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di Marco Palladini
Vista
l’assenza, durante l’estate a Roma, di manifestazioni o rassegne teatrali degne
di nota (domanda topica: perché? le scarse finanze non spiegano tutto), bisogna
salutare con favore e fervore la persistenza-resistenza del festival “Short
Theatre”, diretto da Fabrizio Arcuri, regista dell’Accademia degli Artefatti,
gruppo ormai ‘storico’ della nuova ricerca scenica nazionale.
Quest’anno
il festival, diviso in due appuntamenti temporali (3-5 e 8-11 settembre) e
topologici (prima tranche al Teatro India, seconda tranche al Macro
Testaccio-La Pelanda), ha proposto uno stimolante programma, con grande
concorso di pubblico, in cui, secondo la visione di Arcuri, si mescolavano
spettacoli compiuti e semilavorati, piccole performance e showcase di lavori
futuri, installazioni e ‘liberi exploit’. Ne sono stati protagonisti gruppi e
artisti consolidati o addirittura senatori della ricerca (vedi Sandro Lombardi)
e giovani promesse tra teatro e danza. Inoltre, si sono avute presentazioni di
libri e d-j set, ogni sera diversi, affidati anche ad attori (come Silvia
Calderoni dei Motus).
Lo
slogan di “Short Theatre” 2010 era: “Effetto farfalla, battiamo le ali. Non le
mani”. E giusto sfarfallando qui e là ho compiuto qualche piccola incursione,
giusto per rendermi conto di che aria tira, dopo un’estate segnata dalle
minacce-promesse di ulteriori tagli alle sovvenzioni pubbliche, dopo la
soppressione dell’Eti (le cui attività sono state per ora trasferite al Mibac,
ovvero alla Direzione del Ministero), e il ridimensionamento complessivo delle
attività di spettacolo sul territorio.
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Pathosformel: La timidezza delle ossa (ph. Antonio Ottomanelli)
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Sono
andato a visionare, nelle mie tre visite al festival, principalmente artisti e
formazioni che non conoscevo. Per esempio, i veneziani Pathosformel, attivi dal
2004, che hanno proposto una performance di venti minuti intitolata La timidezza delle ossa. Un lavoro di
mero teatro visivo, con i componenti del gruppo che agiscono dietro una grande
telone perlaceo elasticizzato che viene punzonato, letteralmente manipolato,
sospinto e sollecitato a lasciar trasparire minime figurazioni. Che sono
appunto ossa o frammenti di ossa, pezzi di scheletro umano, che affiorano alla
superficie increspata dello schermo, secondo fantasime di corpi defunti, spolpati
e smembrati che premono sul telo-sudario a reclamare un postremo e postumo atto
di presenza.
Invece
che una radiografia dell’anima, si viene a comporre quasi una radiografia della
struttura fisiologica dell’uomo che i Pathosformel mi sembra vogliano tradurre
in segni basici dell’essenza dell’anthropos.
Dal lato visuale la performance fa pensare ai celebri ‘tagli’ di Lucio Fontana,
a certe ‘impronte’ sceniche dei Mummenschanz, ad un viraggio in bianco di
determinate forme del Teatro Nero di Praga. Solo che il gioco algido delle
inarcature in rilievo e dei frantumi ossei in movimento ha un arco di
variazioni limitato e l’attenzione si esaurisce presto. Ridotto a una decina di
minuti La timidezza delle ossa
funzionerebbe meglio, proprio come un rapido gesto monologico, monoespressivo,
a cui non giova l’insistenza.
Conoscevo già, invece, la compagnia friulana Cosmesi
(ovvero Eva Geatti e Nicola Toffolini), qui presenti con la performance Pensiero*beige. In cui la Geatti si
autoinscena nell’arco di un quarto d’ora come bambola di carne, distesa supina
su un tappetino, alquanto smaniosa e attuffata sotto una parrucca biondo
platino. Un miniregistratore attaccato con lo scotch ad un microfono ad asta
che lo amplifica artigianalmente, ci fa ascoltare musichine, brusii di voci,
rumori. La donna si alza in piedi, entra in un cerchio-temenos di segatura
disposto al suolo, dove scrive amenità come “Io sono io” oppure “Tu sei io”.
Quindi si toglie la parrucca e il costume da bambolina, per mostrarsi ‘al
naturale’, come una giovane donna longilinea e solerte che si mette a fare le
pulizie, arrotolando il tappetino e ammucchiando con una scopa la segatura da
una parte. In conclusione, va poi al microfono per dirci che tutto questo la
rappresenta e non si sa se ridere o piangere.
Il problema è che l’arte della brevità è una cosa
difficilissima e non soltanto a teatro. La Geatti vorrebbe scorrere sulla
superficie della scena, ma il suo soffice nulla è come una goccia d’acqua che
scivola su uno specchio e non lascia traccia alcuna.
