LE VIE DEL RACCONTO
XVI PREMIO LETTERARIO
ENERGHEIA –
DOMENICO BIA
 

“I brevissimi”

 

COMUNICATO STAMPA

Nell’ambito della XVI edizione del Premio letterario Energheia, promosso dall’omonima Associazione Culturale materana, presieduta dal dott. Felice Lisanti, è stato premiato, sabato 18 settembre 2010 a Matera, presso il Museo “D. Ridola”, il vincitore della sezione narrativa telematica del Premio Energheia “I brevissimi di Energheia – Domenico Bia”, che quest’anno aveva come tema “La lussuria” e che era gemellata con la web-review retididedalus.it, la rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori.

Associazione Culturale Energheia: Via Lucana 79 – 7 5100 Matera   

Segreteria del Premio: 0835/330750 347.1286099       Fax: 0835/264232

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Pubblichiamo qui il racconto vincitore del Premio: La mano morta di Luigi Brasili.

A seguire i tre racconti finalisti più votati: Arnaut Daniel nella cornice dei lussuriosi di Silvia Stucchi; Il fuoco di Roberta Angeloni; La zia di Valter Malenotti.

Quindi gli altri sette finalisti: Svennero stranamente di Gaetano Bellorio; Waiting for my man di Arianna Graciotti; Glory hole di Lorenzo Mannella; La ditta di Benedetto Mortola; Lussuria di Giovanni Maria Pedrani; Gourmet di Andrea Serra; Non lo sai mai di Riccardo Sorrentino.


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La mano morta

 

 

Ne percepì il profumo prima ancora di vederla salire.

Il suo petto venne artigliato da una morsa di desiderio impellente. Rivoli di sudore gli scivolavano dalla fronte.

Iniziò a strisciare verso la preda, facendosi largo a colpi di spalla.

Finalmente la raggiunse e si fermò dietro di lei ansimando veloce. La minigonna era bianca, di tessuto leggero, il triangolo scuro del perizoma pareva un richiamo, il canto nascosto di una sirena che solo lui poteva sentire.

Fece scivolare la mano sopra l’indumento, aspettando che gli scossoni del bus facessero il resto.

Una, due, tre volte spinse la mano, sempre più forte, lei sembrava non accorgersene, puttana!

Decise di osare ancora, sentiva che era il momento giusto.

Abbassò la mano e l’infilò sotto la gonna, senza preoccuparsi degli altri passeggeri, distratti, avviluppati nelle loro esistenze grigie.

Le punte delle dita accarezzarono la pelle soda e vellutata, insinuandosi pian piano tra le rotondità vibranti di eccitazione.

Quando spinse con forza un dito in mezzo ai glutei, lei si voltò e sorrise.

I rumori del bus si spensero, il sole scomparve e il cielo divenne scuro.

Nella luce incerta lui ricambiò il sorriso, mentre la ragazza avvicinava la bocca alla sua.

Le labbra carnose si schiusero rivelando due file di denti scuri e maleodoranti.

D’istinto lui cercò di ritrarre la mano, senza riuscirvi.

Inorridito vide il braccio scarnificato di una vecchia seduta di fianco che gli bloccava il polso. Sorrideva come la ragazza, come gli altri passeggeri, che sbavavano intorno a lui per assaggiare la sua carne fresca.

La donna dei suoi desideri fu la prima a morderlo; lo baciò avidamente, strappandogli la lingua.

Lui urlò senza voce.

Il bus riprese a camminare in mezzo a carcasse di automobili, lungo strade sventrate e polverose.

 

L’autista terminò la corsa all’alba, nel piazzale davanti al cimitero.

Attese la discesa dei passeggeri, poi raccolse quello che restava della vittima. Buttò la mano morta in un cassonetto arrugginito e si diresse alla sua tomba.

 

Luigi Brasili

 

 

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ARNAUT DANIEL NELLA CORNICE DEI LUSSURIOSI

 

Qui, sull’ultima cornice di quest’impervio monte, che ormai da quasi un secolo percorro nel fuoco, ritmando i passi al suono dell’inno sacro, dimentico persino il motivo della mia colpa. Tanti amici ho incontrato nel mio vagare su questa traiettoria sempre uguale, e sempre diversa nella cadenza che la preghiera assume nei recessi della mia anima e della mia gola; ma non saprei nemmeno ricordare un volto, un’espressione, un corpo fra i tanti che m’ispirarono il peccato che qui sconto.

La compagnia degli sventurati che qui s’accalcano è la mia sola consolazione, e insieme alla condivisione di questo ardore infinito, all’apparenza interminabile, m’ispira la pazienza, e la meditazione. Non il ricordo, perché la mia vita di laggiù, davvero, pare cancellata, è un sogno nebuloso, una grigia caligine; e se cerco di ricordare il sole dell’estate nel Périgord, l’opulenza del castello di Ribérac, il viso pallido e nobile di midons, quasi mi vien da piangere, o da sorridere, o entrambe le cose. Perché io so che tutto ciò è stato, ma la consapevolezza del passato, ormai da molto tempo, non diventa più ricordo, tanto proteso sono io verso il futuro. Io so che mi macchiai di quella che gli stolti reputano la più piacevole delle colpe; lo so con la stessa certezza con cui riconosco che in cielo brilla il sole, e con cui so che arriverà il momento in cui sarò libero, nella gloria e nella gioia. Ma il futuro è una certezza oscura, finché non la toccherò con mano, finché questo monte non tremerà e risuonerà di canti anche per me, come ha già fatto per tanti, per i quali pure ho gioito; e il passato, invece, è ancora più impervio da ripercorrere per la mia mente di quanto non lo sia stata per le mie gambe affrante l’alta ripa scoscesa.

