TEATRICA
VOLTERRATEATRO

Amleto e Alice uniti nella rivolta


      
Nell’ultimo allestimento firmato dal regista Armando Punzo “Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà”, i bravissimi attori-detenuti della Compagnia della Fortezza tornano a far incontrare Shakespeare e Lewis Carroll, nel segno di una resistenza ostinata e irriducibile allo strisciante qualunquismo del presente e ai richiami di un ritorno all’ordine. Tutta la parabola ultraventennale di questo straordinario ensemble teatrale nato all’interno del carcere si è mossa, del resto, a partire dalla volontà di esplorare ed inscenare variegate storie di diversità, di follia e di morte, come precipua forma di riscatto e di liberazione per una umanità reclusa.
      




      

di Titti Danese




Compagnia della Fortezza: Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà (2010),
regia di Armando Punzo (ph. Stefano Vaja)


VOLTERRA. Eccoci ancora qui al consueto, irrinunciabile appuntamento con un festival che ogni anno libera il Teatro e racconta un’altra scena. Che attraversa percorsi accidentati e sempre più ostili e si sottrae ad ogni banale e rassicurante classificazione. E  ancora una volta incontriamo la Compagnia della Fortezza e il suo guru Armando Punzo, straordinario e appassionato maestro di un gruppo di ergastolani, oggi bravissimi attori, impegnati in un lavoro che alimenta il desiderio di rinascita e li porta a una consapevolezza della propria storia segreta e lontana.

Carismatico, persuasivo, geniale, Punzo libera energie ed emozioni e lavora a un Teatro per fare Teatro, un Teatro che non educa, ma lascia che questi attori speciali varchino la soglia reale e metaforica dell’isolamento ed esprimano la loro diversità. È stato lungo e non certo facile il percorso di questo eccellente drammaturgo, regista e grande affabulatore che più di vent’anni fa il  caso portò davanti al carcere di Volterra (di fronte c’era la sede della sua compagnia)  e dietro quel portone immaginò e costruì il suo futuro di teatrante. Compagni di strada una trentina di ergastolani, una umanità reclusa, certo animata, come tutti, “dalla necessità profonda di dire qualcosa” e in questo luogo Punzo, da sempre affascinato da scritture drammaturgiche impegnate a rappresentare un mondo dominato dalla diversità, dalla follia, dalla morte, trova nuovi fortissimi stimoli.

 

Qui proveremo a raccontarlo attraverso i suoi spettacoli, in un viaggio a ritroso della mia memoria di spettatore privilegiato e attento a questo Teatro del Presente che si inscrive in un’area non ben definibile, anomala e mutante a promuovere processi di conoscenza e di identità, sentimenti e pulsioni che fuori dallo spazio scenico non avrebbero esistenza.

Comincia con un testo di Roberto De Simone La gatta Cenerentola per arrivare a Genet e Peter Weiss, a Brecht e Pasolini e riscrive un’Opera da tre soldi, guardando al cabaret e all’operetta ma soprattutto inglobando la cultura del carcere con sguardo coraggioso e scevro da ipocrisie.

Con i corpi muscolosi e maschi che si trasformano in puttane seducenti e, vestiti di lustrini, ci guidano all’interno, nelle celle addobbate come bische o squallidi bordelli. Ad esprimere con graffiante ironia l’universo criminale, attingendo al cinema e alla sceneggiata, al fumetto e al melodramma.

Biciclette sospese nell’aria e tante girandole gialle, rosse, blu per Elogio al disimpegno, uno studio su Pasolini che guarda all’intellettuale contro e racconta una quotidianità di abbandoni, di solitudini e di inquietante normalità. Ad aprire una serie di interrogativi che ti inchiodano a una realtà estrema dove solo un teatro impossibile verrà a liberarti accompagnandoti nel cuore della poesia. Il grande circo della vita è soprattutto colore e magari anche sogno, il sogno di un altrove, di una fuga verso altri luoghi dove ti aspettano un acrobata e un clown e un angelo vestito di bianchissime piume.

 

E nel 2005 Punzo sperimenta un nuovo codice e sceglie di mettersi in gioco con una scrittura scenica nata da un anno di riflessione “ per azzerare tutto e ricominciare daccapo”.

Appunti per un film vede gli spettatori in veste di comparse, un autore fantasma continuamente evocato, una troupe cinematografica in crisi creativa. Momenti di tenerezza e di malinconia accompagnano le immagini di un Don Chisciotte che danza, mentre una donna china su un asse da stiro ripassa, in un rituale che sa di quotidiano, la camicia del figlio e gli chiede di non partire. La donna in scena è la madre di Punzo e commuove questo riferimento autobiografico raccontato con commovente pudore.

 Poi ci sarà Rabelais a infrangere deliberatamente ogni tabù. Budini, capretti,capponi e grassi signori” vede in scena falli giganteschi e abiti piumati, frati lascivi e penitenti che recitano sacrileghe litanie in una sfida di parole e l’esibizione di una corporeità forte, buffoni disperati e diabolici dal vitalismo contagioso e liberatorio. Così, tra urla disumane il baccanale si anima di nuovi partecipanti ed ecco una Madonna con un gigantesco fallo e nuovi diavoli e giullari a continuare la festa. Con un epilogo tragicomico che vede il buffone Tano farsi bersaglio di un lancio incontrollato e violento di uova, deriso e messo alla gogna. Inutile interrogarsi su significati e messaggi perché “ tutto ciò che vediamo è qualcos’altro”.




