| |
di Titti Danese
|
Compagnia della Fortezza: Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà (2010), regia di Armando Punzo (ph. Stefano Vaja)
|
VOLTERRA. Eccoci ancora qui al
consueto, irrinunciabile appuntamento con un festival che ogni anno libera il Teatro
e racconta un’altra scena. Che attraversa percorsi accidentati e sempre più
ostili e si sottrae ad ogni banale e rassicurante classificazione. E ancora una volta incontriamo la Compagnia
della Fortezza e il suo guru Armando Punzo, straordinario e appassionato
maestro di un gruppo di ergastolani, oggi bravissimi attori, impegnati in un
lavoro che alimenta il desiderio di rinascita e li porta a una consapevolezza
della propria storia segreta e lontana.
Carismatico, persuasivo, geniale,
Punzo libera energie ed emozioni e lavora a un Teatro per fare Teatro, un
Teatro che non educa, ma lascia che questi attori speciali varchino la soglia
reale e metaforica dell’isolamento ed esprimano la loro diversità. È stato
lungo e non certo facile il percorso di questo eccellente drammaturgo, regista
e grande affabulatore che più di vent’anni fa il caso portò davanti al carcere di Volterra (di
fronte c’era la sede della sua compagnia)
e dietro quel portone immaginò e costruì il suo futuro di teatrante.
Compagni di strada una trentina di ergastolani, una umanità reclusa, certo
animata, come tutti, “dalla necessità profonda di dire qualcosa” e in questo
luogo Punzo, da sempre affascinato da scritture drammaturgiche impegnate a
rappresentare un mondo dominato dalla diversità, dalla follia, dalla morte,
trova nuovi fortissimi stimoli.
Qui proveremo a raccontarlo
attraverso i suoi spettacoli, in un viaggio a ritroso della mia memoria di spettatore
privilegiato e attento a questo Teatro del Presente che si inscrive in un’area
non ben definibile, anomala e mutante a promuovere processi di conoscenza e di
identità, sentimenti e pulsioni che fuori dallo spazio scenico non avrebbero
esistenza.
Comincia con un testo di Roberto
De Simone La gatta Cenerentola per
arrivare a Genet e Peter Weiss, a Brecht e Pasolini e riscrive un’Opera da tre soldi, guardando al cabaret
e all’operetta ma soprattutto inglobando la cultura del carcere con sguardo
coraggioso e scevro da ipocrisie.
Con i corpi muscolosi e maschi
che si trasformano in puttane seducenti e, vestiti di lustrini, ci guidano
all’interno, nelle celle addobbate come bische o squallidi bordelli. Ad
esprimere con graffiante ironia l’universo criminale, attingendo al cinema e
alla sceneggiata, al fumetto e al melodramma.
Biciclette sospese nell’aria e
tante girandole gialle, rosse, blu per Elogio
al disimpegno, uno studio su Pasolini che guarda all’intellettuale contro e
racconta una quotidianità di abbandoni, di solitudini e di inquietante
normalità. Ad aprire una serie di interrogativi che ti inchiodano a una realtà
estrema dove solo un teatro impossibile verrà a liberarti accompagnandoti nel
cuore della poesia. Il grande circo della vita è soprattutto colore e magari
anche sogno, il sogno di un altrove, di una fuga verso altri luoghi dove ti
aspettano un acrobata e un clown e un angelo vestito di bianchissime piume.
E nel 2005 Punzo sperimenta un
nuovo codice e sceglie di mettersi in gioco con una scrittura scenica nata da
un anno di riflessione “ per azzerare tutto e ricominciare daccapo”.
Appunti per un film vede gli spettatori in veste di comparse, un
autore fantasma continuamente evocato, una troupe cinematografica in crisi
creativa. Momenti di tenerezza e di malinconia accompagnano le immagini di un
Don Chisciotte che danza, mentre una donna china su un asse da stiro ripassa,
in un rituale che sa di quotidiano, la camicia del figlio e gli chiede di non
partire. La donna in scena è la madre di Punzo e commuove questo riferimento
autobiografico raccontato con commovente pudore.
Poi ci sarà Rabelais a infrangere
deliberatamente ogni tabù. Budini,
capretti,capponi e grassi signori” vede in scena falli giganteschi e abiti
piumati, frati lascivi e penitenti che recitano sacrileghe litanie in una sfida
di parole e l’esibizione di una corporeità forte, buffoni disperati e diabolici
dal vitalismo contagioso e liberatorio. Così, tra urla disumane il baccanale si
anima di nuovi partecipanti ed ecco una Madonna con un gigantesco fallo e nuovi
diavoli e giullari a continuare la festa. Con un epilogo tragicomico che vede
il buffone Tano farsi bersaglio di un lancio incontrollato e violento di uova,
deriso e messo alla gogna. Inutile interrogarsi su significati e messaggi
perché “ tutto ciò che vediamo è qualcos’altro”.
