TEATRICA
VISITA ALL’ODIN TEATRET

L’eredità
di Eugenio Barba
è inventarsi
un teatro
che ci corrisponde


      
Le meditate e partecipi riflessioni della direttrice artistica della compagnia romana Ruotalibera di ritorno da Holstebro, sede della celeberrima compagnia fondata dal regista di Gallipoli. Pensieri ed emozioni su un maestro della scena contemporanea, che è partito da una situazione di sradicamento e di discriminazione per avviare un percorso di ricerca teatrale che dura da 46 anni e che ha a che fare con una originaria, profonda ferita psicologica ed espressiva, con un bisogno di rigore etico, di inoltrarsi in territori pericolosi e sconosciuti, in cui echeggiano le visioni di Artaud, le frustrazioni di Stanislavskij, i segni di Brecht e Grotowski. Cioè il pulsare del ‘disordine’ creativo in attesa dell’Uomo Nuovo.
      




      

di Tiziana Lucattini

 

 

Il tempo del silenzio 

 

Dopo trent’anni, il 12 Agosto 2010,  ritorno ad Holstebro, all’Odin,  ma non in autostop.

Trent’anni fa ero scappata via appena Barba mi intravide, poco, niente, interessato.

Ferita che non mi avesse riconosciuta. In balìa del silenzio.

 

Dell’Odin e di Eugenio Barba hanno parlato e parleranno molti, aggiungo una parzialissima individualità, però necessaria perché quando si è toccati  profondamente, (un incontro breve, ma lungo e caro già da un mestiere, atteso, inventato, costruito, inaspettatamente materializzato un mese fa da una telefonata normale e semplice, breve e concreta), il mestiere, il mio mestiere già vecchio di 30 anni, e l’anima, molto più vecchia mi impongono una domanda e mi chiedono di condividerla: che cosa è successo? Che cosa mi ha toccato?

Varcare le porte dell’Odin.  Sì, ma è facile, credo. È un luogo aperto.

Abbracciare Eugenio Barba. Sì, mi ha emozionato: perché emoziona abbracciare il padre che ti scegli.

Ma non è solo qui che devo cercare il contatto di cui parlo.

Vedere i suoi spettacoli lì nella loro Casa. Vedere Il sogno di Andersen e poi parlare con la leggenda.

Sì, no, non è ancora questo.

 

Mi ha toccato profondamente un sentire molto intimo e antico, e un riconoscere attraverso le parole affilate di Eugenio Barba, sia dette che scritte, ma soprattutto attraverso il suo corpo che nel  parlare rivelava un dolore pudico, sincero, guerriero, la  mia amputazione, la zona di silenzio e di afasia  da cui si è generato il mio cammino. 

Un’appartenenza alla famiglia dei dago, dei senza voce.

Il fulminante racconto di Barba, ... “in Norvegia, appena emigrato qualcuno m’ha chiamato con disprezzo dago e m’ha sbattuto la porta in faccia”, ha materializzato davanti ai miei occhi una ragazza molto ammirata da me decenne, che si sbarazzò del mio bisogno di altezza dicendomi  ”sei solo una bambina che sogna e che deve crescere...”

Silenzio impotente. Dolore e senso di ridicolo.

 

Ma era il benvenuto nella famiglia dei dago.

 

E la  fuga di trent’anni fa è stata solo apparente.

 

Barba dice che gli storici del teatro ci presentano i maestri del Novecento, i maestri del Disordine come li chiama lui,  purgati delle loro folli domande, delle loro ossessioni, delle loro divoranti vocazioni a fare dell’arte qualcosa che andasse al di là dell’arte, che rompesse catene intime e personali, professionali, sociali, etiche, culturali, religiose per creare un Uomo Nuovo. Ma dietro le loro pagine acute e le loro facce normalizzate dalla stampa sui libri, Barba ci ricorda “ci furono notti di solitudine e sgomento”. Penso alla vertigine dell’altezza dell’impresa, al bruciore di quel bisogno e alle stupide porte sbattute in faccia.  Stupide, che non sanno di essere però condizione necessaria e funzionale all’esperienza dello scompiglio (parole di Barba) o del Disordine, nutrimento dell’arte.  

 

Non tutti i silenzi, le amputazioni, le lingue tagliate, generano quell’esperienza rigeneratrice e rigenerante. Non tutte le catene, tra dolore e risarcimento, approdano ad H.C. Andersen.

Non tutti i dago diventano Barba o Stanislavskij.  

Siamo un’umanità ferita, piena di poveri mostri denigrati e arrabbiati, i più senza possibilità   di trasformare in carburante il calore e il bruciore delle ferite. Ma alcuni tentano. Se vincono o perdono, prima ancora di dirlo la storia, saranno loro a saperlo.  

 

È in quella zona di silenzio  impotente, che sono entrata. Di Disordine che spariglia e apre che Eugenio Barba rievoca con la pungente consapevolezza che il maestro riserva all’Ostacolo e all’Errore. In quella zona di incubazione dove è ancora tutto possibile, anche scegliere il silenzio per sempre, una miserabile lingua tagliata, o il riscatto nobile che si oppone alla predestinazione. 

