“I brevissimi”
COMUNICATO STAMPA
Nell’ambito della XVI edizione del Premio letterario Energheia,
promosso dall’omonima Associazione Culturale materana, presieduta dal dott.
Felice Lisanti, è stato premiato, sabato 18 settembre 2010 a Matera, presso il
Museo “D. Ridola”, il vincitore della sezione narrativa telematica del Premio
Energheia “I brevissimi di Energheia – Domenico Bia”, che quest’anno
aveva come tema “La lussuria” e che era gemellata con la web-review
retididedalus.it, la rivista on line del Sindacato Nazionale
Scrittori.
Associazione Culturale Energheia: Via Lucana 79 – 7
5100 Matera
Segreteria del Premio: 0835/330750 347.1286099 Fax: 0835/264232
www.energheia.org - energheia@energheia.org
Pubblichiamo qui il racconto vincitore del Premio: La mano morta di Luigi Brasili.
A seguire i tre racconti finalisti più votati: Arnaut Daniel nella cornice dei lussuriosi di Silvia Stucchi; Il fuoco
di Roberta Angeloni; La zia di Valter Malenotti.
Quindi gli altri sette finalisti: Svennero
stranamente di Gaetano Bellorio;
Waiting for my man di Arianna Graciotti; Glory hole di Lorenzo
Mannella; La ditta di Benedetto Mortola; Lussuria di Giovanni Maria
Pedrani; Gourmet di Andrea Serra; Non lo sai mai di Riccardo
Sorrentino.
******
La mano morta
Ne percepì il profumo prima ancora di vederla salire.
Il suo petto venne artigliato da una morsa di desiderio impellente.
Rivoli di sudore gli scivolavano dalla fronte.
Iniziò a strisciare verso la preda, facendosi largo a
colpi di spalla.
Finalmente la raggiunse e si fermò dietro di lei
ansimando veloce. La minigonna era bianca, di tessuto leggero, il triangolo scuro
del perizoma pareva un richiamo, il canto nascosto di una sirena che solo lui
poteva sentire.
Fece scivolare la mano sopra l’indumento, aspettando che
gli scossoni del bus facessero il resto.
Una, due, tre volte spinse la mano, sempre più forte,
lei sembrava non accorgersene, puttana!
Decise di osare ancora, sentiva che era il momento
giusto.
Abbassò la mano e l’infilò sotto la gonna, senza
preoccuparsi degli altri passeggeri, distratti, avviluppati nelle loro
esistenze grigie.
Le punte delle dita accarezzarono la pelle soda e
vellutata, insinuandosi pian piano tra le rotondità vibranti di eccitazione.
Quando spinse con forza un dito in mezzo ai glutei, lei
si voltò e sorrise.
I rumori del bus si spensero, il sole scomparve e il
cielo divenne scuro.
Nella luce incerta lui ricambiò il sorriso, mentre la
ragazza avvicinava la bocca alla sua.
Le labbra carnose si schiusero rivelando due file di
denti scuri e maleodoranti.
D’istinto lui cercò di ritrarre la mano, senza
riuscirvi.
Inorridito vide il braccio scarnificato di una vecchia
seduta di fianco che gli bloccava il polso. Sorrideva come la ragazza, come gli
altri passeggeri, che sbavavano intorno a lui per assaggiare la sua carne
fresca.
La donna dei suoi desideri fu la prima a morderlo; lo
baciò avidamente, strappandogli la lingua.
Lui urlò senza voce.
Il bus riprese a camminare in mezzo a carcasse di
automobili, lungo strade sventrate e polverose.
L’autista terminò la corsa all’alba, nel piazzale
davanti al cimitero.
Attese la discesa dei passeggeri, poi raccolse quello
che restava della vittima. Buttò la mano morta in un cassonetto arrugginito e
si diresse alla sua tomba.
Luigi Brasili
***
ARNAUT DANIEL NELLA CORNICE DEI
LUSSURIOSI
Qui, sull’ultima
cornice di quest’impervio monte, che ormai da quasi un secolo percorro nel
fuoco, ritmando i passi al suono dell’inno sacro, dimentico persino il motivo
della mia colpa. Tanti amici ho incontrato nel mio vagare su questa traiettoria
sempre uguale, e sempre diversa nella cadenza che la preghiera assume nei
recessi della mia anima e della mia gola; ma non saprei nemmeno ricordare un
volto, un’espressione, un corpo fra i tanti che m’ispirarono il peccato che qui
sconto.
La compagnia
degli sventurati che qui s’accalcano è la mia sola consolazione, e insieme alla
condivisione di questo ardore infinito, all’apparenza interminabile, m’ispira
la pazienza, e la meditazione. Non il ricordo, perché la mia vita di laggiù,
davvero, pare cancellata, è un sogno nebuloso, una grigia caligine; e se cerco
di ricordare il sole dell’estate nel Périgord, l’opulenza del castello di
Ribérac, il viso pallido e nobile di midons,
quasi mi vien da piangere, o da sorridere, o entrambe le cose. Perché io so che tutto ciò è stato, ma la
consapevolezza del passato, ormai da molto tempo, non diventa più ricordo,
tanto proteso sono io verso il futuro. Io so
che mi macchiai di quella che gli stolti reputano la più piacevole delle
colpe; lo so con la stessa certezza
con cui riconosco che in cielo brilla il sole, e con cui so che arriverà il momento in cui sarò libero, nella gloria e nella
gioia. Ma il futuro è una certezza oscura, finché non la toccherò con mano,
finché questo monte non tremerà e risuonerà di canti anche per me, come ha già
fatto per tanti, per i quali pure ho gioito; e il passato, invece, è ancora più
impervio da ripercorrere per la mia mente di quanto non lo sia stata per le mie
gambe affrante l’alta ripa scoscesa.
