SPAZIO LIBERO
ENNIO DI VINCENZO
(1930-2009)
Una lingua plurale per un mondo disperso


      
Un ricordo critico dell’importante artista abruzzese, morto lo scorso anno, il cui percorso creativo toccò il suo acme allegorico nella serie dei “Vetri antisfondamento”, dove l’approccio fortemente materico alla lastra di cristallo violentata, si rigenerava in un elegante e visionario processo di metamorfosi estetico-formale. In questa scrittura cristallografica agita sul principio del trauma, dell’urto, si poteva leggere il riflesso dell’arrogante fragilità del reale.
      



      

di Mario Lunetta




Ennio Di Vincenzo, Navicella solare, 1986, pittura acrilico su legno sagomato, serigrafia su metallo, cristallo, (opera unica)


Il lungo percorso di Ennio Di Vincenzo, aspro e insieme gioioso, mai pago di esplorare le possibilità positive della vita contro le pulsioni distruttive di quello stupido inquilino del mondo che si chiama uomo – come dire la dialettica perennemente tensiva tra affermazione e negazione dell’intelligenza in atto, tocca certamente il suo acme allegorico nella serie dei Vetri antisfondamento. Anche realizzando un gesto traumatico, l’artista non si appaga dello choc visivo-emotivo che nel riguardante può provocare l’approccio alla lastra di cristallo violentata. Va oltre, ne coglie le possibili analogie trasfigurative, ne individua gli accostamenti di natura, ne saggia il potere di raccapriccio visionario, l’eleganza random e l’orrore calcolato – il tutto in virtù di una sensibilità che nel processo della metamorfosi estetico-formale non cessa un attimo di tener conto (e rispetto profondo) per le ragioni fisiche delle materie trattate con tanto irrispettosa violenza.




Ennio Di Vincenzo, Casa del grande pavone, 1992, quadro-oggetto - vetro antisfondamento rotto, legno sagomato, pittura acrilica - cm 58x54


Con questa violenza Di Vincenzo non si identifica. Il suo è un détournement che attraversa l’immagine della catastrofe aggirandola per scoprirne l’insensatezza. Ed ecco allora che il fitto reticolo delle incrinature “creato” dall’urto può essere chiamato ad alludere in La casa del grande pavone al gesto splendido e vanitoso della “ruota” che invade tutto lo spazio, trascolorando in puro biancore traumatizzato la gamma cromatica dell’uccello dalla sgradevolissima voce. Ecco che un quadro-oggetto come Una candida neve gioca sulla dislocazione dei blocchi una partita che si direbbe di pallida emersione insulare e di calco impassibilmente uterino di quest’ultima. Ecco che in Bianco evento solare si compone una sorta di cosmogonia della sottigliezza, un gracile espandersi di grafìe misteriose, assolutamente ultranaturalistiche, come campìte in un vuoto astratto dove la sola a parlare è la lingua del silenzio.




Ennio Di Vincenzo, Bianco evento solare, 1992, quadro-oggetto - legno sagomato, pittura acrilica, vetro antisfondamento rotto - cm 65x79


Per sottoporre la casualità a una regia rigorosamente necessitata occorre una grande sapienza e un’altrettanto grande pazienza – intesa quest’ultima non solo come capacità di attesa non nevrotizzata, ma soprattutto come precisione di quell’ars observandi nel farsi del processo inventivo, che è insieme sguardo e riflessione, e che gli antichi conoscevano così bene. Per questo le geometrie divaganti di queste opere straordinarie, capaci di generare nel riguardante una doppia reazione di assimilazione/rigetto, di pànico/trasognamento, sono per così dire calcolate all’interno della dimensione del disastro. Così, l’eleganza sottilissima di queste mute scritture cristallografiche ha nel suo corpo filiforme l’energia per battere la paralisi del fatto compiuto, cioè del trauma, dell’urto, della frattura, e elaborare una ricchissima quantità di sensi tutti incentrati sul principio di una discontinuità praticamente illimitata.

 

Il destino estetico e conoscitivo dei geniali manufatti realizzati da Ennio nei primi anni Novanta del secolo scorso è quindi quello di produrre, con una mossa fulminea, un’eco reiterata a catena che si pone come allegoria della fragilità nell’arroganza del mondo. Un grande artista non è un predicatore, è un fabbro. Bene, Ennio Di Vincenzo non ha bisogno di appoggiarsi a ficelles moralistiche per elaborare il suo giudizio su una civiltà malata. Gli è sufficiente mettere in forma, nella sua ardente fucina mentale fatta di concretezza visionaria, degli oggetti rutilanti di splendore cromatico, delle immagini in bianco-nero che nella disseminazione fanno una sintesi stringente, o – come in questi felicissimi casi – degli elementi che sembrano non soltanto mostrare, ma osservare indicandoli come un lascito, la propria luce e i frantumi di essa.

 

Accademia Platonica, settembre 2010                  




Ennio Di Vincenzo, Autoritratto, 1963/64, tecnica mista, (opera esposta al IX Premio Termoli)



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