PRIMO PIANO
PLACE VENDÔME (18)
Alla ricerca della poesia perduta


      
Una piazza orientata su un meridiano agro-malinconico, rileggendo Giordano Bruno e meditando con un’amica sugli ‘aberranti-consolatorî’ corsi di scrittura ‘creativa’. In omaggio ai lettori uno screziato pezzo sui segni della musica e della parola rifiutato dal Corsera. Considerazioni sparse sul volume che raccoglie l’esemplare opera poetica di Giuliano Mesa sviluppata nell’arco di quattro decenni e ripensando al Sereni apicale di “Stella variabile”.
      



      


di Marzio Pieri



I

O vita, o vecchio Capitano; a tempo.



  1. Stamattina mia moglie scende in plasvandomia, studiando il Teeteto le sono fioriti dei dubbî su un sintagma (o un brindello): “ousía pheromene”; il frammento del divino Platone termina con l’interrogarsi se il suono d’una parola sia sano; o fésso. Donna e filosofa, ma intelligente, mia moglie ha percepito la malattia latente nelle due parolette brevi. Resta da chiedersi: dissonanti per noi od in sé?


  1. La nostra civiltà si fonda su palafitte; piantate bene, con legni resistenti; forse non dalla scimmia discendemmo (come uomini ‘colti’) ma dai castori. Basta non dimenticarsi che le son palafitte: non colonne di marmo diamantato.


  1. Arrivato a toccare la pensione, cerco di sopravvivere inventandomi delle obbligazioni; ultima quella, coglionesca davvero, di rileggere il Bruno ‘volgare’ dalle stampe originali, prendendo sul serio anche gli errori di stampa; gli errores. L’avventuriero ne meritava sette di roghi e fu come un Mago Houdini che ogni volta rischiava non so dire se la morte o la vita. Il suo battere sull’illimitato è come un dionisiaco copernicano (co-co-co). La sua tattica è spesso giocoliera, fratesca. Il paralogismo, la pignolerìa. Il suo stravolgimento vero è il ritorno a una lingua del pensiero da rinnovare e riscattare ogni volta, pagando sul tagliere.


  1. Nell’ozio fratesco o nella rissa professorale ravvisa ed irride l’immobilismo. Lui, sul proteismo intrinseco alla parola, non lo prenderanno mai.


  1. Inestinguibilmente non cattolico.


  1. Troppo vivo per essere massone. Chàirete, chàirete. Ma preferisce il Rogo alla Statua.




II


Ricevo fra ieri e oggi tre tipi di messaggio:


i. L’informazione della apertura delle iscrizioni (mi sia lieve Flaubert!) a un ennesimo corso di scrittura ‘creativa’. Mi viene da una amica molto cara e recrimino affettuosamente su quel ‘creativa’; invito (verbo) alla prosa. La risposta è molto bella (in due fiati): “non hai idea del fastidio che provo ogni volta che scrivo... ‘scrittura creativa’! Ci ho provato, sai a parlarne con i ragazzi... ma pare che quella parolina sia proprio quella che fa scattare il meccanismo dell'iscrizione... ti sembra? Io non ci capisco più niente [...] Sei sempre troppo ottimista... (ti sembrerà strano...) ma ecco la soluzione! Sentirsi ‘creativi’... è questo che conta. La ‘creatività’ a portata di mano... La ‘creatività’ che puoi stimolare attraverso la realizzazione di un pitturino o la scrittura di una poesia in rime baciate! È un pò come la filosofia spicciola e il consiglio del tuo barista per affrontare meglio la giornata... A me tutto questo rende molto triste, ma pare che sia da fare. Cito sempre Huizinga in questi momenti di tristezza. La proliferazione di immagini e di poesia è l'anticipazione della fine della civiltà. E ogni volta mi sento sollevata all'idea di non avere eredi.” Provo a rispondere (la ‘soluzione di Marinella’ è ironica, meglio avvertirlo in una Italia che ride ormai con Christian De Sica): “Ottimista? Non ci avevo mai pensato, ma forse, come insegnante retribuito, era un dovere. Se non credi almeno alla salvabilità degli uomini, come fai? Huizinga era, fra tante cose bellissime, un aristocratico. Può proliferare di tutto, a condizione che i valori di fondo siano stabili. Questo consente di scernere fra le pietruzze e la paglia pestata... Quanto agli eredi... I tuoi sarebbero bellissimi di persona e di mente, sei sollevata, è comprensibile, ma è anche un peccato.”