Glisso
sulla performance del 26enne danzatore leccese Michele Rizzo, 7th Solo, un pseudo-assolo assai
velleitario, che forse voleva essere ironico ma, nella sua egotistica
presunzione, risultava invece soltanto
irritante. Così come di Daniele Timpano, dirò semplicemente che ha fatto una
sorta di presentazione, un bel po’ arruffata e confusa, del suo prossimo spettacolo
“Aldo Morto” parla, una evocazione
degli anni ’70 attraverso il rapimento e l’omicidio dello statista
democristiano, usando le sue ‘lettere dal carcere’ (brigatista). Mentre Timpano
parlava scorrevano in sottofondo exempla della ‘colonna sonora militante’ di
quel decennio, dall’inno di Potere Operaio sullo spartito dell’inno dell’Armata
Rossa sovietica, alla canzone-inno di Lotta Continua e facevano un effetto di
graffiti del secolo scorso struggenti e agghiaccianti al contempo. Come
attivista-testimone dell’epoca sono curioso di vedere come la stralunata,
intelligente comicità di Timpano maneggerà dopo il corpo del Dux, quello ben
più tragico di Moro.
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Francesca Grilli: Arriverà e ci coglierà di sorpresa
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Di
passata al festival ho gettato un’occhiata all’esibizione del “Nachda Punjab
Cultural Mirror of India”, un ensemble di quattordici ballerini e musicisti del
nord dell’India, che presentavano nei loro coloratissimi costumi una selezione
di danze tradizionali, principalmente legate alla forma del Banghra. I
danzerini sprigionavano molto entusiasmo folk e simpatia, ma mi chiedevo: una
equivalente compagnia, metti, di saltarello ciociaro come verrebbe accolta nel
Punjab?
Un’altra
occhiata l’ho gettata alla performance della 32enne bolognese Francesca Grilli
intitolata Arriverà e ci coglierà di
sorpresa, che consisteva almeno in partenza in una sfida del genere Non si uccidono così anche i cavalli?
(esimia pellicola del 1969 di Sydney Pollack, con Jane Fonda e Michael Sarrazin):
due ballerini di 75 anni avrebbe piroettato inesausti per due ore e mezza. Nello
spazio approntato dalla Grilli c’era sulla parete di fondo una grande
diapositiva che mostrava una sala da ballo in stile liberty vuota, intanto
risuonava una colonna musicale a scorrimento continuo tra il tango, la milonga
e il liscio, e poi c’era la coppia di anziani che lentamente ballava in circolo
illuminata dal seguipersona o ‘occhio di bue’, ogni tanto brevemente
interrompendosi per riprendere fiato. I due settantenni, va detto, ballavano
abbastanza male (lui come ‘porteur’ era un vero un disastro), ma a parte questo
la scommessa tutta concettuale della Grilli di “rivendicare l’avanzare del
tempo, della morte, della bellezza” non mi pareva che trapelasse punto dalla
sua installazione scenica. Vero è che ho sostato lì solo per pochi minuti, ma
mi sembra che in questi casi l’enunciazione teorica di un atto artistico sia
più importante e significativa della sua realizzazione pratica, di cui in fondo
possiamo fare a meno.
Dove,
invece, l’esperienza in prima persona contava eccome ed era oltremodo ‘segnificativa’,
è stato con il lavoro del 38enne Sergi Fäustino da Barcellona, ambiguamente
chiamato Nutritivo. L’assai singolare
performer catalano, conciato come un metallaro dark, e con il volto truccato in
quadranti bianco-neri come un rock-fan dei Kiss di Gene Simmons, incomincia
girando nel foyer in mezzo agli spettatori che aspettano di entrare in sala,
offrendo su un vassoietto delle tapas al sanguinaccio di maiale. Poi, prosegue
in scena, facendosi cavare ‘live’ da un infermiere un bel flacone di sangue,
che subito utilizza per preparare su un fornelletto un altro sanguinaccio,
stavolta col proprio plasma. E conclude la sua esibizione con una specie di
sardonica lezioncina etico-ecologico-gastronomica, al termine della quale si
mangia una delle tapas al (suo) sangue umano, passando poi ad offrirle al
pubblico nella stragrande maggioranza sbigottito o schifato o atterrito, ma
messo comunque di fronte alla generale ipocrisia di nutrirsi di carne e sangue di
animali spesso allevati in modi atroci e anti-igienici, e poi, invece,
istituire un tabù quando si tratta di sangue e carne di noi animali umani.