Eppure, mi ripeto, non sono poi così infelice: altri miseri, mi dice la certezza che sempre mi sostiene, sono nel patimento eterno, sbattuti, nelle viscere della terra, da una bufera infernale che mai s’acquieta, come mai s’acquietarono i sospiri di quelle anime sregolate. Tra loro ci sono Cleopatra, Semiramide, Didone, Paride, Tristano, Elena: personaggi di cui ho fantasticato per una vita, sognando sui libri le donne cui ho paragonato nelle liriche la mia signora. Perché fui poeta, e sono qui in buona compagnia: vicino a me, da qualche tempo, è giunto un bolognese, Guido, mi pare, e Guinizelli, forse, di cognome, maestro di rime amorose, lievi e leggiadre. Guido e io spesso, sostenendoci a vicenda nell’andare, ci chiediamo su quale mai sia stato il legame – se mai un legame c’è stato – fra la nostra colpa e la nostra opera di poeti: e se il nostro peccato, e quindi la penitenza, fosse legato a doppio filo con la nostra poesia? Senza peccato, saremmo forse stati senza talento, vili scribacchini destinati all’oblio prima ancora d’imbarcarci sulla nave dell’angelo nocchiero? Ma se la nostra poesia si abbeverò della nostra vita, indefettibilmente, come possono le rime di Guido essere state tanto dolci, preziose e rare, se la sua vita fu smodata e incline alla lussuria? E io? Se avessi avuto scelta fra un’esistenza oscura, ma anche tanto virtuosa da essere avviato a percorrere di gran carriera le sette cornici del monte, senza però mai raggiungere la palma della poesia, avrei accettato? Chissà! Guido, il caro Guido, riconosce in me “il miglior fabbro del parlar materno”; così dice, e così voglio credere, non per superbia, ma perché qualcosa deve pur sostenerci nel nostro patire. Ma eccolo laggiù parlare con due figure, che non ho visto mai; addirittura, una di loro sembra un uomo vivo, che proietta a terra la sua ombra! E anche altri, come me, si sono fermati, con l’aria istupidita di certi montanari un po’ selvatici quando arrivano per la prima volta in città. Ora, però Guido si è ripreso dal suo stupore e sta facendo buona accoglienza ai nuovi arrivati: chi sa se capiran qualcosa di poesia! E, come sempre, ecco il mio amico dichiarare ammirato – lo odo mentre m’avvicino – la mia superiorità sulla poesia di “quel di Lemosì”, che poi sarebbe il mio antico rivale Giraut de Bornehl. Come se ciò avesse ancora senso qui! Che mai non direbbe un amico per un amico! Ora che mi trovo a portata di questi due viandanti, voglio osservarli anch’io; anzi, devo parlare al vivo, ma non di poesia; devo chiedergli l’aiuto della preghiera, poi mi nasconderò ancora nel fuoco che m’affina: “Ieu no me puesc mi voil a vos coprire. Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; consiros vei la passada folor, e vei jausen lo joi qu’esper denan. Ara vos prec, per aquella valor que vos guida al som de l’escalina, sovenha vos a temps de ma dolor!”.

                                                         

Silvia Stucchi

 

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Il fuoco

 

Mi sento come a quindici anni.

Le ragazze della mia età si truccavano, stavano ore al telefono e al sabato uscivano tutte fiere di mostrare la  nuova camicetta, la cinta firmata, il loro nuovo modo di sistemarsi la frangia sulla fronte.

Io no.

Che fossi diversa, anche mia madre se ne era accorta.

Trascorrevo ore davanti alla finestra a guardare la gente che passava: a piedi, in motorino, in auto. Ero tristissima, con dentro una voglia di riscatto e la paura di andare a cercarlo, quel riscatto.

Ora so che ero vittima di una depressione, e a quindici anni  non lo sai, non capisci cosa può essere quella sensazione di macigno che ti schiaccia, la debolezza che ti pervade, e credi, anche i grandi lo credevano, che fosse un fatto fisico.

Allora andiamo da questo o quello a farci vedere la tiroide, tua zia è stata molto male con la tiroide quando era giovane, tu sei uguale a lei, è inutile che ci pensiamo sopra, sicuramente è un fattore ereditario. Così ti ritrovi immobile in un letto del Policlinico, uno stanzone enorme, bianco, pieno di letti vuoti, a fare le prove del metabolismo basale, con una macchina strana attaccata e tu devi solo respirare, quella, è una cosa che ti viene bene.

Non è la tiroide.

Saranno le vitamine, facciamo la solita cura di iniezioni ricostituenti che ti hanno fatto tanto bene gli anni passati.

Imbottita di vitamine l’appetito aumentava, mi arrotondavo un po’, anche se avevo ancora la buca sulla pancia, lo sterno  prominente, le “alucce” sul dorso evidenti. Una magrezza che oggi qualunque dottore definirebbe preoccupante.

A trent’anni ero bella davvero. Un fiore di donna che nessuno si aspettava diventassi. Mi guardavano, ma io non capivo esattamente per cosa. Camminavo a passo svelto, gli occhi bassi, ero tutt’altro che appariscente. Gli abiti scelti senza cura nell’armadio, e continuavo ad arrossire a ogni minima attenzione.

Poi Piero, un  vecchio amico del Liceo, si è dichiarato mentre eravamo imbottigliati su un autobus in mezzo al traffico in Piazza Argentina. Piero mi piaceva, con lui ridevo molto.

L’ho sposato.

Bella con lui la vita, per qualche mese. Avevo deciso di rivelarmi, di liberarmi da quella prigione di falsità che mi avvolgeva e mi rendeva solare agli occhi degli altri. Volevo che soltanto lui mi scavasse nel profondo, e conoscesse i meandri più segreti di una personalità così complicata, un anima piena di un amore immenso, che non riusciva a esprimersi, a gridare con tutto il suo vigore. Un’energia che implodeva dentro, da anni, ed era ora che esplodesse, perché non venissi rapidamente trascinata nella pazzia.

Piero mi guardava, inerme. Scuoteva la testa, non capiva. Lo diceva, anche, che non mi capiva, e che le mie erano fantasie, avevo una visione così strana del mondo. Usciva e tornava poco dopo, con un mare di carezze tentava di calmarmi, di farmi entrare nei suoi occhi e guardare il mondo come lo guardava lui.

Non mi bastava.

Mi allontanai, cominciai a guardarmi attorno. Fuori era pieno di uomini, qualcuno avrebbe capito. Navigai da un letto all’altro, con passione, furore, da costernarli, tutti. Erano sazi e insaziabili, annichiliti da tanto fuoco. Ero drogata di sesso, finalmente esplodevo, senza lesinare niente, a nessuno di loro. Amici, incontri casuali, uomini delle mie amiche. Da loro prendevo tutto e davo tutto. Mi piaceva vestirmi con il solo scopo di sedurre, sceglievo con cura le scarpe, le calze, il tipo di scollatura. Una cura maniacale di me, che non avevo mai conosciuto, Ero nuova, diversa, più forte. Credevo di tenere in scacco il mondo.

Poi conobbi Rino, ineffabile attrazione carnale. Ma durante una folle notte d’amore, il suo viso improvvisamente assunse una luce strana. Come in una allucinazione, si sovrapposero i tratti e i lineamenti di un uomo anziano. Io, piccolissima, nel giardino della sua casa.

Bastardo, mi toccavi, e io, indifesa, lasciavo fare.

Bastardo.

Ora ho cinquant’anni.