ii. Il bando di un concorso (centomillesimo) da parte di una importante, attiva, e meritoria rivista e casa editrice lombardo-veneta; per la quale ho sentimenti di amicizia, sforzandomi di leggere aldilà di questo tipo a me infestissimo di promozioni:

A tutti i poeti che desiderano pubblicare una propria raccolta di poesie

Gentile lettrice, caro lettore, se Lei conserva tra le Sue carte una raccolta inedita di poesie, sappia che ora ha l’occasione di pubblicarla gratuitamente nella collana [...] con un’ampia diffusione. È sufficiente che Lei partecipi al Premio [...], sezione “Raccolta inedita”. Nell’ambito dei lavori pervenuti la Giuria del Premio sceglierà l’opera vincitrice, che sarà pubblicata a cura di [...] grazie alla partecipazione della [...]

Il volume sarà introdotto da un’approfondita riflessione critica e verrà presentato sul sito di [...]. Sarà altresì inviato a quotidiani, riviste, critici letterari, storici della letteratura, biblioteche e università. In attesa di leggere i Suoi testi poetici, La salutiamo con cordialità.”


Ne riterrò l’altresì.


iii. Lettera da uno Sconosciuto:

Ciao, mi chiamo A. C. e faccio parte della commissione artistica del [...] aperto a tutti i generi musicali, sono anche direttore artistico di [...] un portale gratuito messo a disposizione per band e cantanti che necessitano di visibilità, dove si può liberamente caricare e dare visibilità al proprio repertorio musicale. Ti scrivo per invitarti al [...] (aperto a tutte le categorie musicali) e per informarti che semplicemente iscrivendoti potrai partecipare gratuitamente a [...] un evento senza precedenti: 12 giornate di specializzazione per chi la musica vuole farla sul serio. Un'aula presieduta da A.S. e coordinata da P. C. vedrà salire in cattedra numerosissimi e autorevoli docenti dell'universo musicale. Insieme a tutto lo staff [...], incontrerai discografici, produttori, arrangiatori, artisti, uomini di marketing e giornalisti di primissimo livello. Potrai partecipare a tutte le 12 giornate semplicemente iscrivendoti ora al [...].

e via per altre due pagine ricche. Invisibile amico, che cosa puoi tu rispondere a tanta gratuità?

Se quel Poeta io fossi, se il mio sogno si sfessasse.




Art Books: Nero, Promenade d'Orphée, 2008


III. Tempo indietro mi ha trovato un nuovo amico, Stefano Jesurum; ne conoscevo il nome, seppure io legga troppo poco i giornali. Così, a sorpresa, il mio nome comparve in calce a due o tre pezzulli sul Corsera; “ma è un altro!”, gridarono i pochi, che ancora sanno che io sia al mondo. Come nel Don Pasquale, quando dopo le (finte) nozze, la monacella Sofronia tira fuori le unghie della tremenda vedova Norina. Un temino che feci su musica e poesia, oggi (quando si è sempre meno certi che oggi sia anche domani), rimase inconcluso; richiedeva una seconda trancia e risultò sgradita in alto loco. Ne approfitto per ricomporre insieme i due cocci spaiati.

