LUOGO COMUNE
WALTER SITI
In “Autopsia dell’ossessione” tutti i personaggi perdono


      
A conclusione di una felice trilogia inaugurata da “Troppi Paradisi” e proseguita con “Il Contagio”, quest’ultimo romanzo del 63enne scrittore modenese torna sul tema della passione feticistica sadomaso per i corpi rigonfi di steroidi anabolizzanti dei culturisti, divinità posticce del nostro tempo. Il protagonista Danilo Pulvirenti, ricco e colto antiquario siciliano emigrato a Roma, è appena un alter-ego, il mr. Hyde del narratore, laddove il sapere e l’autocoscienza non gli impediscono di sprofondare in un maniacale universo carnale e omosessuale, algido e paranoico, senza riscatto possibile.
      



      

di Ilenia Appicciafuoco

 

 

Se la carne di un corpo morto viene lacerata con una lama, non sanguina.

La pelle, incisa, conserva un candore grigio-blu. Si mostra asciutta, arida come gomma chiara, simile ad uno straccio, ad un foglio, alla plastica del volto di una Barbie che, anche se squagliata dal fuoco, continuerà a conservare uno stolido sorriso…

Autopsia dell’ossessione (Mondadori, Milano 2010, pp. 312, € 19,00) opera che chiude la trilogia di Walter Siti e che conclude un ciclo felicemente inaugurato da Troppi Paradisi e proseguito con Il Contagio, fa sì che il lettore insegua continuamente ed angosciosamente sentieri percorsi da una serie di fantocci senza scopo, senza speranza, senza ideali e senza anima, e costruisce, pezzo dopo pezzo, gli accordi per la risoluzione di un’armonia che non verrà mai eseguita. Il protagonista del romanzo, Danilo Pulvirenti, è un ricco, colto ed insensibile antiquario siciliano emigrato a Roma, un uomo che (non) ama gli uomini e che ha fatto della cultura classica il proprio vessillo, dello snobismo uno status symbol e dell’ostentazione di eleganza e dell’opulenza uno stile di vita più che un’arma. Danilo è vittima cosciente delle proprie perversioni, o meglio dell’ossessione sadica che nutre per i corpi dei culturisti, divinità posticce del nostro tempo gonfie di synthol e steroidi. L’ombra di Joris Karl Huysmans, del marchese De Sade, del Lord Wotton partorito dalla fantasia di Oscar Wilde e soprattutto dell’inquietante alter-ego di Yukio Mishima, che nelle Confessioni di una maschera incide il ventre bianco del proprio compagno per cibarsene, nel bel mezzo di una fantasia erotica, sono solo alcuni dei riferimenti letterari che, seppur presentando notevoli affinità con il Pulvirenti di Siti, non riescono a tracciarne un ritratto completo proprio perché, nel gioco d’inganni e dissolvenze che l’autore modenese costruisce, la personalità ed il corpo del protagonista non fanno che ferire, ferirci e dissolversi continuamente. Le dissolvenze che rimandano all’universo cinematografico, in Autopsia dell’ossessione, sono tutte in nero, e risultano ancor più utili per catalizzare l’attenzione sull’oggetto della mania che, al contrario di quanto possa sembrare, non sarà il corpo né la voluttà erotica: la carnalità e la passionalità, pulsioni dai contorni nitidi e che comportano azioni, rischi e perdita, sono infatti destinate ad essere sacrificate e trascurate per lasciar spazio a quello che, secondo Siti, è il tormento(ne) del nostro tempo: l’immagine. Un’immagine che in Autopsia dell’ossessione riesce ad imperniarsi su tutto, dallo stile dell’autore, al corpus dei ragionamenti e degli aforismi formulati da Pulvirenti nel corso della storia, fino a rendersi, essa stessa, non solo spunto di riflessione e chiave di lettura del testo, ma vera e propria ‘trama’ che conquista lo spazio letterario e cartaceo e riduce quello della scrittura stessa e dei simboli grafici. Le fotografie del culturista Angelo, borgataro che darà un volto ed una pelle alle assillanti rappresentazioni di Pulvirenti, senza riuscir mai, d’altro canto, ad ‘incarnarle’ davvero perché, al contrario dell’immagine fissa ed ‘eterna’, non è altro che un uomo che Danilo ritiene razionalmente e a priori suo ‘schiavo’, fanno sì che il lettore sia chiamato a partecipare al processo di dissezione del desiderio che, lucido, algido e paranoico, espugna i sentieri della pagina e la vita stessa dell’antiquario. E saranno poster e fotografie che, al contrario dei rapporti di amicizia, d’amore, della passione per l’arte, del (debole) ‘fervore’ politico o delle esperienze sessuali estreme, innescheranno le reazioni ed i sentimenti più vivi del protagonista di Autopsia dell’ossessione:

 

