di Stefano Calzati
Busy weeks after the holidays. Mi sono
tuffato con noncurante spregiudicatezza in una fitta serie di attività
collaterali all’insegnamento che hanno trasformato le mie placide giornate in
breathless full-immersion i cui ritmi paiono scanditi da una mente geometrica
superiore. Corsi serali di inglese, lezioni private di italiano (sia ai bambini
che agli studenti universitari, l’importante è assicurarsi qualche
extra-income); preparazione di due esami di lingua inglese per il dottorato
made-in-USA; una internship alla SBS Radio – la Rai d’Oltreoceano – dove mi
intrattengo dal martedì al sabato in dilettevoli chiaccherate radiofoniche con
giornalisti, politici, scrittori, musicisti, registi e gente comune – senza
dimenticare, bien évidemment – le uscite serali, infra-e-fine-settimana: oasi
ristoratrici per la mia sete di socialità; aride scappatelle per la salute del
mio portafoglio.
Sento che sto acquisendo sempre
più centralità in questa terra; che sto crescendo assieme alle responsabilità
di cui mi faccio carico e che mi vengono affidate con sempre più regolarità; tutto
ciò in un mondo agli antipodi indubbiamente particolare. Come in ogni
esperienza è la prospettiva di medio periodo a fornire una visione più
obiettiva di ciò che ci circonda. Gli (svariati) aspetti positivi dell’Australian
way of life – la proverbiale rilassatezza della gente, il loro pragmatismo
finalizzato al benessere e alla dissipazione delle ansie metropolitane, l’idea
che l’individuo, come parte di una community, sia ancora al centro del tempo –
vengono pian piano reinquadrati in un’ottica relativizzante non scevra di
difetti. La diffusa mancanza di conoscenza, ad esempio, e il peso che
questa mancanza esercita come un fardello su coloro che hanno la consapevolezza
di vivere in un continente a tal punto isolato dal resto del mondo che pure la
cultura sembra arrivare in differita. O il fatto che, agli occhi di un europeo
come me, la disarmante semplicità degli aussies possa trasformarsi col
tempo in irritante superficialità. L’Australia non è il migliore dei mondi
possibili, così come non è il peggiore. Banale dirlo, ma è un mondo con i suoi
pregi e difetti. Una cosa però va detta: qui le possibilità non mancano. Basta
avere pazienza e perseveranza. Ognuno può giocarsi le proprie chances: un aspetto,
questo, che ricorda molto l’approccio auto-realizzante di stampo americano –
del businessman che si è fatto da solo – arricchito tuttavia di una dimensione
collettiva e solidale che negli Stati Uniti è carente, se non del tutto
assente.
Entrando in maniera più
stringente nell’attualità australiana e melbourniana, sono tre gli eventi degni
di nota di cui vorrei parlare in questa puntata del diario: Il Melbourne
International Film Festival; le elezioni politiche; il Melbourne Writer
Festival.
|
|
Una scena dal film The Wedding Party (2010), diretto dall'australiana Amanda Jane
|
Il MIFF, svoltosi dal 22 luglio
all’8 agosto, si è rivelato molto ricco e qualitativamente superiore a quello
di Sydney, di cui avevo avuto una fugace aperçus quando ero andato nella
capitale del New South Wales ad inizio giugno. Preciso: anche i film presentati
al MIFF erano quasi tutti già usciti all’estero e rappresentavano, dunque,
delle anteprime-per-modo-di-dire per uno spettatore europeo (si veda il
discorso della cultura in differita appena concluso); tuttavia non sono mancate
piacevoli sorprese, tra cui Ghost Writer di Polanski e The Wedding
Party dell’australiana Amanda Jane, questa sì un’anteprima assoluta. In una
Melbourne contemporanea e goduriosa si intrecciano le vicende di quattro coppie
della media borghesia, la cui apparente serenità è afflitta da quel senso di
fragilità amorosa che in Italia è stato descritto da alcuni registi della nuova
generazione quali Muccino e Veronesi. Tutto il mondo è paese se osservato dalla
prospettiva dell’amore. Ghost Writer invece è l’ultima fatica dell’esule
Polanski e risente, nella sua ambientazione narrativa, dell’isolamento
claustrofobico a cui il regista polacco è costretto nella vita reale. L’intepretazione
di Pierce Brosnan e Ewan McGregor è, inoltre, insolitamente sopra le righe – mi
sia permesso un giudizio soggettivo – e anche a volerne attribuire gran parte
del merito alla regia i due attori sono mimeticamente ben calati nei rispettivi
ruoli. L’unico appunto che posso fare al MIFF è che il Greater Union Theatre –
il cinema dove ho visto tutti i film – si distingue in negativo per le sedie a
dir poco penitenziali e per l’acustica terribile. Due cose bisognerebbe
spiegarle agli australiani. La prima: ormai da qualche tempo il mondo ha
salutato con entusiasmo l’invenzione delle poltrone ergonomiche, si tratta solo
di importarle (o produrle in loco). La seconda: l’interno dei cinema moderni è
di solito in legno (rivestito in velluto), non per un mero capriccio architettonico,
ma per ridurre l’effetto-riverbero; sarebbe dunque il caso di eliminare i
mattoni a vista, quantomeno dalle sale più importanti.