O graziosa mia Musa io mi rammento. Un altro dei miei lapsus leopardiani. Musica a Musa sta come nicciàno a Nietzsche. Un derivato, equivoco o specialità. In grave crisi le cose della musica, non è cosa solo italiana, con un’aggravante tota nostra: la crescente sordità culturale delle classi che un tempo senza rigiri chiamavano popolo grasso. Ma fermi tutti; io che venivo quasi di campagna quando ne raccoglievo vellutati ammaestramenti avevo anche allora la sensazione più di un ‘quadrato’ di classe (Custer’s last stand) che di mùsiche competenze vissute. Nella mia adolescenza fiorentina registravo un fronte compatto contro Wagner Liszt Strauss Mahler Bruckner Ciaicovsky Puccini e il jazz. E contro l’Opera, da tenere in riserva mondanizzandola una volta l’anno al Maggio musicale. Fu a Milano diverso? Io ne subivo il fascino, magari dai rotocalchi ciascuno col suo critico musicale, eccellente scrittore di norma (per questo lo leggevi) e dalle copertine dei dischi della Callas con la Scala neoclassica. Tutti neoclassici allora, usciti dal liceo, tranne che la partita s’era chiusa assai prima di Strawinsky l’Innominato. La mia scuola dell’Opera fu in famiglia e nel vocale rione: all’università appresi che non son le invenzioni a far l’uomo ma il desiderio a prefigurarle finché si ritrovano. I microsolco nacquero quando salì la richiesta d’ascoltare una sinfonia tutta di séguito, un’opera non solo a sospiri per quanto profumati. Dell’Opera mi avevano sedotto i recitativi. Nella scala delle conoscenze siamo con essi in miniera ma vicini a dio, l’esatto opposto di quanto sostengon gli alpinisti della domenica. Come leggi una pagina di Proust dove a vista nulla trovi di eccellente, compiti la Ginestra alla ricerca di snodi più intrinseci e segreti; non esser tanto vero che quel capolavoro sia un manifesto per la pace universale. Barthes ci avrebbe insegnato che uno cerca ‘un western’, ‘un classico’ come lo spatriato mette un disco con la voce dei suoi paesi. Le occasioni non eran solo quelle di Montale, come quel pomeriggio di domenica che per via d’un biglietto di favore potei ascoltare nell’anfiteatro di Fiesole la banda dei gendarmi dar suoni ‘fisiologici’ a Vita d’eroe. Che piacere una carta di Lele d’Amico a gloria delle bande di paese. Verdi? una notte agostana ascoltai da una balaustrata di San Casciano la sinfonia della Giovanna d’Arco nel suo verbo ancestrale. In braccio avevo il primo figliuolo, forse accanto, di quelle parti, l’Orco Pacciani. La salvezza verrà dalla scuola? Infarinarsi a scuola della musica produce matrimonî senza amore. La scuola ha fretta, ingurgita solo robe preconfezionate. I miei figli ebbero l’ora di musica: maestre mai scaldatesi all’ascolto di un lied gli davan due per non aver memoria del nome di Lavigna maestro di Verdi. Io descolarizzerei perfino l’aritmetica. I teatri chiudono? Se un Fidelio di qualche pregio chiede un giorno di coda per lasciar alla cassa mezzo milione in due un professore è naturaliter escluso. Se lo potrà permettere una tantum ma lo tiene il pensiero degli allievi che no. Ai miei tempi non era così. Il sogno per domani un teatro che apra tutte sere; entrarvi come un tempo in un buon cine. Utopia? La Germania è a due ore di treno, mettiamo dei tedeschi a rinsavire i nostri teatri. Ma la cosa economica è solo punta d’iceberg. Vacche grasse poche ne vidi sempre ma il paesaggio teneva, illudeva d’idillio. Se scuola vacillava fuori le vetrine dei librai lasciavano intuire che il mondo non finiva lì. Non era oro tutto che luceva ma il circolo teneva; rassicurato si metteva in mare anche chi si temesse meno armato. Poi si misero a dire il lettore non sa, l’allievo non ci arriva; come la libertà sacrosanta se ne fai buon uso cioè non ne fai uso. La sostanza migrante da un tronco all’altro, dal più al men bello e gagliardo non era scusa a svogliar dalla caccia. Venne a Firenze Karajan, i biglietti che dovevano attenderci in teatro non ci furono per un malinteso; mezz’ora dopo seduti in un cinema ci consolò alla pari la prima di un Visconti. Ora la notte è notte e solo notte.


