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di Rossella Grasso
“Napoli Teatro
Festival Italia”: un’occasione per fare, lavorare, imparare e parlare di
teatro. Ma soprattutto un’occasione per fare tutto questo a Napoli, città
difficile e piena di contraddizioni anche se luogo ricco di creatività ed
espressione. Camminare per Napoli è un po’ come fare una passeggiata sulle
tavole di un enorme palcoscenico: basta osservare le persone nella loro
gestualità, nel loro modo di raccontare le cose e di esprimersi in un
linguaggio colorito e spesso teatrale simile al linguaggio di scena. Napoli è
una città ricca di teatri, antichi e moderni, e al tempo stesso vera e propria
città-teatro. In questo clima trova il suo habitat naturale, l’humus più fertile e migliore per
crescere, il Napoli Teatro Festival Italia. Giunto alla sua quarta edizione,
anche quest’anno il Festival ha popolato la città di numerose performance
teatrali per tutto il mese di giugno, caratterizzandosi sempre più marcatamente
per lo spirito internazionale e innovativo che lo contraddistingue da quando è
nato nel 2007. Artisti di tutto il mondo sono arrivati nella città
partenopea, non tanto per farne una vetrina di spettacoli teatrali già scritti,
quanto per creare qualcosa di nuovo: per vivere Napoli e per lasciarsi
ispirare, per ripensare le tematiche più scottanti della quotidianità e per
elaborare pièce che si sposino con l’idea del Festival dell’unione e del
confronto a livello internazionale. Così anche quest’anno la città è stata
luogo di incontro di lingue, di stili e novità, e soprattutto di proposte di un
tipo di teatro del tutto non convenzionale, ospitato nei 41 spazi, spesso ‘alternativi’,
messi a disposizione del Festival.
Il vastissimo
pubblico accorso ha assistito a qualcosa di insolito, frutto delle ultimissime
riflessioni dei giovani che stanno contribuendo a cambiare l’idea del teatro.
Spettacoli tanto innovativi quanto belli hanno scatenato applausi in tutte le
24 serate del festival, quando la città intera è diventata un vero e proprio
palcoscenico, soprattutto nei suoi luoghi più sconosciuti e più caratteristici
come nell’antico Rione Terra o nell’ex-Birreria di Miano, nel Real Albergo dei
poveri o all’Orto Botanico. Non solo i luoghi meno frequentati, ma anche quelli
di tutti i giorni sono diventati scenografie dell’evento: per le vie e le
piazze più frequentate, si sono esibiti mimi e attori, che, anche
inaspettatamente, sono piombati con i loro racconti nel mezzo di scene di
normale quotidianità. Così chi era in “attesa” alla posta o nei mezzi pubblici
ha potuto assistere a brevi performance in bilico tra realtà e finzione. O
magari, passeggiando per negozi e guardando una vetrina, vi ha trovato, al
posto dei vestiti, l’interno di un gabinetto e due tanghèri che ci ballavano
dentro, tra una doccia e un lavandino.
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Delitto e castigo (Dostoevskij ai Quartieri Spagnoli) spettacolo itinerante di Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino
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Oltre
ai tanti luoghi inconsueti, anche i teatri della città hanno ospitato spettacoli
insoliti. Al Teatro Sannazzaro, è andata in scena la prima teatro-novela mai
allestita: 20 puntate di 1 ora e 20 ciascuna, una al giorno, proprio come le
telenovele che vediamo tutti i giorni in tv. Gli svizzeri Zimmermann e De
Perrot, invece, hanno proposto uno spettacolo tutto all’insegna degli squilibri
e dei faticosi equilibrismi, metafora della vita, facendo piroettare gli
attori, tutti acrobati, attorno a un palcoscenico volteggiante. Il giovanissimo
regista inglese Alexander Zeldin invece ha proposto un classico della
letteratura di tutti i tempi, Romeo and
Juliet: ha trasportato la storia dei due amanti nella periferia di una
qualsiasi città d’Europa, evidenziando le difficoltà che incontrano tutti i
giovani delle nuove generazioni di immigrati, quasi sempre emarginati e
incompresi, come i due personaggi shakespeariani. Non solo la storia della
coppia veronese, ma anche altre storie del teatro classico sono state
riproposte e rivisitate in chiave moderna. Chi avrebbe mai detto che i vicoli e
le piazze dei Quartieri Spagnoli sarebbero potuti diventare la San Pietroburgo
delle storie di Dostoevskij di Delitto e
Castigo? Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino lo hanno fatto, allestendo
nei vicoli, spesso noti per la microcriminalità organizzata, uno spettacolo in
due serate, trasponendo in dimensione teatrale il grande romanzo russo. Anche
Peter Stein ha fatto la stessa operazione ma proponendo I Demoni in uno spettacolo di ben 9 ore, nello scenario dell’ ex
birreria di Miano, una fabbrica dismessa degli anni ’50, che contestualizzava
bene il clima dei racconti del romanziere russo.