Eppure, mi
ripeto, non sono poi così infelice: altri miseri, mi dice la certezza che
sempre mi sostiene, sono nel patimento eterno, sbattuti, nelle viscere della
terra, da una bufera infernale che mai s’acquieta, come mai s’acquietarono i
sospiri di quelle anime sregolate. Tra loro ci sono Cleopatra, Semiramide,
Didone, Paride, Tristano, Elena: personaggi di cui ho fantasticato per una
vita, sognando sui libri le donne cui ho paragonato nelle liriche la mia
signora. Perché fui poeta, e sono qui in buona compagnia: vicino a me, da
qualche tempo, è giunto un bolognese, Guido, mi pare, e Guinizelli, forse, di
cognome, maestro di rime amorose, lievi e leggiadre. Guido e io spesso,
sostenendoci a vicenda nell’andare, ci chiediamo su quale mai sia stato il
legame – se mai un legame c’è stato – fra la nostra colpa e la nostra opera di
poeti: e se il nostro peccato, e quindi la penitenza, fosse legato a doppio
filo con la nostra poesia? Senza peccato, saremmo forse stati senza talento,
vili scribacchini destinati all’oblio prima ancora d’imbarcarci sulla nave
dell’angelo nocchiero? Ma se la nostra poesia si abbeverò della nostra vita,
indefettibilmente, come possono le rime di Guido essere state tanto dolci,
preziose e rare, se la sua vita fu smodata e incline alla lussuria? E io? Se
avessi avuto scelta fra un’esistenza oscura, ma anche tanto virtuosa da essere
avviato a percorrere di gran carriera le sette cornici del monte, senza però
mai raggiungere la palma della poesia, avrei accettato? Chissà! Guido, il caro
Guido, riconosce in me “il miglior fabbro del parlar materno”; così dice, e
così voglio credere, non per superbia, ma perché qualcosa deve pur sostenerci
nel nostro patire. Ma eccolo laggiù parlare con due figure, che non ho visto
mai; addirittura, una di loro sembra un uomo vivo, che proietta a terra la sua
ombra! E anche altri, come me, si sono fermati, con l’aria istupidita di certi
montanari un po’ selvatici quando arrivano per la prima volta in città. Ora,
però Guido si è ripreso dal suo stupore e sta facendo buona accoglienza ai
nuovi arrivati: chi sa se capiran qualcosa di poesia! E, come sempre, ecco il
mio amico dichiarare ammirato – lo odo mentre m’avvicino – la mia superiorità
sulla poesia di “quel di Lemosì”, che poi sarebbe il mio antico rivale Giraut
de Bornehl. Come se ciò avesse ancora senso qui! Che mai non direbbe un amico
per un amico! Ora che mi trovo a portata di questi due viandanti, voglio
osservarli anch’io; anzi, devo parlare al vivo, ma non di poesia; devo
chiedergli l’aiuto della preghiera, poi mi nasconderò ancora nel fuoco che
m’affina: “Ieu no me puesc mi voil a vos
coprire. Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’esper denan. Ara vos prec, per aquella valor que vos
guida al som de l’escalina, sovenha vos a temps de ma dolor!”.
Silvia
Stucchi
***
Il fuoco
Mi sento come a
quindici anni.
Le ragazze della
mia età si truccavano, stavano ore al telefono e al sabato uscivano tutte fiere
di mostrare la nuova camicetta, la cinta
firmata, il loro nuovo modo di sistemarsi la frangia sulla fronte.
Io no.
Che fossi
diversa, anche mia madre se ne era accorta.
Trascorrevo ore
davanti alla finestra a guardare la gente che passava: a piedi, in motorino, in
auto. Ero tristissima, con dentro una voglia di riscatto e la paura di andare a
cercarlo, quel riscatto.
Ora so che ero
vittima di una depressione, e a quindici anni
non lo sai, non capisci cosa può essere quella sensazione di macigno che
ti schiaccia, la debolezza che ti pervade, e credi, anche i grandi lo
credevano, che fosse un fatto fisico.
Allora andiamo
da questo o quello a farci vedere la tiroide, tua zia è stata molto male con la
tiroide quando era giovane, tu sei uguale a lei, è inutile che ci pensiamo
sopra, sicuramente è un fattore ereditario. Così ti ritrovi immobile in un
letto del Policlinico, uno stanzone enorme, bianco, pieno di letti vuoti, a
fare le prove del metabolismo basale, con una macchina strana attaccata e tu
devi solo respirare, quella, è una cosa che ti viene bene.
Non è la
tiroide.
Saranno le
vitamine, facciamo la solita cura di iniezioni ricostituenti che ti hanno fatto
tanto bene gli anni passati.
Imbottita di
vitamine l’appetito aumentava, mi arrotondavo un po’, anche se avevo ancora la
buca sulla pancia, lo sterno prominente,
le “alucce” sul dorso evidenti. Una magrezza che oggi qualunque dottore
definirebbe preoccupante.
A trent’anni ero
bella davvero. Un fiore di donna che nessuno si aspettava diventassi. Mi
guardavano, ma io non capivo esattamente per cosa. Camminavo a passo svelto,
gli occhi bassi, ero tutt’altro che appariscente. Gli abiti scelti senza cura
nell’armadio, e continuavo ad arrossire a ogni minima attenzione.
Poi Piero,
un vecchio amico del Liceo, si è
dichiarato mentre eravamo imbottigliati su un autobus in mezzo al traffico in
Piazza Argentina. Piero mi piaceva, con lui ridevo molto.
L’ho sposato.
Bella con lui la
vita, per qualche mese. Avevo deciso di rivelarmi, di liberarmi da quella
prigione di falsità che mi avvolgeva e mi rendeva solare agli occhi degli
altri. Volevo che soltanto lui mi scavasse nel profondo, e conoscesse i meandri
più segreti di una personalità così complicata, un anima piena di un amore
immenso, che non riusciva a esprimersi, a gridare con tutto il suo vigore.
Un’energia che implodeva dentro, da anni, ed era ora che esplodesse, perché non
venissi rapidamente trascinata nella pazzia.
Piero mi
guardava, inerme. Scuoteva la testa, non capiva. Lo diceva, anche, che non mi
capiva, e che le mie erano fantasie, avevo una visione così strana del mondo.
Usciva e tornava poco dopo, con un mare di carezze tentava di calmarmi, di
farmi entrare nei suoi occhi e guardare il mondo come lo guardava lui.
Non mi bastava.
Mi allontanai,
cominciai a guardarmi attorno. Fuori era pieno di uomini, qualcuno avrebbe
capito. Navigai da un letto all’altro, con passione, furore, da costernarli,
tutti. Erano sazi e insaziabili, annichiliti da tanto fuoco. Ero drogata di
sesso, finalmente esplodevo, senza lesinare niente, a nessuno di loro. Amici,
incontri casuali, uomini delle mie amiche. Da loro prendevo tutto e davo tutto.
Mi piaceva vestirmi con il solo scopo di sedurre, sceglievo con cura le scarpe,
le calze, il tipo di scollatura. Una cura maniacale di me, che non avevo mai
conosciuto, Ero nuova, diversa, più forte. Credevo di tenere in scacco il
mondo.
Poi conobbi
Rino, ineffabile attrazione carnale. Ma durante una folle notte d’amore, il suo
viso improvvisamente assunse una luce strana. Come in una allucinazione, si
sovrapposero i tratti e i lineamenti di un uomo anziano. Io, piccolissima, nel
giardino della sua casa.
Bastardo, mi
toccavi, e io, indifesa, lasciavo fare.
Bastardo.
Ora ho
cinquant’anni.