La poesia combatte col rasoio; Burchiello era un ermetico travestito da mattodelpaese? Oggi si scrivono libri sulle trasformazioni della città. Filosofi e urbanisti, pensatori e sociologi. Ma i poeti erano arrivati primi: Baudelaire Arrigo Boito D’Annunzio Aragon Walter Benjamin. à la recherche de la cité perdue. Non so se includerci Wagner (la conquista e la fine del Walhalla non maschera nemmeno al musicista ideologo che la città prende esistenza dalla Torre dalla Reggia dal Paradiso degli Eletti). Ci pensavo rileggendo il mio pezzullo precedente, che il titolo smascherava: non c’è poesia senza musica. Andrà oltre le intenzioni di Proust ma la petite phrase della Sonata di Vinteuil potrebbe costituire davvero il tema generativo, la cellula universale del laberinto. La classe muore con la sua città come Marcel muore nel suo romanzo. L’essenziale lo disse lui: “la Sonate di Vinteuil non è quella di Franck... La piccola frase è una frase della Sonata per piano e violino di Saint-Saëns... I sovrastanti tremoli sono di un Preludio di Wagner, gli alti e bassi lamentosi dell'inizio sono della Sonata di Franck, i movimenti spaziati della Ballata di Fauré... E la gente crede che queste cose si scrivano per caso, per facilità di vena”. Ora son tempi che la poesia deve andar a lezione d’ascolto dalla musica perché i poeti hanno deliberatamente scambiato la sincerità ideale con quella empirica. O almeno accade in Italia, così nel cine che langue fra sociologemi da bar e patèmi da canzonetta. Per questo i carri di cartastagnola mandati a rischio pei festival non riportano neanche la menzione. Del resto la favolella della petite phrase ne mostra che lo scrittore si fa seguace della musica o ne è istigatore? HWHenze musicista dei più colti e sensibili (e liberi) del secondo cinquantennio novecentesco, per un film dalla Recherche si provò a dar concretezza a quella forma immaginaria, memore in parte del celebre aneddoto di Zeusi e delle cinque ragazze di Crotone da lui scelte per giungere alla ‘idea’ di Eléna bellezza ideale. Per HWH c’è un disco della col legno specialista in moderni & contemporanei (risibile dizione), per Zeusi uno studio di Elisabetta Di Stefano. In ogni caso è la débâcle della copia e della immediatezza. V’è un equivoco da sfatare: che i segni della musica si debbano imparare a decrittare, i segni della parola (scritta o ascoltata) siano invece naturali e ‘obbliganti’. La musica è una noce la parola una pesca. Lascerei volentieri l’equivoco: pèsca, il frutto sugoso, o pésca da pescare? Diciamolo: una pesca miracolosa. Funzione del poeta era proprio il confondere, riportare la finta ovvietà della parola alle sue origini balbutienti e caotiche. Gli scienziati hanno assai progredito isolando disturbi come afasìa o dislessia, poeti che ancora tenevano fra i proprî strumenti il pensiero tornarono a concentrarsi sulla tartaruga rispetto al tachigrado Achille; i musicisti guardavano al gambero. Poi nella storia l’idea di cicli, non consecutivi ma fatto il loro giro fuggiti in orbite come stelle spente. Dalle ceneri un flebile be-bop che uomini coltivati, di specie pregiata, anche un po’ con magagne di serra, avvertono facendosene magneti o magnetizzati da quelle. La nascita dell’Opera da una idea della Tragedia greca fu proprio lo sbarco di Colombo dove non seppe di essere arrivato. In meno di un cinquantennio quel penso d’accademici diventa l’Opera Veneziana, il Musical sulle Lagune. Vado in brodo di giuggiole (fuor del giardino delle Esperidi della musica classica) a leggere: “Joe Jackson è uno dei musicisti emersi con il punk-rock che con il punk-rock non aveva nulla a che fare”, veleni da disgradarne la vecchia guerra di Darmstadt. Sia dunque la critica il lievito dell’arte? Non la rozza a rimorchio ma il germe. Sbagliai dicendo non escono più da brivido libri di poesia. Novissimo il Meridiano di tutte traduzioni di Ungaretti. Carlo Ossola ungarettiano leader ne ha fatto un libro a strati come una torta di nozze. Obiezione: ma Ungaretti non è un poeta vivente. Si apre il tema per un altro pezzullo, chi sia vivo o sia morto fra i poeti. Ungaretti non seppe molto di musica, il che allora era quasi normale, ma già Campana è meglio comprensibile a chi conosce le rare musiche di Bastianelli. I musicisti impararono presto a sentirlo dei loro. Da Nono a Vinicio de Moraes; con Nono la violenza, con Vinicio la complicità. Del resto c’è un disco testimone: complici Sergio Endrigo e lo stupendo Bacalov.