Succede
che poi le tragedie di Amleto venissero trasferite in forma cabarettistica, con
tanto di tavolini, cantanti e clown, in Cabaret-Hamlet;
L’avaro di Molière diventava un
piccolo Chaplin in El avaro di Jorge
Lavelli e Frankenstein diventava un
colto e raffinato gentleman nell’omonimo spettacolo di Gustavo Tambascio (gli
ultimi due interamente in spagnolo con sottotitoli in italiano).
In
un clima sociale come quello che stiamo vivendo in questi giorni è da citare
un’altra opera controcorrente: Brat
(fratello) - Cantieri per un’opera rom. Uno spettacolo tratto da “L’opera
del mendicante” di John Gay, ideato e diretto da Salvatore Tramacere, che ha
visto come attori 11 rom i quali, dopo un lungo workshop teatrale, hanno
riproposto al pubblico le loro storie, filtrate dal testo di Gay, contro ogni
forma di pregiudizio culturale e razziale e nella loro lingua originale, il
serbo-croato, sottotitolato in italiano. Coinvolgendo ancora una volta una delle parti più deboli e
della società, Davide Iodice ha elaborato frammenti di sogni, incubi, ricordi,
ferite del passato degli ospiti del dormitorio pubblico di Napoli, mettendo in
scena uno studio sulla psiche che riguarda tutti, e ambientando la performance
nelle stesse sale del dormitorio.
Ma
descrivere tutto il Napoli Teatro Festival sarebbe impossibile. La
manifestazione quest’anno ha proposto 94
tra spettacoli e installazioni artistiche sparse per la città, 37 messe in
scena per il festival parallelo degli artisti emergenti, l’“E45 - Napoli Fringe
Festival”, per un totale di 506 rappresentazioni in 24 giorni, che ha visti
impegnati registi, attori e autori e addetti ai lavori di 25 diversi paesi del
mondo e che ha parlato in 10 lingue
diverse. Un’organizzazione in grande, la cui pianificazione è stata così
attenta da prevedere ogni minimo particolare: messa in funzione di apposite
navette gratuite per raggiungere i luoghi degli spettacoli da vari punti
nevralgici della città, l’efficacissima opera internazionale e cittadina di
promozione del Festival, persino
ventagli di carta plastificata nel caso in cui il pubblico “patisse” troppo il
caldo – che in realtà quest’anno, a giugno non si è fatto granché sentire. Incontri
con i protagonisti del festival, dopo festival al PAN (Palazzo delle Arti di
Napoli), aperitivi chic con gente ‘in’, un concorso di scrittura critica
teatrale, la promessa di destinare parte del ricavato per fornire un anno di clown-terapia
al reparto pediatrico dell’Ospedale Monaldi, l’impegno ferreo nel rispettare l’ambiente,
un progetto per promuovere il teatro a Scampia, in un tam tam continuo di
attività e proposte, per un Festival che quest’anno ha ospitato, come dicono
gli organizzatori, 108.000 spettatori.