Sono sola, a guardare  da questa finestra, non è la stessa finestra. Ma la gente, le auto, i motorini, la mia tristezza, sono quelli di allora.

 

 

Roberta Angeloni

 

***

 

LA ZIA

 

Chissà quanti da ragazzini si sono innamorati di una loro giovane zia. Ma pochi devono aver avuto una zia come la mia.

Negli anni settanta io ero un bambino e la mia zia Lilli aveva preso di punta quel periodo. Pazzerella e spregiudicata leggeva Simone de Beauvoir, partecipava a manifestazioni e cortei facendo quel gesto unendo gl’indici e i pollici a formare una fessura, e gridava di tremare perché erano tornate le streghe. E la zia Lilli lo era, una strega. E tremavo quando la vedevo, ma non di terrore. Bensì per la bellezza di quelle gambe infinite che uscivano dalla minigonna. Allora le abbracciavo strette e non mi volevo più staccare, e lei mi scompigliava i capelli e mi diceva:

“Il mio uccellino. Lo so io cosa ci vuole per te…”

E mi faceva tante cosine deliziose, e io m’arrampicavo al settimo cielo. Ma vi dirò di più, non ha mai smesso di farmele nemmeno ora che è anziana e io ho più di quarant’anni. Infatti l’altro giorno le ho telefonato e le ho detto che sarei andato a trovarla.

Così sono qua nel suo salotto zeppo di cuscini indiani colorati ad attendere come una volta che lei prepari tutto. Sono emozionato, come sempre. Emozionato e eccitato.

Non ce la facevo più, ero in astinenza da troppo tempo. Sì perché, mia moglie, ha tante buone qualità e le voglio bene, ma per quanto riguarda certe cose… Non ne è proprio portata. Per fortuna che c’è la mia zietta che ci sa fare. Eccome se ci sa fare! Al solo pensiero mi prende come una smania…

Mi avvicino alla porta oltre la quale lei è assorbita nei preparativi. Abbasso con cautela la maniglia. Apro di un centimetro, quanto basta. Sono subito attratto dalle cosce. Mi hanno sempre fatto impazzire le cosce. Polpose ma magre, nonostante tutto. “Gallina vecchia fa buon brodo” dice sempre la zia. Allora lei le apre bene, unge e inizia a trafficarci dentro. Mi sembra di svenire. Intanto la zia prende in mano una grossa carota e contemporaneamente alza lo sguardo verso di me. Richiudo subito. A lei non piace che la si spii mentre è presa. Torno al mio posto. Decido di mettere su un po’ di musica per ingannare l’attesa. Guardo tra i vinili della collezione della zia e scelgo Light My Fire dei Doors.

Dopo aver passato in rassegna qualche decennio di rock, finalmente si apre la porta. Mi volto, la zia Lilli fa capolino. Non dice nulla, rimane appoggiata un istante con il braccio in alto aderente allo stipite sporgendo il fianco in fuori. Ha un sorrisino diabolico. Mi rigiro subito e chiudo gli occhi. Tremo, proprio come quando ero piccolo. Una vera strega la zia Lilli.

Sento che si avvicina come in un fruscio di seta. Avverto il profumo, e anche il calore. Non resisto più, apro gli occhi. Godo alla vista di quello che ho davanti. Viene fuori la mia parte animale, l’istinto che m’impone d’irrompere subito in quel bendidio. Ma la razionalità ha la meglio. L’attesa condotta agli estremi, come in un gioco perverso. Così mi aveva insegnato la zia: “Con calma, amore bello. Assapora prima con gli occhi e il naso e vedrai, il piacere cresce, cresce sempre più…

Ed è vero, la zia ha sempre ragione. Mi abbasso e inalo con voluttà il profumo. Poi vi affondo un dito e me lo porto alla bocca. Succhio con avidità. L’umore mi rimbalza dalle papille gustative al cervello. Non riesco a frenare un mugolio di piacere. Allora mi slaccio subito il bottone dei pantaloni, in previsione del dopo. La zia mi sta guardando appassionata, poi si sporge verso di me. Tira indietro la pelle fino a scoprirne la carne soda. “Il mio uccellino” ansima. “Questa la leviamo perché è grassa e piena di colesterolo, che tu mi sembri già un po’ appesantito. E pensare che da bambino mangiavi come un uccellino.”

“Sì, zietta” le dico dopo aver dato una poderosa sorsata dalla tazza di brodo che ho davanti. Quindi strappo con un morso un pezzetto di carne e, a bocca piena, riprendo:

“Di tutte le cosine che fai, zia Lilli, la gallina bollita ripiena è una vera lussuria per il palato!”

 

 

Valter Malenotti

 

 

 

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Svennero, stranamente

 

Svennero.

Sul ponte levatoio del castello, svennero.

Accorsero in parecchi perché era una giornata calda e di gente ce n’era in giro. Gli unici a non precipitarsi furono i rispettivi lui e lei che li accompagnavano. I quali, visti venir meno il proprio lui e la propria lei nel medesimo istante, nello stesso posto, restarono più che sorpresi dalla coincidenza.

Quando Cecilia e Antonio si ripresero, videro ambedue un mazzetto di teste che li circondava come petali di margherite; e tra gli sfavillii che ancora circolavano nelle pupille come stelle filanti non scorsero né Gino né Amelia, che, con un attimo di ritardo, si fecero largo tra la calca dei soccorritori e chiesero all’unisono “come stai?”, “cos’è accaduto?”.

Non era accaduto niente, perché non doveva accadere niente. Infatti risposero “niente”.

Quindi furono accompagnati al bar più vicino, premurosamente, fatti sedere, delicatamente, asciugati, meticolosamente, dal sudore freddo che li imperlava, invitati ad ordinare qualcosa di caldo e zuccherato. Ma nessuno volle sorbire nulla a causa di un dichiarato stomaco chiuso, attorcigliato.

Nessuno insistette. Il pallore era, ancora, mortale.

E mentre Gino e Amelia, un pochino imbarazzati a dire il vero, incominciavano a scambiarsi i primi convenevoli – mi chiamo Gino, piacere, io Amelia, molto lieta, ma guarda un po’, i casi della vita, ma adesso passa, passa – gli altri due, più sdraiati che seduti, neanche si guardavano; la testa rovesciata all’indietro per tirar su sangue, gli occhi rovesciati. Tranquilli e terrorizzati.