Sabato 21 agosto si sono tenute
in tutto il paese le elezioni politiche per eleggere il nuovo Parlamento.
Elezioni che, non solo nel resto del mondo, ma anche qui, sono passate un po’
in sordina. Appena cinque settimane di campagna elettorale, pochi programmi
televisivi on the issue e zero (dico, z-e-r-o) manifesti elettorali in
città (quantomeno a Melbourne). L’abusivismo capitolino in materia è lontano
anni luce dall’onesta sobrietà australiana. I principali contendenti erano la
laburista Julia Gillard (il cui cognome è da prounciarsi Ghillàrd, alla
francese), Primo Ministro uscente, nonché prima donna a rivestire tale carica
nella storia del paese, seppur per pochi mesi e dopo aver “deposto” il compagno
di partito Kevin Rudd; il liberale Tony Abbott, che fisicamente è la brutta
copia di Tony Blair e politicamente sembra affetto da machismo in stile-padano
di cui ha dato un saggio dichiarando: “Non vogliamo più immigrati; più potere
ai singoli stati”; e l’outsider “Green” Bob Brown, i cui consensi hanno segnato
un’impennata a ridosso del voto grazie al calo laburista. Accantonate le
valutazioni personali sui candidati, va detto che in Australia la politica si
vince o si perde confrontandosi ancora sulle tematiche che interessano alla
gente: lavoro, educazione, ambiente. Il resto viene lasciato ai tabloid
‘gossippettari’ come l’Herald Sun, ad esempio, che è riuscito a scrivere un
intero articolo – a due giorni dal voto – sulla miracolosa tenuta fisica di
Tony Abbott, in grado di non dormire per 36 ore filate e di sbrigare, nel
mentre, una decina di comizi last-minute all around Sydney. Ritmi che farebbero
impallidire Stachanov, il quale però estraeva carbone e non stringeva mani. Ma
raccoglieva consensi, as well. E meno male che non fanno il test antidoping ai
politici.
Secondo i sondaggi pre-voto ai
laburisti era accordata un'esigua maggioranza (52%-48%) che, tuttavia, sarebbe
stata sufficiente per governare, se solo si fosse concretizzata. Ciò che è
successo, invece (e pare di trovarsi di fronte a scenari italioti già visti) è
ben diverso: né i laburisti, né i liberali hanno infatti ottenuto la
maggioranza assoluta alle Camere, configurando così un Parlamento “appeso”
(“hung Parliament”, in inglese) nel quale l’ago della bilancia è rappresentato
da cinque deputati: quattro “indipendenti” e il primo “Green” nella storia
australiana ad entrare nella Lower Chamber di Melbourne. Saranno loro a
decidere chi sarà il neo PM (al momento la situazione è ancora incerta).
