LUOGO COMUNE
“LO SPAZIO SFINITO”
Visioni di Pincio


      
Lo scrittore romano ha ripubblicato, presso minimum fax, un romanzo uscito la prima volta una decade fa. Un libro di patente ascendenza postmoderna e metanarrativa, in cui si intrecciano e rimbalzano, in una pulsante dimensione spaziotemporale, le figure topiche e mitopoietiche di Jack Kerouac, Neal Cassady, Marilyn Monroe, Arthur Miller. Ne deriva una sorta di fantasia pop che sgrana fenomenologie del Vuoto seriale, attraverso le caratterizzazioni dei personaggi tuffati in uno sviluppo sinottico della trama, sempre brillante, agile e paradigmatico.
      



      

di Francesca Fiorletta






“Quando si raggiunge il punto di immobile equilibrio e non c’è più spazio per i fraintendimenti, è indifferente come si vedono le cose”.

E in effetti tutto il romanzo di Tommaso Pincio – Lo spazio sfinito, minimum fax, Roma 2010, pp. 157, € 13,50 – edito per la prima volta un decennio fa, può esser letto come un rocambolesco, iperuranico fraintendimento, perpetratosi, scientemente o meno, con minuziosa efferatezza e piacevolissima ironia, ad opera di personaggi realisticamente irreali, irrelati da un’architettura spazio-temporale disadorna e pulsante, scevra dalle topiche sovrastrutture tardo-fantasy odierne, ma rimpolpata dalle fantasiose nuances del cinema retró.

L’intera narrazione, appunto, tende al conseguimento di un futuribile equilibrio psico-fisico, psico-attitudinale, misteriosamente misticheggiante, da parte degli improbabili, alacri protagonisti, sempre occupati a vagheggiare sul (e nel!) Vuoto, che è tacita Scatola Nera cognitiva, o laghetto artificiale semi-ghiacciato, in cui annegare, fra Gogol’ e lacci di scarpe, lo stallo dell’impegno sociale, la sospensione del giudizio formale, la presunta oggettivazione dei sentimenti.

Frutto sugoso e satirico della fascinazione tutta contemporanea verso una postulata stasi del pensiero emotivo, invocata quale gradino ultimo di un benessere salvifico e incorporeo, i periclitanti soggetti-spettro messi in gioco da Pincio s’azzardano ancora a perseverare nella ricerca di un limbo trasognato e paurosamente invitante in cui trovare ristoro, una sorta di a-dimensionalità nella quale occhi annacquati e labbra specchianti possano finalmente confondersi gli uni nelle altre, annientandosi reciprocamente, depotenziando l’assenza del possesso, intimamente rincorso, nell’oscuro ardore di un fagocitante nulla.

In questa plurima giravolta del ripiegamento, simile a quella compiuta dall’esemplare pesce rosso più vecchio del mondo, che però nella sua palla di vetro non pare certo in grado di scorgere il futuro, attestandosi semmai sul suo esatto opposto, la visione prospettica del reale riveste dunque un’importanza capitale, epigenetica e imperscrutabile nel dispiegarsi ossimorico degli eventi.

Jack Kerouac detestava le parole lunghe, perciò preferiva rimuginare clandestinamente sui (forse...) ultimi giorni della sua vita paradossale, accettando l’idea che nemmeno i puntini luminosi nel nero cosmico sono liberi puntini luminosi in un nero cosmico sena regole; al contrario, nel suo attonito silenzio, Arthur Miller se ne stava disteso e immobile in quella vittoria mangiasoldi dello spazio, della forma e della luce, mentre altrove, nelle alte sfere, cospiratori più avveduti e retrattili, di sicuro stavano architettando il modo più discreto per fargli crollare il mondo addosso.

E se è vero che le donne sono portate alla sparizione, Marilyn Monroe spesso falliva nell’impacchettare ottime quanto arbitrarie scelte editoriali in meno di dieci minuti, ammantata da un sedi/ucente scudo che gli studiosi del comportamento classificano come Espressione Cado-dalla-Luna; specularmente convessa, Norma Jeane Mortenson, in un’annoiata attesa di fuga, stava vivendo la fine delle primavera del 1956 senza dare troppa importanza al fatto che il Sole era ormai sul punto di entrare nella costellazione dei Gemelli.




Un 'Andy Warhol' apocrifo


“Non ebbero nient’altro dal loro incontro. Solo l’illusione di avere percepito con chiarezza cos’è che volevano veramente. Ma proprio per questo fu un vero amore, il loro. Aria stritolata tra gli ingranaggi delle cose”.

Questo certamente pensava Neal Cassady, colui che si sarebbe potuto agevolmente etichettare quale emblema stesso dell’evanescenza, non fosse stato per quell’indomito, materico attaccamento alle viscere della territorialità, che lo imprigionava nevralgicamente nel mondo del non-Vuoto, in una toponomastica insopportabilmente zeppa di posti nostalgici e ripetitivi, logori luoghi di vetero-appartenenza, perché in fondo anche lui voleva tornare a casa e dormire e sparire nella voragine del buio e nel silenzio di tutte le cose che finiscono, la voragine di quando lo spazio è così sfinito che non c'è più un posto dove andare e tu non hai la forza nemmeno di alzare lo sguardo per vedere se ci sono mai veramente state le Stelle lassù.

La scrittura meravigliosamente empirica di Tommaso Pincio, già autore brillante e attento di salaci tratteggi de-umanizzati, sfiora dunque ne Lo spazio sfinito di queste centocinquanta pagine, fittamente eversive, vette sanguigne di squisito estro parodistico, non solo nelle citate caratterizzazioni dei personaggi, pure così epicamente stranianti, bensì in tutto il delizioso sviluppo sinottico della trama, agile e paradigmatico, e in special modo nelle fulminanti e inattese inserzioni meta-letterarie di cui è costellato il romanzo.

Fra Einstein e Coca-Cola, haiku e Marc Bloch, Pincio non tace di certo un’agguerrita satira sociale contro il pandemico abbrutimento intellettuale odierno, che si auto-celebra attraverso un vieto marketing da denuncia penale, che sbandiera dogmi a basso costo e svilente caratura ideologica, servendosi dell’imbonimento di falsi miti ormai cascanti, incarognendosi nel perpetuo esilio di chi, invece, col coraggio disperato che sembra trovare retto dispiegamento solo nelle più candide ingenuità, riesce a porsi ancora qualche arbitraria domanda fuori dal coro.

Non c’è Spazio, appunto, per chi osa opporre il muggito dell’insolente curiosità auto-pensante al gracchiante stridore dell’asservimento borghese di massa, non c'è Vuoto da perimetrare se non quello etico e culturale di una società lassista e priva di stelle, ossia di dubbi.

E proprio in questo Spazio sfinito della finitudine, ormai in orbita fra cosmogonie e analogie senzienti, Tommaso Pincio, ancora una volta controcorrente, riaccende magistralmente il germe del sospetto, illuminando l’oscuro oblò delle prospettive assonnate con la più sveglia e intrigante delle insinuazioni:

“Potrebbe non essere andata così”. è quella che gli storici chiamano Possibilizzazione del Passato e si fonda sull’idea che la realtà non sia altro che un piano inclinato e che i fatti non possano far altro che rotolare verso il basso ovvero verso la finzione.

 

 

 




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