smette di pompare saggi di profitti astronomici.

I danni, a quanto pare, si fanno ricadere solo sull’ecosistema e le moltitudini. E solo oggi, in cui l’acutezza del disastro rende ogni cosa insopportabile, ci si rende conto della gravità delle minacce incombenti persino sul destino di qualsiasi habitat e sulla stessa sovranità (politica, culturale, alimentare, esistenziale, etc.) di ciascuno (individuo o popolo). Nel tentativo di una scappatoia o di una feritoia nei gironi dell’inferno del mercato mondiale e dei mercati finanziari multinazionali privati, ormai, sembra girare continuamente attorno al centro sferico autoriflettente di una immagine che dilata e contrae solo se stessa: un’onda che si dilata e si duplica sovrapponendosi come la piattaforma circolare di un circo equestre impazzito.

 Le oscillazioni tra una crisi e un’altra del mercato mondiale capitalistico – il vero soggetto, diceva Marx, capace di disporre, giocando con le crisi ricorrenti, di ogni cosa e destino – non l’hanno depotenziato. Tutt’altro! Se si vuole uscire dal modello incriminato, come ha scritto nei suoi “Manoscritti economico-filosofici” del 1844 il suo autore, e nel proseguo delle altre opere, nate dall’osservazione dei fatti storico-sociali emblematici del modo di produzione capitalistico, la via praticabile è il “comunismo”. Il comunismo che abolisce sia lo stato di cose presente, sia la proprietà privata che la proprietà in quanto tale. Perché il comunismo volgare della proprietà privata universale, estesa cioè a tutti i membri di un comunità, come osserva Michael Hardt, è un ossimoro”: se la proprietà privata è universale [...] non è più privata”[ix], e tanto meno “comune”.

Michael Hardt, leggendo il passaggio “Proprietà privata e comunismo” nei “Manoscritti” di Marx, rileva che il “comune” del comunismo, il comunismo, è l’abolizione completa del carattere di privatezza e di proprietà quali specificità del modo di produzione capitalistico, e delle formalità che ne sostengono le relazioni funzionali. Il comunismo volgare, infatti, se mette in crisi il concetto di privato non elimina tuttavia il concetto di proprietà. Per Marx dei “Manoscritti”, invece, “Il comunismo  è l’espressione positiva dell’abolizione della proprietà privata”[x]. E anche se una completa elaborazione dell’abolizione della proprietà, il filosofo la fa più tardi ne “Il Capitale”, è nei “Manoscritti” che l’“espressione positiva” acquista la valenza comunista della “proprietà in quanto tale” e della proposta del “comune” come suo antagonismo dialettico.

Ma è anche in questo duello che si consumano le crisi della produzione e della riproduzione del sistema come una sua intrinseca forza di rivoluzione e ristrutturazione per conservarsi il potere dominante di “capitale”, il quale sfrutta la potenza d’uso del lavoro e della vita dei soggetti e la finalizza al profitto privato. Nelle sue crisi di crescita dunque il capitalismo trova la sua verità; una verità mercificante e tutt’altro che finalizzata all’umanizzazione, alla libertà e all’eguaglianza degli uomini. Una tenuta di verità di potere e nelle forme storiche determinate, che di volta in volta l’organizzano, e per questo rivoluzionante continuamente le forze produttive e i rapporti di produzione.

Le variazioni sono però anche il segno che il tempo (inizio, durata, crisi, transizione di fase, accumulazione, ciclicità delle crisi...) lo configura inevitabilmente; e che se è nato e sviluppato nella contingenza della storia e della transitorietà delle forme non può durare in eterno.

Senza entrare nella presunzione del crollo automatico e  in una data predefinita, è certo che deve morire sia per il risveglio delle lotte che per le sue stesse contraddizioni. Non può essere eterno. La sua non è pertanto una verità naturalistica indipendente, assoluta e autosufficiente che dall’ideale scende nel reale per fecondarlo e giustificarlo nel suo permanere.

Solo un nuovo “San Sancio” (Stirner) potrebbe, farsescamente, riscrivere cose del genere dopo la “tragedia” messa in luce da Marx (Ideologia tedesca). “Una delle grandi tesi dell’Ideologia tedesca, proveniente direttamente dalla società liberale, ma ritorta contro di essa, è che la società ‘borghese’ si costituisce irreversibilmente a partire dal momento in cui le differenze di classe prevalgono su tutte le altre e praticamente le cancellano. Lo Stato stesso, per quanto ipertrofico appaia, ne è solo una funzione. È in questo momento che giunge al culmine la contraddizione tra particolarità e universalità, cultura e abbrutimento, [...] circolazione universale dei beni e restrizione del loro accesso, produttività apparentemente illimitata del lavoro e ingabbiamento del lavoratore in una ristretta specializzazione [...] Tutta l’argomentazione dell’Ideologia tedesca tende [...] a mostrare che questa situazione, in quanto tale, è insostenibile, ma che, per  lo sviluppo della sua propria logica, essa contiene le premesse di un rovesciamento (Umwälzung), che equivarrebbe semplicemente alla sostituzione del comunismo alla società civile-borghese”.[xi]

In fondo la sua stessa nascita storica e le transizioni da una forma ad un’altra, che ne hanno caratterizzato il cammino dall’epoca moderna fino all’oggi dell’“eclissi del lavoro”, sono una chiara testimonianza della sua natura artificiale e processuale quanto contingente e transitoria. Non è improbabile che una “aleatorietà”, come un “effetto farfalla”,  possa giocare anche quale fattore di correlazione positiva da aggiungere alle lotte degli sfruttati.

I veri produttori e sfruttati, infatti, venuto meno il compromesso (garantito dalle parti sociali, sindacali e politiche del Novecento) tra capitale e mondo del lavoro, sono sempre meno liberi e garantiti dopo il crollo dell’equilibrio tra i profitti e gli interessi dei lavoratori. Quell’equilibrio – rotto a favore dei profitti – che, nell’epoca riformistica e delle varie “solidarietà nazionali”, muovendosi tra le lotte del rifiuto del lavoro e le innovazioni (la terza rivoluzione industriale) a scarsa occupazione di lavoro dipendente, aveva permesso comunque una certa convivenza.

In questa situazione, scrive Carlo Formenti, “partiti e sindacati socialdemocratici vedono svanire sia il proprio potere di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, dei quali controllano sempre meno gli umori e comportamenti, sia la capacità di ottenere sicurezza in cambio di moderazione, a mano a mano che la crisi induce stato e padroni a stringere i cordoni della borsa. Così la crisi [...] e l’indebolimento delle classi lavoratrici [...] spianano la strada al più radicale e rapido processo di ristrutturazione che il capitalismo abbia messo in atto nel corso della propria storia, accompagnato e sostenuto dalla svolta neoliberista che i governi di tutto il mondo occidentale mettono in atto a partire dagli anni Ottanta [...] catalizzatori del cambiamento sono soprattutto due fattori: il processo di deregolamentazione/globalizzazione dei mercati finanziari e la rivoluzione tecnologica innescata dal diffondersi del personal computer e della loro successiva messa in rete attraverso Internet e il Web. Decentramento produttivo, terziarizzazione e finanziarizzazione dell’economia, impresa a rete, frammentazione e individualizzazione del lavoro, smaterializzazione dei prodotti, migrazione della produzione di valore nel settore ICT, centralità della produzione di informazioni e conoscenze [...] hanno provocato in tempi brevissimi quella che può essere definita senza esagerazioni una catastrofe del lavoro”.[xii]

Ora se la catastrofe del lavoro ha reso felice lo sfruttamento capitalistico ad libitum, quale “aleatorietà” potrebbe aprire una breccia mortale nel modello e nelle sue crisi ricostituenti se non quel “clinamen” dei movimenti di base che deviano la caduta dalla linea retta e si muovono come una “moltitudine” sociale transnazionale diagonale, perseguendo l’orbita acapitalistica dei beni comuni e del “comune” del comunismo di nuova generazione?

