LETTURE
DORA RAPARO BIANCHI
      

Le stanze del tempo

 

Campanotto, Udine 2010, pp. 166, € 13,00

    

      


di Stefano Lanuzza

  

 

Poesie come arie musicali risonanti di note lievi e malinconiche, quelle di Dora Raparo Bianchi, marcate d’un trepido espressionismo e scevre dell’usuale compiacimento narcisistico che connota molta parte delle edizioni di versi circolanti oggi in Italia.

Nata a Bengasi in Libia e trasferitasi a Firenze, dove si laurea in Pedagogia con una tesi sulle implicazioni psichiche presenti nell’opera di Tommaso Landolfi, già autrice di testi e adattamenti per rappresentazioni teatrali in programmazioni pedagogiche, l’autrice esordisce adesso nella poesia con un volume –  Le stanze del tempo – tra i più cospicui pubblicati recentemente dall’editore Campanotto.

  

Diviso in due parti dominate da costanti tonalità evocative, ognuna delle quali ripartita in più sezioni ovvero “stanze” o campi semantici, il libro libera nel dettato privilegiatamene lirico “le parole non dette, / stipate,” appunto, “dentro le stanze del tempo”: scandendo nel metro della canzone libera e in versi sciolti, con le incantate fuggevolezze della gioia, le vicende interiori, gli umbratili stati d’animo e le sottili angosce esistenziali d’un soggetto che, come “in punta di piedi” o con modestia e discrezione (“Ed io, / che quasi non ci sono”), modula l’emotività del proprio “corpo dolore” talora sospeso in un’atmosfera cupa e oppressiva “dove la vita è inverno freddo”. Inverno dell’anima, specchio d’un ‘pensiero poetante’ in ascolto del “lamento [che] sale dalla terra” simile all’apotropaico “fiore nero” stagliato sotto “un cielo limpido, bianco/ senza ricordo d’ombre”. Ma infine un terso inverno di “pensieri puri / discosti dalle scorie amare dell’esistere”.      

  

Insistono, in questi versi dalla sintassi piana e regolare, tessuti come in un arazzo repleto di colori ora sfumati ora cangianti e posti in reciproca tensione, vagheggiate visioni agresti e favole lunari, fatali enigmi e ombre contrapposte, volatili eventi e fantasie cerimoniali, scenari mimetici e drammi occulti… Il tutto disciolto nell’alacre creazione di bozzetti pittorici ora intensamente visivi, ora svanenti o come alonati d’un diffuso “profumo d’inverno”, da spurie immagini e rarefatte nebbie crepuscolari senza “melodia di colore”, da silenzi all’improvviso doppiati da squillanti vitalismi.

  

S’insegue “in ogni foglia che vola via”, questa poetessa dal tumultuoso animus leopardiano e, pur sempre, “come avvolta in abito di rosa”: dove la rosa è mistico simbolo di rinascita. Allora si spinge “al di là del dolore” e volge ogni angoscia in tenui struggimenti, sostando svagata “alla porta delle ombre” tra esigui “profili di viottoli” costeggianti il verde boschivo marcato da “un rosso di foglie autunnali”, dal “profumo della viola”, dal “verso del rosignolo antico”.   

                                                                                             

 




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