Gino teneva tra le sue la mano sudata di Cecilia, a rincuorarla del malore passeggero, Amelia accarezzava la fronte di Antonio con un fazzoletto inumidito. Ma dopo una trentina di minuti, quando i malcapitati non davano segno serio di riprendere colore, nonostante le attenzioni acconce a quello che inevitabilmente era riferibile ad un mancamento da caldo e afa, Gino e Amelia si consultarono velocemente a mezze parole e mezzi sguardi che alludevano al vicino pronto soccorso, ad un’ambulanza.

Gino era già col cellulare in mano. Cecilia, con un movimento alla cieca del braccio che sembrava le costasse un’enorme fatica, glielo strappò via e disse con voce lontanissima “no, no, adesso passa”, e, in qualche maniera sconclusionata, si mise a sedere scomposta, sgraziata, non come il suo solito; tanto che Gino prese l’orlo della gonna tra le dita e gliela abbassò fino alle ginocchia, perché i passanti, sul marciapiede lucido di sole, sbirciavano. Reagì anche Antonio, in qualche maniera. Si tirò su facendo leva sui braccioli e depositò il capo, con un tonfo, sul tavolino, come se avesse sollevato un sacco di piombo.

Ci volle un’altra buona mezzora perché i due resuscitassero dalla catalessi.

Chiesero da bere.

Lei un Fernet alla menta, lui un succo. E gli altri due si precipitarono al bancone per accelerare i tempi.

Una manciata di secondi.

Quarantacinque, per l’esattezza, poiché così avevano contato i cuori che rimbombavano nei petti, nitidi come batocchi di campana.

Si guardarono per quarantacinque secondi e piansero lacrime taciturne che scoppiavano di dolore.

Il ponte levatoio, il castello, il luogo, il caldo, l’afa, non avevano storia.

Avevano sentito, con la terribile violenza dell’evidenza, quanto costa una storia.

La loro storia.

Erano abituati ad incontrarsi soli, lasciando fuori il mondo, non con la sfacciata veemenza delle loro ufficialissime vite che si era presentata senza preannuncio, come il crepitio di un fulmine che incenerisce.

Oltre non poterono andarono.

Gino e Amelia tornavano, improvvisati camerieri, con le ordinazioni.

 

Gaetano Bellorio

 

 

***

 

 

Waiting for my man

 
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, e le cicche sul lavandino; la luce scrostata delle sei del mattino sui panni mezz’ammuffiti ammucchiati nel secchio, lo spazzolino da denti fra le cicche e Laura allo specchio. Le braccia tese sotto l’acqua corrente, s’insaponava le mani, due macigni d’occhiaie a pesarle sugli zigomi; città intera sui tacchi s’era fatta, di corsa, a rovinarsi le caviglie. Un’idiota, restare a ballare fino a quell’ora, col turno al bar alle 7 a.m., ma Francesco, al meraviglioso Francesco non si poteva resistere; si guardava allo specchio e aveva fisso Francesco, sorriso splendido, coi riccetti da borgata, d’altri tempi, davvero d’altri tempi quel moretto col camicino radical che qualche giorno prima, al bancone, aveva infilato un foglino col numero di cellulare sotto la tazzina di caffè che lei gl'aveva servito. Bustina di zucchero intatta, dieci punti: le era piaciuto subito, e via a non capirci più nulla e a farsi salire le voglie come allergia in quel maggio maledetto, col caldo euforico che la soffiava leggera nell’aria come polline poi subito le faceva andare di traverso i soli, le lune e le galassie pure, e la sbatteva a terra in down da endorfine, smusata, senza forze.
Ma quella sera Laura biondissima era fantastica, e c’aveva messo un’infinità a vestirsitruccarsi, a edificarsi, confezionarsi con la minuzia di una catena di montaggio, hey shuga, take a walk on the wild side, dovevate vederla, uno schianto, altroché, e aveva ballato davanti allo specchio, e aveva pensato che la gonna nuova le faceva un bel culo davvero, e aveva bevuto limoncello a collo dalla bottiglia mezzo scolata dell’altra notte, quella notte da disperarsi che era arrivato Giulio, il post-bohemièn malandato from the hills dell’entroterra, che ci aveva messo delle ore a baciarla e bimbo sei carino, ho capito che vuoi andare a vivere a Londra ma io c’ho poca pazienza, il tuo accento è agghiacciante e insomma doo do doo do doo do do doo cantava, ballava, si venerava estasiata allo specchio impolverato e che intimo ragazzi, faceva una sorsata e pensava a Giulio, che poi andarci a letto non era stato così terribile, un’altra sorsata e pensava a Francesco, bellissimo, che chissà se avrebbe rimesso il camicino radical bianco, quella sera. Alla fine se n’era uscita di casa a bottiglia finita già traballante sui tacchi, she said hey babe, sbraitava al buio chiaro e aromatico di maggio, take a walk on the wild side...
Intanto si faceva giorno sugli asciugamani e sul posacenere rovesciato, sui trucchi, sui capei d'oro e sul viso di laura sfinito, floscio come una ragnatela; laura trasognata ancora, che si sciacquava le mani, chiudeva il rubinetto e prendeva a struccarsi. S’annusava e si gustava Francesco, se lo sentiva ancora sul collo, sul collo e sul culo, altro che radical, altro che romantico Francesco irresistibile, ma poi chissà a che punto della serata era stato che Paolo le aveva passato una mano fra i capelli e lei si era girata, scordandosi di Francesco, e a Paolo si sa, non si resiste, e neanche al suo bel vizio di riempirla di drink e complimenti; idiota che era, tornata a casa a quell’ora manco mezz’oretta avrebbe potuto chiudere occhio, e con le caviglie dissestate poi, tacchi maledetti, sei ore filate al bancone sarebbero state un inferno, o me ’mmazzo o me sparo, pensava, come diceva suo nonno. Pensava anche, ghignando, che ai masters del bar non sapeva davvero più come spiegare per quale motivo alla volte zoppicasse, e giù a inventarsi tendiniti, vecchie fratture e stavolta, già, stavolta sarebbe stata colpa delle scarpe da tennis nuove; e pensava anche, togliendosi la canottierina nera, che era ora, ora scossa di un’aggiustatina ai peli sul petto, ma doveva spicciarsi, perciò svelta col rasoio si ripassava il mento e le guance.

La luce era ormai nitida sulla parrucca bionda gettata nel lavandino e Laura, sbattutasi la porta alle spalle, incespicava per le scale e rincorreva zoppicando il bus delle 6:50 del mattino.