|
Compagnia della Fortezza: Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà (2010), regia di Armando Punzo (ph. Stefano Vaja)
|
Ma un chiaro manifesto politico
apre l’edizione 2007 di Volterrateatro. La Compagnia della Fortezza racconta
con rabbia il teatro che muore, così Pinocchio,
lo spettacolo della ragione si apre e si chiude con un funerale in cui la
salma, un manichino che riproduce le fattezze di Punzo, viene sollevata,
spostata, agitata e infine distesa per l’inizio di una cerimonia funebre
grottesca e drammatica insieme. Dall’alto delle mura foderate di nero che ci
raccolgono come in una bara, lugubri coniglietti ci osservano con attenzione,
mentre la scena si riempie di oggetti disparati e Punzo si muove frenetico e
provocatorio nella disperata speranza di fare centro con un messaggio
importante: “Voglio essere scomodo”. Il sogno di un Teatro Stabile sembra
insidiato dal facile successo dello slow food in carcere, con gli attori
detenuti che diventano camerieri.
“Ci hanno provato a bruciarmi i
piedini” allude, risentito, il burattino mentre si spalanca un fondale a
rivelare una schiera di cuochi e di inservienti dediti a preparare una sontuosa
cena con tagliatelle fatte a mano, profumatissimi sughi e contorni vari. Ma una
gigantesca armatura di Don Chisciotte si prende la scena e sembra suggerire una
sfida ancora possibile. Sulle note del Requiem volano coriandoli colorati e
rosse stelle filanti in una esplosione di energia, nell’abbraccio dei corpi
tatuati e seminudi che si stringono intorno a Punzo con la loro disperata
vitalità.
Deflagra nella sua inquietante
bellezza e ci parla della possibilità di un futuro diverso Alice nel paese delle meraviglie, un viaggio a ritroso che
attraversa luoghi e personaggi dei precedenti spettacoli, vent’anni di furore
creativo, meraviglioso, indimenticabile. Le note di un Dies Irae introducono
gli spettatori nel cortile del carcere dove alcuni amanuensi ricopiano con cura
su grandi fogli bianchi brani dell’Amleto. Ma ecco Bianconiglio che ci chiama a
gran voce e ci spinge verso l’interno dove ogni cella, corridoio, angolo, sono
interamente tappezzati dalle pagine della tragedia shakespeariana. Chiusi in un
labirinto di parole, ci facciamo largo a fatica per entrare in piccole stanze
affollate mentre una piccola e sorridente Alice ci sfiora correndo a ricordarci
il suo Paese delle Meraviglie. Il caso ci guida verso una stanzetta abitata da
pappagallini chiusi in una voliera e poi ci conduce all’incontro con lo spettro
del padre e con eccentriche regine coperte di tatuaggi mentre Armando Punzo, ieratico e solenne
nella lunga veste nera, il capo ornato da lunghe piume di pavone si fa
celebrante carismatico di un rito ventennale che oggi raccoglie e mette insieme
parole, visioni, atmosfere di tutti i lavori precedenti. È la festa del teatro,
di un teatro estremo che ci inchioda alla scena, prigionieri di celle e
corridoi, mentre alla fine della rappresentazione saranno gli attori-detenuti a
sfilare verso il fuori. A indicare il cambiamento, “la possibilità di sottrarsi
al proprio ruolo definito per sempre”
Così l’ultimo lavoro della
Compagnia della Fortezza torna ad incontrare Amleto e Alice insieme, gli
attori-detenuti leggono Shakespeare, ma come Alice vanno oltre lo specchio. In Hamlice,
saggio sulla fine di una civiltà si chiude un cerchio partendo dalle
stesse atmosfere, dagli stessi personaggi, dalla stessa scena invasa di parole
del lavoro precedente. Le note di un organo antico accompagnano il controtenore
Maurizio Rippa che canta un adagio di Vivaldi, un soldatino di piombo se ne sta
sulle scale tutto solo, un’Alice stupita e sgomenta si aggira tra attori e
spettatori. Fino alla rivolta finale, in cui le parole si fanno protagoniste di
una resistenza ostinata e irriducibile mentre crollano gli elementi della scena
e gli attori si spogliano di ogni orpello. Le grandi lettere bianche di
polistirolo vengono lanciate in aria nel grande cortile assolato e in un rito
catartico che sovverte ogni ordine, gli applausi accompagnano il ritorno in
cella degli attori. “In questa Danimarca che è e resta una prigione” arriva
forte il messaggio di Punzo che opponendosi a ogni conveniente compromesso
afferma, citando Bartleby, lo scrivano di Melville, “avrei preferenza di no”. “C’è
un qualunquismo strisciante anche nella cultura e noi con il nostro lavoro lo
combattiamo”
Ecco, il segreto per andare
avanti è sottrarsi alle lusinghe dei potenti, prendersi la libertà di dare un
significato altro alle parole, ai sogni una possibilità. Quest’anno gli attori-detenuti della Compagnia
della Fortezza apriranno la nuova stagione teatrale al Fabbricone di Prato.
|
Compagnia della Fortezza: Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà (2010), regia di Armando Punzo (ph. Stefano Vaja)
|
Scarica in formato pdf
|
|