Compagnia della Fortezza: Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà (2010),
regia di Armando Punzo (ph. Stefano Vaja)


Ma un chiaro manifesto politico apre l’edizione 2007 di Volterrateatro. La Compagnia della Fortezza racconta con rabbia il teatro che muore, così Pinocchio, lo spettacolo della ragione si apre e si chiude con un funerale in cui la salma, un manichino che riproduce le fattezze di Punzo, viene sollevata, spostata, agitata e infine distesa per l’inizio di una cerimonia funebre grottesca e drammatica insieme. Dall’alto delle mura foderate di nero che ci raccolgono come in una bara, lugubri coniglietti ci osservano con attenzione, mentre la scena si riempie di oggetti disparati e Punzo si muove frenetico e provocatorio nella disperata speranza di fare centro con un messaggio importante: “Voglio essere scomodo”. Il sogno di un Teatro Stabile sembra insidiato dal facile successo dello slow food in carcere, con gli attori detenuti che diventano camerieri.

“Ci hanno provato a bruciarmi i piedini” allude, risentito, il burattino mentre si spalanca un fondale a rivelare una schiera di cuochi e di inservienti dediti a preparare una sontuosa cena con tagliatelle fatte a mano, profumatissimi sughi e contorni vari. Ma una gigantesca armatura di Don Chisciotte si prende la scena e sembra suggerire una sfida ancora possibile. Sulle note del Requiem volano coriandoli colorati e rosse stelle filanti in una esplosione di energia, nell’abbraccio dei corpi tatuati e seminudi che si stringono intorno a Punzo con la loro disperata vitalità.

 

Deflagra nella sua inquietante bellezza e ci parla della possibilità di un futuro diverso Alice nel paese delle meraviglie, un viaggio a ritroso che attraversa luoghi e personaggi dei precedenti spettacoli, vent’anni di furore creativo, meraviglioso, indimenticabile. Le note di un Dies Irae introducono gli spettatori nel cortile del carcere dove alcuni amanuensi ricopiano con cura su grandi fogli bianchi brani dell’Amleto. Ma ecco Bianconiglio che ci chiama a gran voce e ci spinge verso l’interno dove ogni cella, corridoio, angolo, sono interamente tappezzati dalle pagine della tragedia shakespeariana. Chiusi in un labirinto di parole, ci facciamo largo a fatica per entrare in piccole stanze affollate mentre una piccola e sorridente Alice ci sfiora correndo a ricordarci il suo Paese delle Meraviglie. Il caso ci guida verso una stanzetta abitata da pappagallini chiusi in una voliera e poi ci conduce all’incontro con lo spettro del padre e con eccentriche regine coperte di tatuaggi  mentre Armando Punzo, ieratico e solenne nella lunga veste nera, il capo ornato da lunghe piume di pavone si fa celebrante carismatico di un rito ventennale che oggi raccoglie e mette insieme parole, visioni, atmosfere di tutti i lavori precedenti. È la festa del teatro, di un teatro estremo che ci inchioda alla scena, prigionieri di celle e corridoi, mentre alla fine della rappresentazione saranno gli attori-detenuti a sfilare verso il fuori. A indicare il cambiamento, “la possibilità di sottrarsi al proprio ruolo definito per sempre”

 

Così l’ultimo lavoro della Compagnia della Fortezza torna ad incontrare Amleto e Alice insieme, gli attori-detenuti leggono Shakespeare, ma come Alice vanno oltre lo specchio. In Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà si chiude un cerchio partendo dalle stesse atmosfere, dagli stessi personaggi, dalla stessa scena invasa di parole del lavoro precedente. Le note di un organo antico accompagnano il controtenore Maurizio Rippa che canta un adagio di Vivaldi, un soldatino di piombo se ne sta sulle scale tutto solo, un’Alice stupita e sgomenta si aggira tra attori e spettatori. Fino alla rivolta finale, in cui le parole si fanno protagoniste di una resistenza ostinata e irriducibile mentre crollano gli elementi della scena e gli attori si spogliano di ogni orpello. Le grandi lettere bianche di polistirolo vengono lanciate in aria nel grande cortile assolato e in un rito catartico che sovverte ogni ordine, gli applausi accompagnano il ritorno in cella degli attori. “In questa Danimarca che è e resta una prigione” arriva forte il messaggio di Punzo che opponendosi a ogni conveniente compromesso afferma, citando Bartleby, lo scrivano di Melville, “avrei preferenza di no”. “C’è un qualunquismo strisciante anche nella cultura e noi con il nostro lavoro lo combattiamo”

Ecco, il segreto per andare avanti è sottrarsi alle lusinghe dei potenti, prendersi la libertà di dare un significato altro alle parole, ai sogni una possibilità.  Quest’anno gli attori-detenuti della Compagnia della Fortezza apriranno la nuova stagione teatrale al Fabbricone di Prato.




Compagnia della Fortezza: Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà (2010),
regia di Armando Punzo (ph. Stefano Vaja)



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