Tra
l’incipit e l’explicit della performance va detto che accadono altre cose:
Fäustino racconta storie esistenzial-amicali e poi criminali di protagonisti
del rock ‘black metal’ del nord-Europa di cui è palesemente un grande appassionato,
si concede a ‘fiammeggianti’ baracconate satanico-circensi e, quindi, si lancia
in evoluzioni ginniche, in movimentazioni gestuali-sportive tanto frenetiche
quanto generiche e sconclusionate. Tutta questa parte centrale mi è sembrata francamente
superflua, una sorta di riempitivo stiracchiato, pure per mancanza di una vera
regia, laddove la provocazione auto-vampiresca è stata assai efficace e
smascherante la falsa coscienza dei presenti. Per la cronaca, il sottoscritto è
stato uno dei tre o quattro spettatori che, in coda, hanno ‘accettato’ la
provocazione e hanno mangiato le tapas al sangue del performer. Perché quella
di Fäustino mi è sembrata una sfida ‘cristologica’ e, proprio non essendo
credente, ho ritenuto giusto ‘volterrianamente’ sostenerla sino in fondo.
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Sergi Fäustino: Nutritivo
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Collaboratrice
della connazionale Constanza Macras, divisa professionalmente tra Buenos Aires
e Berlino, la giovane Tatiana Saphir ha portato a Roma la sua performance Breve storia del punk argentino,
coadiuvata in scena dalla sorellina Tamara (molto più punk di lei). L’avvio
dello spettacolo è assai promettente, con la Saphir che squarcia, tuffandosi a
pesce, un sipario versicolore di copertine di giornali, e dà avvio ad una
sarabanda coreutica, sorretta da pezzi di punk argentino tirati ‘a palla’, nel
corso della quale esegue uno strip-tease integrale, esibendo un fisico
tutt’altro che da top-model, infine ravvolgendosi nel drappo albiceleste della
sua patria, quasi a voler evocare una neo-grande madre argentina tanto
cata-furiosa, quanto disinibita nel mostrare le sue imperfette nudità. Ma dopo
quest’attacco fortemente energetico ed eccitante, il lavoro prende tutt’altra
direzione. Rivestitasi con un tailleurino blu da impiegata di concetto, la
Saphir svolge una specie di conferenza para-didattica su nascita, sviluppo e
declino delle band seminali del punk argentino, a noi del tutto ignote, viste
in controluce con il parallelo insorgere della feroce e sanguinaria dittatura
militare di Videla e company. Il tema – i nodi e gli incroci tra società,
politica e cultura – sarebbe di quelli topici e classici, ma trattato alla
stregua di un fumetto non ci sollecita neanche un po’. La sorellina Tamara,
intanto, seduta per terra si sorbisce con la cannuccia delle bibitine
analcoliche e, quindi, abbastanza di malagrazia schiaccia ogni tanto il
pulsante di un diaproiettore che ci mostra immagini di copertine di dischi
‘storici’ e ‘cult’, foto dei gruppi punk locali, vedute di Baires negli anni
’70. Alla lunga, cresce la noia e la delusione è palese.
Vengo,
prima di chiudere, alle due produzioni che più ho apprezzato a “Short”, anche
se non si tratta affatto di ‘corti’ teatrali.
Innanzitutto,
Don Giovanni di W. A. Mozart della compagnia
pisana I Sacchi di Sabbia. Gruppo attivo dal 1995 e già assai celebrato (hanno
vinto il Premio Speciale Ubu nel 2008), che si muove con sicura originalità e
grande sapienza artigianale ed espressiva tra musica, danza e arti visive.
Questo spettacolo col sottotitolo Ein
Musikalischer Spass zu Don Giovanni (ovvero “Uno scherzo musicale su Don
Giovanni”), è in pratica una particolare e, a suo modo, geniale rilettura
ovviamente ‘ridotta’ del capolavoro
mozartiano, eseguito a cappella da un sestetto (quattro donne e due uomini,
abbigliati come dei collegiali anni ’50 con candide camicie, cravattini, gonne
e pantaloni al ginocchio scuri). Un ‘best of’ delle arie famose del Don
Giovanni che viene performato – dicono gli ideatori Giovanni Guerrieri, Giulia Solano
e Giulia Gallo, che sono anche tra gli interpreti – per “boccacce e rumorini”,
per smorfiette e sibilazioni, per gorgoglii ed emissioni le più disparate e
capricciose. Ne deriva una partitura, insieme parodistica e inappuntabilmente
seria ed intonata, imitando, apprendiamo, la lettura orchestrale di von Karajan
del 1986. Il bello è che i sei coristi non sono musicisti, ma attori abilissimi
a mimare e riprodurre i suoni ‘giusti’, ma sempre lievemente sviati verso una
tessitura scenico-espressiva ironico-grottesca, alimentata anche dalle posture
disarticolate e cartoonesche degli interpreti. Ne deriva uno spettacolo
felicissimo, assolutamente all’altezza della mitica ‘leggerezza’ mozartiana,
dove il pedale parodico è sempre tenuto sotto controllo, ché sarebbe molto
facile ‘sbracare’ e andare verso la farsa comico-demenziale (penso alla Banda
Osiris). Invece no, qui gustiamo al contempo la magia di Mozart e il divertente
e sofisticato slittamento-rifacimento dei Sacchi di Sabbia, la cui bravura si
evidenza pure nel perfetto controllo di tutti gli elementi della forma-macchina
scenica.
