LETTERATURE MONDO
DIARIO AUSTRALIANO – 5
Qui la richiesta
di cultura è ben superiore all’offerta

      
Altre note di soggiorno a Melbourne, presenziando all’International Film Festival – sono stati proiettati, tra gli altri, "Ghost Writer" di Polanski e "The Wedding Party" di Amanda Jane – e al Writer Festival, dove si sono svolte tre interessanti conferenze: dell’economista italiana Loretta Napoleoni, del romanziere ‘aussie’ Alex Miller e di Kim Stanley Robinson, autore americano di science-fiction. Infine, l’esito delle recenti elezioni politiche locali ha rammentato certi pasticciati e inconcludenti scenari italioti.
      




   

 

di Stefano Calzati

 

 

Busy weeks after the holidays. Mi sono tuffato con noncurante spregiudicatezza in una fitta serie di attività collaterali all’insegnamento che hanno trasformato le mie placide giornate in breathless full-immersion i cui ritmi paiono scanditi da una mente geometrica superiore. Corsi serali di inglese, lezioni private di italiano (sia ai bambini che agli studenti universitari, l’importante è assicurarsi qualche extra-income); preparazione di due esami di lingua inglese per il dottorato made-in-USA; una internship alla SBS Radio – la Rai d’Oltreoceano – dove mi intrattengo dal martedì al sabato in dilettevoli chiaccherate radiofoniche con giornalisti, politici, scrittori, musicisti, registi e gente comune – senza dimenticare, bien évidemment – le uscite serali, infra-e-fine-settimana: oasi ristoratrici per la mia sete di socialità; aride scappatelle per la salute del mio portafoglio.

Sento che sto acquisendo sempre più centralità in questa terra; che sto crescendo assieme alle responsabilità di cui mi faccio carico e che mi vengono affidate con sempre più regolarità; tutto ciò in un mondo agli antipodi indubbiamente particolare. Come in ogni esperienza è la prospettiva di medio periodo a fornire una visione più obiettiva di ciò che ci circonda. Gli (svariati) aspetti positivi dell’Australian way of life – la proverbiale rilassatezza della gente, il loro pragmatismo finalizzato al benessere e alla dissipazione delle ansie metropolitane, l’idea che l’individuo, come parte di una community, sia ancora al centro del tempo – vengono pian piano reinquadrati in un’ottica relativizzante non scevra di difetti. La diffusa mancanza di conoscenza, ad esempio, e il peso che questa mancanza esercita come un fardello su coloro che hanno la consapevolezza di vivere in un continente a tal punto isolato dal resto del mondo che pure la cultura sembra arrivare in differita. O il fatto che, agli occhi di un europeo come me, la disarmante semplicità degli aussies possa trasformarsi col tempo in irritante superficialità. L’Australia non è il migliore dei mondi possibili, così come non è il peggiore. Banale dirlo, ma è un mondo con i suoi pregi e difetti. Una cosa però va detta: qui le possibilità non mancano. Basta avere pazienza e perseveranza. Ognuno può giocarsi le proprie chances: un aspetto, questo, che ricorda molto l’approccio auto-realizzante di stampo americano – del businessman che si è fatto da solo – arricchito tuttavia di una dimensione collettiva e solidale che negli Stati Uniti è carente, se non del tutto assente.

 

Entrando in maniera più stringente nell’attualità australiana e melbourniana, sono tre gli eventi degni di nota di cui vorrei parlare in questa puntata del diario: Il Melbourne International Film Festival; le elezioni politiche; il Melbourne Writer Festival.




Una scena dal film The Wedding Party (2010), diretto dall'australiana Amanda Jane