Esposta ai processi temporali e politici ad un tempo, che ne fanno venire a galla contraddizioni, antagonismi, aggiustamenti, ipotesi di soluzione e superamento, la storia odierna e la progettualità avvenire ci mette ancora davanti le profetiche analisi di K. Marx. E sono quelle analisi che coniugano politica, scienza e filosofia a partire dalle indagini che sviscerano l’economia e la critica dell’economia politica capitalistica, oggi parassita delle forme del simbolico e delle forme di vita della soggettività (non si producono solo merci-oggetti-immagini-significati, si producono anche i soggetti del consumo). Non è in gioco solo la contraddizione tra forze produttive (nuove, le “creative”) e i rapporti di produzione dislocati, come si dice oggi, sulla rendita. In gioco, infatti, come ha previsto Marx nelle sua opera matura e negli “appunti” dei “Grundrisse”, anche se ai suoi tempi non correvano le “crisi dell’indebitamento”, è sempre il “modo di produzione” capitalistico. La macchina di potere e dominio cioè che funziona interamente sullo sfruttamento delle relazioni sociali (ieri sul versante dell’industria hardware, ora su quella software e/o la coesistenza dell’una e dell’altra, a seconda del contesto in cui opera).

Ecco perché le analisi di Karl Marx, come si legge seguendo, per esempio,  l’opera di Etienne Balibar o di Paolo Vinci o di Carlo Formenti o di Christian Marazzi (solo per citare alcuni fra gli altri autori del tempo presente, che se ne sono interessati).

Altri lavori consistenti e frutto di una riflessione collettiva e a più voci – Alain Badiou, Judith Balso, Bruno Bosteels, Susan Buck-Morss, Costas Douzinas, Terry Eagleton, Peter Hallward, Michael Hardt, Jean-Luc Nancy, Toni Negri, Jacques Rancière, Alessandro Russo, Gianni Vattimo, Slavoj Žižek – sono invece gli scritti raccolti nel volume “L’idea del comunismo” (2011).

Quello che emerge è che il cuore dell’analisi marxiana – la valorizzazione e lo sfruttamento in funzione del plusvalore e dei profitti – non ha finito di pompare. La sua circolazione regge piuttosto bene nonostante le profonde modifiche e innovazioni dell’assetto del capitale. Sebbene le attuali cicliche crisi economiche e finanziarie del capitalismo immateriale non hanno lo stesso iter temporale di quelle del XIX (individuate da Marx allo scadere di ogni dieci anni: 1837, 1847, 1857, 1866...), tuttavia non hanno cambiato natura. Il lupo perde il pelo, si  dice, ma non il vizio.

Ancora oggi (XXI) il costo delle crisi del capitalismo finanziario e delle borse, dell’indebitamento (privato e pubblico) o dello sfascio sociale e ambientale planetario, è legato alla voracità dei saggi di profitto e di reddito e a danno dello spazio-tempo dell’esistenza sociale della maggioranza delle persone. Ma sono le crisi del capitale cognitivo  e relazionale libero-scambista che, pur avendo messo a lavoro e valorizzazione persino il general intellect (sapere sociale), sottoponendone la creatività a ritmi accelerati dello sfruttamento anche dei sentimenti e delle immagini (“brand”), sono ancora leggibili alla luce della chiave dell’astrazione e del denaro (la subordinazione alla legge del “valore”) individuata da Marx. Il fatto che, rispetto a quelle precedenti, siano molto più ravvicinate, insidiose e invasive, in quanto sfruttano l’informazione e il maneggio robotizzato dell’informazione e dell’IA (intelligenza artificiale) e dei sistemi integrati, nulla toglie alla potenza esplicativa dell’analisi marxiana.

Il potere del capitale e di chi ne maneggia le leve se, grazie alla nano-scienza e alla tecnica sofisticata, incorpora la gran parte della potenza autonoma dell’attività lavorativa e della produzione di beni e servizi, non ha tuttavia smesso di piegare il lavoro, la vita e le stesse forme di vita alla logica espropriatrice della valorizzazione scambista che lo caratterizza. Anzi ibridano tempo di lavoro e tempo di vita, “plusvalore assoluto” e “plusvalore relativo”, grazie alla pervasiva informatizzazione del lavoro e alla retificazione delle relazioni individuali e sociali, è diventata più estesa e profonda rispetto all’epoca del vecchio fordismo. I suoi tentacoli si sono infatti deterritorializzati, esternalizzati, terziarizzati, fluidificati e fatti potenti fino a più che raddoppiare il feticismo delle relazioni monetizzate, in quanto ha creato anche il parallelo mondo  virtuale del cyberspazio con i suoi recenti sviluppi in second life et alia (facebook, twitter, etc.); quel mondo parallelo cioè che, permettendo insieme potenza creativa e sfruttamento del lavoro libero e gratuito, l’economia del “dono”, che gira in rete e viene catturato senza essere neanche pagato, non ha disincentivato le bolle tecno-finanziario e borsistiche della new economy.

Così, per esempio, le crisi del 2000, 2005, 2008 e 2011 (XXI) potrebbero essere il rovescio di quelle del XIX e XX per il fatto che la crisi è determinata dalla finanziarizzazione esponenziale dell’economia e dal credito bancario e borsistico fluido e mobilissimo senza riguardo alcuno ai bisogni reali, lì dove, invece, la finanza dell’economia politica precedente era legata sì alla moneta ma, sebbene in ambienti concentrati e protetti per l’espansione, provvedeva pure alla produzione economica di beni d’uso, utili a tutta la comunità, e di certa durata. Non prevaleva di certo il consumismo delle immagini e dei marchi o degli stili di vita. I luoghi avevano stabilità e riconoscibilità, e una certa condivisione del controllo reciproco (tra capitale e lavoro) permetteva sia la conflittualità lavorativa tollerata, che una soglia distributiva crescente e la garanzia del profitto stesso come espropriazione e appropriazione privata, lì dove invece oggi i poteri della produzione sono organismi non statali (Fm, Bm, Wto, G8/20, etc.) e, deresponsabilizzati come la stessa tecno economia, sfuggono a qualsiasi controllo dei classici poteri rappresentativi e delle organizzazioni sociali, sebbene la ricchezza sia sempre prodotta socialmente e cooperativamente.

La causa scatenante delle crisi rimane tuttavia la stessa: i profitti, le rendite e le perdite che non combaciamo mai con le aspettative onnivore del capitale. Il pericolo globale oggi è costituito più che da fenomeni di scarsità o di offerta da un eccesso di mercato che cortocircuita produttività e creatività immateriale. Praticamente illimitato e al tempo stesso impastoiato, il mondo della nuova economia capitalistica, che non ha dismesso le vecchie forme, produce potenza e impotenza, propria e altrui. La potenza dei flussi del mercato, nonostante la pratica (attuale) dell’indebitamento dei soggetti (privati e pubblici), si blocca per saturazione e insolvenza dell’offerta. Dall’altro, poiché deve fare in modo che l’autonomo potere creativo della ricchezza – che le rimane esterno in quanto coincide con la persona stessa dei produttori (prosumers) e la loro libera cooperazione gruppale e collettiva –, non abbia il sopravvento, negando completamente il mercato liberista con l’avvio del comunismo – l’abolizione totale della proprietà individuale (come valore e merito) per la giustizia e l’eguaglianza radicale –, rimane impigliato nell’impossibilità di dominare le stesse biforcazioni conflittuali che animano la creatività polimorfa dell’economia del simbolico e dei linguaggi.