Sono sola, a
guardare da questa finestra, non è la
stessa finestra. Ma la gente, le auto, i motorini, la mia tristezza, sono
quelli di allora.
Roberta
Angeloni
***
LA ZIA
Chissà quanti da
ragazzini si sono innamorati di una loro giovane zia. Ma pochi devono aver
avuto una zia come la mia.
Negli anni
settanta io ero un bambino e la mia zia Lilli aveva preso di punta quel
periodo. Pazzerella e spregiudicata leggeva Simone de Beauvoir, partecipava a
manifestazioni e cortei facendo quel gesto unendo gl’indici e i pollici a
formare una fessura, e gridava di tremare perché erano tornate le streghe. E la
zia Lilli lo era, una strega. E tremavo quando la vedevo, ma non di terrore.
Bensì per la bellezza di quelle gambe infinite che uscivano dalla minigonna.
Allora le abbracciavo strette e non mi volevo più staccare, e lei mi
scompigliava i capelli e mi diceva:
“Il mio
uccellino. Lo so io cosa ci vuole per te…”
E mi faceva
tante cosine deliziose, e io
m’arrampicavo al settimo cielo. Ma vi dirò di più, non ha mai smesso di farmele
nemmeno ora che è anziana e io ho più di quarant’anni. Infatti l’altro giorno
le ho telefonato e le ho detto che sarei andato a trovarla.
Così sono qua
nel suo salotto zeppo di cuscini indiani colorati ad attendere come una volta
che lei prepari tutto. Sono emozionato, come sempre. Emozionato e eccitato.
Non ce la facevo
più, ero in astinenza da troppo tempo. Sì perché, mia moglie, ha tante buone
qualità e le voglio bene, ma per quanto riguarda certe cose… Non ne è proprio
portata. Per fortuna che c’è la mia zietta che ci sa fare. Eccome se ci sa
fare! Al solo pensiero mi prende come una smania…
Mi avvicino alla
porta oltre la quale lei è assorbita nei preparativi. Abbasso con cautela la
maniglia. Apro di un centimetro, quanto basta. Sono subito attratto dalle
cosce. Mi hanno sempre fatto impazzire le cosce. Polpose ma magre, nonostante
tutto. “Gallina vecchia fa buon brodo” dice sempre la zia. Allora lei le apre
bene, unge e inizia a trafficarci dentro. Mi sembra di svenire. Intanto la zia
prende in mano una grossa carota e contemporaneamente alza lo sguardo verso di
me. Richiudo subito. A lei non piace che la si spii mentre è presa. Torno al
mio posto. Decido di mettere su un po’ di musica per ingannare l’attesa. Guardo
tra i vinili della collezione della zia e scelgo Light My Fire dei Doors.
Dopo aver
passato in rassegna qualche decennio di rock, finalmente si apre la porta. Mi
volto, la zia Lilli fa capolino. Non dice nulla, rimane appoggiata un istante
con il braccio in alto aderente allo stipite sporgendo il fianco in fuori. Ha
un sorrisino diabolico. Mi rigiro subito e chiudo gli occhi. Tremo, proprio
come quando ero piccolo. Una vera strega la zia Lilli.
Sento che si
avvicina come in un fruscio di seta. Avverto il profumo, e anche il calore. Non
resisto più, apro gli occhi. Godo alla vista di quello che ho davanti. Viene
fuori la mia parte animale, l’istinto che m’impone d’irrompere subito in quel bendidio. Ma la razionalità ha la
meglio. L’attesa condotta agli estremi, come in un gioco perverso. Così mi
aveva insegnato la zia: “Con calma, amore bello. Assapora prima con gli occhi e
il naso e vedrai, il piacere cresce, cresce sempre più…
Ed è vero, la
zia ha sempre ragione. Mi abbasso e inalo con voluttà il profumo. Poi vi
affondo un dito e me lo porto alla bocca. Succhio con avidità. L’umore mi
rimbalza dalle papille gustative al cervello. Non riesco a frenare un mugolio
di piacere. Allora mi slaccio subito il bottone dei pantaloni, in previsione
del dopo. La zia mi sta guardando appassionata, poi si sporge verso di me. Tira
indietro la pelle fino a scoprirne la carne soda. “Il mio uccellino” ansima.
“Questa la leviamo perché è grassa e piena di colesterolo, che tu mi sembri già
un po’ appesantito. E pensare che da bambino mangiavi come un uccellino.”
“Sì, zietta” le
dico dopo aver dato una poderosa sorsata dalla tazza di brodo che ho davanti.
Quindi strappo con un morso un pezzetto di carne e, a bocca piena, riprendo:
“Di tutte le cosine che fai, zia Lilli, la gallina
bollita ripiena è una vera lussuria per il palato!”
Valter Malenotti
***
Svennero, stranamente
Svennero.
Sul ponte levatoio del castello, svennero.
Accorsero in parecchi perché era una giornata calda e di gente ce n’era
in giro. Gli unici a non precipitarsi furono i rispettivi lui e lei che li
accompagnavano. I quali, visti venir meno il proprio lui e la propria lei nel
medesimo istante, nello stesso posto, restarono più che sorpresi dalla
coincidenza.
Quando Cecilia
e Antonio si ripresero, videro ambedue un mazzetto di teste che li circondava
come petali di margherite; e tra gli sfavillii che ancora circolavano nelle
pupille come stelle filanti non scorsero né Gino né Amelia, che, con un attimo
di ritardo, si fecero largo tra la calca dei soccorritori e chiesero
all’unisono “come stai?”, “cos’è accaduto?”.
Non era accaduto niente, perché non doveva accadere niente. Infatti
risposero “niente”.
Quindi furono accompagnati al bar più vicino, premurosamente, fatti
sedere, delicatamente, asciugati, meticolosamente, dal sudore freddo che li
imperlava, invitati ad ordinare qualcosa di caldo e zuccherato. Ma nessuno
volle sorbire nulla a causa di un dichiarato stomaco chiuso, attorcigliato.
Nessuno insistette. Il pallore era, ancora, mortale.
E mentre Gino e Amelia, un pochino imbarazzati a dire il vero,
incominciavano a scambiarsi i primi convenevoli – mi chiamo Gino, piacere, io
Amelia, molto lieta, ma guarda un po’, i casi della vita, ma adesso passa,
passa – gli altri due, più sdraiati che seduti, neanche si guardavano; la testa
rovesciata all’indietro per tirar su sangue, gli occhi rovesciati. Tranquilli e
terrorizzati.