 

Arianna Graciotti

 

***

 

GLORY HOLE

 

Manlio zittì la sveglia premendola sotto il cuscino. Si alzò e con le ciabatte ai piedi giunse

fino al bagno, dove si lavò con cura i genitali. Inghiottì due pillole di viagra e si affrettò a

vestirsi. Sotto la federa del cuscino la sveglia lampeggiava le sei del mattino. Con il mazzo

di chiavi in mano scivolò fuori dalla casa ancora addormentata, prese l’ascensore e scese

nel ventre umido del parcheggio sotterraneo. Trovò la macchina dove l’aveva lasciata,

parcheggiata di fronte alla cabina della pompa idraulica di emergenza. Sorrise estatico in

faccia ai neon e montò a bordo sbattendo lo sportello. Dopo aver riscaldato il motore si

avventurò lungo la rampa di cemento che lo condusse in superficie, dove l’alba sarebbe

rimasta nascosta dalla nebbia. Serpeggiò a fari spenti per la piccola strada di

collegamento fra il condominio e l’arteria provinciale. Aveva appena innestata la quarta,

quando un banco di nebbia investì il parabrezza costringendolo ad accendere le luci di

posizione. Azionò anche i fendinebbia, lisciando istintivamente la leva a fianco del volante.

Sospirando accese la radiotrasmittente che aveva installato sotto il sedile del passeggero,

scorse le frequenze e si fermò sul canale settanta, dove trovò alcune voci familiari che

scambiavano bestemmie tra loro. Riconobbe l’accento del camionista che aveva pedinato

il mese precedente lungo la dorsale degli autogrill. Sentì il sangue fluire nel basso ventre. I

camionisti avevano deciso di fare una sosta nella vicina area di servizio. Manlio sterzò di

colpo e si buttò in direzione dello svincolo della superstrada. La radio rimase muta mentre

la macchina montava di giri, come una scheggia assordante lanciata nella nebbia. Dopo

pochi minuti la segnaletica dardeggiò indicando l'ingresso dell’area di servizio ancora

deserta. Lasciò la macchina di fronte ai cessi e passeggiò nella pozzanghera di luce che

fiatava dalle vetrine dell'autogrill. All’interno del bar si muovevano solo le mosche,

occupate a banchettare con i resti spolpati di un cornetto. L’unico cliente, un uomo

magrissimo dalla fronte stempiata, abbracciava i fianchi turchesi di una scatola di

polistirolo per alimenti. Sembrava addormentato. Dal nulla giunse improvviso il muggito di

un convoglio di camion. Tre bisonti di lamiera si erano avventurati nel parcheggio dell’area

di servizio. Manlio avvertì uno strappo all'inguine, capì che il viagra stava facendo effetto e

si precipitò in bagno prima che i camionisti fossero scesi dai propri mezzi. I cessi si

trovavano in fondo al locale, ordinati in una fila di quattro. I primi due erano guasti, come

sempre. Si avventurò all’interno dell’ultimo e bloccò la porta. Già sudava, sfiancato dalla

tachicardia. Slacciò furiosamente la cinturà e libero il pene, eretto e paonazzo. Nel

divisorio in comune con l’altro cesso c’era un buco, situato all’altezza dell’inguine. Manlio

prese il pene fra le mani e lo guidò ansimando verso il buco. Da fuori giunsero delle

vibrazioni, qualcuno era entrato nel cesso a fianco. Apnea. Di solito le persone reagivano

male. Manlio attese lunghi secondi con la faccia appiccicata alla parete, fino a quando una

mano gelida non lo afferrò. Manlio gemette e provò a ritrarsi, ma la mano era come

d’acciaio. Stava per urlare, ma la voce gli morì in gola quando avvertì la pressione di un

paio di labbra strettissime che aderivano alla pelle come una ventosa. Finissimi denti

seghettati lo ferirono appena prima che una bocca iniziasse freneticamente a muoversi

avanti e indietro. Con la vista annebbiata, Manlio avvertì tutto il proprio corpo contorcersi

in uno spasmo di piacere ultraterreno. Picchiò la fronte contro la parete e venne di colpo,

gemendo. La mano gelida scivolò via e si precipitò verso l'uscita, volatilizzandosi. Manlio

sbloccò la porta con un tonfo e si trascinò stravolto verso il terzo cesso. All’interno della

scatola di polistirolo turchese nuotava un pesce argentato.

 

Lorenzo Mannella

 

 

***

 

 

La Ditta

 

E ha preso nota delle correzioni? L’inizio va bene. I  ringraziamenti non ci stanno male. Ma poi ci vuole un bel crescendo, quindi usiamo termini come “onestà”, lavoro”, “salvaguardia”, “produttività”, “libertà”, ecco, sì, ci infili ogni tanto la parola “moralità”, che fa sempre effetto e poi i “valori della famiglia”. Siamo in Italia e questa formula funziona sempre. Ci trascino tutti fino in fondo al discorso con i valori di famiglia. Scriva, che poi ci do un’occhiata io. Fissi la riunione con i capireparto domani alle undici e venti nella sala C. Vada. E ora faccia entrare nel salone le aspiranti segretarie.

 

Una trentina, in fila, ordinate, fresche.

Anche a guardarle da qui, si sente che sono eccitanti. Belle bestie. Fatate. Grandi gnocche.

Ed è l’ora di andarle a vedere un po’ più da vicino.

 

Non si muovono.

Ma io so come si muovono dentro.

Cosce solide, bella presenza, pelle su tacchi alti.

Un peccato sceglierne solo una per la Ditta.

Ma è anche il bello di questo gioco.

Anche loro sono qui per giocare.

Lo sanno.

E io le farò giocare.

Le lascerò trastullarsi con il mio potere.

Ma devo scegliere ed è così difficile.

Perché non mi sono capitate prima?

Devono aver speso un bel po’ in abiti e trucchi vari.

Un investimento.

Sento i loro sguardi.

Cosa pensano?

“Prendi me, prendi me, prendi me!”

C’è la fila fuori. Nessuna dirà di no. Non di questi tempi. Hanno troppa voglia di soldi e di sicurezza.

Mi viene da ridere.

Per un posto da segretaria al Reparto Vendite della Ditta!

Ma sono anche la tua sicurezza. Se te la danno una volta, poi quando sono assunte, al momento buono, devi solo chiedergliela.

Guarda qui! Questa potrebbe fare la modella.

Che svendita, oggi!

Ai miei tempi, anche se ero più giovane, impossibile trovarne una così…

Ha visto che la sto guardando e…

ma… aspetta…

Questa dai capelli rossi e dagli occhi verdi… mi sembra di averli già visti questi occhi… questa è…

Superfantastica, è così giovane e ha tutto al punto giusto… e questi occhi che mi guardano senza… senza… pudore…

Ha già capito tutto, la rossa… Sa già che sono io il padrone qui e cosa voglio davvero.

