FILOSOFIE DEL PRESENTE
MARX ROMANZIERE
Il giovane filosofo
si ispirava
a Laurence Sterne


      
Gli Editori Internazionali Riuniti ripubblicano, in una nuova, discutibile traduzione, “Scorpione e Felice, Romanzo umoristico”, un’opera narrativa giovanile del pensatore di Treviri, apparsa in Italia nel 1968. Il testo che in qualche modo si propone di imitare lo stile del “Tristram Shandy”, viene oggi letto dal critico Gabriele Pedullà come una smentita avanti lettera dei canoni del ‘realismo socialista’. Ma il libro è un prodotto letterario troppo modesto, più che altro una curiosità. Come scriveva Magris, è bene non cercarvi anticipazioni o sconferme ideologiche marxiane successive.
      



      


di Alberto Scarponi

 

 

Un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi. Parola di Kafka. Così, con tale verità orgogliosamente in epigrafe, una nuova battagliera collana (la Asce degli Editori Internazionali Riuniti) si presenta erede di altre collane (p. es. le Opere di Marx ed Engels degli Editori Riuniti). Dà modo di parlarne qui un libro: Karl Marx, Scorpione e Felice, Romanzo umoristico, con disegni e caricature di Friedrich Engels, introduzione di Gabriele Pedullà, traduzione di Cristina Guarnieri, con una nota di Claudio Magris (Roma, 2011, pp. 170, € 9,90).

La nota di Magris a dire il vero è del 1968. Recensiva allora la prima traduzione italiana di tale “romanzo”, apparsa, per iniziativa di Gianni Toti, sulla rivista romana Carte segrete, presentata da Fausto Codino nella traduzione di Giovanna Kormis (traduzione ripresa poi, nel 1980, nel volume I delle Opere di Marx ed Engels. E Magris, accogliendo il cauto avviso di Codino, ammoniva a non cercare nel frammento marxiano «anticipazioni del pensiero successivo o indizi di incertezze ideologiche».

 

Di altro avviso ora è invece Gabriele Pedullà, il quale – pur definendolo «prosa goliardica», dove «l’umorismo è spesso forzato, la trama inesistente», tanto che «i diversi fili si allontanano per non riannodarsi più» ­– legge comunque «il romanzo di Marx… come la più cocente smentita» della futura precettistica sozreal. Il giovanissimo Marx infatti con la semplice scelta di gusto di imitare il Tristram Shandy, nonostante la propria scarsa riuscita, si situa «nella grande famiglia dei discepoli di Laurence Sterne», il che scompagina «le carte con cui nel xx secolo è stata fatta la teoria del romanzo».





Un po’ troppo, forse, e insieme troppo poco. Non solo perché, se è vero, ed è vero, che «Marx non ha mai pensato di fondare un metodo di analisi dei testi letterari», non deve averci pensato nemmeno lì a vent’anni, ma poi anche perché, se Sterne è un discrimine di qualcosa nella cultura europea, questo qualcosa sarà, non un mero modo di narrare, ma ciò che narra, vale a dire il problema critico dell’intellettuale moderno di fronte alla vita. Non per nulla Pedullà stesso rimanda in proposito al Lukács de L’anima e le forme, a Ricchezza caos e forme (1910), «il saggio probabilmente più bello» di quel libro (libro fondativo, lo ricordo, per la cultura critica europea del novecento.

Tuttavia egli tende, mi pare, a sottodimensionare il discrimine, a profilarlo in termini letterari formali. In realtà Lukács abbandona Sterne perché la soluzione ‘ironica’ di questi conserva il pensiero critico moderno entro un rapporto soltanto individuale con la vita, solo da intellettuale, ‘drammatico’, mentre la modernità stessa gli ha aperto davanti l’abisso tematico di un rapporto da uomo quotidiano, ‘tragico’, non soltanto con la vita, ma con il mondo tutto, in ogni sua struttura ontologica.

 

Resta che Pedullà ha comunque ragione a riproporre il fascino e l’utilità di Sterne, oggi nel piattume rispecchiante il piattume della letteratura commerciale, anche se ha dovuto cogliere un’occasione seminventata (l’edizione del libro in sé è seminventata: dalla superflua ritraduzione italiana, legnosetta anzichenò, con errori, – per esempio il concetto filosofico ‘intuitivo’ diventa incomprensibilmente ‘perspicuo’, – all’assenza di note opportune, per cui Pacius suona come una trovata goliardica, invece che essere il cognome d’un sopraffino giurista cinquecentesco e Klingholz un singulto-sberleffo, dettato da spirito di patata, invece che essere a sua volta Engelbert Klingholz, personaggio fittizio, da Marx inventato nel periodo a incarnare il filisteo tipico), un’occasione per ribadire e anche precisare la diversità dello scrivere letterario dallo scrivere, diciamo, politico e/o commerciale.   

 

 

        

Questa recensione è simultaneamente leggibile, in stampa, su alfalibri supplemento della rivista mensile alfabeta 2, n. 15, dicembre 2011




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