Gino teneva tra le sue la mano sudata di Cecilia, a rincuorarla del
malore passeggero, Amelia accarezzava la fronte di Antonio con un fazzoletto
inumidito. Ma dopo una trentina di minuti, quando i malcapitati non davano
segno serio di riprendere colore, nonostante le attenzioni acconce a quello che
inevitabilmente era riferibile ad un mancamento da caldo e afa, Gino e Amelia
si consultarono velocemente a mezze parole e mezzi sguardi che alludevano al
vicino pronto soccorso, ad un’ambulanza.
Gino era già col cellulare in mano. Cecilia, con un movimento alla cieca
del braccio che sembrava le costasse un’enorme fatica, glielo strappò via e
disse con voce lontanissima “no, no, adesso passa”, e, in qualche maniera
sconclusionata, si mise a sedere scomposta, sgraziata, non come il suo solito;
tanto che Gino prese l’orlo della gonna tra le dita e gliela abbassò fino alle
ginocchia, perché i passanti, sul marciapiede lucido di sole, sbirciavano.
Reagì anche Antonio, in qualche maniera. Si tirò su facendo leva sui braccioli
e depositò il capo, con un tonfo, sul tavolino, come se avesse sollevato un
sacco di piombo.
Ci volle un’altra buona mezzora perché i due resuscitassero dalla
catalessi.
Chiesero da bere.
Lei un Fernet alla menta, lui un succo. E gli altri due si precipitarono
al bancone per accelerare i tempi.
Una manciata di secondi.
Quarantacinque, per l’esattezza, poiché così avevano contato i cuori che
rimbombavano nei petti, nitidi come batocchi di campana.
Si guardarono per quarantacinque secondi e piansero lacrime taciturne che
scoppiavano di dolore.
Il ponte
levatoio, il castello, il luogo, il caldo, l’afa, non avevano storia.
Avevano
sentito, con la terribile violenza dell’evidenza, quanto costa una storia.
La loro storia.
Erano abituati
ad incontrarsi soli, lasciando fuori il mondo, non con la sfacciata veemenza
delle loro ufficialissime vite che si era presentata senza preannuncio, come il
crepitio di un fulmine che incenerisce.
Oltre non
poterono andarono.
Gino e Amelia
tornavano, improvvisati camerieri, con le ordinazioni.
Gaetano Bellorio
***
Waiting for my man
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, e le cicche sul lavandino; la luce
scrostata delle sei del mattino sui panni mezz’ammuffiti ammucchiati nel
secchio, lo spazzolino da denti fra le cicche e Laura allo specchio. Le braccia
tese sotto l’acqua corrente, s’insaponava le mani, due macigni d’occhiaie a
pesarle sugli zigomi; città intera sui tacchi s’era fatta, di corsa, a
rovinarsi le caviglie. Un’idiota, restare a ballare fino a quell’ora, col turno
al bar alle 7 a.m., ma Francesco, al meraviglioso Francesco non si poteva
resistere; si guardava allo specchio e aveva fisso Francesco, sorriso splendido,
coi riccetti da borgata, d’altri tempi, davvero d’altri tempi quel moretto col
camicino radical che qualche giorno prima, al bancone, aveva infilato un
foglino col numero di cellulare sotto la tazzina di caffè che lei gl'aveva
servito. Bustina di zucchero intatta, dieci punti: le era piaciuto subito, e
via a non capirci più nulla e a farsi salire le voglie come allergia in quel
maggio maledetto, col caldo euforico che la soffiava leggera nell’aria come
polline poi subito le faceva andare di traverso i soli, le lune e le galassie
pure, e la sbatteva a terra in down da endorfine, smusata, senza forze.
Ma quella sera Laura biondissima era fantastica, e c’aveva messo un’infinità a
vestirsitruccarsi, a edificarsi, confezionarsi con la minuzia di una catena di
montaggio, hey shuga, take a walk on the wild side, dovevate vederla, uno
schianto, altroché, e aveva ballato davanti allo specchio, e aveva pensato che
la gonna nuova le faceva un bel culo davvero, e aveva bevuto limoncello a collo
dalla bottiglia mezzo scolata dell’altra notte, quella notte da disperarsi che
era arrivato Giulio, il post-bohemièn malandato from the hills dell’entroterra,
che ci aveva messo delle ore a baciarla e bimbo sei carino, ho capito che vuoi
andare a vivere a Londra ma io c’ho poca pazienza, il tuo accento è
agghiacciante e insomma doo do doo do doo do do doo cantava, ballava, si
venerava estasiata allo specchio impolverato e che intimo ragazzi, faceva una
sorsata e pensava a Giulio, che poi andarci a letto non era stato così
terribile, un’altra sorsata e pensava a Francesco, bellissimo, che chissà se
avrebbe rimesso il camicino radical bianco, quella sera. Alla fine se n’era
uscita di casa a bottiglia finita già traballante sui tacchi, she said hey
babe, sbraitava al buio chiaro e aromatico di maggio, take a walk on the wild
side...
Intanto si faceva giorno sugli asciugamani e sul posacenere rovesciato, sui
trucchi, sui capei d'oro e sul viso di laura sfinito, floscio come una
ragnatela; laura trasognata ancora, che si sciacquava le mani, chiudeva il
rubinetto e prendeva a struccarsi. S’annusava e si gustava Francesco, se lo
sentiva ancora sul collo, sul collo e sul culo, altro che radical, altro che
romantico Francesco irresistibile, ma poi chissà a che punto della serata era
stato che Paolo le aveva passato una mano fra i capelli e lei si era girata,
scordandosi di Francesco, e a Paolo si sa, non si resiste, e neanche al suo bel
vizio di riempirla di drink e complimenti; idiota che era, tornata a casa a
quell’ora manco mezz’oretta avrebbe potuto chiudere occhio, e con le caviglie
dissestate poi, tacchi maledetti, sei ore filate al bancone sarebbero state un
inferno, o me ’mmazzo o me sparo, pensava, come diceva suo nonno. Pensava
anche, ghignando, che ai masters del bar non sapeva davvero più come spiegare
per quale motivo alla volte zoppicasse, e giù a inventarsi tendiniti, vecchie
fratture e stavolta, già, stavolta sarebbe stata colpa delle scarpe da tennis
nuove; e pensava anche, togliendosi la canottierina nera, che era ora, ora
scossa di un’aggiustatina ai peli sul petto, ma doveva spicciarsi, perciò
svelta col rasoio si ripassava il mento e le guance.
La luce era ormai nitida sulla parrucca bionda gettata nel
lavandino e Laura, sbattutasi la porta alle spalle, incespicava per le scale e
rincorreva zoppicando il bus delle 6:50 del mattino.
Arianna
Graciotti
***
GLORY HOLE
Manlio zittì la sveglia premendola sotto il cuscino.
Si alzò e con le ciabatte ai piedi giunse
fino al bagno, dove si lavò con cura i genitali.
