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di Enrico Pietrangeli
CicloPoEtica è la terza rassegna itinerante recentemente
ultimata dopo due edizioni del Sicilia
Poetry Bike, con la “poesia in bicicletta” che approda lungo il corso del
fiume Po mediante una denominazione preposta per rendere, sotto altra forma,
l’iniziativa permeabile ai nuovi territori coinvolti e, nondimeno, rafforzarne
i contenuti già insiti negli originari intenti. Viene evidenziato il lemma
“ciclo” in funzione della maggiore diffusione della bicicletta nell’area
interessata, come pure a sancire una continuità nel perpetuarsi dell’evento con
altre titolazioni in diversi luoghi, volto tanto alla divulgazione quanto al
consolidamento di una cultura d’innovazione nella tradizione. Inoltre, per
sillabazione, viene estrapolato il fiume “Po” in quanto percorso determinante
una comunanza geofisica che si riflette nei limitrofi insediamenti. L’assonanza
è determinata da quanto viene evidenziato per esteso con “poetica”, relativa a
costituire identità e peculiarità non solo in quanto espressione artistica, ma
anche attraverso un immaginario collettivo nella funzione mitopoietica, quale
collante di popoli e rispettive culture. In evidenza, inoltre, un ulteriore
concetto, quello di “etica”, quale comune e nondimeno diversificato impegno per
ciascuno di noi.
Coerente
all’idea di un “pensiero” poetico attivo, ho sostenuto le molteplici tematiche
insite nella manifestazione con la sola sintesi della poesia, quella del
movimento lento, assecondato dalla zavorra di oltre mezzo quintale complessivo
tra carico e mezzo. L’impegno civile nasce dalla stessa azione poetica
intrapresa, volta a svincolare il verso dai circuiti chiusi innescati dall’ego
del poeta. Un’efficace poetica è di per sé un ideale strumento politico, il
solo autonomo e trasversale nonché capace di condizionare la stessa politica.
Viceversa, lasciare spazio alla politica nella poesia significa condizionare
contaminando quanto, per sua natura, dovrebbe essere etica stessa del vivere.
Faccio quel poco
che posso perché la poesia sia aperta, libera da recinti e qualitativamente
accettabile, a partire dalla condizione esistenziale che l’ha generata è,
peraltro, quanto commentavo in un post poco prima della partenza. Un’altra idea
di fondo resta anche quella di uno strumento idoneo alla riappropriazione di un
tempo narrativo, capace di sedimentare nella memoria dilatandosi. La visione di
un film come Poeti, sollecitata ed
accolta dall’amico e poeta Biagio Propato, mi ha reso ancor più cosciente di
quanto, di fatto, la poesia sia divenuta ristagnante nella sua comunicazione,
quindi incapace di tramandare raccontandosi, soprattutto se sullo sfondo si
sollecita la compresenza del Festival di Castel Porziano del ’79, il contrasto
appare più che mai evidente. Un’incomunicabilità che persiste a prescindere dai
successivi sviluppi telematici agglomeranti aree d’interesse. Dunque anni
Settanta che, tutto sommato, non erano poi tanto bui e dogmatici come spesso si
vuol far credere, se non per una fagocitante minoranza di fanatici; anni soprattutto
umanistici, per ruoli e centralità della persona che risorgevano preminenti,
destrutturando l’assetto ideologico sovrapposto al ’68 con uno spontaneismo
finalmente libero da censure di costume. Quindi l’amore libero, da trasgressione
ideologica, evolve in consuetudine di un libero vivere e condividere, apertura
ed espressione di ogni individuo nel gruppo, un atto privato, finanche poetico,
che viene a coincidere con quello pubblico divenendo politico. Col riflusso è
l’egoismo trasgressivo a prevalere, complementare a spinte conservatrici e
reazionarie, in una comune, apodittica solitudine. L’amore non sarà mai più
libero bensì asservito a pornografici fini, tra sempre più labirintiche,
ipocrite tutele di facciata.
Per
il terzo anno consecutivo, incredibile ma vero, ho trovato ancora abbastanza
energie per inseguire utopie percorribili nella malsana quotidianità che ci
circonda. Una settimana di poesia e libertà, vissuta con un moto lento ma
efficace, tanto nel verso quanto nel pedale cadenzato e capace, nel variare dei
registri, di un sincretismo ancora possibile, quello percepibile attraverso un
mezzo meccanico come la bicicletta, quale adeguato strumento per una poetica
della condivisione. Otto tappe
con eventi-sosta no-stop, da Torino a Venezia, si sono susseguite dal 2 al 10
agosto, sino all’epilogo di congedo: un happening tra strade frapposte a
traghettamenti sulla laguna. Spesso, nelle più brevi pause del tragitto, ho
avuto occasione dell’incontro conviviale con lo straniero, situazione peraltro
evidenziata da un carico inclusivo di tenda, sacco a pelo e strumentazioni tali
da essere sovente scambiato per un tedesco. Una velocità di crociera intorno ai
16 chilometri orari, scandita perlopiù controvento ed in falsi piani sugli
oltre 500 chilometri complessivi di percorso effettuati zigzagando lungo il
fiume Po, ha caratterizzato il mio incedere. A rendere più colorato ed epico il
tutto, non sono mancate sequenze d’imprevisti. L’acquazzone di Pavia ha
certamente contribuito ad un adattamento più anfibio della specie “ciclopoetica”,
culminato con la bicicletta in mezzo metro di fango poco più avanti. A coronare
la sequenza di avverse vicissitudini, seguirà il cedimento del copertone.