Il comunismo – che eliminerebbe la contraddizione tra produzione sociale della ricchezza e la sua appropriazione in proprietà o proprietà privata (vecchio tipo e/o quella che ora si guerreggia anche nella forma privilegiata del capitale finanziario e del diritto tutelato dalla brevettazione e dal copyright) – dal canto suo sa perfettamente però che il pensiero legge prima di tutto la realtà nel linguaggio; e che se il problema vero è poi quello di scendere dal linguaggio nella realtà, e nella realtà dell’uomo che è “l’insieme dei rapporti sociali”), è anche vero allora che la semplice eliminazione della contraddizione economico-sociale (che contraddistingue la produzione capitalistica) non è sufficiente per agire un progetto antropologico alternativo che si limiti alla presa del “palazzo d’inverno”. 

Sì che le crisi, anche oggi – fase che privilegia l’espropriazione del lavoro vivo/general intellect delle soggettività sociali, l’unica sorgente immateriale della ricchezza prodotta –, si presentano in difesa e all’attacco con una potenza d’urto formidabile, specie dopo la messa fuori gioco dell’organizzazione dell’autonomia del politico e dello Stato sovrano. Fuori da ogni controllo democratico, pure nelle modalità della maggioranza rappresentativa, e di cui, una volta, erano garanti le vecchie istituzioni, il capitale e i capitali non conoscono frontiere e confini di limitazione per contratti ineguali e rapporti di forza che, sfruttando sine die la formazione e l’immateriale, continuano a privilegiare la logica dei super profitti e della valorizzazione che, racchiusa nella forma materiale del denaro, è più e meno di un equivalente generale, cui invece è stato sempre parametrato. L’equivalente generico, il denaro (cartaceo, elettromagnetico, virtuale, etc.), trasforma sì la realtà e la vita in pura rappresentazione e la pura rappresentazione in realtà vincolante, ma è anche vero che non può giocare alla stessa maniera con il tempo che attraversa e taglia la soggettività degli uomini storicamente condizionati. Il condizionamento non è meccanica deduzione però di astrattismi puramente formali, né tanto meno determinismo controllato dagli algoritmi algebrici e informatizzati della finanza creativa. “Il denaro [...] è la forma che il valore assume nel rapporto tra capitale e forza-lavoro, il che tra l’altro significa che in Marx, il denaro è, nella sua essenza, forma del valore, e non equivalente generale come l’ortodossia marxista (specialmente in Francia) ha sempre sostenuto. [...] Se questo stesso denaro, per ipotesi (politica), non comanda il lavoro vivo (la soggettività in actu), esso funzionerà da denaro come denaro, reddito che acquista beni salario che però riproducono una forza lavoro relativamente autonoma (autonomizzata) rispetto al capitale. [...] Il tempo che intercorre tra la messa al lavoro della forza-lavoro e il versamento del salario è ciò che decide di questo divenire equivalente generale del denaro creato “dal nulla”, ossia sulla base di nessun denaro-merce pre-esistente”[xiii].

Sicché ritornare al pensiero Marx e al progetto comunista, conferma Paolo Vinci (che, ripercorrendone il cammino delle opere, riporta la “darstellung” – rappresentazione della genesi dei processi – di Marx alla “Fenomenologia dello spirito” di Hegel), come già ha invitato pure Etienne Balibar (che ricostruisce invece il pensiero e la filosofia del “revenant” di Treviri collegandone i nuclei maturati nelle diverse puntualizzazioni fatte e poi enucleate ne l’“Ideologia tedesca”, i “Manoscritti economico-filosofisici”, le “Tesi su Feuerbach”, “Il Capitale”, i “Grundrisse” o “Lineamenti fondamentali di critica di economia politica”), non può essere solo una curiosità o un fare accademia.

Il loro è piuttosto un invito politico-culturale esplicito e una necessità scientifico-politica teorica e pratica inevitabile di ripresa di analisi serie, se si vuole capire l’attuale matassa delle malefatte capitalistiche. Riprendere il percorso e gli orientamenti delle sue analisi e delle sue indicazioni profetiche, per ridare fiato a una lotta politica antagonista, è allora più che vitale per approfondire e aggiornare l’impianto sociale e singolare dello “spirito” comunista individuato dal pensatore tedesco.





Massimiliano Orlandoni, Grow, 2011


La lotta, fra l’altro, vede che il numero degli sfruttati e dei poveri aumenta in ogni direzione, mentre il potere e la ricchezza del “Signore” dall’altro lato si concentrano sempre di più nelle sue mani grazie al processo di valorizzazione che non ha smesso né di oleare l’economia capitalistica (vecchia e nuova), né di controllare i servi, determinarne i “contenuti storico-sociali” e gli stessi valori dell’immaginario collettivo. A ciò plaudono infatti le politiche plebiscitarie-populistiche autoritarie e securitarie che, messe in atto per uscire dai vicoli ciechi, mirano a condizionare i comportamenti delle stesse soggettività individuali e collettive che vivono nella globalizzazione del pensiero unico, e del suo “Sorvegliare e punire” (Michael Foucault).

Il processo della valorizzazione cui è sottoposto il lavoratore, ieri come oggi, si legge ne “La forma filosofia in Marx” di Paolo Vinci –  intento a individuare la consistenza della “struttura” materialistica del pensiero di Marx nel rovesciamento della “darstellung” dello “Spirito” della filosofia hegeliana –, è insieme anche un processo di autovalorizzazione del capitale. L’operaio infatti è considerato come una sua parte e una forza astratta da manipolare secondo esigenze, forme e tempi diversi. Un sistema cioè di per sé instabile e soggetto anche a cambiamenti di stato con interventi mirati (si pensi sia alla flessibilità precarietà del lavoro che all’elasticità delle politiche creditizie e monetarie e ai tassi d’interessi (al baso o al rialzo), che giocano sempre per il rilancio del capitale, e ciò sia che i prestiti interessino singoli o intere società stesse (in via di sviluppo o per uscire dalle crisi). Né neutralità, né disinteresse giocano ruolo alcuno!

In contrapposizione con la semplice economia politica l’analisi di Marx mostra “che il capitale non è semplicemente uno strumento necessario alla realizzazione del processo produttivo, ma consiste di determinati contenuti storico-sociali [...] Marx insiste sulla natura del rapporto sociale di produzione che si sviluppa a partire dall’incontro fra il capitale e i possessori della forza lavoro e sul fatto che, all’interno di questa relazione, è il lavoro umano a costituire la fonte del valore e del plusvalore. [...] L’ergersi del capitale a soggetto prepotente del processo di produzione, quella che Marx chiama ‘sussunzione reale’, consiste in una rivoluzione costante delle condizioni produttive che coinvolge tanto la forza lavoro, quanto i mezzi di produzione” [xiv]. È la sussunzione che, con il sistema delle “macchine”, mescolando “plusvalore assoluto” e “plusvalore relativo” (metro che mette sempre il tempo in rapporto alla produttività del sistema), arriva fino alla cattura dello stesso “general intellect” – il sapere sociale – come mezzo e “modo di produzione” sotto le direttive (sempre) della legge della valorizzazione capitalistica per estorcere pluslavoro e plusvalore. Il “general intellect”, incorporato nelle tecnologia high tech della rete integrata e controllata dalla finanza mondiale delle banche, delle borse e dei mercati finanziari del capitalismo “comunista”, non ha subito sorte diversa.

