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di Mario Lunetta
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Ennio Di Vincenzo, Navicella solare, 1986, pittura acrilico su legno sagomato, serigrafia su metallo, cristallo, (opera unica)
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Il lungo percorso di Ennio Di
Vincenzo, aspro e insieme gioioso, mai pago di esplorare le possibilità
positive della vita contro le pulsioni distruttive di quello stupido inquilino
del mondo che si chiama uomo – come dire la dialettica perennemente tensiva tra
affermazione e negazione dell’intelligenza in atto, tocca certamente il suo
acme allegorico nella serie dei Vetri
antisfondamento. Anche realizzando un gesto traumatico, l’artista non si
appaga dello choc visivo-emotivo che nel riguardante può provocare l’approccio
alla lastra di cristallo violentata. Va oltre, ne coglie le possibili analogie
trasfigurative, ne individua gli accostamenti di natura, ne saggia il potere di
raccapriccio visionario, l’eleganza random
e l’orrore calcolato – il tutto in virtù di una sensibilità che nel
processo della metamorfosi estetico-formale non cessa un attimo di tener conto
(e rispetto profondo) per le ragioni fisiche delle materie trattate con tanto
irrispettosa violenza.
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Ennio Di Vincenzo, Casa del grande pavone, 1992, quadro-oggetto - vetro antisfondamento rotto, legno sagomato, pittura acrilica - cm 58x54
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Con questa violenza Di Vincenzo
non si identifica. Il suo è un détournement
che attraversa l’immagine della catastrofe aggirandola per scoprirne
l’insensatezza. Ed ecco allora che il fitto reticolo delle incrinature “creato”
dall’urto può essere chiamato ad alludere in La casa del grande pavone al gesto splendido e vanitoso della “ruota”
che invade tutto lo spazio, trascolorando in puro biancore traumatizzato la
gamma cromatica dell’uccello dalla sgradevolissima voce. Ecco che un
quadro-oggetto come Una candida neve gioca
sulla dislocazione dei blocchi una partita che si direbbe di pallida emersione
insulare e di calco impassibilmente uterino di quest’ultima. Ecco che in Bianco evento solare si compone una
sorta di cosmogonia della sottigliezza, un gracile espandersi di grafìe
misteriose, assolutamente ultranaturalistiche, come campìte in un vuoto
astratto dove la sola a parlare è la lingua del silenzio.
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Ennio Di Vincenzo, Bianco evento solare, 1992, quadro-oggetto - legno sagomato, pittura acrilica, vetro antisfondamento rotto - cm 65x79
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Per sottoporre la casualità a una
regia rigorosamente necessitata occorre una grande sapienza e un’altrettanto
grande pazienza – intesa quest’ultima non solo come capacità di attesa non
nevrotizzata, ma soprattutto come precisione di quell’ars observandi nel farsi del processo inventivo, che è insieme
sguardo e riflessione, e che gli antichi conoscevano così bene. Per questo le
geometrie divaganti di queste opere straordinarie, capaci di generare nel
riguardante una doppia reazione di assimilazione/rigetto, di
pànico/trasognamento, sono per così dire calcolate all’interno della dimensione
del disastro. Così, l’eleganza sottilissima di queste mute scritture
cristallografiche ha nel suo corpo filiforme l’energia per battere la paralisi
del fatto compiuto, cioè del trauma, dell’urto, della frattura, e elaborare una
ricchissima quantità di sensi tutti incentrati sul principio di una discontinuità
praticamente illimitata.
Il destino estetico e conoscitivo
dei geniali manufatti realizzati da Ennio nei primi anni Novanta del secolo
scorso è quindi quello di produrre, con una mossa fulminea, un’eco reiterata a
catena che si pone come allegoria della fragilità nell’arroganza del mondo. Un
grande artista non è un predicatore, è un fabbro. Bene, Ennio Di Vincenzo non ha
bisogno di appoggiarsi a ficelles moralistiche
per elaborare il suo giudizio su una civiltà malata. Gli è sufficiente mettere
in forma, nella sua ardente fucina mentale fatta di concretezza visionaria,
degli oggetti rutilanti di splendore cromatico, delle immagini in bianco-nero che
nella disseminazione fanno una sintesi stringente, o – come in questi
felicissimi casi – degli elementi che sembrano non soltanto mostrare, ma
osservare indicandoli come un lascito, la propria luce e i frantumi di essa.
Accademia
Platonica, settembre 2010
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Ennio Di Vincenzo, Autoritratto, 1963/64, tecnica mista, (opera esposta al IX Premio Termoli)
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