Il MIFF, svoltosi dal 22 luglio all’8 agosto, si è rivelato molto ricco e qualitativamente superiore a quello di Sydney, di cui avevo avuto una fugace aperçus quando ero andato nella capitale del New South Wales ad inizio giugno. Preciso: anche i film presentati al MIFF erano quasi tutti già usciti all’estero e rappresentavano, dunque, delle anteprime-per-modo-di-dire per uno spettatore europeo (si veda il discorso della cultura in differita appena concluso); tuttavia non sono mancate piacevoli sorprese, tra cui Ghost Writer di Polanski e The Wedding Party dell’australiana Amanda Jane, questa sì un’anteprima assoluta. In una Melbourne contemporanea e goduriosa si intrecciano le vicende di quattro coppie della media borghesia, la cui apparente serenità è afflitta da quel senso di fragilità amorosa che in Italia è stato descritto da alcuni registi della nuova generazione quali Muccino e Veronesi. Tutto il mondo è paese se osservato dalla prospettiva dell’amore. Ghost Writer invece è l’ultima fatica dell’esule Polanski e risente, nella sua ambientazione narrativa, dell’isolamento claustrofobico a cui il regista polacco è costretto nella vita reale. L’intepretazione di Pierce Brosnan e Ewan McGregor è, inoltre, insolitamente sopra le righe – mi sia permesso un giudizio soggettivo – e anche a volerne attribuire gran parte del merito alla regia i due attori sono mimeticamente ben calati nei rispettivi ruoli. L’unico appunto che posso fare al MIFF è che il Greater Union Theatre – il cinema dove ho visto tutti i film – si distingue in negativo per le sedie a dir poco penitenziali e per l’acustica terribile. Due cose bisognerebbe spiegarle agli australiani. La prima: ormai da qualche tempo il mondo ha salutato con entusiasmo l’invenzione delle poltrone ergonomiche, si tratta solo di importarle (o produrle in loco). La seconda: l’interno dei cinema moderni è di solito in legno (rivestito in velluto), non per un mero capriccio architettonico, ma per ridurre l’effetto-riverbero; sarebbe dunque il caso di eliminare i mattoni a vista, quantomeno dalle sale più importanti.

 

Sabato 21 agosto si sono tenute in tutto il paese le elezioni politiche per eleggere il nuovo Parlamento. Elezioni che, non solo nel resto del mondo, ma anche qui, sono passate un po’ in sordina. Appena cinque settimane di campagna elettorale, pochi programmi televisivi on the issue e zero (dico, z-e-r-o) manifesti elettorali in città (quantomeno a Melbourne). L’abusivismo capitolino in materia è lontano anni luce dall’onesta sobrietà australiana. I principali contendenti erano la laburista Julia Gillard (il cui cognome è da prounciarsi Ghillàrd, alla francese), Primo Ministro uscente, nonché prima donna a rivestire tale carica nella storia del paese, seppur per pochi mesi e dopo aver “deposto” il compagno di partito Kevin Rudd; il liberale Tony Abbott, che fisicamente è la brutta copia di Tony Blair e politicamente sembra affetto da machismo in stile-padano di cui ha dato un saggio dichiarando: “Non vogliamo più immigrati; più potere ai singoli stati”; e l’outsider “Green” Bob Brown, i cui consensi hanno segnato un’impennata a ridosso del voto grazie al calo laburista. Accantonate le valutazioni personali sui candidati, va detto che in Australia la politica si vince o si perde confrontandosi ancora sulle tematiche che interessano alla gente: lavoro, educazione, ambiente. Il resto viene lasciato ai tabloid ‘gossippettari’ come l’Herald Sun, ad esempio, che è riuscito a scrivere un intero articolo – a due giorni dal voto – sulla miracolosa tenuta fisica di Tony Abbott, in grado di non dormire per 36 ore filate e di sbrigare, nel mentre, una decina di comizi last-minute all around Sydney. Ritmi che farebbero impallidire Stachanov, il quale però estraeva carbone e non stringeva mani. Ma raccoglieva consensi, as well. E meno male che non fanno il test antidoping ai politici.

Secondo i sondaggi pre-voto ai laburisti era accordata un'esigua maggioranza (52%-48%) che, tuttavia, sarebbe stata sufficiente per governare, se solo si fosse concretizzata. Ciò che è successo, invece (e pare di trovarsi di fronte a scenari italioti già visti) è ben diverso: né i laburisti, né i liberali hanno infatti ottenuto la maggioranza assoluta alle Camere, configurando così un Parlamento “appeso” (“hung Parliament”, in inglese) nel quale l’ago della bilancia è rappresentato da cinque deputati: quattro “indipendenti” e il primo “Green” nella storia australiana ad entrare nella Lower Chamber di Melbourne. Saranno loro a decidere chi sarà il neo PM (al momento la situazione è ancora incerta).