Siamo così davanti a un Marx che non può non essere riattualizzato dal momento in cui, nell’evoluzione del sistema capitalisitco, il passaggio allo sfruttamento della forza cognitiva e relazionale dei soggetti, e il permanere della legge del valore di scambio in ordine alla produzione degli oggetti e dei servizi, quanto delle soggettività, fin dalla base della loro stessa potenza di forze psicofisica unitaria, non è né naturale, né un ordine divino; e se il passaggio continua invece a vampirizzare lavoro sociale e a colonizzare menti e corpi di qualsiasi latitudine, totalizzandone il tempo di vita in tempo-denaro, allora la lotta contro il vampiro deve includere prima di tutto lo sdoganamento del tempo soggettivo del lavoro vivo autonomo dall’occupazione simulacrale dell’immaginazione temporale, che gli è propria.

Le forze intellettuali, linguistiche emotive e relazionali (“general intellect”) che ancora oggi, cioè nel tempo dell’economia capitalista immateriale,  sono sempre esposte all’espropriazione del lavoro sociale e alla sua appropriazione privata, non necessariamente debbono sottostare però a vettori deterministici e meccanici di un’economia di scambio che sembra aver soppiantato lo stesso valore d’uso del lavoro e del rapporto dell’uomo con la natura, almeno di quello che rimane e sottratto ai predoni capitalisti. Contraddizioni e paradossi sociali e logici, vecchi e nuovi, sono lì a dimostrazione che nessuna naturalizzazione è in funzione.

Il paradosso che tiene la proprietà privata legata allo sfruttamento del sociale, e che coniuga transitorietà e permanenza  nella contingenza delle sue forme, non elimina certo la contraddizione e le contraddizioni del capitalismo. A star fermi al teorema di Gödel sull’incoerenza e completezza di un sistema e sul suo rovescio dell’incompletezza e coerenza del sistema, rimane aperta sempre la possibilità di un “clinamen” della rivoluzione come evento dell’“Idea” di comunismo di nuova generazione. Quella che, per esempio, Alain Badiou, rileggendo la filosofia di Platone (“fin da Platone in poi, un’idea del genere è l’Idea del comunismo”[xv]), ha definito con “L’ipotesi comunista”, “comunismo della molteplicità” e idea degna di un vero filosofare.

Sotto l’idea del comunismo – ripresa e riproposta da tempo dal filosofo francese Alain Badiou nei suoi lavori di filosofia politica teorica e pratica (davanti al fallimento della depoliticizzazione del “pensiero unico” e del modello liberistico che ne ha incarnato l’azione devastatrice) –, fra l’altro, si sono confrontati diversi interventi autorevoli,  che, raccolti in volume, poi sono stati pubblicati  a cura di Costas Duozinas e Slavoj Žižek (Ediz. DeriveApprodi,  Italia 2011. “Alfabeta2” – Mensile di intervento culturale –, per inciso, nell’estate 2011, poi, con l’apporto di altre firme, riprende pure il confronto sull’idea del comunismo).

 Il confronto, promotori in prima istanza Badiou e Žižek, è avvenuto in un apposito seminario in Inghilterra. Precisamente i lavori del seminario hanno avuto luogo al Birbeck Istitute for the Humanities di Londra nel marzo del 2009. Il contesto era quello che, a seguito delle grandi crisi (specie quella del 2007/2008) del capitalismo neoliberista, da una parte vedeva la fine del trionfalismo della “fine della storia”, e dall’altra  la ripresa dei movimenti di sinistra specie in America Latina, Cina e Africa con forme di antagonismo, lotte e configurazioni nuovi rispetto a quelle del Novecento. Una costellazione di fatti ed eventi cioè che vede anche l’interazione dei movimenti che mettono sul tappeto l’ideologia della democrazia moderna nel suo rapporto con l’eterogeneità e l’irriducibilità dell’“Altro” ai paradigmi della razionalità classica e della sua modernizzazione omologante.

L’Unione Europea – scrivono Costas Duozinas e Slavoj Žižek nell’introduzione al volume citato –  ben lungi dalle promesse di solidarietà e giustizia sociale, è un fossato di disoccupazione, povertà, austerità e discriminazione in cui affogare la classe lavoratrice e la popolazione civile. “Nel 2008, il salvataggio delle banche per la bellezza di un trilione di dollari ha socializzato le perdite del casinò del capitalismo neoliberista, chiedendo alla moltitudine di pagare per le speculazioni degli hedge funds, per la vendita dei derivati e per un sistema economico basato sul consumo e sul debito. Il socialismo per le banche e il capitalismo per i poveri è diventato il modus vivendi degli anni Duemila. [...] A questo punto di svolta cruciale, nel quale tutte le scommesse sull’uscita dalla crisi sono state lanciate e le migliori e le peggiori si trovano a stretta prossimità, l’idea di comunismo ha la potenzialità di rivitalizzare il pensiero teorico e rovesciare la tendenza alla depoliticizzazione del tardo capitalismo. [...] Il comunismo aspira a portare libertà e uguaglianza. La libertà non può nascere senza uguaglianza e non esiste uguaglianza senza libertà”[xvi].

E su questa relazione di biunivocità l’autore de “Il Capitale” non aveva certo dubbi, sebbene, per ovvie ragioni di tempo e mancanza di dati, non ha potuto lavorare e argomentare sulla tipicità delle crisi che ci riguardano da vicino nel mondo interconnesso di Internet e dell’economia web. E del resto lo stesso Marx, di fronte alle richieste di Vera Zasulic circa il senso comunista della “comune rurale” nella Russia del 1881, rispondeva che la “legge tendenziale esposta nel Capitale non si applica indipendentemente dalle circostanze storiche: ‘Bisogna discendere dalla teoria pura alla realtà russa [...] coloro che credono alla necessità storica della dissoluzione della proprietà comune in Russia non possono in nessun caso provare questa necessità attraverso la mia esposizione della marcia fatale delle cose in Europa occidentale”[xvii].

Se Karl Marx non ha individuato nessuna forma di transizione determinata per la rivoluzione comunista, tuttavia le sue analisi e le sue conclusioni, messe a punto con il metodo dialettico delle sintesi a partire dall’osservazione e dal vaglio dei fatti con le loro “molte determinazioni”, ne dicono la possibilità come evento cui guardare, e fattibilità pratica da curare. E di questo certamente non ci si può dimenticare, né evitarne la rielaborazione così come testimoniato intellettuali del taglio di A. Badiou, M. Hardt, T. Negri, etc. con la loro militanza teorica e politica.

Scrive Negri:

 

L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: “il movimento che abolisce lo stato di cose presente”. Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normal­mente producono i rapporti sociali e le istituzio­ni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalistici di produzione costi­tuiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politi­ca, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario. [...] I comunisti dunque assumono che la storia è sempre storia della lotta di classe.