 

E in quella zona ho visto i personaggi e le persone che mi hanno accompagnato nella vita e nel mestiere.   

 

A quel silenzio, vibrante di possibilità e di equilibrio instabile, denso di destini e scelte, come attrice regista e scrittrice, decido di dedicare il prossimo spettacolo.             




Odin Teatret: Il sogno di Andersen (2004), regia di Eugenio Barba


L’assedio del  tempo

 

Eugenio Barba ha parlato spesso di eredità. Ma bisogna leggere e ascoltare attentamente. Non troveremo all’Odin, almeno non si palesa oggi, un giovane Odin. Degli allievi attori della scuola non scuola, a cui la pratica del metodo non metodo, siano stati passati, trasmessi in eredità, per essere custoditi, tramandati, rifondati. Non è semplicemente possibile questo, perché l’accezione comune di eredità teatrale non è quella dell’Odin.

 

Questa è molto sottile e peculiare:  legata ad un segno, quasi una stigmate che non c’entra  tanto con la marginalità periferica del Terzo Teatro. Lo dice lo stesso Barba. L’Odin non è definito dall’essere nato come un teatro diseredato da un altro teatro, il teatro maggiore che lo ha emarginato, sconfessato. Né tanto meno da un’eredità teatrale altra.

 

Parliamo di tutt’altro tipo di eredità, l’handicap, lo chiama lui, una ferita, un bisogno di rigore etico, di territori pericolosi e sconosciuti. Le visioni di Artaud,  le frustrazioni di Stanislavskij... storie di persone scomode nella loro condizione, non di teatri.

 

Molti colleghi a Roma mi hanno chiesto di guardare se all’Odin c’era un Odin giovane, formato o in formazione. Forse nella sala di lavoro dove Barba ha incontrato le ottanta persone venute da tutto il mondo per la settimana di spettacoli e workshop, c’era qualche erede, ma non designato da Barba,  qualcuno che si è spostato dalla zona della sua quotidianità geografica, per via dell’ handicap. Non molti, credo; molti dubito addirittura che capissero che quello che stavano facendo non era solo il workshop ‘fico’ dell’estate, ma un’occasione per odorare, non dico cogliere o scegliere, che eredità di sé lasciare a se stessi.

La leggenda dell’Odin crea molta curiosità guardona.

 

Molti forse si stupiranno o criticheranno che non si intravveda un giovane gruppo che sia investito di un compito impossibile e porti avanti il nome e l’esperienza  nei decenni a venire, ma pensandoci bene magari questi molti sono gli stessi che quando vedono il Living Theatre oggi si demoralizzano perché “il Living non è più il Living”. Certo, Beck e Malina sono quelle irripetibili persone che hanno incarnato quell’irripetibile momento storico e artistico, così come l’Odin è la carne e lo spirito di queste persone, ieri, oggi e per tanti anni ancora. Gli epigoni, i continuatori,  i piccoli figli troppo vicini fanno rimpiangere più cocentemente i padri. Raramente, credo, arriva un Vachtangov.

 

Quindi bene così, con figli lontani che magari non sanno neanche di esserlo, ma lo sono perché, stranieri  dentro il proprio corpo e il proprio tempo, si inventeranno un teatro che gli corrisponde. Sono quelli che si alzano sulla punta dei piedi, come dice Barba, come se un giorno potessero volare.

 

Questa è l’eredità dell’Odin che forse vuole durare non perpetuarsi.

 

Eredità che non aspetta la morte di nessuno per essere lasciata e divisa, ma che anzi è cominciata con il suo nascere, quarantasei anni fa: l’eredità di sé a se stessi.

 

Cominciata anzi molto prima, non sappiamo il nome del primo uomo che spinto dallo spaesamento terreno, dalla solitudine, dal dolore, ha desiderato di andare oltre la quotidianità. Sappiamo dell’avventura di Copeau, Jouvet, Dullin, sappiamo di Stanislavskij, di Vachtangov, di Appia e Craig, Mejerchol’d, Piscator, Brecht e Grotowski, ma molti nomi ci sono sconosciuti, molti sono trascurati.

 

Un filo li lega tutti: il bisogno di comunità che condivida un progetto di autosviluppo e una pratica di vita.  

 

Su tutti l’assedio del tempo. Su tutti noi. Ma se è vero, come diceva il mio maestro di yoga, che l’oltre si fa con il qui ed ora, non resta che restare, qui ed ora.

 

Tra spettri e illuminazioni, costretti a continuare a fare quello che siamo come scriveva parlando di Il sogno di Andersen, e di sé, Torgeir Wethal (cofondatore e attore-guida dell’Odin, morto il 27 giugno scorso, a sessantatre anni).

 

http://www.tea-tron.com/anticteatre/blog/2010/06/28/comuniocado-de-eugenio-barba-torgeir-wethal-odin-teatret/




Eugenio Barba, Jerzy Grotowski e Torgeir Wethal



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