Non mi stacca gli occhi di dosso.

È già la nuova segretaria addetta al Reparto Vendite della Ditta.

Lo sa.

E io so che mi chiamerai come piace a me, mentre salgo da te.

Non mi importa cosa penserai mentre lo facciamo.

Io so che penserò a te e a queste cosce, a questi piccoli seni deliziosi, alla tua pelle delicata, a questi tuoi capelli rossi che ti avvolgono il viso come una nuvola dorata.

Le altre se ne vanno.

Deluse?

Un’altra volta. Un’altra volta toccherà anche a voi.

La Ditta è sicura. La Ditta è solida. La Ditta è in espansione. La Ditta gode di un’ottima reputazione, anche all’estero.

 

Sono uscite tutte.

Siamo io e lei, la rossa. Da soli nel salone vuoto.

Non mi stacca gli occhi di dosso.

E questi occhi verdi io li ho già…

Me la sono già fatta da qualche parte? Ma no. Impossibile. Avrà sedici, forse diciasette anni… Guardala… Avrà già dato qualcosa al fidanzato?

Mi sento geloso.

“Ok. Sei assunta. Sei la persona giusta. Segretaria al Reparto Vendite della Ditta. In prova, naturalmente. Devo conoscerti meglio. A proposito, stasera ceniamo insieme. Poi, subito dopo, un colloquio di lavoro, nella mia stanza in albergo. Per l’assunzione. Va bene?”

Mi guarda come una scolaretta che sta per andare in vacanza. Il suo sorriso si allarga, fresco e deciso come quello dei giovani. Le sue labbra dolci si schiudono lente e suadenti, fino a scoprire denti bianchissimi e poi…

Perché quei suoi occhi verdi che io ho già visti da qualche parte, ora mi fissano in un modo così strano?

Ma perché ora mi guarda così? Perché si porta le mani sulla testa? Perché si toglie tutti i suoi capelli rossi come se fossero solo una parrucca?

Perché ora questi capelli castani corti?

Perché questo viso che conosco bene?

E perché quelle labbra prima così dolci, ora si aprono in una smorfia beffarda: “Va bene. A che ora ci vediamo, papà?”

 

Benedetto Mortola

 

 

 

***

 

 

Lussuria

 

La macchina accostò al marciapiede.

Il finestrino si abbassò.

«Quanto chiedi?» fece una voce dall’interno.

Il frinire lontano di un grillo ricordò che la città sogna sempre i suoni e i profumi della campagna. Ancora qualche settimana e a quell’ora sarebbe stato chiaro. Una dolce e fresca notte primaverile stava preparando un letto di stelle.

«Come dice, scusi?» si avvicinò la ragazza, che per l’oscurità non riusciva a scorgere la sagoma alla guida.

«Ti va di salire, che ce la spassiamo?»

La giovane si guardò intorno. Era sola. Attendeva da mezzora a quell’angolo, senza che si fosse avvicinato nessuno.

Chinò la testa e osservò all’interno dell’abitacolo.

Un uomo di non più di trent’anni le sorrideva.

Sembrava carino.

Era convinta che solo i brutti potessero andare con le prostitute.

«Ciao» fece lui appena i loro occhi si incrociarono.

«Ciao…» sussurrò lei di rimando, con un filo di voce.

«Allora?» la incalzò «Ti va di salire o no?»

La ragazza scrutò ancora nei paraggi… e montò in macchina.

«Dove andiamo?» fece lui appena la portiera si chiuse.

«Non so…»

«A casa tua? Oppure in albergo?»

«… Albergo» rispose pensierosa.

Appena giunti in camera lui si sedette sul letto.

La vide incedere confusa nella camera, come se fosse assalita da mille pensieri.

«Che cosa c’è?» le si avvicinò scostandole i capelli e baciandola sul collo, proprio dietro l’orecchio. Il calore del suo corpo emanava un profumo candido, ma carico di aspettative.

Lei scattò, come se solo in quel momento si fosse accorta della presenza dell’uomo.

Lo vide. Lo squadrò da capo a piedi con fare voluttuoso. Inspirò, per inebriarsi del suo aroma di maschio. Prima preda, ora cacciatrice. Lui capì finalmente le sue intenzioni e si spogliò lentamente, facendo cadere la giacca, sfilandosi la cravatta, sbottonandosi la camicia, slacciandosi la cintura, …

La sua lingua lo accarezzò e lo coccolò in tutte le sue parti. I suoi baci ed i suoi morsi la stuzzicarono. I loro sguardi si incrociarono in un amplesso intenso e infinito.

«Sei stata fantastica» disse lui alla fine.

Lei rispose con un sorriso.

«Quanto ti devo dare?»

«Quanto dai di solito alle donne che porti a letto?»

«è la prima volta che vado con una… prostituta» confessò lui.

«Non è vero» lo schernì.

Lui ammiccò. «50…»

«Ma io ne valgo molti di più, vero?» si strinse al petto le lenzuola, come se quel gesto protettivo esaltasse la preziosità del suo corpo.

«Tu ne vali 1000, 2000, 10000, un milione!!!»

«OK, voglio un milione!» esclamò ridendo.

«Te ne do 100» concluse stampandole un bacio sulla fronte «Sei stata fantastica!»

La lasciò sullo stesso marciapiede da cui l’aveva prelevata.

Lei si guardò intorno spaesata. Quanto era stata intensa quella breve passione!

Trascorsero appena pochi minuti e si avvicinò un’automobile.

«Ciao Milena» la salutò una voce conosciuta «Scusami, è da tanto che aspetti?»

«Un’oretta…» rispose imbarazzata.

«Hai tenuto il cellulare spento. Ti ho chiamato trenta volte per dirti che facevo tardi al lavoro!» la rimproverò.

«Scusami, Andrea» replicò affettata al suo fidanzato.

«Potevi almeno salire in casa, ti ho telefonato anche lì» continuò bonariamente la ramanzina «Almeno saresti stata al caldo!»

«Non temere, amore, non ho sofferto il freddo.»

 

Giovanni Maria Pedrani

 

 

 

***

 

 

Gourmet

 

Voluttuosa, intrigante e in molte parti sorprendente, nell’inattesa voglia di stu­pire e di stupirsi, la foia mantiene un che di incontrollato, d’irrazionale. Il desiderio selvaggio di gustare, mordere, mangiare dell’oggetto della passione, farne nutri­mento e piacere e godimento e gusto proibito. Un proibito iniziato qualche settima­na prima, alla festa di un compagno delle superiori; non appena li avevano fatti in­contrare, era stato chiaro che il loro destino era di rimanere uniti, di ritrovarsi, gior­no dopo giorno, diventare un’ossessione dolce e irresistibile da cui farsi tentare ogni volta un po' di più.

