PRIMO PIANO
AL PROSSIMO SALONE
DI TORINO
Un ‘supercànone’
o un vero supermarket
della rottamazione letteraria?


      
La XXIV edizione della manifestazione libraria che si svolgerà dal 12 al 16 maggio, celebrerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, esponendo la lista dei quindici ‘superlibri’ e dei quindici personaggi che hanno segnato un secolo e mezzo di vita culturale nazionale. Un mediocre studente di liceo provvisto di Bignami non avrebbe fatto di peggio. Se pensiamo che nell’elenco d’honneur sono finiti lo smielato “Cuore” di De Amicis, l’umorismo strapaesano di “Don Camillo” di Giovanni Guareschi e, venendo al contemporaneo, due volumi come “Il nome della rosa” di Umberto Eco e “Gomorra” di Roberto Saviano, di gran successo ma che nulla c’entrano con la letteratura di qualità. Per dirne soltanto una: come si possono obliare i “Canti Orfici” di Dino Campana?
      



      


di Mario Lunetta

 

 

Così, all’interno delle proposte del Salone di Torino, finalmente abbiamo anche il Supercànone della nostra letteratura degli ultimi centocinquant’anni. Iniziativa tra lo scolastico volgarotto e il quizzarolo curata da Gian Arturo Ferrari che ha presieduto un comitato di “esperti”: e non è senza sospetto di coda di paglia dire, come alcuni hanno fatto, che non è il caso di vedere chi nell’elenco c’è e chi non c’è: roba da provinciali o da frustrati. In effetti – come da sempre tutti sanno – gli elenchi di categoria si espongono per prima cosa a questo rischio. Allora, generosamente, dopo esserci espressi rapidamente sul senso dell’iniziativa, passiamo a dirne qualcos’altro nel merito, e (magari) nelle finalità manifeste e riposte.

    

L’elenco si apre con un’imprecisione grave, che per un Supercànone rappresenta un incredibile infortunio: perché il titolo dell’opera maggiore di Nievo, apparsa postuma nel 1867 col titolo posticcio di Confessioni di un ottuagenario (voluto dall’editore), è in realtà Confessioni di un italiano. Appaiati seguono (per par condicio?) l’“anarchico” capolavoro di Collodi (1880) e lo smielato Cuore di De Amicis (1886), monumento di conformismo celebrativo. Il “volemose bene” dell’Italia unita in fase di celebrazioni non può tollerare discrasie troppo vistose. Ed ecco due poeti sperimentali assai diversi tra loro, e pour cause, accomunati da una tenerezza di matrice cattolica in una disperazione esistenziale profonda: Giovanni Pascoli con Myricae (1891), e Giuseppe Ungaretti con Allegria di naufragi (1919). Ecco Italo Svevo con La coscienza di Zeno (1923), Eugenio Montale con Ossi di seppia (1925) e Alberto Moravia con Gli indifferenti (1929). Nel frattempo, per Ferrari e il suo comitato, non è successo niente. Non c’è stato Carducci (non mi azzardo a sussurrare quello arrabbiato di Giambi ed epodi o quello celebrativo di Rime e ritmi; ma nello sperimentatore delle Odi barbare - 1877 – c’è comunque, nel bene e nel male, molta Italia.           

    

Dal 1929 si salta con un balzo piuttosto spericolato al 1947 con Se questo è un uomo di Primo Levi, incastrando tra quell’imperitura testimonianza e la grazia illuministica di Italo Calvino (Il barone rampante, 1957) un libro di umorismo grossier come Don Camillo di Giovanni Guareschi (1948). Inevitabili Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958) e quel romanzo davvero grande che è La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda (1963). Chiudono l’elenco – con tutto il rispetto, in modo quasi umoristico e molto mediatico –  Il nome della rosa di Umberto Eco (1980) e (mon Dieu!) quel reportage lucido, appassionato e coraggioso che pure è Gomorra di Roberto Saviano (2006), ma che non è certo un grande testo letterario, se parlare oggi di letteratura ha ancora un senso.




L'ingegner Gadda, almeno lui, non è stato dimenticato


Spigolando spigolando, ci si accorge con un certo raccapriccio che di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1881) non si fa parola. Così di quel potentissimo, scomodo affresco risorgimentale che è I Viceré di Federico De Roberto (1894), palese modello del romanzo di Tomasi di Lampedusa.. Idem di Aldo Palazzeschi, forse penalizzato per un libro come L’incendiario (1910) e successive intemperanze. Per – almeno – I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello (1913) era doverosa, anche in un’ottica sgangherata come quella che ha presieduto al Supercànone, una ferma attenzione. Silenzio tombale anche su Dino Campana (Canti orfici). Idem su Jahier e Rebora. Fatti allegramente fuori tutti i notevolissimi sperimentali in poesia e in prosa che del nostro paese hanno parlato in modi trasversali e interrogativi. È da dire che un mediocre studente di liceo fornito di provvidenziale Bignami non avrebbe fatto peggio.

    

A questo punto, probabilmente, Ferrari e i suoi “esperti” debbono aver avuto un soprassalto: non avremo magari esagerato in banalità? Così, hanno tentato risibilmente un salvataggio in corner, affiancando ai 15 Superlibri 15 Personaggi. I quali sono, in ordine cronologico: Francesco De Sanctis, Giosue Carducci, Gabriele D’Annunzio, Emilio Salgari, Benedetto Croce, Luigi Pirandello, Filippo Tommaso Marinetti, Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, Leo Longanesi, Cesare Pavese, Indro Montanelli, Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini, Oriana Fallaci. Personaggi, in che senso? Forse in un senso televisivo formato famiglia: per quelle famiglie italiote che forse conoscono di nome D’Annunzio e Pasolini, ma non si renderanno mai conto della vergogna di accomunare nello stesso mazzo – che so – De Sanctis e Salgari, Croce e Marinetti, Gramsci e Fallaci.

    

Un vero supermarket della rottamazione letteraria realizzata da una banda di incoscienti per il solito popolo bue. Il solo a dichiararsi soddisfatto di questo doppio elenco dovrebbe essere, suppongo, il ministro Tremonti, per il quale, com’è noto, con la cultura non si mangia e la Commedia di Dante non è un panino.




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