Inghiottì due pillole di viagra e si affrettò a
vestirsi. Sotto la federa del cuscino la sveglia
lampeggiava le sei del mattino. Con il mazzo
di chiavi in mano scivolò fuori dalla casa ancora
addormentata, prese l’ascensore e scese
nel ventre umido del parcheggio sotterraneo. Trovò la
macchina dove l’aveva lasciata,
parcheggiata di fronte alla cabina della pompa
idraulica di emergenza. Sorrise estatico in
faccia ai neon e montò a bordo sbattendo lo
sportello. Dopo aver riscaldato il motore si
avventurò lungo la rampa di cemento che lo condusse
in superficie, dove l’alba sarebbe
rimasta nascosta dalla nebbia. Serpeggiò a fari
spenti per la piccola strada di
collegamento fra il condominio e l’arteria
provinciale. Aveva appena innestata la quarta,
quando un banco di nebbia investì il parabrezza
costringendolo ad accendere le luci di
posizione. Azionò anche i fendinebbia, lisciando
istintivamente la leva a fianco del volante.
Sospirando accese la radiotrasmittente che aveva
installato sotto il sedile del passeggero,
scorse le frequenze e si fermò sul canale settanta,
dove trovò alcune voci familiari che
scambiavano bestemmie tra loro. Riconobbe l’accento
del camionista che aveva pedinato
il mese precedente lungo la dorsale degli autogrill.
Sentì il sangue fluire nel basso ventre. I
camionisti avevano deciso di fare una sosta nella
vicina area di servizio. Manlio sterzò di
colpo e si buttò in direzione dello svincolo della
superstrada. La radio rimase muta mentre
la macchina montava di giri, come una scheggia
assordante lanciata nella nebbia. Dopo
pochi minuti la segnaletica dardeggiò indicando
l'ingresso dell’area di servizio ancora
deserta. Lasciò la macchina di fronte ai cessi e
passeggiò nella pozzanghera di luce che
fiatava dalle vetrine dell'autogrill. All’interno del
bar si muovevano solo le mosche,
occupate a banchettare con i resti spolpati di un
cornetto. L’unico cliente, un uomo
magrissimo dalla fronte stempiata, abbracciava i
fianchi turchesi di una scatola di
polistirolo per alimenti. Sembrava addormentato. Dal
nulla giunse improvviso il muggito di
un convoglio di camion. Tre bisonti di lamiera si
erano avventurati nel parcheggio dell’area
di servizio. Manlio avvertì uno strappo all'inguine,
capì che il viagra stava facendo effetto e
si precipitò in bagno prima che i camionisti fossero
scesi dai propri mezzi. I cessi si
trovavano in fondo al locale, ordinati in una fila di
quattro. I primi due erano guasti, come
sempre. Si avventurò all’interno dell’ultimo e bloccò
la porta. Già sudava, sfiancato dalla
tachicardia. Slacciò furiosamente la cinturà e libero
il pene, eretto e paonazzo. Nel
divisorio in comune con l’altro cesso c’era un buco,
situato all’altezza dell’inguine. Manlio
prese il pene fra le mani e lo guidò ansimando verso
il buco. Da fuori giunsero delle
vibrazioni, qualcuno era entrato nel cesso a fianco.
Apnea. Di solito le persone reagivano
male. Manlio attese lunghi secondi con la faccia
appiccicata alla parete, fino a quando una
mano gelida non lo afferrò. Manlio gemette e provò a
ritrarsi, ma la mano era come
d’acciaio. Stava per urlare, ma la voce gli morì in
gola quando avvertì la pressione di un
paio di labbra strettissime che aderivano alla pelle
come una ventosa. Finissimi denti
seghettati lo ferirono appena prima che una bocca
iniziasse freneticamente a muoversi
avanti e indietro. Con la vista annebbiata, Manlio
avvertì tutto il proprio corpo contorcersi
in uno spasmo di piacere ultraterreno. Picchiò la
fronte contro la parete e venne di colpo,
gemendo. La mano gelida scivolò via e si precipitò
verso l'uscita, volatilizzandosi. Manlio
sbloccò la porta con un tonfo e si trascinò stravolto
verso il terzo cesso. All’interno della
scatola di polistirolo turchese nuotava un pesce
argentato.
Lorenzo Mannella
***
La Ditta
E ha preso nota delle correzioni?
L’inizio va bene. I ringraziamenti non
ci stanno male. Ma poi ci vuole un bel crescendo, quindi usiamo termini come
“onestà”, lavoro”, “salvaguardia”, “produttività”, “libertà”, ecco, sì, ci
infili ogni tanto la parola “moralità”, che fa sempre effetto e poi i “valori
della famiglia”. Siamo in Italia e questa formula funziona sempre. Ci trascino
tutti fino in fondo al discorso con i valori di famiglia. Scriva, che poi ci do
un’occhiata io. Fissi la riunione con i capireparto domani alle undici e venti
nella sala C. Vada. E ora faccia entrare nel salone le aspiranti segretarie.
Una trentina, in fila, ordinate,
fresche.
Anche a guardarle da qui, si
sente che sono eccitanti. Belle bestie. Fatate. Grandi gnocche.
Ed è l’ora di andarle a vedere un
po’ più da vicino.
Non si muovono.
Ma io so come si muovono dentro.
Cosce solide, bella presenza,
pelle su tacchi alti.
Un peccato sceglierne solo una
per la Ditta.
Ma è anche il bello di questo
gioco.
Anche loro sono qui per giocare.
Lo sanno.
E io le farò giocare.
Le lascerò trastullarsi con il
mio potere.
Ma devo scegliere ed è così
difficile.
Perché non mi sono capitate
prima?
Devono aver speso un bel po’ in
abiti e trucchi vari.
Un investimento.
Sento i loro sguardi.
Cosa pensano?
“Prendi me, prendi me, prendi
me!”
C’è la fila fuori. Nessuna dirà
di no. Non di questi tempi. Hanno troppa voglia di soldi e di sicurezza.
Mi viene da ridere.
Per un posto da segretaria al
Reparto Vendite della Ditta!
Ma sono anche la tua sicurezza.
Se te la danno una volta, poi quando sono assunte, al momento buono, devi solo
chiedergliela.
Guarda qui! Questa potrebbe fare
la modella.
Che svendita, oggi!
Ai miei tempi, anche se ero più
giovane, impossibile trovarne una così…
Ha visto che la sto guardando e…
ma… aspetta…
Questa dai capelli rossi e dagli
occhi verdi… mi sembra di averli già visti questi occhi… questa è…
Superfantastica, è così giovane e
ha tutto al punto giusto… e questi occhi che mi guardano senza… senza… pudore…
Ha già capito tutto, la rossa… Sa
già che sono io il padrone qui e cosa voglio davvero.
