INTERVISTE
FULVIO GRIMALDI
In Messico
un narco-regime
al servizio
degli interessi Usa


  
A colloquio con il giornalista che sta portando in giro per l’Italia il suo ultimo docufilm “Angeli e demoni nel laboratorio dell’impero” sulla tragica realtà socio-politica del grande paese centro-americano. Dove un presidente di estrema destra corrotto e le lotte tra i vari ‘cartelli’ della droga fanno migliaia di morti, più che in qualsiasi altro paese non in guerra al mondo. E dove si uccidono più donne, perché sono le uniche che tentano di resistere, di tenere insieme un tessuto sociale che si sta completamente disintegrando. Il problema è anche la disinformazione sistematica e la manipolazione delle notizie, come avviene pure nel caso presente della Libia.
  



  

di Sarah Panatta

 

 

Celebrazioni di un 150° pleonastico, deriso, calpestato da secessionismi anacronistici. Trionfalismi retorici e filosofie spicce dell’ultima ora a “perdita” d’occhio, che sommergono come tsunami senza coscienza questioni fondanti quali gli strombazzati e rinnegati diritti umani o le rivendicazioni sociali/ontologiche accantonate delle donne. Devastazioni inquietanti dalla natura, che minaccia di far saltare letteralmente secoli di moderna e infausta tecnologia. Moti di libertà e/o sopraffazione nel vicinissimo alieno Nord Africa. Chi mai penserebbe, in simile un uragano di nozioni, flash news, slogan unitari, timori nucleari, al genocidio di una terra di nessuno, ai traffici di droga internazionali e assassini che triturano il Messico, il cuginetto menomato degli USA. Ma è drammaticamente necessario, soprattutto a tutti coloro che ignorano che quel cortile martoriato del bendato Occidente è faccenda “nostra” come e forse più di ogni altra. Il veterano Fulvio Grimaldi, giornalista di trincea dalla carriera quarantennale, dal “Paese Sera” al Tg3, dalla BBC al Prc, da “Liberazione” all’informazione sovversiva del suo blog “Mondo cane”, sta portando in giro per l’Italia il suo ultimo docufilm Messico. Angeli e demoni nel laboratorio dell’impero. Ecco come “vede” le catastrofi non dette e quelle invece esposte alle radiazioni politiche e mediatiche, ma anche l’universo culturale sempre più ignobilmente on-demand che ci domina.

 

Fulvio, che cosa credi ci stiano “passando” sui recentissimi conflitti in Nord Africa e in particolare sulla Libia? E qual è invece, secondo te, la “polvere” sotto il tappeto?

 

È una montagna di bugie, bugie strumentali che servono a ripetere quello che è stato fatto in termini assolutamente identici prima in Jugoslavia poi in Afghanistan e in Iraq. Il meccanismo è sempre lo stesso, c’è un’area del mondo che sfugge al controllo dei grandi poteri occidentali, anglosassoni ed europei, gli USA in testa, e c’è un governante che non si piega agli interessi dell’“Impero”. Perciò si costruisce un’immagine di simili governanti, di simili Paesi, che li avvicina il più possibile a Satana, al demonio. Se ne inventano nefandezze, si elimina completamente il contesto sociale, storico, economico da cui sono sorte queste realtà e si prepara il terreno per un’invasione che sia confortata dal consenso della pubblica opinione, che opportunamente intossicata, manipolata, accetta il fatto criminale e terribile dell’uso delle armi. Andiamo avanti così dal 1991, dalla Prima Guerra del Golfo e la tragedia di tutto questo è che coloro che si dichiarerebbero democratici, rispettosi dell’autodeterminazione dei popoli, si piegano quasi tutti a questa gigantesca manipolazione. Lo stesso vale per la Libia, della quale si raccontano cose che sono il rovescio della verità. Adesso c’è da una parte un manipolo di infiltrati, integralisti islamici (dice bene Gheddafi quando parla di Al Qaeda, che tra l’altro è una creatura americana) e secessionisti della Cirenaica, da sempre ostili alla Libia centralizzata, rafforzati da esperti, istruttori, consiglieri occidentali che lì operano da molto tempo per coltivare questa presunta insurrezione. Dall’altra c’è un governo che non si fa parlare. Si hanno interviste di rivoltosi e di transfughi che sono da anni in Italia, ma niente dall’altro capo, come invece deontologicamente il servizio giornalistico dovrebbe. Non si dice mai che sotto Gheddafi la Libia ha raggiunto il più alto standard di vita del continente africano, secondo i parametri dell’Indice di Sviluppo Umano dell’Onu. La Libia è sfuggita alla morsa della globalizzazione neoliberista e questo è intollerabile, si vuole che il Paese di inserisca nel mercato mondiale delle “marchionnate” in cui si opera un massiccio trasferimento di ricchezze dal basso verso l’alto, dal sud al nord. Cioè verso l’occidente dei paesi ex-colonizzati, dove i diritti dei lavoratori sono ridotti quasi a niente.