(Mando di qui un saluto al caro Jesurum, che un piccolo miracolo l’ha fatto e non è poi riuscito a farne due).




Franco Ciuti, Spazio Blu n. 2, 2008, tecnica mista, cm 70x70


IV

il dire irreducibile


i. Cummings? Il poeta! I fratelli in Boulez sanno a quale buffo equivoco (ma negli equivoci e forse solo negli equivoci sta il dito di dio) si deve il fatto che una sua composizione si intitola Cummings ist der Dichter. L’ufficio stampa di Ulm scambiò l’indicazione del nome del poeta (in una lettera scritta in tedesco da Boulez) col titolo del pezzo musicato. Quando morì Maderna, la DG fece uscire un doppio disco in memoriam: io ne ricordo la veste a lutto e i caratteri bianchi dei titoli; lessi la prima volta quel titolo enigmatico. Era il 1973 e io stavo cercando di ricostruire di me uno spaventapasseri presentabile dopo una serie a catena di passi falsi e di pubblici fallimenti. Troppo tardi; la mia immagine era ormai archiviata, finché ci ho dato dentro a renderla credibile. Ho sempre giocolato ‘fuori casa’. Non sapevo, allora, che Maderna sarebbe stato poi un mio compagno elettivo di vita.


ii. Mesa? Il poeta. Ora che una grave malattia, covata da quaranta anni di tensione esemplare e di straziata esistenzialità, ci ha tenuti sospesi per la vita di un uomo e di un poeta che ci è caro, e forse indispensabile; e che per troppo rigore ci spaventa; mentre migliorano le notizie sulla salute di lui, il caro Andrea Semerano (La Camera Verde, Roma 2010) pubblica uno dei libri di poesia più orgogliosamente vivi e scritturalmente imperfettibili di questi giorni che non si decidono. La provvidenza vuole che si arrivi stremati al disastro, lieve il peso del nulla parso tanto importante, e non lo si porta dietro, coi tamburelli nella fossa fuja! Sono 35 anni e 400 pagine di poesia scavata a cuore aperto. Da Mesa siamo avvezzi ad aspettarci sempre il meglio (tecnicamente e spiritualmente) ma quel che di febbrile a lui si accompagna, punitivo ed autopunitivo, lesto come strappando un tizzo rovente dal pieno del fuoco, lega la sua figura e il tono della favella a una idea di frammento, d’improvviso, d’inciso nel lampo d’un laser. Abbiamo invece qui la ricaduta delle ceneri dopo l’esplosione, una volta sedimentatesi; Leopardi, in una delle non molte sue poesie di vera grandezza, giunse quasi a farci avvertire il tonfo dei piedi sulle groppe della lava plurisecolare. Il freddo, il freddo; il suono lontano. Il libro (Poesie 1973-2008) è munito di una seria, affettuosamente oculata indagine sul “dire irriducibile” di Mesa, dovuta a Alessandro Baldacci. Io, che non sono capace per indole di ricognizioni così accorte e puntuali, ne registro lo stadio di tensione permanente fra l’epos e l’ethos, quando leggo, di Baldacci: “Mesa lavora a una poesia che entra prima nei nostri nervi, per poi risalire al cervello”, penso che di un critico così ci si possa fidare anche quando suggerisce, fra i modelli non inalterati della riflessione prosodico-musicale del poeta, Bacchelli, e Pavese, e Cacciatore. E perché non Thovez, allora, e Aldo Borlenghi, e la più ovvia Amelia Rosselli (ovvia nel caso che un incontro di spiriti fra lei, poetessa e musicista, e Mesa, che fu attento ascoltatore delle lezioni reggiane di Armando Gentilucci, non ci trova mai impreparati)?