Non mi stacca gli occhi di dosso.
È già la nuova segretaria addetta
al Reparto Vendite della Ditta.
Lo sa.
E io so che mi chiamerai come
piace a me, mentre salgo da te.
Non mi importa cosa penserai
mentre lo facciamo.
Io so che penserò a te e a queste
cosce, a questi piccoli seni deliziosi, alla tua pelle delicata, a questi tuoi
capelli rossi che ti avvolgono il viso come una nuvola dorata.
Le altre se ne vanno.
Deluse?
Un’altra volta. Un’altra volta
toccherà anche a voi.
La Ditta è sicura. La Ditta è
solida. La Ditta è in espansione. La Ditta gode di un’ottima reputazione, anche
all’estero.
Sono uscite tutte.
Siamo io e lei, la rossa. Da soli
nel salone vuoto.
Non mi stacca gli occhi di dosso.
E questi occhi verdi io li ho
già…
Me la sono già fatta da qualche
parte? Ma no. Impossibile. Avrà sedici, forse diciasette anni… Guardala… Avrà
già dato qualcosa al fidanzato?
Mi sento geloso.
“Ok. Sei assunta. Sei la persona
giusta. Segretaria al Reparto Vendite della Ditta. In prova, naturalmente. Devo
conoscerti meglio. A proposito, stasera ceniamo insieme. Poi, subito dopo, un
colloquio di lavoro, nella mia stanza in albergo. Per l’assunzione. Va bene?”
Mi guarda come una scolaretta che
sta per andare in vacanza. Il suo sorriso si allarga, fresco e deciso come
quello dei giovani. Le sue labbra dolci si schiudono lente e suadenti, fino a
scoprire denti bianchissimi e poi…
Perché quei suoi occhi verdi che
io ho già visti da qualche parte, ora mi fissano in un modo così strano?
Ma perché ora mi guarda così?
Perché si porta le mani sulla testa? Perché si toglie tutti i suoi capelli
rossi come se fossero solo una parrucca?
Perché ora questi capelli castani
corti?
Perché questo viso che conosco
bene?
E perché quelle labbra prima così
dolci, ora si aprono in una smorfia beffarda: “Va bene. A che ora ci vediamo,
papà?”
Benedetto
Mortola
***
Lussuria
La macchina
accostò al marciapiede.
Il finestrino si
abbassò.
«Quanto chiedi?»
fece una voce dall’interno.
Il frinire
lontano di un grillo ricordò che la città sogna sempre i suoni e i profumi
della campagna. Ancora qualche settimana e a quell’ora sarebbe stato chiaro.
Una dolce e fresca notte primaverile stava preparando un letto di stelle.
«Come dice,
scusi?» si avvicinò la ragazza, che per l’oscurità non riusciva a scorgere la
sagoma alla guida.
«Ti va di
salire, che ce la spassiamo?»
La giovane si
guardò intorno. Era sola. Attendeva da mezzora a quell’angolo, senza che si
fosse avvicinato nessuno.
Chinò la testa e
osservò all’interno dell’abitacolo.
Un uomo di non
più di trent’anni le sorrideva.
Sembrava carino.
Era convinta che
solo i brutti potessero andare con le prostitute.
«Ciao» fece lui
appena i loro occhi si incrociarono.
«Ciao…» sussurrò
lei di rimando, con un filo di voce.
«Allora?» la
incalzò «Ti va di salire o no?»
La ragazza
scrutò ancora nei paraggi… e montò in macchina.
«Dove andiamo?»
fece lui appena la portiera si chiuse.
«Non so…»
«A casa tua?
Oppure in albergo?»
«… Albergo»
rispose pensierosa.
Appena giunti in
camera lui si sedette sul letto.
La vide incedere
confusa nella camera, come se fosse assalita da mille pensieri.
«Che cosa c’è?»
le si avvicinò scostandole i capelli e baciandola sul collo, proprio dietro
l’orecchio. Il calore del suo corpo emanava un profumo candido, ma carico di
aspettative.
Lei scattò, come
se solo in quel momento si fosse accorta della presenza dell’uomo.
Lo vide. Lo
squadrò da capo a piedi con fare voluttuoso. Inspirò, per inebriarsi del suo
aroma di maschio. Prima preda, ora cacciatrice. Lui capì finalmente le sue
intenzioni e si spogliò lentamente, facendo cadere la giacca, sfilandosi la
cravatta, sbottonandosi la camicia, slacciandosi la cintura, …
La sua lingua lo
accarezzò e lo coccolò in tutte le sue parti. I suoi baci ed i suoi morsi la
stuzzicarono. I loro sguardi si incrociarono in un amplesso intenso e infinito.
«Sei stata
fantastica» disse lui alla fine.
Lei rispose con
un sorriso.
«Quanto ti devo
dare?»
«Quanto dai di
solito alle donne che porti a letto?»
«è la prima volta che vado con una…
prostituta» confessò lui.
«Non è vero» lo
schernì.
Lui ammiccò.
«50…»
«Ma io ne valgo
molti di più, vero?» si strinse al petto le lenzuola, come se quel gesto
protettivo esaltasse la preziosità del suo corpo.
«Tu ne vali
1000, 2000, 10000, un milione!!!»
«OK, voglio un
milione!» esclamò ridendo.
«Te ne do 100»
concluse stampandole un bacio sulla fronte «Sei stata fantastica!»
La lasciò sullo
stesso marciapiede da cui l’aveva prelevata.
Lei si guardò
intorno spaesata. Quanto era stata intensa quella breve passione!
Trascorsero
appena pochi minuti e si avvicinò un’automobile.
«Ciao Milena» la
salutò una voce conosciuta «Scusami, è da tanto che aspetti?»
«Un’oretta…»
rispose imbarazzata.
«Hai tenuto il
cellulare spento. Ti ho chiamato trenta volte per dirti che facevo tardi al
lavoro!» la rimproverò.
«Scusami,
Andrea» replicò affettata al suo fidanzato.
«Potevi almeno
salire in casa, ti ho telefonato anche lì» continuò bonariamente la ramanzina
«Almeno saresti stata al caldo!»
«Non temere,
amore, non ho sofferto il freddo.»
Giovanni
Maria Pedrani
***
Gourmet
Voluttuosa,
intrigante e in molte parti sorprendente, nell’inattesa voglia di stupire e di
stupirsi, la foia mantiene un che di incontrollato, d’irrazionale. Il desiderio
selvaggio di gustare, mordere, mangiare dell’oggetto della passione, farne
nutrimento e piacere e godimento e gusto proibito. Un proibito iniziato
qualche settimana prima, alla festa di un compagno delle superiori; non appena
li avevano fatti incontrare, era stato chiaro che il loro destino era di
rimanere uniti, di ritrovarsi, giorno dopo giorno, diventare un’ossessione
dolce e irresistibile da cui farsi tentare ogni volta un po' di più.