Insomma
un Festival dai numeri enormi ma che, stranamente, è sembrato destinato a
pochi. Infatti il Napoli Teatro Festival
è diventato un grande evento a livello europeo, sia per la grande ed efficace
pubblicità che ne viene fatta a partire da molti mesi prima, sia per il
prestigio ottenuto dall’alta qualità dei numerosi spettacoli. Anche nello
spirito del festival sono così in molti ad accorrere nella città anche da
fuori. Ma forse proprio per la particolare scelta delle location delle
performance, spesso in luoghi non convenzionali e, dunque, poco adatti ad
accogliere numerose persone, la disponibilità dei posti è stata molto limitata.
È successo, quindi, che i biglietti, messi in vendita nel mese di aprile, in
pochi giorni sono terminati, escludendo tantissime persone che comunque, con la
speranza di qualche rinuncia, si sono assiepate ai botteghini in tutti i giorni
degli spettacoli. Purtroppo però, anche con proteste e code, chi non si era
premunito mesi prima di biglietti non ha potuto assistere a molti spettacoli. E
perciò molti di coloro che, passeggiando per le strade piene di pubblicità e
popolate da performance di mimi e
artisti di strada, si erano incuriositi, non hanno poi trovato biglietti e
hanno rinunciato ad andare a teatro. Tante belle iniziative pubblicitarie sono
sembrate, dunque, un po’ fini a se stesse.
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El avaro, da Molière, ideato e diretto da Jorge Lavelli
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Chiaramente
offrire al pubblico un’esperienza inconsueta e straordinaria, significa anche programmare
alcuni spettacoli per gruppi di sole dieci persone. Dunque per alcuni spettacoli
la disponibilità di biglietti è stata scarsa. Ma questo non valeva per gli
spettacoli messi in scena in grandi teatri come il San Carlo. Il fatto un po’
amaro è che molto spesso di posti ce n’erano, e a volte anche tanti: bastava
riuscire ad entrare in uno dei tanti teatri per costatarlo. Ma probabilmente si
trattava di posti riservati a qualcuno dei 400 e più giornalisti accreditati o
alla miriade di addetti ai lavori del Festival che spesso hanno disertato,
magari senza il buon gusto di avvisare. Da novembre, poi, è iniziata la
capillare diffusione di fascicoli informativi sul Festival. I prezzi, inoltre,
sebbene contenuti, non sono stati comunque accessibili a chiunque. Di fronte al
costo di un biglietto singolo a 18 euro e di un abbonamento a 8 spettacoli a 104
euro, molti hanno declinato l’idea. Comunque apprezzati sono stati i super-scontati
abbonamenti per gli studenti.
Ma d’altronde gli
spettacoli, quasi tutti bellissimi, erano davvero in alcuni casi un po’ troppo ardui
per poter avvicinare e coinvolgere il più vasto pubblico. Spesso il
raffinatissimo cartellone ha attirato un pubblico di nicchia che già conosce e
apprezza il teatro sperimentale, allontanando chi invece avrebbe potuto
approfittare dell’occasione del Festival per scoprire qualcosa di molto bello e
nuovo. Dunque, sembra quasi che quei famosi 108.000 spettatori di cui sopra,
siano stati sempre gli stessi, una vasta élite, magari allargata a livello
nazionale e internazionale, da cui, sia per motivi economici sia per mancanza
di posti, sia per l’eccessiva complessità degli spettacoli, sono rimasti
esclusi quei moltissimi che, in una città difficile, come Napoli, ne avrebbe
tratto forse maggiore stimolo.
Probabilmente è
stato fatto qualche piccolo errore di valutazione da parte dell’organizzazione,
che forse non si aspettava che il
Festival suscitasse un così grande interesse nella cittadinanza. Certo è che,
se da un lato relativamente poche persone hanno potuto seguire il festival per
intero, dall’altro, il fatto che ci sia stata tanta affluenza potenziale è un
segnale positivo. Sicuramente nelle prossime edizioni si riuscirà a far
crescere ancora di più il Napoli Teatro Festival, destinato a diventare un polo
culturale di scambio e di unione interculturale davvero importante, non solo
per la città ma anche per tutto il mondo.
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