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di Tiziana Lucattini
Il
tempo del silenzio
Dopo trent’anni, il 12 Agosto
2010, ritorno ad Holstebro, all’Odin, ma non in autostop.
Trent’anni fa ero scappata via
appena Barba mi intravide, poco, niente, interessato.
Ferita che non mi avesse riconosciuta. In balìa del silenzio.
Dell’Odin e di Eugenio Barba hanno
parlato e parleranno molti, aggiungo una parzialissima individualità, però
necessaria perché quando si è toccati profondamente,
(un incontro breve, ma lungo e caro già da un mestiere, atteso, inventato, costruito,
inaspettatamente materializzato un mese fa da una telefonata normale e semplice,
breve e concreta), il mestiere, il mio mestiere già vecchio di 30 anni, e
l’anima, molto più vecchia mi impongono una domanda e mi chiedono di
condividerla: che cosa è successo? Che cosa mi ha toccato?
Varcare le porte dell’Odin. Sì, ma è facile, credo. È un luogo aperto.
Abbracciare Eugenio Barba. Sì, mi
ha emozionato: perché emoziona abbracciare il padre che ti scegli.
Ma non è solo qui che devo
cercare il contatto di cui parlo.
Vedere i suoi spettacoli lì nella
loro Casa. Vedere Il sogno di Andersen
e poi parlare con la leggenda.
Sì, no, non è ancora questo.
Mi ha toccato profondamente un
sentire molto intimo e antico, e un riconoscere
attraverso le parole affilate di Eugenio Barba, sia dette che scritte, ma
soprattutto attraverso il suo corpo che nel
parlare rivelava un dolore pudico, sincero, guerriero, la mia
amputazione, la zona di silenzio e di afasia da cui si è generato il mio cammino.
Un’appartenenza alla famiglia dei
dago, dei senza voce.
Il fulminante racconto di Barba,
... “in Norvegia, appena emigrato qualcuno m’ha chiamato con disprezzo dago e m’ha sbattuto la porta in faccia”,
ha materializzato davanti ai miei occhi una ragazza molto ammirata da me
decenne, che si sbarazzò del mio bisogno di altezza dicendomi ”sei solo una bambina che sogna e che deve
crescere...”
Silenzio impotente. Dolore e
senso di ridicolo.
Ma era il
benvenuto nella famiglia dei dago.
E la fuga di trent’anni fa è stata solo apparente.
Barba dice che gli storici del
teatro ci presentano i maestri del Novecento, i maestri del Disordine come li
chiama lui, purgati delle loro folli
domande, delle loro ossessioni, delle loro divoranti vocazioni a fare dell’arte
qualcosa che andasse al di là dell’arte, che rompesse catene intime e
personali, professionali, sociali, etiche, culturali, religiose per creare un
Uomo Nuovo. Ma dietro le loro pagine acute e le loro facce normalizzate dalla
stampa sui libri, Barba ci ricorda “ci furono notti di solitudine e sgomento”. Penso
alla vertigine dell’altezza dell’impresa, al bruciore di quel bisogno e alle stupide
porte sbattute in faccia. Stupide, che
non sanno di essere però condizione necessaria e funzionale all’esperienza dello scompiglio (parole di
Barba) o del Disordine, nutrimento dell’arte.
Non tutti i silenzi, le
amputazioni, le lingue tagliate, generano quell’esperienza rigeneratrice e
rigenerante. Non tutte le catene, tra dolore e risarcimento, approdano ad H.C.
Andersen.
Non tutti i dago diventano Barba o Stanislavskij.
Siamo un’umanità ferita, piena di
poveri mostri denigrati e arrabbiati, i più senza possibilità di trasformare in carburante il calore e il
bruciore delle ferite. Ma alcuni tentano. Se vincono o perdono, prima ancora di
dirlo la storia, saranno loro a saperlo.
È in quella zona di silenzio impotente, che sono entrata. Di Disordine che
spariglia e apre che Eugenio Barba rievoca con la pungente consapevolezza che
il maestro riserva all’Ostacolo e all’Errore. In quella zona di incubazione
dove è ancora tutto possibile, anche scegliere il silenzio per sempre, una
miserabile lingua tagliata, o il riscatto nobile che si oppone alla
predestinazione.
E in quella zona ho visto i
personaggi e le persone che mi hanno accompagnato nella vita e nel mestiere.
A quel silenzio, vibrante di
possibilità e di equilibrio instabile, denso di destini e scelte, come attrice
regista e scrittrice, decido di dedicare il
prossimo spettacolo.