Taluni dicono che non è possibile assumere questa affermazione perché la storia è stata talmente predeterminata, ed è ora talmente domina­ta dal capitale da rendere questa assunzione inef­fettuale e inverificabile. Ma coloro che dicono questo dimenticano che il capitale è sempre un rapporto di forza. Può organizzare una massiccia, pesante egemonia ma essa rappresenta pur sempre un dominio particolare dentro un rapporto di forza. Non esisterebbe il concetto di capitale, e tanto meno la sua realtà nelle sue storiche varia­zioni, se non ci fosse sempre un proletariato che il capitale sfrutta ma che è, nello stesso tempo, lavo­ro vivo produttore di capitale. La lotta di classe è il rapporto di forza che si esprime fra il padrone e il proletario: questo rapporto si distende fra sfrut­tamento e dominio capitalistico, e si instaura in istituzioni che organizzano la produzione del profitto e la sua circolazione”[xviii].

 

La verità è sempre una questione di pratica e non teorica (Marx, II Tesi su Feuerbach), così come  “La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nell’attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica” (Marx, VIII Tesi su Feuerbach).

Il primato della relazione sociale, scrive Etienne Balibar, è il “primato accordato alla pratica rivoluzionaria (‘trasformazione del mondo’, ‘contro-tendenza’, ‘cambiamento nel cambiamento’). Transindividuale, infatti, è questa reciprocità che si instaura tra l’individuo e il collettivo nel movimento dell’insurrezione liberatrice ed egualitaria”[xix].

Ma questa relazione ontologica della transindividualità fa sì che la posizione di Marx non sia riducibile né all’individualismo (soggettivismo), né all’organicismo (naturalismo) – entrambe posizioni ideologiche –, quanto invece riportabile a una correlazione che la vede all’interno della lotta di classe e della sua dialettica. Una  struttura sociale e storica che, dividendo ad un tempo il lavoro, il pensiero e la politica tra conflitti d’ordine e crisi, ci mette davanti il comunismo di Marx non come il raggiungimento della perfetta armonia sociale, che porrebbe fine alla fine lotta di classe, quanto la questione “dei suoi limiti interni, cioè delle forme del transindividuale che, intersecandola dappertutto, le rimangono assolutamente irriducibili”[xx].

Così la questione delle grandi differenze antropologiche (sesso) e dei modelli dell’articolazione “dei modi di produzione [...] e una problematica del modo di soggezione (dunque, la costituzione del ‘soggetto’, sotto l’azione delle strutture simboliche), è (corsivo nostro) un riferimento costantemente necessario”[xxi]. Rifiutati soggettivismo e naturalismo allora, l’invito è sia a riprendere la via della dialettica, quanto sollecito a rinverdire la filosofia politica che a ripensare la lotta di classe coniugando scienza materialista e ucronotopia storica.

La progettualità è qualità caratterizzante l’antropologia degli uomini, e questi, pur tra le tante differenze e divisioni di classe, in ogni momento e momentum (decisione) possono esercitare unitamente poiesis e praxis in quanto essere-enti capaci simultaneamente di abitare il “principio di realtà” e il “principio di piacere” cogliendo il kairós: l’istante in cui potrebbe entrare il “messia” della rivoluzione (W. Benjamin). E ogni momento potrebbe essere quello giusto e buono.

Vero è infatti, altresì, come hanno visto le riflessioni interpretative di Ernest Bloch, che in Marx è presente sia una “corrente fredda” (analisi scientifica) che una “corrente calda” (azione antagonista e rivoluzione per un cambiamento radicale), e che, secondo noi, il “realismo” non necessariamente deve chiudere la bocca all’ucronotopia: “L’utilizzazione degli elementi onirici al risveglio è il caso esemplare del pensiero dialettico. Perché ogni epoca non solo sogna la successiva, ma sognando urge al risveglio”, W. Benjamin – Das Passagen-Werk).

Del resto, tenendo presente il cambiamento dei modi di produzione nelle mutate condizioni storiche, la ripresa della lotta di classe degli sfruttati, sia per abolire lo stato di cose presente, che per costruire un mondo alternativo, è voce che non ha lasciato mai il dibattito teorico-politico e filosofico-critico del pensiero del “revenant” (Marx), così come le stesse distopie non hanno messo a tacere l’utopia e le “eterotopie”, di cui l’arte (J. Rancière) non deve dimenticare la possibilità nel suo rapporto con la politica.

Rancière, altro protagonista nella discussione sull’idea di comunismo e il rinnovo del concetto di democrazia come “partage”, infatti, scrive che non necessariamente “che il conflitto degli eterogenei debba rimandare per forza a una fine della storia o ad una totalità ventura. Più che a un’uto­pia, ha scritto una volta Rancière, l’arte dovrebbe rinviare a un’eterotopia, cioè evidenziare l’alterità o i possibili racchiusi in una situazione o in essa latenti: un eteros, un altro interno alla situazione, che è pure il suo punto di soglia, di apertura o di trascendimento. In tal senso, l’arte riapre volta per volta la dimensione del possibile rispetto al solidificarsi di ogni politica costituente in polizia costituita; leterotopia è un processo critico in atto, non il sogno di un luogo remoto”[xxii].

Così scienza, arte e politica ritornano a incrociarsi. E ciò non solo perché lo “spettro” di Marx, come ormai sviscerato dai tanti studi e riscontri  – che si sono occupati della rivisitazione delle sue opere dopo il crollo del “Muro di Berlino” e l’affermazione del pensiero unico e delle svolte new economy dell’era elettronica –, ha già anticipato  l’incorporazione delle conoscenze psico-scientifiche – fatte sul modo di elaborare l’informazione della mente umana per trasformarlo in economia di macchina e sistema “uomo/macchina” – nel capitale (e con ciò l’utilizzo del general intellect come forza produttiva immediata e sottoposta a valorizzazione). Il richiamo è suggerito anche dal fatto che le crisi ricorrenti contemporanee (sempre più ravvicinate, specie quelle del primo decennio del XXI legate all’economia creativa), cui ricorre il capitalismo neoliberista-finanziario del pensiero unico, sono una testimonianza e una verifica inconfutabile sia delle conclusioni “profetiche” dello stesso Marx, quanto delle prassi oppositive odierne degli sfruttati che si dilatano a vista d’occhio, e che non disdegnano il ricorso alla fantasia e all’immaginazione conflittuale.

In “Felici e sfruttati”, rifacendosi al “frammento sulle macchine” (Marx, Grundrisse),  Carlo Formenti scrive: se, come dice Marx, per la produzione di ricchezza il tempo di lavoro sociale necessario diminuisce al massimo, e “crollano le fondamenta della produzione del valore di scambio, [...] tuttavia, dal momento che il capitale non può vivere senza porre il tempo di lavoro come misura unica e fonte di ricchezza, è chiaro che secondo Marx, se non si distrugge il modo di produzione capitalistico non è possibile sfruttare il potenziale liberatorio del general intellect[xxiii].

Ma se così stanno le cose, e nessuna ragione o fatto mette in dubbio la cosa, la via della finanziarizzazione “win win”, intrapresa dal capitalismo della new economy – che sfrutta il general intellect  sottoponendolo alla valorizzazione dei brevetti e del copyright proprietari (rendita-profitti) –, allora la lotta di classe non è scomparsa.

Le crisi non sono congiunturali, ma strutturali; strutturale allora deve anche il conflitto che coniuga scienza, utopia o il sogno di un rinnovo alternativo possibile.