Inizialmente
era sembrata una simpatica fissazione, frutto di un animo libero e pronto alle
nuove piccole manie del piacere; tante erano state le infatuazioni della sua
vita, da quando aveva quindici anni in poi, e tutte si erano esaurite nel corso
di pochi giorni, il tempo della conquista, e poi l’interesse si esauriva dopo
il primo piacere. Ma questa volta era stato del tutto differente: la passione
era scoppiata travolgente come un tifone, un maremoto inarrestabile che tutto
travolgeva e tutto portava con sé.
La prima
volta era avvenuta la sera stessa in cui era stato l’incontro, alla festa, non
appena l’amico che era stato il tramite fra loro aveva girato lo sguardo,
perché non si intromettesse nei suoi affari e non lo considerasse troppo
goloso. La situazione era sotto controllo, poteva in ogni momento troncare
quella anomala relazione maniacale: così diceva, ma non era vero. La realtà
era che, dopo la prima fame, quel cibo delizioso era divenuta un’esigenza
irresistibile.
Il desiderio
carnale di possedere, toccare, mordere, gustare l’oggetto di tanta passione era
un pensiero fisso di ogni suo giorno, ogni sua ora. Avrebbe finito per pagare
le conseguenze di una simile insistita voracità. Non era normale.
Prima o
poi avrebbe dovuto parlarne con il proprio medico. Sarebbe stato meglio meglio
se lo avesse fatto prima di impazzire del tutto. Quello che era stato un dolce
piacere quotidiano era divenuto da subito un chiodo che lo tormentava non
appena apriva gli occhi la mattina e lo accompagnava fin alla sera, sino
all'addormentamento; persino di notte, succedeva che si svegliasse all’improvviso
e il pensiero era solo uno: soddisfare al più presto la voglia infinita che lo
consumava. Una non bastava e nemmeno due o tre. Ogni giorno di più. E ogni
giorno si scopriva deliziato anche solo alla vista di quelle forme tonde e
lisce, e da quel cuore dolce e delicato sotto la scorza dura che ostentava
appena spogliata. Toccare, appena appena con le dita, afferrarla bene prima di
baciarla, lambirla, prepararsi a divorarla... era vorace, voracissimo,
mostruosamente vorace.
Malato?
Forse. Anzi, probabilmente. La sua dipendenza era preoccupante. E tuttavia:
bellissima. La dolcezza di quella travolgenza era totale e capace di assorbirlo
interamente nella forza assoluta di tanta completa bontà. Una bontà rassicurante
e avvolgente, che sollevava e faceva sentir bene, una bontà antica. Sempre la
stessa, eppure ogni volta nuova, l’esperienza era per lui delicata e
distruttiva. Ma troppo meravigliosa per pentirsene. Una dipendenza letale,
forse. Ma dolce era morire in quel nettare succulento di cui non ci si
stancava mai.
Era
amore, senza mezzi termini e senza soluzione se non in una completa introiezione.
Doveva essere per sé, e per nessun altro al mondo. Nessun atomo, elettrone o
spazio vuoto doveva essere dispensato a chi fosse altri da sé. Ne avrebbe
divorato ogni singolo elemento. Era amore, intenso, lussurioso, infinito.
«Allora,
Saverio, dai anche a me una di quelle caramelle o te le mangi tutte tu?»
Il
giovane nascose il sacchetto, arrossendo colpevole. Non avrebbe condiviso con
nessuno quella delizia.
20:04
11/12/09
Andrea Serra
***
Non lo sai mai
Non lo sai mai fino a quando lei non si veste di rosso. Non
lo sai anche se l’uomo col tovagliolo ti indica che è arrivata lì per te. Non
lo sai mai perché è molto più di ciò che hai chiesto mille mondi fa. Oltre ogni
cosa che sei disposto a perdere, perfino. Non lo sai mai fino a quando non
incrocia le gambe e libera il sorriso. Non lo sai nemmeno quando immagini il
contatto con la sua pelle, fugace. Non lo sai, mai. Se non riesci a guardarle
gli occhi, ma impazziresti nel sentire le sue gambe addosso, stritolarti sotto
il tavolo. Senza bisogno di ordinare o perdere tempo con l’antipasto. Non lo
sai mai se lei immagina lo stesso o molto di più. E comunque non lo sai se
fingi bene, senza neanche sistemarti comodo per farla stare comoda. Mai, non lo
sai se quello che porta sotto le grinze del vestito glielo strapperesti o
mangeresti ora che non guarda. Non lo sai mai come potrà essere il sapore di
quest’acqua nella sua bocca. Non lo sai, mai, se sarai ferito o ferirai di più
nel prenderla. Non lo sai mai se i tuoi tre comandamenti resistono fino alla
macchina. Non lo sai se sperare in questa certezza senza domani con tutto ciò
che era ieri. Mai, non lo sai. Come non lo sai se accetti ogni forma di morte,
dolore o gelosia che verrà. Prima che tutto si perda col calore estivo
dell’asfalto lavato dagli spazzini. Non lo sai se vale la pena anche pagare
perché davvero non c’è prezzo per quello che vedi. E comunque non lo sai mai se
sei preparato ai danni coll’assicurazione che stracci sotto il tavolo mentre
lei si stropiccia il vestito. Scoprendo le gambe magre e le regole del gioco a
perdere. Non lo sai mai. Perché hai più errori che anni. Di entrambi. Non lo
sai, ma lei non chiede. Mai.
Riccardo Sorrentino
_________________________________________
Notizie sugli autori:
Luigi
Brasili: è nato nel 1964 a Tivoli
dove vive tuttora con la moglie e i due figli (i suoi piccoli ‘tesssori’). Ha
pubblicato racconti in numerosi libri e riviste, per diversi editori e testate
tra cui Fanucci, Rai-Eri, Cronaca Vera, Writers Magazine Italia, Delos Science
Fiction.
Nel
marzo 2009 è stato pubblicato il suo primo romanzo, Lacrime di drago, DelosBooks edizioni.
Dal
2007 pubblica recensioni e interviste agli autori per conto del sito
specializzato Lettera.com.
