LETTURE
CETTA PETROLLO
      

Il salto della corda

 

Prefazione di Tommaso Ottonieri

 

Manni, Lecce 2010, pp. 80, € 13,00

    

      


di Luciana Gravina

 

 

Il territorio in cui si gioca la baruffa linguistico-esistenziale, che costituisce in questo libro il cimento di Cetta Petrollo, è l’analisi degli intricati equilibri deputati a definire quanto di sé appartenga al soggetto della narrazione, quanto stia saldamente compreso nelle sue mani e quanto sfugga ancora o definitivamente verso esiti incontrollabili.

È il gioco della consapevolezza ritmato e scandito dal salto del piede che pulsa a tempo la terra e crea lo spazio piccolo, ma certo, inconfutabile, destinato a far passare ogni volta la corda. Questo spazio è l’attesa dentro cui si esperiscono e si consumano le vicende, dove specularmente affiorano i Natali, anche quelli diversi, delle cozze e dell’insalata lavate alla fontanella del cortile, dove passa l’amore, anche quello del dubbio (io o noi?), dove parcheggia inesorabile il vuoto della perdita (in particolare quella della madre), dove affiora la maternità (che non si sa mai se è esperienza, bisogno esistenziale, generosità o che altro).

Dentro questo spazio tra la terra e il piede la corda introduce ritmicamente ricordi sensazioni emozioni che rimbalzano come fasci di luce inaspettata, inondano la percezione ma cuciono anche  riflessi di misurazioni, di valutazioni e forse di giudizio.

 

È un’operazione letteraria dove la memorialità si propone come necessitante e diventa gioco normato la cui prima norma è la libertà della parola che fluisce facile, asseconda, a volte oltre il limite codificato, la spontaneità del pensiero, situandosi e accomodandosi in una sua concatenazione sintagmatica pur semplice, ma sicuramente anche classica.

Dunque autobiografismo, che non ha la sua ragione rinvenibile nella confessione in quanto “uscita allo scoperto”, per come lo ha inteso Maria Zambrano in La confessione come genere letterario, facendone un prodotto a cavallo tra letteratura e filosofia. (“Perché l’importante non è che siamo visti, ma che ci offriamo alla vista, uscire dall’isolamento e comunicare”). E qui la tentazione dell’individuazione di afferenze ad autorevoli modelli (Sant’Agostino, innanzitutto, ma anche Platone, Anacreonte, Spinoza, Nietzsche, Kierkegaard, Rousseau e poi Proust) è sicuramente forte.

In Cetta Petrollo il recupero memoriale è orientato verso un orizzonte di senso diverso.

Qui mi sembra di trovarci davanti ad una  istanza, e letteraria, e filosofica, che non ha come riferimento il lettore in causa, semmai in fabula: mi sembra piuttosto una quête ineludibile, esperita attraverso la formatività della parola: come a costruirla, la propria vita, attraverso il miracolo creativo del codice verbale, farne un proprio saldo possesso, sottrarla, nella riconduzione alla letterarietà, all’insostenibile peso del to live, e riconsegnarla all’essere, al to be, al suo sostenibilissimo peso (Kundera permettendo), o per renderne, se vogliamo, sostenibile, appunto, il peso.

 

In questo senso il richiamo a Nadine Gardimer è inevitabile: “Scrivere è essere” dove l’identificazione della scrittura con la vita rende possibile e praticabile una vocazione testimoniale che comporta innanzitutto la consapevolezza del territorio (nello specifico, il rapporto con gli altri) e delle modalità con cui costruiamo la nostra esistenza personale. Una consapevolezza al femminile? O una consapevolezza, che proprio per appoggiarsi ad una istanza etica, supera la questione di genere e pone finalmente il problema della scrittura in un campo neutro che è quello della filosofia?

Ma non è tanto questo il punto, quanto il fatto che la narrazione autobiografica innesca un processo di ermeneutica del sé, il sé dell’uomo post-post-moderno che patisce lo smarrimento e la frammentarietà dell’io individuale dentro la complessità centrifuga della nostra storia attuale.

Mi sembra che la recherche de Il salto della corda vada verso un orizzonte di autointerpetrazione e autodefinizione esistenziale, in una modalità non cronologica, anzi volutamente frammentaria, perché non è di una mitopoiesi personale che si tratta. È per questo che il piano semantico su cui gioca l’asse linguistico sfugge complessivamente alla cosalità e all’astrazione per attestarsi su una riflessività quanto mai psicologica ed emozionale nella tensione permanente e ostinata dell’esserci e soprattutto dell’essere (l’autrice) non estranea al proprio corpo e alla propria anima.

 

 




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