Significative, tra le altre, alcune performance svoltesi in movimento con
l’ausilio del megafono propagante “loop poetici”, un neorealismo che il tempo
restituisce come dispensatore di poesia e il comune cinismo rende adulterato
nell’omologante registrazione di un “arrotino” privato del suo fiato, un
afflato poetico popolare ormai disperso nel disincanto. Variegata, indipendente
e affiatata è parsa subito la compagine di oltre una dozzina di ciclisti partecipanti
tramite iscrizione al Circolo dei Lettori. Una coerente preparazione atletica
ha permesso loro di ultimare il tour gioendone a pieno.
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Ecco la 'vera' protagonista di CicloPoEtica 2010
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La
presenza di meno biciclette storiche, elaborate o fantasiose a vantaggio di più
collaudati e moderni cicli, ha prevalso nel gruppo che, a prescindere, come
tale ha comunque avuto grande capacità d’impatto e visibilità. Due soltanto
sono stati i ciclo-poeti al seguito, Ugo Magnanti ed Enrico Lazzarin, mentre si
annoverano piuttosto presenze di ciclo-artisti, cicloamatori e cicloturisti. La
poesia, in ogni caso, è stata comune denominatore ed espressione attraverso più
forme per oltre una settimana trascorsa insieme. Rilevante e degna di nota la
presenza di Irene Cabiati e le sue “orecchie poetiche”, capaci di suscitare congrua
attenzione soprattutto durante il congedo alla volta di Venezia, per mezzo di un’istallazione
mobile realizzata sulla rispettiva bicicletta; altrettanto validi e pressoché
costanti gli interventi del “suonicista randagio” Daniele Contardo.
Certamente
tra i più vicini all’iniziativa, sia pure non prendendo parte agli spostamenti,
è stato Tiziano Fratus, nelle determinanti tematiche socio-ambientali che lo
caratterizzano. Notevole anche il livello di diversi artisti che si sono
susseguiti nelle varie tappe, sebbene sia impossibile elencarli tutti,
doverosamente ne rammento alcuni, come Luca Bertoletti, Michele Marziani e
Giancarlo Micheli, senza escluderne altri. Itinerari coinvolgenti, non sempre
convergenti e tuttavia significativi si sono alternati tra piste ciclabili,
statali, provinciali e sterrati, assecondando ampi tratti di argine del Po.
Alla via Emilia, sempre trafficata e pullulante di punti di ristoro ed
accoglienti trattorie, si sovrappone il sole accecante che si riflette nei
canali dei viottoli di campagna, tra indefinite quantità e varietà di zanzare
con servizio continuato, nell’anelata ricerca di un primo borgo utile per
rifocillarsi. Pedalare è la costante fede che tutt’intorno disperde un
paesaggio lentamente, sfumato tra pensieri e motivetti che cadenzano il ritmo
spezzando la fatica in sempreverdi canzonette evocative. Arrivare spesso
all’ultimo momento, percorrendo fin oltre tratti di cento chilometri. Docce
rimandate ed altrettanto appassionato sudore per montare attrezzature e
conoscere i poeti del posto. Rapidi scambi di scalette ed efficaci, naturali
dosi d’improvvisazione coinvolgono un pubblico sempre attento e numeroso.
A
Pavia si sfiorano un centinaio di presenze, arrivando non lontano dal gremito
pubblico di Messina del 2008, con ospite Diana Battaggia e diversi autori di
Lietocolle, come Dona Amati, intervenuti per la serata. Notevole impegno viene
pure testimoniato da Eugenio Rebecchi di Blu di Prussia nella piovosa tappa
piacentina. Ferrara, nondimeno, con gli Scrittori Ferraresi e Melinda Tamas
Tarr cristallizza suggestivi momenti poetici, mentre Parma coniuga bene architetture
e versi in una piazza. Momenti oltremodo condivisi in diretta streaming,
perlomeno laddove possibile, con congrue punte d’audience di diverse decine di
curiosi e aficionados, ma forse anche
di semplici amanti della poesia.
CicloPoEtica è un progetto che nasce come diretta
conseguenza del precedente Sicilia Poetry
Bike, realizzato insieme ad Ugo Magnanti nonché curato e organizzato con
Andrea Ingemi e Vittoria Arena. Inizialmente assemblato durante il tour del
libro “Ad Istanbul, tra pubbliche intimità”
a Varese, è stato curato e organizzato con Daniela Fargione. Determinante l’apporto
al coordinamento di Gloria Scarperia e, per la gestione della sezione grafica,
quello di Claudio Cravero. Complessivamente, in tre anni di attività “ciclopoetiche”,
sono stati coinvolti quasi un centinaio di collaboratori e circa duecento
artisti, evidenziandoli in tutta la comunicazione svolta, oltre venti sono
state le località toccate in un costante, seppure a tratti gravoso, spontaneo
palcoscenico poetico capace di suscitare adeguata attenzione dei media lungo
tutto il percorso. Notevoli i riconoscimenti pervenuti da enti ed associazioni.
Esigui e perlopiù privati gli sporadici concreti sostegni ricevuti.
> Qui sotto il link per scaricare il video
di CicloPoEtica 2010 realizzato da
Enrico Pietrangeli:
http://www.youtube.com/watch?v=H5X8SGkLOZ4
Scarica in formato pdf
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