  1. Certo Mesa non è poeta che s’illumini d’immenso. Fisicamente, graficamente il bel volume della Camera Verde, ben legato come non s’usa più, per la poesia, dagli editori tutti soddisfatti dell’essere berlusconiani, vale a dire arroganti e taccagni coi meno difesi; candido nella veste, con solo nerissime le antiporte (e d’un verde notturno la copertina di cartone, che non si vede avvolta com’è nel lenzuolo della sovraccoperta) intuisce una sostanza neoclassica di questa poesia, alla stessa maniera che la intuì nel fante Ungaretti il tenente-poeta Ettore Serra. Ungaretti ci aveva le idee tanto poco chiare, che a guerra finita ritentò il colpo foggiando una edizione liberty, dekarolissiana, e (duole dirlo) mussoliniana del Porto sepolto; troppo italiano per non cascarci. Mesa (è il suo nome di penna) potrebbe solo ristamparsi in un libro in filigrana d’oro. Dal raschio espressionista (Pierrot lunaire) e negroide, a certe contrapposizioni di masse come potremmo ritrovarne nel migliore dei Nono (depurate di slogan e di mondanità); a esplorazioni vocali stratosferiche, come le conosciamo dalla Lulu for ever, Christine Schaefer. Farebbe figura concludere sulla eccezionale moralità di questo intellettuale penitenziario: l’uomo non seppe mai cadere in piedi. Il poeta sa che la poesia cade o giace solo per perfezione o imperfezione. Contini lo disse chiaro, una volta: nella poesia non può esserci nulla che non conti. C’è mica l’obbligo di fare poesia; chi non ne ha voglia, scingasi. Mi giro il libro, ne volto le pagine da sette giorni; leggo e ritorno a leggere, tento i suoni con le dita come da uno spartito. Per me, il vertice della poesia italiana dello scaduto cinquantennio fu Stella variabile di Sereni (1981), con epicentro il ‘poemetto’ o ‘poesia in sette parti’ Un posto di vacanza (Scheiwiller, 1973). L’epicedio di un’altra estate andata. Ritrovo in Mesa quella calma, quella forza; quella parola che non guarisce.


  1. Non guarisce (gli altri): né guarisce se stessa. La vacanza, il vacuo, il loculo, l’orbita zodiacale, la sospensione. In questo sta il sacrificio: poetare per gli uomini, conoscendone tutta la miseria.


  1. Sulla croce non monti per corsi né per concorsi; non servono discorsi, sai non avrai soccorsi. Senza rimborsi, sul tagliere sborsi. Son uomini gli accorsi? No; son orsi. Non ti salvi dai morsi. Fra i dorsi ti sfragellano, i signorsi. Il poeta lo sa: corsi e ricorsi.



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A tutti i poeti che desiderano...

(la pianura era vuota e deserta)

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M A

 

(the day after...)

 

 

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(e la vita continua....)




Sergio Do Vale, Scultura vivente, 2007





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