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di Francesca Fiorletta
Il romanzo della scrittrice
e poetessa romana Gemma Forti è un sinestetico "capriccio barocco"
costantemente intriso del martellante "afrore di ristagno, di fiori
recisi, di putrefazione" sprigionato dall’amniotico e ombroso lago che
incornicia, da cosciente protagonista,
un intrigo senza tempo dipanato da una narrazione sapientemente enigmatica,
ironicamente fuorviante, finalmente irrisolta in quanto irrisolvibile è lo
stesso mistero creativo "di chi,
arditamente, si appresti a scrivere una storia".
L’acqua, dunque, ristagna
tra i lesti e pungenti capitoli del libro quale "elemento aspro,
crudele, celante nel proprio ventre ogni segreto, anche il più oscuro e inconfessabile",
a lambire incurante e persecutoria la famelica esistenza dell’odiata e
amata Caterina, carnale adolescente sinuosa e burrosa matrona avvizzita, "oggetto
e soggetto di sensibilità, quasi un’eroina decadente, priva, però, di veli e
orpelli".
Attorno e a causa della sua
ribelle naturalezza, si concatenano delittuosità morbose, inquietudini moleste,
sensualità patologiche, in un equoreo vortice di rischiosi desideri e di
ostentate spontaneità, deflagrando la comune sete di appagamento epidermico ed
emotivo in un proteiforme temporale di volti e personalità stagliate in
technicolor, tuonando la roboante fine della bella stagione dell’inconscienza
sui ferini pettegolezzi cristallizzati e sulle avide ansietà degli abitanti di
Lagoscuro.
‘Locus amoenus’ in una
rampante Italietta degli anni ’50, contraltare onirico alle malcelate
insicurezze odierne, palinsesto futuro per le fobie seriali collettive: questo Ruvido
Lago d’inchiostro induce il corpo in tentazioni indelebili, alimenta il
fervore eversivo dei sensi illanguiditi
dal routinario perbenismo, esaspera la negligenza ostinata dell’immobilità
intellettiva col pungolo del dispiegarsi eroico dello sconquassante habitus
della mera bellezza.
In una spirale convulsa di
mortifera esistenza e vitalistico annientamento, l’acqua "come una seta
grezza, dai colori cangianti" avviluppa incantesimi inattesi, come una
beffarda levatrice allatta sentimenti pruriginosi e addormenta colpevoli grida
straziate in una nenia eterna che riecheggia la mestizia di una fiaba
dissociata, congelando il rimpianto di un ricordo offuscato sotto la coltre
lanuginosa di una macabra fantasia che illumina irriverente la superba malizia
di una storia mai scritta.
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