(…) Nonostante l’abitudine, quando si trova di fronte a una delle famose fotografie che pure ha organizzato e voluto, Danilo non sa evitare una ridicola reazione di rigetto, un’effimera scossa di pudore offeso come se si autoviolentasse. Così sguaiata la posa, così proditoria e volgare l’esibizione. Per un istante immemorabile ha otto anni nella campagna emiliana e trema al sospetto che qualcuno lo sorprenda tra gli steli di granturco – poi slitta ancora più indietro, ai suoi tre anni, quando compitò per la prima volta ‘F-i-a-t’ sui cerchioni della Topolino di suo padre. La parola della creazione gli si offriva accecandolo, ma insieme proteggendolo dalla brutalità delle pulsioni: il godimento stava nelle lettere, non nei sudori che attiravano le sfuriate di sua madre (…)[i]

 

(…) Una foto è un fianco scoperto per sempre, un’ammissione di debolezza; e appartiene virtualmente alla comunità anche se non la vede nessuno (…)[ii]






La fissazione per l’immagine, che si traduce in input erotico e sfocia nella predilezione del corpo maschile straziato e dilaniato, è ‘giustificata’, nella psiche del protagonista, dal potere che colui che guarda esercita sull’osservato. Quest’ultimo diventa esclusivamente un elemento passivo, un fantoccio, un ‘pupo’che, non solo perché allettato dal guadagno economico e materiale ma anche per una cosciente od inconsapevole ammissione di ‘inferiorità’ culturale rispetto all’ ‘amante-aguzzino’, si spoglierà dell’anima, non proverà dolore, non penserà, dunque non si ribellerà alle vessazioni sessuali ed al sadismo dell’‘amante’, se non con poveri e deboli dispetti o capricci, attribuibili, secondo gli stereotipi di una mente maschile o maschilista, ad una donna avvenente ma sciocca.

 

(…) Danilo si siede sulle ginocchia del nonno: “adesso fammene un altro, fammelo girato con la schiena… i piedi in per qua, no, nonno scemo, non così…” – si eccitano a gara, esagerano le pose. (Da adulto, Danilo ripenserà spesso a quei pomeriggi; fotografando i suoi culturisti, contrastando la loro timidezza con un’acquisita, recitata sfacciataggine di ricco mentre gli ordina “fletti il bicipite” o “tira l’adduttore”, non potrà fare a meno di ammettere “ecco i miei pupi siciliani”.)[iii]  

 

(…) Se qualunque foto di nudo è uno scontro di poteri, in una foto kitsch il potere prevarica sugli altri – in questo caso il potere di Danilo, che fortemente voleva quella pagina ustionante di iconografia; ma la sua ossessione ha dovuto limitarsi davanti all’ostacolo sordo, alla resistenza passiva di Angelo manifestata nel rilassamento opaco degli addominali. Sciopero intestinale come per dire ‘io non ci sono’; e il fotografo ha abbozzato accettando un volto inespressivo. Spesso l’immagine kitsch è più commovente di quella artisticamente risolta perché mostra l’ossessione al lavoro (…)[iv]

 

La cultura appannaggio di Danilo, che guarda ai fasti della civiltà classica più che ai sentieri del mondo moderno e attuale, diventa per l’ossessione dell’uomo, più efficace della perversione stessa: uno strumento di comando, una fucina di immagini dalla quale estrapolare la visione da riprodurre con l’‘amante’, le posture da assumere, un contesto da ricostruire o da immaginare anche se (…) Il contesto non può mai essere integro perché è un contesto di trapassati e di frustrazione diventata immortale (…)[v].

Così come il corpo, anche la conoscenza viene assoldata dalla mania, dal desiderio di controllo e di dominio non solo dei ‘pupi’ ma anche di se stessi.

 

(…) Può darsi che sia una ribellione a sua madre e alla sua classe sociale – l’incultura di Angelo lo diverte, anche quando crede che un cerambice dipinto a trompe-l’oeil su pergamena sia un insetto vero e lo rovina cercando di schiacciarlo con una ciabatta (“me puntava l’antenne, porcoddue”).[vi]

 

Il libro, diviso in dieci capitoli a loro volta sezionati in paragrafi non intitolati, è caratterizzato, strutturalmente, non solo dalle fotografie del body-builder Massimo Serenelli che nel libro ‘interpreta’ Angelo, ma anche da alcuni incisi che Siti chiama “proposizioni” e che non sono altro che riflessioni e aforismi riguardanti le caratteristiche dell’ossessione del protagonista. Egli stesso tratta questa mania come una tesi di ricerca sulla quale, a mano a mano, aggiungere nuove annotazioni dopo gli “esperimenti”.

 

(…)

Proposizione 3

In pieno sole l’ossessione non fiorisce: per vegetare rigogliosa ha bisogno di nuvole di rimprovero, di facce scure dell’autorità. L’ossessione si definisce solo per contrasto con una presunta agevole felicità dei non ossessi. Il ruggito di chi sta in cima alla piramide alimentare è introiettato come norma e divieto; negli occhi obliqui degli erbivori all’abbeverata si celebra la maestà della paura. Non esiste ossessione senza vergogna e l’ossessione altrui è sempre ridicola o grottesca. (…)[vii].