Silvia
Stucchi (Treviglio, BG, 1978),
latinista, Laureata in Lettere Classiche e dottore di ricerca in Filologia
Classica insegna Lingua Latina presso l'Università Cattolica di Milano. È studiosa
del Satyricon di Petronio, del
romanzo greco e latino e delle forme di narrativa
di consumo nel mondo classico; autrice di vari saggi critici (sul genere
letterario delle "consolazioni" nel mondo antico, Medusa 2007, sulla tradizione
testuale e ricezione del Satyricon,
sul cannibalismo nel mondo classico, sulla tematica incestuosa nella poesia
tardoantica, sull’ironia nella prosa di Cesare, sulla tragedia romana, sulle Metamorfosi di Ovidio: la sua
bibliografia al sito www.unicatt.it pagina
docenti) pubblicati su riviste specializzate nel settore, a di là degli
studi di taglio strettamente filologico, ha lavorato come insegnante di latino
e italiano nei licei, e come traduttrice dal francese; collabora inoltre con
testate non strettamente antichistiche ("Studi Cattolici";
"Libero"). Appassionata lettrice di Dante, di Simenon, di Salgari e
dell’Orlando Furioso, ama la
mescolanza dei generi, la letteratura gialla, i thriller, i
fumetti (Disney e Bonelli), e il cinema, in particolare le commedie brillanti
italiane e americane degli anni Trenta-Cinquanta, e il cinema di Jane
Campion, Mario Monicelli e Paolo Virzì.
Roberta
Angeloni nasce a Roma il 23 luglio
1960. Nel 2009 esce l’ultima delle sue quattro pubblicazioni, dal titolo Racconti Sghimbesci, edito da Albatros,
una raccolta di racconti dalla venatura surreale. Ha un suo blog:
robertaangeloni.blogspot.com.
Valter
Malenotti, vive un’esistenza da
impiegato. Non ama bagnare i gerani e radersi tutti i giorni, però adora
immergersi nella vasca da bagno colma d’acqua calda e bagnoschiuma. Non crede
nella pubblicità del Mulino Bianco e in quanto a Dio… non ci ha ancora pensato.
Per quanto riguarda le letture è onnivoro e curioso, così legge di tutto e di
tutti un poco. Ovvio, ha le sue preferenze: London, Hemingway, Fante, Pennac;
nonché i conterranei Pavese e Calvino. Non disdegna i russi né la musica
afro-jazz-punk-inglese. Non sopporta i best seller: organismi geneticamente
modificati dal mercato (confessa, comunque, d’avere il narcisistico e malato
desiderio di pubblicarne uno…). Ha una predilezione per i racconti brevi e
sogna un mondo più giusto.
Gaetano Bellorio (Verona, 25-11-1950). La continua trasposizione e
rielaborazione del mondo esteriore nel mondo interiore lo spingono a scrivere
fin dall'età adolescenziale, fortemente sollecitato a tale attività da una
eccezionale insegnante di lettere della scuola media e da un’infanzia-crogiuolo
di infiniti pensieri e fantasie. Laureato in pedagogia all’Università di Padova
ha iniziato a pubblicare nel 1985. Le sue pubblicazioni ad oggi sono: Racconti e Canzoni per le fredde sere
d'inverno (editrice Libri, Firenze 1985), Il Silenzio dei Profeti (Gabrielli editore, Verona 1995, oggi in 3ª
edizione), Cuore di topo (edizioni
Paoline, Milano1999, due edizioni), Corazòn
de ratòn (Cuore di Topo è stato comperato alla Fiera di Francoforte dall’editrice
«Buena Prensa» di Città del Messico e tradotto in spagnolo nel 2000), Allearsi col vento (edizioni Paoline,
Milano 2001), Racconti veronesi d’inverno
(Gemma Editco, Verona 2003); ha pubblicato inoltre vari articoli culturali su
quotidiani e riviste. Si è dedicato alla promozione della lettura in collaborazione
con l’Università di Verona divenendo co-fondatore del progetto «Leggere in
famiglia» cui ha dedicato ampio spazio Famiglia Cristiana. È giornalista
pubblicista, e collabora con l’Associazione «Il Cigno» (Onlus), presieduta
dalla prof.ssa Elisa Zoppei, docente di animazione della lettura nell’Università
cittadina, organizzando momenti speciali di incontro tra libro e ragazzi della
scuola elementare, media e delle superiori. Ultima, ma non meno
importante, la preparazione di corsi di scrittura creativa per le più
svariate categorie di persone.
Arianna
Graciotti, 21 anni, di Castelfidardo (AN),
studentessa di Lettere Moderne a Bologna. Chitarrista degli Specially Mild,
progetto di indie pop cantautoriale.
Lorenzo
Mannella si lamenta d’avere già 23
anni suonati e, ingannando il tempo, studia Biotecnologie presso l’Università
di Pisa. È cresciuto a Sarzana dove, circondato da colline e montagne, ha fatto
proprio un rudimentale pessimismo ligure. Legge, ascolta ed improvvisa molto.
Futuro incerto, vorrebbe scrivere e fingersi attore.
Benedetto
Mortola, ha svolto diverse attività lavorative:
operaio forestale, trasportatore, cameriere, barista, giardiniere,
guardiaparco, impiegato. Parallelamente, si è occupato di grafica, video,
musica rock e, soprattutto, scrittura creativa.
Giovanni Maria Pedrani, ingegnere elettronico, vive nel grigio
hinterland milanese. Allattato fin da piccolo con i romanzi di Agata Christie,
continua a nutrirsi di piatti nordici come Henning Mankell e pietanze profumate
del profondo Sud, come Andrea Camilleri. Pigro, casalingo ed un po’ orso, ama
però molto viaggiare, sua fonte principale di ispirazione nello scrivere in uno
stile noir, giallo, thriller, ma anche umoristico e grottesco.
Andrea Serra, nato a Biella nel 1978, è insegnante (assai
precario) nella scuola secondaria. Di formazione classica e laureato in
Lettere, scopre la sua passione per lettura e scrittura non appena impara a
tenere una penna in mano. Ha al suo attivo 9 romanzi, 4 raccolte monografiche
di poesie, 2 raccolte di “prose poetiche”, 1 raccolta di aforismi, oltre a più
di 70 racconti e 270 poesie. A questo si aggiungono il saggio-tesi di laurea
sulla figura dell’infanzia nella narrativa italiana dell’Ottocento (unico
studio sull’argomento attualmente svolto) e vari progetti in corso di
composizione. Naturalmente, tutto questo materiale è in vana ricerca di
editore... Sinora l’unica vera pubblicazione avviene con il racconto
Amori e sogni per la Kappa Edizioni, oltre che con
alcuni racconti premiati in vari concorsi letterari. Le sue tematiche preferite
sono sono l’infanzia e l’adolescenza, con i loro sogni e i loro drammi di età
di passaggio, di cui evidenzia, con occhio impietoso e mai banale, le
meraviglie (ma anche gli orrori) di realtà dai risvolti troppo spesso
sconosciuti o taciuti.
Riccardo Sorrentino, nato a Roma.