TEATRICA
DANZATEATRO

Artisti
in “Equilibrio”
su strade solitarie, perplessi


      
Il Festival della nuova coreografia internazionale all’Auditorium Parco della Musica di Roma, diretto per il secondo anno da Sidi Larbi Cherkaoui, ha offerto un mix di eventi e allestimenti proiettato tra passato, presente e futuro, con vari omaggi a Pina Bausch. Tra i molti spettacoli proposti, l’applaudito “Vertical Road” della Akram Khan Company, ispirato al poeta mistico persiano Rumi, il fondatore dei “dervisci rotanti; e “32, Rue Vandenbranden”, l’ultima creazione dell’ottimo gruppo belga Peeping Tom, tra echi filosofici di Lacan e pezzi canori live da Bellini ai Pink Floyd.
      



      

di Marco Palladini




Akram Khan Company: Vertical Road - 2011 (ph. Laurent Ziegler)


A fronte di un panorama dello spettacolo nazionale sempre più afflitto dalla penuria economica, nonostante il recente reintegro del F.U.S. (il Fondo ministeriale unico per il settore) e dalla sostanziale cancellazione di manifestazioni importanti come il Napoli Teatro Festival (ora affidato alla dubbie ‘cure’ del filogovernativo regista Luca De Fusco), una rassegna come “Equilibrio – Festival della nuova danza” all’Auditorium Parco della Musica di Roma, appare come un’isola di eccellenza, che ci si augura possa permanere anche in futuro con le attuali caratteristiche di vetrina delle migliori produzioni internazionali di dancetheatre. 

Diretto da un paio di stagioni dal 35enne coreografo e ballerino belga, di origine marocchina Sidi Larbi Cherkaoui, “Equilibrio” ha proposto quest’anno un mix di eventi e allestimenti proiettato tra passato, presente e futuro. Muovendo dall’omaggio a Pina Bausch, morta nel 2009, con film, video, un lavoro di Cristiana Morganti del Tanztheater di Wuppertal e un Play ‘de deux’ tra lo stesso Cherkaoui e Shantala Shivalingappa, danzatrice indiana e collaboratrice della Bausch, per scorrere su due personali punti di riferimento formativo del coreografo di Anversa – il gruppo Rosas diretto da Anne Teresa De Keersmaeker con En atendant e Les Ballets C de la B con Primero / Erscht firmato da Lisi Estaras. Tra gli altri spettacoli di richiamo si possono ricordare Journey Home del quintetto Les Slovaks Dance Collettive e Transquania - Into Thin Air della Iceland Dance Company.

 

Personalmente sono andato a visionare gli ultimi lavori di due ensemble che reputo tra i più significativi della scena coreutica europea. In primis la Akram Khan Company che ha presentato a Roma Vertical Road. Il 34enne londinese Akram Khan è stato a soli 14 anni tra gli interpreti del Mahabharata di Peter Brook, e tutta la sua formazione di coreografo è all’insegna di un intreccio tra l’estetica occidentale e le radici asiatiche della sua famiglia proveniente dal Bangladesh. Questo confronto ideale e culturale è pienamente sviluppato in Vertical Road dove troviamo all’inizio sette figure accovacciate in posizione fetale davanti a una grande sipario di raso ripetutamente colpito da una figura invisibile che sta dall’altra parte ed esegue una serie di mosse di arte marziale. Al termine dell’allestimento questa figura imponente di barbuto-capelluto, corrusco ed energico profeta la ritroveremo davanti al marezzato sipario, spalle al pubblico, mentre saranno gli altri sette ad essere dietro il sipario a spingerlo ed a percuoterlo.

È come se Khan abbia voluto lasciare in sospeso il senso di nascita o rinascita e di viaggio spirituale che si compie nello spettacolo: alla fine gli apprendisti sono arrivati al posto del maestro o semplicemente si sono invertite le posizioni e, rovesciando la visuale del pubblico, tutto è come prima?




Akram Khan Company: Vertical Road - 2011 (ph. Laurent Ziegler)


La verticalità evocata da Khan nel suo elaborato diagramma coreografico è, comunque, afferente al moto dello spirito, all’ascesi, alla tensione verso l’assoluto metaforizzata secondo una strada o un ‘ascensore’ dell’interiorità.

Qui il percorso è sostenuto e, direi, pressocché guidato da una straordinaria colonna sonora creata da Nitin Sawhney, il grande compositore anglo-indiano che ha prodotto una musica fortemente ritmata e di variati e bellissimi echi meticci che viene a cadenzare i movimenti del gruppo dei danzatori tanto quanto i duetti e le rotazioni solistiche. La compagnia esprime una grande energia unita ad una squisita compattezza e fluidità collettiva. Tra sciabolate di luci radenti, violenti flash dei proiettori strobo, suggestive suffumigi, si articolano le diverse sequenze coreutiche che hanno figurazioni palesemente tribali e rituali, mentre al proscenio una sorta di ‘shangai’ di tavolette verticali viene ripetutamente fatto cadere a significare che ogni slancio verso l’alto passa attraverso il reiterato rischio del fallimento, del desolato crollo in basso.