 

La scrittura di Walter Siti in Autopsia dell’ossessione è in parte differente e meno convincente rispetto a quella del Contagio perché, forse per adeguarsi alle ampollosità estetizzanti della mente di Pulvirenti, si rende essa stessa, a tratti, pesante e contorta. Siti, inoltre, così come per le opere precedenti, ci narra la vicenda in tempo reale, al presente, a mo’ di cronaca, facendo sì che il tempo della narrazione si sovrapponga perfettamente a quello dell’azione dei personaggi. Non mancano numerosi riferimenti alle vicende attuali, come la degenerazione dei meccanismi e della figura del governo e della persona Berlusconi, l’assenza di figure e fulcri carismatici nelle file della sinistra o il terremoto dell’Aquila. Il tutto è affrontato dalle riflessioni di Pulvirenti il quale, pur apparentemente attivo nella vita sociale ed interessato alla politica, non stenta a considerarle una mera appendice, una metastasi che gravita, così come le amicizie ed in parte anche l’odiata figura materna, attorno al cancro dell’ossessione che fa piazza pulita di tutto il resto.




Mario Loprete, I Believe, 2008, penna su carta cm 25x35


Nonostante con Autopsia dell’ossessione Walter Siti rischi di innescare a suo stesso discapito una coazione a ripetere, mostrandosi sempre più monotematico e focalizzato sui sentieri della passione per i culturisti o i borgatari del nostro tempo, l’autore modenese si rivela sempre più abile nel gioco di specchi e di inganni che costruisce per intrappolare il lettore nella sua rete. Ci illudiamo fino alla fine che Danilo Pulvirenti non sia altro che il Walter Siti ‘al nero’, l’immagine hydiana che abita ognuno di noi e che a volte esce allo scoperto, ma ci sbagliamo: non siamo preparati ad accogliere l’inaspettato ingresso del Rivale dell’antiquario, un mite, dimesso e goffo professore che, grazie alla maggiore ‘sensibilità’ ed accondiscendenza nei confronti dell’oggetto dell’ossessione (Angelo), riuscirà ad allontanarlo dal protagonista, innescando in quest’ultimo sentimenti quasi umani (e comunque mai riconosciuti e repressi fino alla fine) di gelosia e di senso di abbandono. Ed ecco che la ‘creatura’ si scinde, si squarta, rimanendo connessa solamente grazie al filo di carne rappresentato da Angelo, un corpo che, come quelli utilizzati dai poteri e come dimostrano anche i recenti Ruby-gate e simili, è al tempo stesso (e torna sempre l’eco di Pasolini) vittima e complice degli aguzzini che ne fanno uso e abuso.

Dimentichiamo Eracle, Apollo ed Ermes, Achille e Patroclo, perché se è vero che anche gli antichi greci nutrivano ammirazione per le immagini dei corpi perfetti degli dei e degli eroi, le membra che attizzano le ossessioni del nostro tempo sono abnormi, esagerate, false. I corpi del tardo moderno non pretendono rispetto, non sono abituati ad essere ammirati in silenzio, né amati con passione, e le protesi, i prolungamenti e le escrescenze che li caratterizzano non fanno parte di loro e allo stesso tempo li contraddistinguono rendendoli, comunque, tutti uguali.

In Autopsia dell’ossessione tutti i personaggi perdono.

Danilo è padrone e succube di Angelo che, a sua volta domina inconsapevolmente la libido dell’antiquario che, pur nutrendo una scellerata forma d’amore nei suoi confronti, non riuscirà mai ad accettarla e ad esprimerla. Anche il professore, immagine ‘chiara’ del protagonista, si ricongiungerà a quest’ultimo nella pagina di chiusura dell’opera, mostrando esasperazione e delusione al pensiero di Angelo. Insieme di membra perfette che non lasciano il segno da nessuna parte.

 

(…) Il Rivale è distratto, allegro, ma per ragioni che non c’entrano con Angelo (…) l’estasi è un ricordo lontano, come una cicatrice che si sfiora distrattamente ogni tanto (…). Tormentarsi non ha senso, i desideri sono peristalsi emotive non più rispettabili di quelle intestinali o gastriche, semplici rigurgiti; la giustizia può essere una funzione aggiunta al menu, non necessariamente un latrato d’abisso. Tutto si aggiusta, o adattandosi si capovolge (…).[viii]

 

          



 

[i] W.Siti, Autopsia dell’ossessione, Mondadori, 2010, Milano. Pag. 11-12.

[ii] Siti, in op. cit. pag. 12.

[iii] Siti, in op. cit., pag. 37.

[iv] Siti, in op. cit., pag. 52

[v] Siti, in op. cit., pag. 53

[vi] Siti, in op. cit., pag 51

[vii] Siti, in op. cit., pag. 64

[viii] Siti, in op. cit., pag. 296-297

 

 




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