LETTURE
GEMMA FORTI
      

Ruvido lago


Fermenti Editrice, Roma 2010,
pp.159, € 12, 00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

Il romanzo della scrittrice e poetessa romana Gemma Forti è un sinestetico "capriccio barocco" costantemente intriso del martellante "afrore di ristagno, di fiori recisi, di putrefazione" sprigionato dall’amniotico e ombroso lago che incornicia, da cosciente  protagonista, un intrigo senza tempo dipanato da una narrazione sapientemente enigmatica, ironicamente fuorviante, finalmente irrisolta in quanto irrisolvibile è lo stesso mistero creativo  "di chi, arditamente, si appresti a scrivere una storia".

L’acqua, dunque, ristagna tra i lesti e pungenti capitoli del libro quale "elemento aspro, crudele, celante nel proprio ventre ogni segreto, anche il più oscuro e inconfessabile", a lambire incurante e persecutoria la famelica esistenza dell’odiata e amata Caterina, carnale adolescente sinuosa e burrosa matrona avvizzita, "oggetto e soggetto di sensibilità, quasi un’eroina decadente, priva, però, di veli e orpelli".

Attorno e a causa della sua ribelle naturalezza, si concatenano delittuosità morbose, inquietudini moleste, sensualità patologiche, in un equoreo vortice di rischiosi desideri e di ostentate spontaneità, deflagrando la comune sete di appagamento epidermico ed emotivo in un proteiforme temporale di volti e personalità stagliate in technicolor, tuonando la roboante fine della bella stagione dell’inconscienza sui ferini pettegolezzi cristallizzati e sulle avide ansietà degli abitanti di Lagoscuro.

‘Locus amoenus’ in una rampante Italietta degli anni ’50, contraltare onirico alle malcelate insicurezze odierne, palinsesto futuro per le fobie seriali collettive: questo Ruvido Lago d’inchiostro induce il corpo in tentazioni indelebili, alimenta il fervore eversivo dei sensi  illanguiditi dal routinario perbenismo, esaspera la negligenza ostinata dell’immobilità intellettiva col pungolo del dispiegarsi eroico dello sconquassante habitus della mera bellezza.

In una spirale convulsa di mortifera esistenza e vitalistico annientamento, l’acqua "come una seta grezza, dai colori cangianti" avviluppa incantesimi inattesi, come una beffarda levatrice allatta sentimenti pruriginosi e addormenta colpevoli grida straziate in una nenia eterna che riecheggia la mestizia di una fiaba dissociata, congelando il rimpianto di un ricordo offuscato sotto la coltre lanuginosa di una macabra fantasia che illumina irriverente la superba malizia di una storia mai scritta.




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