Il sottotesto di Vertical Road ha un’ispirazione sufi e deriva, in particolare, dal sofopoeta persiano Jalāl al-Dīn Rūmī (XIII secolo), il fondatore della confraternita dei “dervisci rotanti”, che qui vengono appunto richiamati dalla foggia dei costumi chiari di scena e dalla potenza dei gesti e delle torsioni e dal vibrante scuotimento dei corpi. La figura del profeta-Rumi si concede in extremis l’atto soterico di far cadere al suolo il sipario-velatino: è la fine delle illusioni ovvero il segno della avvenuta liberazione dello spirito? Il corpo mistico e l’anima mnestica si incontrano davvero? E se sì, dove? Non ai posteri, ma agli spettatori, anzi ad ogni singolo spettatore, come suol dirsi, l’ardua sentenza. La platea in ogni caso ha ripagato con lunghi e convinti applausi la multietnica compagnia di Khan che annovera elementi asiatici, europei ed arabi. La nuova danza è anche il frutto di una nuova ed armonica umanità.




Peeping Tom: 32, Rue Vandenbranden - 2011 (ph. Herman Sorgeloos)


Il secondo act che ho visto concerneva il giovane, ma già affermatissimo gruppo belga Peeping Tom. Una compagnia anch’essa multietnica di ‘guardoni’ (=Peeping Tom), diretta da Gabriela Carrizo e Franck Chartier, reduce da una acclamata trilogia – Le Jardin, Le Salon, Le Sous Sol – che ha inscenato 32, Rue Vandenbranden che mi ha ricordato Siamo tutti indiani di Alain Platel, maestro riconosciuto del nuovo teatrodanza belga. Qui la strada non è interiore, è la concreta stradetta di una periferia montanara o di un villaggetto nord-europeo innevato, con un cielo corrusco pantografato sullo sfondo e due baracchette-caravan disposte a destra e a sinistra verso il proscenio. Un gelido e desolato paesaggio abitato da una microcomunità di marginali. C’è una giovane coppia che passa il tempo in permanenza a litigare, con lui, un biondo aggressivo, che la sbatacchia dappertutto e lei che resiste impavida come ‘tiramolla’ e si esibisce in movenze e snodi fisici pressocché da contorsionista. Ci sono poi due immigrati coreani colmi di masserizie, valige e pesanti pellicce, che fanno mosse e versacci in abbondanza, quindi poi si liberano rimanendo in canotta e mutande bianche. C’è una prostituta incinta, flessuosa, alta e nasuta, che assomiglia a Rossy de Palma, attrice-feticcio del primo Almodóvar; e infine c’è una scarmigliata barbona con liso cappotto che si rivela via via una straordinaria cantante, voce da contralto che trascorre senza problemi dall’opera lirica al rock. Lo spettacolo illustra brandelli di vite sbrindellate, ai margini del mondo, con empiti di disperazione, ma pure svisature umoristiche: come quando dietro lo smutandato coreano che si contorce e mima una compulsiva masturbazione (pazzo di passione per la pittoresca puttana), passano degli stupefatti turisti con le giacche a vento e gli sci in spalla. Le sequenze scenico-coreutiche in effetti mescolano tratti realistici e passaggi puramente onirici, immaginari, per cui il bambolotto-piccino frettolosamente sepolto sotto la neve, forse non è un ‘vero’ infanticidio. Così, come il ragazzo asiatico che si strappa il cuore sanguinante e lo dona alla ‘fanciulla di vita’ di cui si è innamorato è un’iperbole dell’eterna incomprensione tra i sessi.

La coppia di registi ci avvisa che precipua, loro fonte d’ispirazione è stato il concetto lacaniano di extimité contrapposto a ‘intimità’, ossia l’estroversione di una particolare confidenza soggettiva o intersoggettiva in una sorta di prossimità esibita, messa a nudo, scoperta o scoperchiata nelle sue fragilità tanto quanto nelle sue delicatezze. È su questi impulsi di ‘estimità’ che si accendono lampi di danza nichilista, duetti e assoli furiosi, saltando agilmente dentro e fuori gli usci e le finestre delle casette prefabbricate, o scatenandosi sotto copiose, natalizie nevicate. A rinforzo ci sono gli interventi della pingue cantante-clochard che si sbatte qui e là e passa da intonare “Casta Diva” (dalla Norma di Bellini) ad un fragoroso pezzo prog-rock. Fino ad inerpicarsi sul tettuccio di una baracchetta ed eseguire per intero e trionfalmente Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd, estremo tributo al genio pazzo della psichedelia Syd Barrett.

Lo struggimento del “fluido rosa” è quello di anime solitarie in una strada solitaria, perplesse. Sagome che vagabondano in tondo, senza sapere dove svoltare per una esistenza meno infelice. Il collettivo dei ‘voyeur’ spia, sbircia, ‘smiccia’ dentro un pezzetto di umanità contemporanea e non ne ricava auspici futuri per noi positivi. Però lo spettacolo è di rilievo esemplare.




Peeping Tom: 32, Rue Vandenbranden - 2011 (ph. Herman Sorgeloos)





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