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I Sacchi di Sabbia: Don Giovanni di W. A. Mozart
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Dopo
avere lodato una eccellente prova corale, voglio segnalare una superba prova
solistica: quella di Francesca Mazza, co-autrice e interprete di West dei Fanny & Alexander. Mazza,
oggi 52enne, è stata tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 compagna di scena e di
vita di Leo de Berardinis. Dunque, al seguito di Leo, ha avuto una grande
scuola. Era già brava allora, ma in sottordine. Negli ultimi due decenni la sua
crescita artistica è stata straordinaria, oggi è una protagonista matura e di
enorme caratura. In West la sua prova
d’attrice è di inusitata forza scenica, oltreché di tecnica recitativa
avanzatissima. Tal ché, mi ha detto qualcuno, non sembra uno spettacolo dei
Fanny & Alexander, ottimo gruppo romagnolo, attivo dal 1992, guidato dal
regista Luigi De Angelis e dalla ‘dramaturg’ Chiara Lagani, noto e apprezzato
soprattutto per una brillante vena creativa esercitata sul piano della
composizione scenica, della ricerca spaziale-sonora e del movimento visivo a
partire da suggestioni e pre-testi letterari, fiabeschi, meta-narrativi.
Probabilmente
è vero: la prova maiuscola della Mazza in qualche modo qui schiaccia il teatro
dei Fanny & Alexander, che però hanno avuto il senso della misura e
l’intelligenza di fare un passo indietro. Ossia di costruire attorno
all’attrice un contenitore minimale, quasi neutro, con luci fisse, e di
assecondare il suo exploit recitativo con piccole interpolazioni di ‘voci off’,
di istruzioni per l’uso, come se fossero loro a telecomandare il percorso
scenico-mimico della Mazza invece (come è evidente) di essere loro a venire
risucchiati dal suo corpo-mente in azione.
West fa parte di un progetto teatrale pluriennale dei Fanny & Alexander
sul “Mago di Oz”, che nell’arco di tre anni ha portato alla realizzazione di
ben altri nove allestimenti. West
però si intride fortemente con la personalità e la vicenda bio-artistica di
Francesca Mazza che incarna una Dorothy adulta (ma con trecciona bambinesca) su
cui proietta frammenti della propria storia personale, slanci felici, paranoie,
dolori, ossessioni, alti e bassi di una vita dentro e oltre una carriera
teatrale. Per tutta la prima parte dello spettacolo, Mazza è seduta a un
tavolinetto posto di fronte alla platea, ed è come ingabbiata in una serie di
piccoli, iterativi movimenti delle braccia e delle gambe, a indicare una
compulsione psichica che si scarica sul piano fisio-motorio. Mazza mescola
schegge di memoria, gioie e rabbie della propria esistenza, considerazioni
tangenti sul mondo e la società, con lacerti del romanzo di L. Frank Baum, in
cui l’Ovest rappresenta il punto cardinale più estremo della storia del
“Wonderful Wizard”. Poi i pensieri ogni tanto si accavallano, si sviano, si
perdono e quindi si ritrovano e lei accelera il ritmo delle frasi, le ripete,
le intreccia, le varia in un crescendo virtuosistico e, anche, schizofrenico,
che mi ha richiamato l’idea di Leo di un “attore free”, ossia capace di
controllare l’improvvisazione come i campioni del free jazz. C’è anche Leo,
ovviamente, nel tumulto dei precordi e dei ricordi recitato della Mazza, ma
resta innominato, citato soltanto come “un mio precedente compagno” a proposito
di un episodio, che mi fu personalmente raccontato da de Berardinis, relativo a
un drammatico raptus canino del pit-bull della coppia che finì per recidere la
falange di un dito di Francesca.
A
un certo punto, l’attrice rompe la gabbia della ‘donna seduta’ e si alza,
intraprendendo dei precisi, minuziosi, geometrici percorsi sulla scena,
associando una gestualità para-coreografica rigorosa e asimmetrica ai diagrammi
interpretativi sempre più dissociati, divergenti. Producendo l’effetto di una
calibratissima partitura musicale contemporanea di atti e parole. Per quel che ho
visto e sentito, il punto più alto, il momento apicale del festival.
Settembre 2010
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Francesca Mazza in West del gruppo Fanny & Alexander
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