Ultimo appunto elettorale: in
Australia, dove il voto non è stato ottenuto per mezzo di secolari guerre
giacobine e fratricide, ma concesso ex principio dalla Costituzione, recarsi ai
seggi è obbligatorio. In alternativa, agli ignavi impenitenti è stata
recapitata una multa di un centinaio di dollari accompagnata dai calorosi
saluti della famiglia Windsor. Pur non condividendo l’interpretazione del voto
come un mero dovere – interpretazione che si trova a monte della scelta di
multare i disertori delle urne – penso anche, con un po’ di malizia, che se si
adottasse lo stesso metodo in Italia il debito pubblico verrebbe appianato nel
volgere di qualche anno, vista la percentuale in costante calo dei votanti e la
frequenza con la quale siamo chiamati alle urne.
Il MWF è l’evento letterario ed
editoriale più importante del continente (valutazione che in un certo senso
legittima l’idea che Melbourne sia la capitale culturale del paese). Arrivato
alla sua 25esima edizione il Festival richiama ogni anno autori di livello
internazionale da tutto il mondo. Ad aprire la settimana di incontri è stato
questa volta Bret Easton Ellis, alla cui conferenza non sono però riuscito a
partecipare per la mancanza di biglietti. Ecco un fatto importante: a Melbourne
gli eventi culturali – cinema, teatro, letteratura, musica – vengono
solitamente “cannibalizzati” dal pubblico. Da un lato è un fatto positivo:
significa che la sete per questo tipo di appuntamenti è insaziabile; dall’altro
lato, però, questo comporta sempre un repentino esaurimento dei biglietti e
aumento esorbitante dei prezzi. La Cultura è capitalizzata al centesimo e non è
difficile capirne il motivo: la richiesta è ben superiore all’offerta
(nonostante io non mi possa lamentare di quanto la capitale del Victoria ha da
offrire; semmai mi lamento del mio stipendio da assistente).
Ho assistito a tre conferenze: la
prima – in italiano – di Loretta Napoleoni, guru della politica economica
internazionale e consulente per varie organizzazioni; la seconda del romanziere
australiano Alex Miller, di cui è appena uscito il libro Lovesong; la
terza di Kim Stanley Robinson, autore americano di science-fiction. Prima di
questi incontri non conoscevo alcuno dei tre autori (mea culpa). Certo, mi ero
informato preventivamente sulla loro biografia, ma mancavo anche del più
basilare background letterario. E, devo essere sincero, sono stato fortunato
poiché tutti e tre mi hanno dato una impressione più che positiva. Loretta
Napoleoni è riuscita, in poco più di un’ora, a incuriosire il pubblico con
brevi quanto lucide disamine della situazione politico-finanziaria
internazionale, lasciando trasparire una competenza in materia che avrebbe
richiesto molto più tempo per essere apprezzata a fondo (il “curriculum” della
scrittrice romana è impressionante; tra gli studi più noti: Economia
Canaglia, Terrorismo S.P.A. e Maonomics, l’amara medicina cinese contro
gli scandali della nostra economia). Alex Miller, autore di romanzi come The
Sitter e Landscape of Farewell, si è dilungato soprattutto nella
descrizione del suo modus operandi, un processo che parte “dalla strada” e
dall’osservazione dei “caratteri” unici che la vivono per giungere infine sulla
pagina. Quella di Miller è una naturale disposizione ad “ascoltare” il
quotidiano e a catturarne l’intrinseca narrabilità: una delle parole più
ricorrenti nella sua conferenza è stata, non a caso, “daydream”. Volti e voci
si dipanano nella loro plurale melodicità lungo un percorso poetico “già
scritto” a cui l’autore si limita a fornire una chiave di interpretazione.
Infine Kim Stanley Robinson ha parlato delle sue opere a sfondo prettamente
fantascientifico; opere a cui però non viene mai meno una preliminare indagine
fattuale del presente: la crisi ecologico-ambientale, le nuove ipotesi in campo
fisico e matematico, le avanguardistiche scoperte della chimica. I suoi romanzi,
tra cui si ricorda la Trilogia Red Mars, Green Mars, Blue Mars e l’ultimo
Galileo’s Dream, solo all’apparenza appaiono salti nel buio di una mente
fanciullina, ma in realtà prendono sempre le mosse da un dato oggettivo a cui
ciclicamente ritornano.