Dunque stiamo ri-colonizzando con le “nostre” sovrastrutture, culturali e di mercato, tutti i “sud” del mondo, dall’Africa al Medio Oriente?

 

Certo, e questa colonizzazione “nuova” è molto più brutale e feroce della precedente, ed è tutto dire, visto che noi italiani in Libia abbiamo fatto carne di porco, con Graziani, Balbo ecc., uccidendo oltre 1/3 della popolazione libica nel secolo scorso. La nuova colonizzazione è ancora più senza scrupoli, subdola e genocida di quanto non lo sia stata in passato. Un tempo ci si nascondeva dietro il discorso di esportare la cultura, la civiltà occidentale, ai “selvaggi”. Adesso si crede semplicemente che il libero mercato e la civiltà occidentale abbiano il diritto di sopraffare tutti gli altri e naturalmente poi si inventano questi dittatori raffigurati in termini mostruosi a cui si appiccicano addosso idiozie fenomenali. L’operazione più perfida, a cui poi purtroppo si accodano anche le sinistre, è quella di mettere insieme le insurrezioni di Egitto, Tunisia, Yemen, ecc., manifestazioni di masse inermi che si oppongono alla globalizzazione e a despoti vergognosamente ricchi, con le rivolte armate fino ai denti della Libia, che sono invece un colpo di stato. Semmai i ribelli del Cairo o della Tunisia sono da accomunare ai difensori di Gheddafi, che è stato anzi difensore a sua volta di una corretta distribuzione delle ricchezze nel suo paese. I golpisti vogliono spaccare la Libia in due per servirla su un piatto d’argento alle multinazionali.

 

Perché in Italia anche l’informazione militante, storicamente libera, come quella de “il manifesto” per fare un nome, non riesce o non vuole prendere una posizione fuori dal coro?

 

Perché anche “il manifesto” è infestato da quei radical chic che sono completamente in linea con le direttrici fondamentali del discorso della superiorità occidentale. Non prendere posizione adesso è un comportamento opportunista, codardo, inqualificabile. È la linea di certa sinistra che dice che non bisogna fare la guerra e bombardare i civili, ma che i comandanti sono insopportabili, e avalla così in pieno la visione falsa dell’imperialismo. Ed è terribile perché tornando a “il manifesto”, è l’unico strumento a cui si aggrappano le speranze di un minimo di verità di chi non vuole farsi ingannare. Encomiabili infatti le pagine di politica interna e la professionalità di Rinucci o di Michele Giorgio, onesto e coraggioso, ma il resto è completamente allineato.

 

Veniamo allora alla tua “stravaganza” nei confronti di questo sistema. Il Messico. Quali sono i “perché” che ti hanno spinto laggiù?

 