Inizialmente era sembrata una simpatica fissazione, frutto di un animo libero e pronto alle nuove piccole manie del piacere; tante erano state le infatuazioni della sua vita, da quando aveva quindici anni in poi, e tutte si erano esaurite nel corso di pochi giorni, il tempo della conquista, e poi l’interesse si esauriva dopo il primo piacere. Ma questa volta era stato del tutto differente: la passione era scoppiata tra­volgente come un tifone, un maremoto inarrestabile che tutto travolgeva e tutto portava con sé.

La prima volta era avvenuta la sera stessa in cui era stato l’incontro, alla festa, non appena l’amico che era stato il tramite fra loro aveva girato lo sguardo, perché non si intromettesse nei suoi affari e non lo considerasse troppo goloso. La situa­zione era sotto controllo, poteva in ogni momento troncare quella anomala relazio­ne maniacale: così diceva, ma non era vero. La realtà era che, dopo la prima fame, quel cibo delizioso era divenuta un’esigenza irresistibile.

Il desiderio carnale di possedere, toccare, mordere, gustare l’oggetto di tanta passione era un pensiero fisso di ogni suo giorno, ogni sua ora. Avrebbe finito per pagare le conseguenze di una simile insistita voracità. Non era normale.

Prima o poi avrebbe dovuto parlarne con il proprio medico. Sarebbe stato me­glio meglio se lo avesse fatto prima di impazzire del tutto. Quello che era stato un dolce piacere quotidiano era divenuto da subito un chiodo che lo tormentava non appena apriva gli occhi la mattina e lo accompagnava fin alla sera, sino all'addor­mentamento; persino di notte, succedeva che si svegliasse all’improvviso e il pen­siero era solo uno: soddisfare al più presto la voglia infinita che lo consumava. Una non bastava e nemmeno due o tre. Ogni giorno di più. E ogni giorno si scopriva de­liziato anche solo alla vista di quelle forme tonde e lisce, e da quel cuore dolce e delicato sotto la scorza dura che ostentava appena spogliata. Toccare, appena appe­na con le dita, afferrarla bene prima di baciarla, lambirla, prepararsi a divorarla... e­ra vorace, voracissimo, mostruosamente vorace.

Malato? Forse. Anzi, probabilmente. La sua dipendenza era preoccupante. E tuttavia: bellissima. La dolcezza di quella travolgenza era totale e capace di assor­birlo interamente nella forza assoluta di tanta completa bontà. Una bontà rassicu­rante e avvolgente, che sollevava e faceva sentir bene, una bontà antica. Sempre la stessa, eppure ogni volta nuova, l’esperienza era per lui delicata e distruttiva. Ma troppo meravigliosa per pentirsene. Una dipendenza letale, forse. Ma dolce era mo­rire in quel nettare succulento di cui non ci si stancava mai.

Era amore, senza mezzi termini e senza soluzione se non in una completa in­troiezione. Doveva essere per sé, e per nessun altro al mondo. Nessun atomo, elet­trone o spazio vuoto doveva essere dispensato a chi fosse altri da sé. Ne avrebbe divorato ogni singolo elemento. Era amore, intenso, lussurioso, infinito.

«Allora, Saverio, dai anche a me una di quelle caramelle o te le mangi tutte tu?»

Il giovane nascose il sacchetto, arrossendo colpevole. Non avrebbe condiviso con nessuno quella delizia.

20:04

11/12/09

Andrea Serra

 

***

 

Non lo sai mai

 

Non lo sai mai fino a quando lei non si veste di rosso. Non lo sai anche se l’uomo col tovagliolo ti indica che è arrivata lì per te. Non lo sai mai perché è molto più di ciò che hai chiesto mille mondi fa. Oltre ogni cosa che sei disposto a perdere, perfino. Non lo sai mai fino a quando non incrocia le gambe e libera il sorriso. Non lo sai nemmeno quando immagini il contatto con la sua pelle, fugace. Non lo sai, mai. Se non riesci a guardarle gli occhi, ma impazziresti nel sentire le sue gambe addosso, stritolarti sotto il tavolo. Senza bisogno di ordinare o perdere tempo con l’antipasto. Non lo sai mai se lei immagina lo stesso o molto di più. E comunque non lo sai se fingi bene, senza neanche sistemarti comodo per farla stare comoda. Mai, non lo sai se quello che porta sotto le grinze del vestito glielo strapperesti o mangeresti ora che non guarda. Non lo sai mai come potrà essere il sapore di quest’acqua nella sua bocca. Non lo sai, mai, se sarai ferito o ferirai di più nel prenderla. Non lo sai mai se i tuoi tre comandamenti resistono fino alla macchina. Non lo sai se sperare in questa certezza senza domani con tutto ciò che era ieri. Mai, non lo sai. Come non lo sai se accetti ogni forma di morte, dolore o gelosia che verrà. Prima che tutto si perda col calore estivo dell’asfalto lavato dagli spazzini. Non lo sai se vale la pena anche pagare perché davvero non c’è prezzo per quello che vedi. E comunque non lo sai mai se sei preparato ai danni coll’assicurazione che stracci sotto il tavolo mentre lei si stropiccia il vestito. Scoprendo le gambe magre e le regole del gioco a perdere. Non lo sai mai. Perché hai più errori che anni. Di entrambi. Non lo sai, ma lei non chiede. Mai.

 

Riccardo Sorrentino

 

 

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Notizie sugli autori:

 

Luigi Brasili: è nato nel 1964 a Tivoli dove vive tuttora con la moglie e i due figli (i suoi piccoli ‘tesssori’). Ha pubblicato racconti in numerosi libri e riviste, per diversi editori e testate tra cui Fanucci, Rai-Eri, Cronaca Vera, Writers Magazine Italia, Delos Science Fiction.

Nel marzo 2009 è stato pubblicato il suo primo romanzo, Lacrime di drago, DelosBooks edizioni.

Dal 2007 pubblica recensioni e interviste agli autori per conto del sito specializzato Lettera.com.