Ultimo appunto elettorale: in Australia, dove il voto non è stato ottenuto per mezzo di secolari guerre giacobine e fratricide, ma concesso ex principio dalla Costituzione, recarsi ai seggi è obbligatorio. In alternativa, agli ignavi impenitenti è stata recapitata una multa di un centinaio di dollari accompagnata dai calorosi saluti della famiglia Windsor. Pur non condividendo l’interpretazione del voto come un mero dovere – interpretazione che si trova a monte della scelta di multare i disertori delle urne – penso anche, con un po’ di malizia, che se si adottasse lo stesso metodo in Italia il debito pubblico verrebbe appianato nel volgere di qualche anno, vista la percentuale in costante calo dei votanti e la frequenza con la quale siamo chiamati alle urne.





Il MWF è l’evento letterario ed editoriale più importante del continente (valutazione che in un certo senso legittima l’idea che Melbourne sia la capitale culturale del paese). Arrivato alla sua 25esima edizione il Festival richiama ogni anno autori di livello internazionale da tutto il mondo. Ad aprire la settimana di incontri è stato questa volta Bret Easton Ellis, alla cui conferenza non sono però riuscito a partecipare per la mancanza di biglietti. Ecco un fatto importante: a Melbourne gli eventi culturali – cinema, teatro, letteratura, musica – vengono solitamente “cannibalizzati” dal pubblico. Da un lato è un fatto positivo: significa che la sete per questo tipo di appuntamenti è insaziabile; dall’altro lato, però, questo comporta sempre un repentino esaurimento dei biglietti e aumento esorbitante dei prezzi. La Cultura è capitalizzata al centesimo e non è difficile capirne il motivo: la richiesta è ben superiore all’offerta (nonostante io non mi possa lamentare di quanto la capitale del Victoria ha da offrire; semmai mi lamento del mio stipendio da assistente).

Ho assistito a tre conferenze: la prima – in italiano – di Loretta Napoleoni, guru della politica economica internazionale e consulente per varie organizzazioni; la seconda del romanziere australiano Alex Miller, di cui è appena uscito il libro Lovesong; la terza di Kim Stanley Robinson, autore americano di science-fiction. Prima di questi incontri non conoscevo alcuno dei tre autori (mea culpa). Certo, mi ero informato preventivamente sulla loro biografia, ma mancavo anche del più basilare background letterario. E, devo essere sincero, sono stato fortunato poiché tutti e tre mi hanno dato una impressione più che positiva. Loretta Napoleoni è riuscita, in poco più di un’ora, a incuriosire il pubblico con brevi quanto lucide disamine della situazione politico-finanziaria internazionale, lasciando trasparire una competenza in materia che avrebbe richiesto molto più tempo per essere apprezzata a fondo (il “curriculum” della scrittrice romana è impressionante; tra gli studi più noti: Economia Canaglia, Terrorismo S.P.A. e Maonomics, l’amara medicina cinese contro gli scandali della nostra economia). Alex Miller, autore di romanzi come The Sitter e Landscape of Farewell, si è dilungato soprattutto nella descrizione del suo modus operandi, un processo che parte “dalla strada” e dall’osservazione dei “caratteri” unici che la vivono per giungere infine sulla pagina. Quella di Miller è una naturale disposizione ad “ascoltare” il quotidiano e a catturarne l’intrinseca narrabilità: una delle parole più ricorrenti nella sua conferenza è stata, non a caso, “daydream”. Volti e voci si dipanano nella loro plurale melodicità lungo un percorso poetico “già scritto” a cui l’autore si limita a fornire una chiave di interpretazione. Infine Kim Stanley Robinson ha parlato delle sue opere a sfondo prettamente fantascientifico; opere a cui però non viene mai meno una preliminare indagine fattuale del presente: la crisi ecologico-ambientale, le nuove ipotesi in campo fisico e matematico, le avanguardistiche scoperte della chimica. I suoi romanzi, tra cui si ricorda la Trilogia Red Mars, Green Mars, Blue Mars e l’ultimo Galileo’s Dream, solo all’apparenza appaiono salti nel buio di una mente fanciullina, ma in realtà prendono sempre le mosse da un dato oggettivo a cui ciclicamente ritornano.




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