Essendo indipendente, non appoggiato, la mia capacità di essere utile sta nell’andare dove gli altri non vanno. Del Messico non si parla, è un buco nero dell’informazione, e un buco nero sanguinante dell’Impero. È un Paese tra i più grandi e importanti dell’America Latina, a fianco degli USA, di cui da sempre subisce l’oppressiva influenza e dove succedono fatti che sono l’epitome, la rappresentazione emblematica di che cosa oggi il mercato, con il neoliberismo, e le armi dell’imperialismo tentano come progetto mondiale. Ho chiamato il documentario “Laboratorio dell’Impero” perché vi si vedono tutti gli strumenti applicati dall’Impero per imporre il suo modello di sfruttamento spietato delle forze lavoro. In Messico ora c’è, dal 2006, Felipe Calderón, del Partito Nazionale d’Azione, di estrema destra, ed è il rappresentante degli interessi capitalistici. Aveva perso le elezioni ma ha ribaltato il risultato rubando un milione di voti, con uno dei brogli elettorali più clamorosi che si siano visti, brogli che del resto ormai si verificano quasi sempre nei paesi sotto il controllo occidentale (le burlette dell’Afghanistan o dell’Iraq). Nel 2006 il Messico è andato allora nella direzione che voleva Washington. Il mezzo per sottomettere un paese patriottico molto legato alla sua indipendenza, ottenuta dai rivoltosi del primo novecento, era quello di infiltrarlo con il narcotraffico. Oggi la situazione è identica a quella della Colombia, dove si produce la quasi totalità della cocaina del mondo, che va per la maggior parte nel mercato statunitense, in cui vanno anche i proventi del narcotraffico. Per avere la sicurezza del percorso della droga attraverso il Centro America (visto che gli USA traggono dalla droga il più alto guadagno dopo quello proveniente dal traffico delle armi) bisognava normalizzare anche l’area messicana. Nel Centro America l’Honduras rompeva questo equilibrio, con un presidente progressista, perciò è stato detronizzato con un colpo di stato. Era necessario che anche il Messico non fosse di ostacolo, quindi è stato messo al potere un presidente intimamente intrecciato con il cartello più forte del narcotraffico. Il sangue che si versa in Messico deriva in parte dalla guerra tra cartelli. Ma il narcotraffico ha lo scopo di garantire anche la soppressione di qualsiasi fermento sociale, controllando circa la metà dei municipi messicani. Contro il narcotraffico si tenta di fare un guerra, con la quale di fatti si è deciso di militarizzare il Messico. Dunque la sicurezza militare con la sua intimidazione e forte della psicosi provocata nella popolazione dalla lotta tra cartelli, spera di affossare la nascita di nuclei di opposizione sociale, che nascano dagli operai delle maquiladoras del Chiapas, al confine con gli USA, o degli studenti. Di conseguenza c’è un’autentica dittatura di un narco-regime mafioso militarizzato che sparge vittime più che in qualsiasi altro paese non in guerra al mondo. E dove si uccidono più donne, che è l’aspetto specifico del Messico.

 

Perché, quali valori, quali pericoli incarnano le donne?

 

Sono la parte più importante della classe operaia nelle fabbriche delle multinazionali USA, delocalizzate in Messico perché lì una donna guadagna 3 dollari al giorno, senza assicurazione, senza copertura sanitaria, senza maternità né ferie, senza pensione. Nel caso in cui si tenta una protesta si muore, si sparisce. Inoltre le donne spariscono perché sono strumento dei narcos, soprattutto nelle zone al confine con il Nord America, dove è massiccia la presenza dei boss. Le donne lì muoiono come le mosche poiché sono usate per il soddisfacimento dei bisogni dei boss, per cui vengono rapite all’uscita delle scuole, del lavoro; dai 14 anni in su vengono usate per la prostituzione, la tratta delle bianche e la produzione di snuff movies. Vengono poi ritrovate torturate, mutilate e uccise, buttate in un fosso o in un campo, dopo giorni oppure mesi o anni. L’ultima notizia che mi è arrivata è di una donna che aveva protestato contro la sparizione del figlio e a cui per ritorsione hanno bruciato la casa e ucciso altri tre congiunti. Questi omicidi indiscriminati si verificano anche per seminare il terrore. Nel periodo in cui sono stato a Ciudad Juárez le sparatorie erano anche sette, otto al giorno. I sicari sono spesso reclutati tra i giovani disoccupati, privi di speranze e facilmente sfruttabili, incaricati per 50 dollari di sparare senza motivo, anche di entrare in un supermercato e fare fuoco sulla folla. Tutto per creare un’atmosfera di paura e di isolamento ed evitare la socializzazione in termini antagonisti. Le donne sono coloro che tengono insieme il tessuto sociale anche nella più aspre difficoltà e per questo sono la maggioranza delle vittime. Disintegrato simile tessuto si vanifica la lotta di classe e si appianano le difficoltà che il capitalismo può incontrare per le sue attività.






Una società che distrugge la propria componente femminile. In Italia invece come si “uccide” la donna? E come influisce l’apparato cultural-mediatico di matrice berlusconiana?

 

In Italia la donna si uccide facendone una merce. Tutto ciò che emerge dal personaggio Berlusconi e da quello che lo ha prodotto, cioè la cultura capitalistica, agisce in tal senso. Reprimendo i diritti delle donne e poi cercando di impadronirsi del percorso biologico delle persone, se ne reprime la stessa possibilità di auto espressione, facendone quindi merce consumabile. Quando i movimenti femminili si oppongono a questo con un discorso molto schematico, ovvero che in assoluto le donne in quanto tali sono la virtù e gli uomini il vizio, fanno un regalo a questa operazione, perché non distinguono più tra le varie Carfagna, D’Addario, Ruby e il resto delle donne. Questo non toglie che ci sia un patriarcato storico che alla donne nega diritti e libertà. La donna non deve essere difesa nel caso in cui sguazza a sua volta nel meccanismo turpe di uso reciproco. Vengono usate come nullità intellettuali, ma si fanno anche usare come tali, diventando partner di questo degrado culturale e umano.