 

Silvia Stucchi (Treviglio, BG, 1978), latinista, Laureata in Lettere Classiche e dottore di ricerca in Filologia Classica insegna Lingua Latina presso l'Università Cattolica di Milano. È studiosa del Satyricon di Petronio, del romanzo greco e latino e delle forme di  narrativa di consumo nel mondo classico;  autrice di vari saggi critici (sul genere letterario delle "consolazioni" nel mondo antico, Medusa 2007, sulla tradizione testuale e ricezione del Satyricon, sul cannibalismo nel mondo classico, sulla tematica incestuosa nella poesia tardoantica, sull’ironia nella prosa di Cesare, sulla tragedia romana, sulle Metamorfosi di Ovidio: la sua bibliografia al sito www.unicatt.it pagina docenti) pubblicati su riviste specializzate nel settore, a di là degli studi di taglio strettamente filologico, ha lavorato come insegnante di latino e italiano nei licei, e come traduttrice dal francese; collabora inoltre con testate non strettamente antichistiche ("Studi Cattolici"; "Libero"). Appassionata lettrice di Dante, di Simenon, di Salgari e dell’Orlando Furioso, ama la mescolanza dei generi, la letteratura gialla, i thriller, i fumetti (Disney e Bonelli), e il cinema, in particolare le commedie brillanti italiane e americane degli anni Trenta-Cinquanta,  e il cinema di Jane Campion, Mario Monicelli e Paolo Virzì.

 

Roberta Angeloni nasce a Roma il 23 luglio 1960. Nel 2009 esce l’ultima delle sue quattro pubblicazioni, dal titolo Racconti Sghimbesci, edito da Albatros, una raccolta di racconti dalla venatura surreale. Ha un suo blog: robertaangeloni.blogspot.com.

 

Valter Malenotti, vive un’esistenza da impiegato. Non ama bagnare i gerani e radersi tutti i giorni, però adora immergersi nella vasca da bagno colma d’acqua calda e bagnoschiuma. Non crede nella pubblicità del Mulino Bianco e in quanto a Dio… non ci ha ancora pensato. Per quanto riguarda le letture è onnivoro e curioso, così legge di tutto e di tutti un poco. Ovvio, ha le sue preferenze: London, Hemingway, Fante, Pennac; nonché i conterranei Pavese e Calvino. Non disdegna i russi né la musica afro-jazz-punk-inglese. Non sopporta i best seller: organismi geneticamente modificati dal mercato (confessa, comunque, d’avere il narcisistico e malato desiderio di pubblicarne uno…). Ha una predilezione per i racconti brevi e sogna un mondo più giusto.

 

Gaetano Bellorio (Verona, 25-11-1950). La continua trasposizione e rielaborazione del mondo esteriore nel mondo interiore lo spingono a scrivere fin dall'età adolescenziale, fortemente sollecitato a tale attività da una eccezionale insegnante di lettere della scuola media e da un’infanzia-crogiuolo di infiniti pensieri e fantasie. Laureato in pedagogia all’Università di Padova ha iniziato a pubblicare nel 1985. Le sue pubblicazioni ad oggi sono: Racconti e Canzoni per le fredde sere d'inverno (editrice Libri, Firenze 1985), Il Silenzio dei Profeti (Gabrielli editore, Verona 1995, oggi in 3ª edizione), Cuore di topo (edizioni Paoline, Milano1999, due edizioni), Corazòn de ratòn (Cuore di Topo è stato comperato alla Fiera di Francoforte dall’editrice «Buena Prensa» di Città del Messico e tradotto in spagnolo nel 2000), Allearsi col vento (edizioni Paoline, Milano 2001), Racconti veronesi d’inverno (Gemma Editco, Verona 2003); ha pubblicato inoltre vari articoli culturali su quotidiani e riviste. Si è dedicato alla promozione della lettura in collaborazione con l’Università di Verona divenendo co-fondatore del progetto «Leggere in famiglia» cui ha dedicato ampio spazio Famiglia Cristiana. È giornalista pubblicista, e collabora con l’Associazione «Il Cigno» (Onlus), presieduta dalla prof.ssa Elisa Zoppei, docente di animazione della lettura nell’Università cittadina, organizzando momenti speciali di incontro tra libro e ragazzi della scuola elementare, media e delle superiori. Ultima, ma non meno importante,  la preparazione di corsi di scrittura creativa per le più svariate categorie di persone.

 

Arianna Graciotti, 21 anni, di Castelfidardo (AN), studentessa di Lettere Moderne a Bologna. Chitarrista degli Specially Mild, progetto di indie pop cantautoriale. 

 

Lorenzo Mannella si lamenta d’avere già 23 anni suonati e, ingannando il tempo, studia Biotecnologie presso l’Università di Pisa. È cresciuto a Sarzana dove, circondato da colline e montagne, ha fatto proprio un rudimentale pessimismo ligure. Legge, ascolta ed improvvisa molto. Futuro incerto, vorrebbe scrivere e fingersi attore.

 

Benedetto Mortola, ha svolto diverse attività lavorative: operaio forestale, trasportatore, cameriere, barista, giardiniere, guardiaparco, impiegato. Parallelamente, si è occupato di grafica, video, musica rock e, soprattutto, scrittura creativa.

Giovanni Maria Pedrani, ingegnere elettronico, vive nel grigio hinterland milanese. Allattato fin da piccolo con i romanzi di Agata Christie, continua a nutrirsi di piatti nordici come Henning Mankell e pietanze profumate del profondo Sud, come Andrea Camilleri. Pigro, casalingo ed un po’ orso, ama però molto viaggiare, sua fonte principale di ispirazione nello scrivere in uno stile noir, giallo, thriller, ma anche umoristico e grottesco.

 

Andrea Serra, nato a Biella nel 1978, è insegnante (assai precario) nella scuola secondaria. Di formazione classica e laureato in Lettere, scopre la sua passione per lettura e scrittura non appena impara a tenere una penna in mano. Ha al suo attivo 9 romanzi, 4 raccolte monografiche di poesie, 2 raccolte di “prose poetiche”, 1 raccolta di aforismi, oltre a più di 70 racconti e 270 poesie. A questo si aggiungono il saggio-tesi di laurea sulla figura dell’infanzia nella narrativa italiana dell’Ottocento (unico studio sull’argomento attualmente svolto) e vari progetti in corso di composizione. Naturalmente, tutto questo materiale è in vana ricerca di editore... Sinora l’unica vera pubblicazione avviene con il racconto Amori e sogni per la Kappa Edizioni, oltre che con alcuni racconti premiati in vari concorsi letterari. Le sue tematiche preferite sono sono l’infanzia e l’adolescenza, con i loro sogni e i loro drammi di età di passaggio, di cui evidenzia, con occhio impietoso e mai banale, le meraviglie (ma anche gli orrori) di realtà dai risvolti troppo spesso sconosciuti o taciuti.

Riccardo Sorrentino, nato a Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 




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Sommario
Le vie del racconto

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