Se le crisi sono la morte automatica del capitale, ma l’espediente della riaccumulazione e dei profitti che a un certo punto si inceppano, a questo punto, neanche la crisi delle vecchie forme di lotta di classe allora rappresenta la scomparsa della lotta di classe. Anzi! Assume, infatti, una esposizione diretta e più inedita che mai, vista l’inefficacia e l’assorbimento nell’inerzia complice delle organizzazioni nate nel clima novecentesco liberal-rappresentativo!

Senza dilungarci basta il pensiero ai movimenti di base che – da Seattle agli “indignados” del 2011 di tutto il mondo –  si battono per “abolire lo stato di cose presente” per rendersi conto che la lotta di classe ha cambiato solo modalità e mobilità, ma non la sostanza del suo obiettivo che è la socialità del vivere universale in libertà ed eguaglianza.

Vladimiro Giacché (fra gli altri), il quale già si è occupato delle crisi del capitalismo (K. Marx, Il capitalismo e la crisi. Scritti scelti a cura di Vladimiro Giacché, 2010), di fronte alla crisi, provocata dalla finanziarizzazione dell’economia “creativa” capital-liberista e dalla politica dell’indebitamento privato e pubblico – scaricati poi sui bilanci pubblici e sulla socializzazione delle perdite –, ribadisce che il modello va cambiato, e che la via imboccata dall’establishment europeo, per uscire dalla crisi del 2011, “non fa che aggravarla, rendendo ancora più ingente la distribuzione di capitale necessaria per far ripartire l’accumulazione”[xxiv].

E per capire la gravità e l’insostenibilità  dei provvedimenti presi dallo stesso establishment capitalista occorre solo vedere che la crisi del 2011 non è cambiata rispetto a quella del 2007, così come la classe degli oppressori non ha finito di dominare e di far pagare i costi della sua riaccumulazione alla classe degli sfruttati, dei deboli, degli esclusi, dei disoccupati e dei poveri. Qui l’accumulazione è di indigenza e disperazione programmate, e il merito è tutto del socialismo dei ricchi e della rosa dei sostenitori.

La forbice tra ricchi e poveri, oltre a favorire le solite classi agiate, oggi si allarga sempre di più e riguarda anche le “nazioni”. Senza pensare all’Africa, basta vedere quello che ci mostra l’Europa con la “bancarotta” che per ora investe virulentemente Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, e alle costole l’Italia.

350 personaggi – 20% della popolazione “capitalistica” del pianeta – dispongono a proprio piacimento dell’83% delle risorse del pianeta, e da soli possiedono il 48% di quella stessa ricchezza. 500 imprese multinazionali, grazie alla liberalizzazione transnazionale del mercato globale Wto (Organizzazione mondiale del commercio) e dei poteri del Fmi (Fondo monetario internazionale) e della Bm (Banca mondiale), decidono a chi spetta la morte per guerra o per fame.

Nel 2006, negli Stati Uniti, era l’1% della popolazione americana che “monopolizzava il 53% del reddito, mentre lo 0,1 per cento ne controllava il 53 per cento”[xxv]. In Italia le cose non sono molto diverse.

Si è giunti a tali estremi che le tre persone più ricche del pianeta possiedono attivi equivalenti al Pil combinato dei 48 paesi più poveri.





Gisella Meo, Tutto quanto è, 2010


Le diseguaglianze e i livelli di disoccupazione e le povertà sembrano i veri obiettivi del capitalismo onnivoro. Il potere predone che si impadronisce delle risorse della creatività e della biodiversità – beni comuni – e tiene in piedi un’economia che non sostiene più, in alcuna parte del mondo global-liberista, nessuna iniziativa intesa a diminuire il diffuso disagio sociale. Indigeni e migranti, ognuno nella specie, sono sottoposti allo stesso meccanismo di drenaggio e di devastazione della vita personale e sociale; e tutto ciò in onore del capitale! Un capitale che, scrivono Negri e Hardt, è un “Impero” visto che lo sfruttamento non ha più un interno e un esterno o un Nord e un Sud del mondo da colonizzare.

E l’onore del capitale si impone con: la detassazione dei ricchi, i lauti dividendi per azionisti e manager, i condoni/scudi fiscali, i paradisi fiscali, gli hedge funds, i subprime, i debiti sovrani e non sovrani, i fondi pensione (la tragicommedia degli operai azionisti e salariati ad un tempo o scissi tra i valori delle borse e il mercato del lavoro in dismissione) le stime delle agenzie (private) del “rating” – che prezzano o sprezzano il valore di uno Stato –, le guerre ai poveri,  ai giovani di tutto il mondo e allo stesso futuro del pianeta con la fame, la sete, le distruzioni e gli attacchi preventivi camuffati come interventi armati per difendere i diritti umani o esportare democrazia (ben inteso: capitale e capitalisti rapinatori ad oltranza!).

Le spese di guerra (militare e non militare), impiegate dalla colonizzazione capitalistica, sono in continuo aumento e non subiscono tagli come i bilanci del welfare state.

Le spese militari Usa-Eu sono dell’ordine di 800 miliardi di dollari all’anno (tre miliardi euro al giorno). 424 pro capite. In Italia pari al 2% del Pil.

Sul versante della finanza e delle sue crisi, con cui divora l’economia e il lavoro come bene comune, i dati  della guerra sono anche quelli che corrono sotto i titoli ‘asset’, ‘swap’ o ‘subprime’. Sono gli espedienti con i quali – documenta Saskia  Sassen – è stato creato “un mercato il cui valore dei titoli è arrivato all’incredibile somma di 600 trilioni di dollari o equivalente a 1000 miliardi o a 10 volte il PIL interno lordo mondiale. La crisi dei titoli swap sui crediti, del valore di 62 trilioni di dollari (più del Pil globale di 54 trilioni di dollari) esplode nel settembre del 2008, un anno più tardi e dopo la crisi dei titoli subprime emersa  nell’agosto 2007; i titoli swap sono stati trasformati in titoli derivati (subprime) [...] quindi insolventi; per sostenerli ci sarebbero dovuti 60 trilioni di dollari, più del Pil mondiale [...]. La finanziarizzazione dell’economia prima della crisi attuale era di 450% del Pil negli Usa, di 356% nell’Ue, e di 440% nel Regno Unito. Poi il numero dei paesi in cui gli assetti finanziari hanno superato il Pil è salito da 33 nel 1990 a 72 nel 2006”[xxvi].

La colonizzazione del capitale, tesa alla sussunzione della vita intera (corporea e mentale)  come lavoro alienato e allo sfruttamento in conto profitti privati, non ha più ragioni d’esistere; e se si mantiene in sella è principalmente al prezzo del potere delle armi e della violenza senza confini e limiti di sorta (nonostante le dichiarazioni in contrario).

La svolta è solo nel “comunismo” (di nuova generazione): il comunismo dei beni comuni e del comune del comunismo egualitario, il comunismo della molteplicità (A. Badiou), ovvero un futuro che miri direttamente a una democrazia dell’eguaglianza reale, dove la libertà di ognuno sia condizione della libertà dell’altro.

Certamente gli ammonimenti di Alberto Burgio non vanno dimenticati, né tanto meno deprivati di fondamento; tuttavia necessita anche una buona dose di “utopia” e “ucronotopia”. L’immaginazione, ieri chiamata al potere e poi a bottega, non deve e non può essere  nettamente separata dal conflitto politico antagonista e dal sapere scientifico; per poter continuare a credere e lavorare per un mondo di senso comunista, la via è obbligata.