 

Donne e uomini, in quanto creature “sociali”, sono ancora davvero capaci, in Italia, di mobilitarsi e lottare per scopi profondi, piuttosto che per il motivo “flash” di turno?

 

Vorrei poter apprezzare il movimento delle donne in Italia quando vada al di là dell’anatema contro Berlusconi, contro la donna-gingillo, la donna-cosmetica ecc. Si occupassero di situazioni e problemi infinitamente più gravi e scottanti, sanguinari, anche internazionali, come le stragi di donne in Iraq (abbiamo due milioni di orfani laggiù dopo la II Guerra del Golfo) o del Messico, dove a Ciudad Juárez sono state assassinate circa un migliaio di donne negli ultimi dodici mesi. Quando ci si occupa solo di determinate cose, come delle mutilazioni genitali femminili o del burqa, e da un punto di vista solo eurocentrico, si ha un occhio strabico e si dimenticano questioni fondamentali, senza considerare il carico di morte e alienazione che porta il sistema occidentale in certi paesi. Noi non mettiamo mai le cose nel loro contesto, la cosa più grave è proprio la trascuratezza verso il contesto, e questo anche nelle riflessioni sui paesi del sud e medio orientali. Dopo secoli di dominazioni straniere l’unico sistema per autodeterminarsi era spesso nelle tribù e nei capi tribù. Ma dopo la decolonizzazione del secolo scorso l’Occidente ha preteso che quei paesi assumessero organizzazioni filo-occidentali, cosa impossibile. Senza considerare che proprio la “nostra” democrazia è quanto di più fasullo e ipocrita esista. Noi siamo bombardati di false verità, come adesso sulla Libia, in modo da non capire nulla e da non poter appunto muoverci.

 

È chiaro che le crepe del sistema, che non consentono scatti e scarti di libertà, sono già nella formazione e nell’informazione offerta agli individui. Il mondo della comunicazione occidentale non è allora un grande “laboratorio dell’impero”?

 

Certo. La cupola informativa delle menzogne si distrugge quando le voci autentiche emergono in qualche modo, come successe per il Vietnam. Già allora si nascondevano le verità che potevano raggiungere l’opinione pubblica e misero sotto controllo i mezzi di comunicazione. Questa è una strategia ormai generalizzata nel mondo, di lasciare solo spazi minimali per l’interpretazione della realtà, di togliere l’informazione agli editori puri e indipendenti inserendola in apparati industriali che obbediscono unicamente al mercato. I giornali sono i portavoce di questo conglomerato economico. Se oggi in Italia abbiamo qualche spiraglio di libertà è solo la foglia di fico che bisogna mettere per mantenere lo specchietto per le allodole del cosiddetto pluralismo.

 

In tale deserto comunicativo, dove spadroneggiano multinazionali, meccanismi automatizzati e modelli di omologazione, perfino vere e proprie “fabbriche” on-line di contenuti informativi su misura, c’è spazio per una critica che possa dirsi militante e che sia riconoscibile?

 

Io credo di sì. In Italia non siamo ancora arrivati al Messico, anche se ci sono tutti i segni. Per noi si prevede un destino molto simile. Abbiamo il narcotraffico, l’intreccio mafia e politica, corruzione endemica, un tentativo di militarizzare il Paese, l’erosione progressiva delle libertà individuali e collettive, c’è Marchionne… Sono tutte espressioni non ancora così acute, ma molto in sintonia con quello che accade in Messico. Eppure lì, nonostante la cappa di piombo, si sono creati poli, reti di resistenza critica, che reggono e si espandono. Oggi il mondo della conoscenza e dell’istruzione è e deve essere il nuovo soggetto rivoluzionario. Se sono in grado loro, se ci sono riusciti in Egitto, dove i servizi segreti governativi erano infiltrati in ogni casa, scuola… sarebbe gravissimo se in Italia una critica militante non potesse esistere. Ma è confinata alle nicchie, piccoli siti, comitati, riviste, nicchie di pensatori e di curiosi, di persone che hanno dubbi, che trovano anche momenti di forza e di confluenza inaspettati. È un lavorio di talpe, che in Italia insistono, poiché il ripetersi stanco del potere alla fine aprirà delle crepe. Si tratta di inserire nel dubbio il seme di una verità diversa.




Anche in Italia, nella Sicilia d'oggi, c'è chi inneggia ai capi della mafia





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