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Odin Teatret: Il sogno di Andersen (2004), regia di Eugenio Barba
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L’assedio
del tempo
Eugenio Barba ha parlato spesso
di eredità. Ma bisogna leggere e
ascoltare attentamente. Non troveremo all’Odin, almeno non si palesa oggi, un
giovane Odin. Degli allievi attori della scuola non scuola, a cui la pratica
del metodo non metodo, siano stati passati, trasmessi in eredità, per essere
custoditi, tramandati, rifondati. Non è semplicemente possibile questo, perché
l’accezione comune di eredità teatrale
non è quella dell’Odin.
Questa è molto sottile e
peculiare: legata ad un segno, quasi una
stigmate che non c’entra tanto con la
marginalità periferica del Terzo Teatro. Lo dice lo stesso Barba. L’Odin non è
definito dall’essere nato come un teatro diseredato da un altro teatro, il
teatro maggiore che lo ha emarginato, sconfessato. Né tanto meno da un’eredità
teatrale altra.
Parliamo di tutt’altro tipo di
eredità, l’handicap, lo chiama lui,
una ferita, un bisogno di rigore etico, di territori pericolosi e sconosciuti.
Le visioni di Artaud, le frustrazioni di
Stanislavskij... storie di persone scomode nella loro condizione, non di
teatri.
Molti colleghi a Roma mi hanno
chiesto di guardare se all’Odin c’era un Odin giovane, formato o in formazione.
Forse nella sala di lavoro dove Barba ha incontrato le ottanta persone venute
da tutto il mondo per la settimana di spettacoli e workshop, c’era qualche erede, ma non designato da Barba, qualcuno che si è spostato dalla zona della
sua quotidianità geografica, per via
dell’ handicap. Non molti, credo; molti dubito addirittura che capissero
che quello che stavano facendo non era solo il workshop ‘fico’ dell’estate, ma
un’occasione per odorare, non dico cogliere o scegliere, che eredità di sé lasciare a se stessi.
La leggenda dell’Odin crea molta
curiosità guardona.
Molti forse si stupiranno o
criticheranno che non si intravveda un giovane gruppo che sia investito di un
compito impossibile e porti avanti il nome e l’esperienza nei decenni a venire, ma pensandoci bene
magari questi molti sono gli stessi che quando vedono il Living Theatre oggi si
demoralizzano perché “il Living non è più il Living”. Certo, Beck e Malina sono quelle irripetibili persone
che hanno incarnato quell’irripetibile momento storico e artistico, così come
l’Odin è la carne e lo spirito di queste persone, ieri, oggi e per tanti anni
ancora. Gli epigoni, i continuatori, i
piccoli figli troppo vicini fanno rimpiangere più cocentemente i padri.
Raramente, credo, arriva un Vachtangov.
Quindi bene così, con figli
lontani che magari non sanno neanche di esserlo, ma lo sono perché,
stranieri dentro il proprio corpo e il
proprio tempo, si inventeranno un teatro che gli corrisponde. Sono quelli che
si alzano sulla punta dei piedi, come dice Barba, come se un giorno potessero
volare.
Questa è
l’eredità dell’Odin che forse vuole durare
non perpetuarsi.
Eredità che non aspetta la morte di nessuno per essere lasciata e divisa,
ma che anzi è cominciata con il suo nascere, quarantasei anni fa: l’eredità di sé a se stessi.
Cominciata anzi molto prima, non
sappiamo il nome del primo uomo che spinto dallo spaesamento terreno, dalla
solitudine, dal dolore, ha desiderato di andare oltre la quotidianità. Sappiamo
dell’avventura di Copeau, Jouvet, Dullin, sappiamo di Stanislavskij, di Vachtangov,
di Appia e Craig, Mejerchol’d, Piscator, Brecht e Grotowski, ma molti nomi ci
sono sconosciuti, molti sono trascurati.
Un filo li lega tutti: il bisogno
di comunità che condivida un progetto di autosviluppo
e una pratica di vita.
Su
tutti l’assedio del tempo. Su tutti noi. Ma se è vero, come diceva il mio
maestro di yoga, che l’oltre si fa con il
qui ed ora, non resta che restare, qui ed ora.
Tra
spettri e illuminazioni, costretti a continuare a fare quello che siamo come
scriveva parlando di Il sogno di Andersen,
e di sé, Torgeir Wethal (cofondatore e attore-guida dell’Odin, morto il 27
giugno scorso, a sessantatre anni).
http://www.tea-tron.com/anticteatre/blog/2010/06/28/comuniocado-de-eugenio-barba-torgeir-wethal-odin-teatret/
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Eugenio Barba, Jerzy Grotowski e Torgeir Wethal
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