Il mondo dell’utopia, solo a pensare alla sua capacità di astrazione, costruzione e possibilità, in fondo, non ha meno coerenza del procedere del materialismo storico e del sapere scientifico stesso, in generale. A parte una comunanza di procedure e di analisi, egualmente non aliene dall’uso della logica, dell’analogia, delle metafore, della trascendenza immanente del pensiero, etc., infatti, con loro condivide il rifiuto dell’autorità e dei dogmi dell’ipse dixit (sia nel campo politico che della scienza), e con loro condivide ancora modelli e realizzabilità mettendone in tensione idealità e temporalità.

Ed è altrettanto necessario oggi – tempo in cui il termometro registra il grado più basso della degradazione umana –, riappropriarsi anche dell’impegno. Rivitalizzare l’idea e l’azione del comunismo necessita anche della riscoperta della responsabilità etico-politica nel/del “comune” oltre che dell’attenzione a non ripetere gli errori del passato (il “centralismo democratico” dello Stato-partito dittatoriale) ed evitare quelli presenti (la dittatura “comunista” del mercato).

Senza rinnegare valore, possibilità e praticabilità all’immagine di un mondo comunista “revenant”, deve essere abbattuto pure quello ‘grottesco’ oggi chiamato “comunismo del capitale” (Christian Marazzi): il capitale finanziario cioè che mette sotto sequestro il destino collettivo della forza lavoro sottoponendolo al suo comando con l’espediente camaleontico e ridicolo della trasformazione del lavoratore in investitore finanziario o impresario di se stesso. Beffa esemplare è infatti l’investimento (per esempio) dei “fondi pensione” nei giochi di borsa o il parallelo del “capitalismo personale” dei prosumers (produttori-consumatori).

Può essere solo una oscenità tragi-comica lo scenario di un lavoratore/una lavoratrice della conoscenza (di un lavoratore qualunque) che, quale risparmiatore che investe in borsa e aspirante a un rendimento futuro superiore, deve indossare anche i panni di un arlecchino paradossale.

Il paradosso insostenibile di come, forza-lavoro viva, da un lato deve sottostare alle oscillazioni opportunistiche del mercato dei giocolieri della finanza capitalistica (che non ha in nessun interesse né sul fronte della stabilità e della creazione dell’occupazione, né di quella della difesa dei salari e delle sicurezze di cui ognuno ha bisogno e diritto) e dall’altro, contemporaneamente, mobilitarsi per contrastare l’offesa o bloccare il gioco distruttivo, e al ribasso, del capitale finanziario e borsistico, di cui, fra l’altro, avrebbe sposato logiche ed esercitazioni di guerra di classe conservatrici e reazionarie (interne ed esterne), di etnie e nazioni.

Vero è infatti, in Italia, per esempio, che il 45% della ricchezza prodotta è pascolo unico di una intoccabile classe di super ricchi e sfruttatori,  e calcolabile in un ristretto 10% della popolazione. La lotta intraspecifica porterà quanto prima a diminuire ancora la percentuale, così come avviene pure sul piano globale, e ad aggravare con ciò, conseguenzialmente, la condizione degli esclusi e dei dannati, il cui numero non può che aumentare!

E la guerra, va ricordato, ha aperto anche lo scacchiere sul fronte della  lotta delle monete per l’egemonia ieri tenuta oscillante tra dollaro ed euro, ma oggi contesa da quella dei paesi emergenti e dai cinesi o dal BRIC (Brasile, Russia, India, Cina. Il Giappone, anche lui, sembra aspirare al gota).

Una vera e propria gara  finalizzata, nonostante le potenzialità positive del mondo contemporaneo, a produrre distruzione, povertà generalizzata e un mercato schiavistico come prospettiva per i molti e di lunga durata. Una condizione che, in questo modo e da questo momento in poi, se non si operano scelte radicali e rivoluzionarie dal basso, apparenterà nella stessa damnatio sia i singoli, che le famiglie quanto le classi soggette, e interi popoli quanto le stesse nazioni. I segnali provenienti, per esempio, dalle agenzie  (private) del rating  e dello spread – come le americane  Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch” , le quali monitorano sia la solidità finanziaria di soggetti quali Stati, enti, governi, imprese, banche, assicurazioni –, quanto le possibilità di in-solvenza o default (restituzione dei prestiti/investimenti), fra l’altro, non sono fumo senza arrosto. Sono la bandiera del capitale finanziario deresponsabilizzato e depoliticizzato che ha piantato il suo dominio sul bene pubblico, e destinatolo alla svendita pro speculatori, affaristi e criminali d’ogni genere, che, con ogni mezzo e menzogne di ogni genere, scatenano le varie guerre destinate a salvaguardargli controlli favorevoli nella lotta in corso per le spartizioni delle risorse sul piano geopolitico mondiale.

E tra le menzogne, e non per inciso o a margine, vanno annoverate, secondo noi, sia la cosiddetta politica del rigore e dell’austerità (pagata sempre e solo dalla socialità indifesa), quanto quella della solidarietà nazionale con i patti sociali e di transizione. Ma se nessun popolo è sovrano (dubitiamo che lo fosse stato mai!), come dimostrano le decisioni e le azioni di sopraffazione di organismi quali Fmi, Bm, Wto, G8/20, etc., e la “nazione” è diventata un flatus voci, come è credibile e producente il richiamo, stucchevole, che le forze politiche al potere fanno continuamente all’indirizzo, soprattutto, dei giovani per pagare i debiti, imboccare la via d’uscita dal tunnel delle crisi mortali e avviare la ripresa... ma chi si riprenderebbe...?

I debiti. Il debito. Il debito sovrano! Onorare i debiti! Altra menzogna e marchingegno da strozzini e killeraggio autorizzato e legalizzato, e sempre a vantaggio dei pochi.

Henry Kissinger (premio nobel per la pace!?) – ex segretario di stato americano e non certamente uno stinco di santo, se è stato lo stratega americano che ha aperto la strada alla dittatura di Pinochet nella terra di Salvador Allende –, nel 1989, “a proposito dei piani di aggiustamento strutturale imposti ai paesi latinoamericani, affermava: ‘Nessun governo democratico può sostenere l’austerità prolungata e le compressioni di bilancio dei servizi sociali richieste dalle istituzioni internazionali’. E ciò, tanto più in quanto, essendo i vecchi prestiti in parte coperti da nuovi prestiti, il debito continua a crescere nonostante i rimborsi: nel 2009, i poteri pubblici dei paesi in via di sviluppo avevano rim­borsato l’equivalente di novantotto volte quanto dovevano nel 1970. Nel frattempo, il loro debito si era moltiplicato per trentadue”[xxvii].

Ma a proposito di debiti e della loro onorabilità, Damien Millet ed Eric Toussaint esaminando la situazione del debito degli Stati in questo frangente della razzia finanziaria-liberal-capitalistica e le condizioni previste per onorali e i vizi di consenso previsti dalle convenzioni richiamano alla non necessità e dovere di soddisfare l’obbligo contratto, se i prestiti non seguono le finalità condivise e stabilite dalla legislazione internazionale. E così scrivono:

 

Per essere vincolato da un contratto di prestito, uno stato deve aver dato il suo consenso liberamente. Da questo consenso nasce l’obbligo di rimborsare il debito, Tuttavia, il principio non è asso­luto: è sottoposto alla legalità di cui si è dotato il diritto interna­zionale. Così, l’articolo 103 della Carta dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu) proclama: “in caso di conflitto tra gli obblighi dei membri delle Nazioni unite in virtù della presente Carta e i loro obblighi in virtù di ogni altro accordo internazionale, i pri­mi prevarranno”. Tra questi si trova, all’articolo 55 della Carta: “L'aumento dei livelli di vita, il pieno impiego e delle condizioni di progresso e di sviluppo nell’ordine economico e sociale”. I “piani di aiuto” concessi dalla Commissione eu­ropea, dalla Bce e dall’Fmi ai paesi in difficoltà (per permettere loro di rimborsare i creditori) rispondono a queste esigenze? Nel 2009, la Lettonia si è vista imporre una riduzione delle spese pubbliche equivalenti al 15% del Pil, una diminuzione del salario dei funzionari del 20%, una riduzione dell'importo delle pensioni (peraltro giudicata incostituzionale alcuni mesi più tardi) del 10%, e la chiusura di scuo­le e ospedali. Ma, fin dal 1980, la Commissione del diritto internazionale delle Nazioni unite stabili­sce: Uno stato non potrà, ad esempio, chiudere le scuole, le università e i tribunali, abolire la polizia e trascurare i servizi pubblici al punto da esporre la popolazione al disordine e all’anarchia, al solo fine di disporre dei fondi necessari a far fronte ai suoi obblighi nei confronti dei creditori esteri (4)[xxviii].

 

Perché, allora, in Italia (il cui debito, e forse per difetto, è del 120% del Pil), come nel resto delle altre realtà massacrate (“il debi­to estero totale dei paesi dell’America latina toccava, a fine 2009, il 23% del prodotto interno lordo (Pil), si collocava al 155% in Germania, 187% in Spagna, 191% in Grecia, 205% in Francia, 245% in Portogallo e 1.137% in Irlanda. Una cosa mai vista”[xxix]), si deve onorare il debito?

Forse che la classe politica al potere, che non garantisce dal conflitto d’interesse privato se non chi è già portatore dello stesso (e lo impone), e che è supina a quello dei poteri forti (Bce e associati), così facendo si prodiga per “L’aumento dei livelli di vita, il pieno impiego e delle condizioni di progresso e di sviluppo nell’ordine economico e sociale”?

È cosa nota infatti che, diversamente dal Rf (Riserva federale americana) che crea moneta e rifornisce gli Stati Uniti, la Banca centrale europea (Bce) non solo non finanzia per statuto gli stati della zona euro, ma quando questi (2007/2008) si muovono per salvare dal fallimento le banche  e investono una somma pari a “1.200 miliardi euro”, il finanziamento pesa sui fondi pensione e dipende dalle assicurazioni e dalle banche private.

Non pagare i debiti o bloccare quelli viziati non potrebbe essere allora anche una prima scelta radicale e rivoluzionaria nella politica e nella cultura italiana?

E ancora non sarebbe un segnale forte contro la rinascita della “controriforma cattolica” nei tempi  tristi della santa alleanza trono/altare e contro il vezzo delle “rivoluzioni passive” in giro per le piazze del riformismo trasformistico?

Sa di comunismo? Di comunismo della molteplicità, di democrazia dei “senza parte”, di una nuova pratica democratica collettiva che coniuga idee e prassi politica plurale ideologico-materiale materiale, e produzione di soggetti,  soggettivazioni e procedure di verità concrete e collettive? Bon! Allora... proviamo?

Non crediamo assolutamente che gli eventi storici, e le  verità politiche particolari che li hanno messo in vista, abbiamo dimostrato che la “produzione dell’uomo” (essere “insieme di relazioni”), mediante gli uomini e i rapporti di interdipendenza reciproca, siano appannaggio intoccabile ed esclusivo del solo capitale, della sua ideologia proprietaria o dei codici della sua cultura volta alla mercificazione e al mercimonio generalizzato.

Eventi epocali, prevedibili o meno – che fanno discutere la collettività intorno alla corrispondenza o meno  dell’identità tra le cose e i nomi che le dicono –, quando si verificano e occupano comunque contestualmente l’esistenza individuale e sociale di ognuno, nella loro realizzazione di fatto, comunque generano delle fratture e impongo delle decisioni, delle scelte e delle azioni che nessun automatismo e deresponsabilizzazione può rimpiazzare per presunte necessità presenti irrevocabili e destinali, specie se calano dall’alto dei cieli dei tribunali dei padroni.

 

 

 

 

 

 



[i] Christian Marazzi, Introduzione, in Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e  crisi globale,  ombre corte / UniNomade, Verona 2010, p.7.

[ii] Christian Marazzi, Introduzione, in Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e  crisi globale, cit., p.8.

[iii] Ugo Biggeri, Finanza, criminalità, economia civile, L’esperienza della Banca popolare etica, in Alfabeta2, II, n.8, Aprile 2011, p. 8. 

[iv] Ivi.

[v] Ibidem.

[vi] Intra.

[vii] Alberto Burgio, Uno sguardo adulto sul mondo, in “Alfabeta2”, II, n. 11, Luglio-Agosto 2011, p. 29.

[viii] Andrea Fumagalli, La teoria del valore di Marx al tempo della rendita, in “Carta/Almanacco/Cantieri sociali”, XI, n. 28, 31 Luglio/27 Agosto 2009,  p. 22.

[ix] Michael Hardt, Tornare a Marx per affermare il comune, in “Carta/Almanacco/Cantieri sociali”, cit.,  p. 18.

[x] Ibidem.

[xi] Etienne Balibar, Rovesciamento della storia, in La filosofia di Marx, manifestolibri, Roma 1994, pp. 42, 43.

[xii] Carlo Formenti, L’eclisse del lavoro, in Felici e Sfruttati – Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, manifestolibri, Roma 2011, pp. 85, 86.

 

[xiii] Christian Marazzi, Introduzione, in Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e  crisi globale, cit., pp.226, 227.

[xiv] Paolo Vinci, Il lavoro come rapporto sociale, in La forma filosofia in Marx, manifestolibri, Roma 2011, p. 137.

[xv] Alain Badiou, L’ipotesi comunista, Cronopio, Napoli 2011, p. 171.

[xvi]  Aa.Vv, Introduzione, in L’idea di comunismo,(a cura di Costas Duozinas e Slavoj Žižek), DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 5, 7, 8.

[xvii] Etienne Balibar, in La filosofia di Marx, cit., p. 113.

[xviii]Antonio Negri, Comunismo: qualche riflessione sul concetto e la pratica, in “Alfabeta2”, II,  n. 8, aprile 2011, p. 28.

[xix] Etienne Balibar, La filosofia di Marx, cit., p. 129.

[xx] Ibidem.

[xxi] Intra.

[xxii] Cfr. Mario Pezzella, Il malinteso dell’arte. Politica ed estetica in Jacques Rancière, in  “Iride”, XXIII, Aprile 2010, n. 59, p. 108. ,

[xxiii] Carlo Formenti, Felici e sfruttati, cit., p. 118.

[xxiv] Vladimiro Giacché, Crisi 2.o,  in “Alfabeta2”, II, n. 13, Ottobre 2011, p. 40.

[xxv] Carlo Formenti, Felici e sfruttati, cit., p. 123.

[xxvi] Saskia  Sassen, La finanza divora l’economia, in Carta/Cantieri sociali, XII, n. 1, 15/21 gennaio 2010, p. 12 e ssgg.

[xxvii] Damien Millet ed Eric Toussaint, Aria di rifondazione in Europa. Bisogna pagare il debito? , in Le monde diplomatique/il manifesto, XVIII, Luglio 2011, n. 7, p. 7 e ssgg.

[xxviii] Ivi.

[xxix] Ibidem.




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