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di Alessandro Ticozzi
Con la collana Frames della Fondazione
Ente dello Spettacolo, sta per uscire il suo libro L’anticonformismo intelligente di
Rodolfo Sonego (opere 1946-1998), dedicato al grande sceneggiatore bellunese per il decennale della scomparsa
(essendo morto il 15 ottobre 2000), ma già vent'anni fa Lei si è laureato
all'Università degli Studi di Padova con una tesi a lui dedicata: mi può
raccontare com’è stato lavorare con lui a questo progetto?
Io ho avuto il piacere di conoscere Rodolfo Sonego nel giugno del 1990, laureandomi cinque mesi dopo.
Essendo io bellunese, ho avuto dei contatti con alcuni suoi amici e ho scritto
una lettera spiegandogli cosa stavo facendo: poi ho avuto il suo numero di
telefono e ci siamo sentiti. Lui è stato sempre gentilissimo con me, fino a
permettermi d’incontrarlo a Santa Maria di Feletto,
dove lui in quegli anni veniva a passare le sue estati: è anche una delle case
più importanti della storia della commedia di costume, perché in questa Sonego portava personaggi di caratura molto importante,
come Alberto Sordi, Marcello Mastroianni e Dino De Laurentiis, preziosi ospiti
che lui poi portava a mangiare alla Trattoria Da Lino a Pieve di Soligo. Quel giorno abbiamo deciso di fare una ricomposizione
di quelli che sono stati i passaggi fondamentali della sua vita di
sceneggiatore di cinema: io avevo già scritto quattrocento pagine della mia
tesi e lui, un’ora prima dell’inizio dell’intervista, ha letto queste pagine,
sorprendendosi del fatto che si potesse scrivere così tanto sulla sua vita
lavorativa. In pieno accordo gli ho anticipato quello che sarebbe stato il
programma dell’intervista, che poi abbiamo realizzato anche con l’aiuto del
regista bellunese Roberto Bristot. Lavorare con lui è
stato molto facile, perché, essendo uno sceneggiatore, ha fatto un trattamento
di quelle che potevano essere eventuali mie mancanze, ma sinceramente io ero
molto preparato, per cui gli ho rivolto una quindicina di domande: ad ogni
domanda ci fermavamo, in modo che si potesse così concentrare sulla successiva.
La gentilezza di Sonego, la
sua calma di intellettuale molto equilibrato è stata una caratteristica che ci
ha permesso di lavorare con grande agilità. La mia tesi di laurea su Rodolfo Sonego non riguardava solo lo sceneggiatore, ma la storia
dell’italiano dal dopoguerra ai giorni nostri: attraverso questo studio ho
realizzato non solo un formato cartaceo, ma anche una videotesi
di compendio alla parte scritta. Questa videotesi ha
avuto molto successo, tanto che ho preso il massimo dei voti e la lode, ma
partendo da 94,5 di media che avevo: ho ottenuto un record dell’Università di
Padova grazie a Rodolfo Sonego, quello di avere
quindici punti e mezzo più la lode. È stata una tesi molto valutata, anche perché
questa parte video ha avuto un grande successo: io poi l’ho portata tra l’altro
a parecchie conferenze dedicate a Sonego, tra cui
quella molto importante intitolata Storia
e società nei film di Rodolfo Sonego del 5 aprile
1991 (Palazzo Crepadona Belluno, moderatore Fiorello Zangrando, con Gian Piero Brunetta e Antonio Costa) nella
quale ha partecipato lo stesso Rodolfo a Belluno, dopo molto tempo che lui non
andava nella sua città natale, essendo nato lì il 27 febbraio 1921. Era un
momento d’incontro con le sue roots, con molti amici ma anche con i suoi parenti: è stata
una cosa molto commovente, oltre che molto importante dal punto di vista
intellettuale.
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Lea Massari e Alberto Sordi in Una vita difficile (1961), sceneggiato da Rodolfo Sonego e diretto da Dino Risi
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Sonego ha combattuto la Resistenza sulle montagne del bellunese con Suo padre,
eventi ispiratori anche della sua sceneggiatura capolavoro, quella per il film Una
vita difficile di Dino Risi: quanto è
stato importante quell'esempio nel suo percorso e nelle sue scelte di vita
personali e professionali, nonché per le sceneggiature che avrebbe poi scritto?
Rodolfo Sonego è stato, come
mio padre, commissario: lui del Battaglione Belluno, mentre mio padre del
Battaglione Fulmine. Entrambi hanno combattuto la Resistenza nel Bellunese
sotto il Terzo Reich: mio padre era del ’25, più giovane di Sonego
di quattro anni, e si sono trovati a combattere giovanissimi. Sonego diceva che questa era una guerra di ragazzi contro
uno degli eserciti più preparati al mondo: anche se facevano parte del
movimento della Resistenza bellunese, Sonego era
nella parte più legata al Partito d’Azione, quella più centrista, mentre mio
padre faceva parte della Brigata Mazzini, che era la parte più di sinistra del
movimento della Resistenza, e tra i due battaglioni di cui facevano parte ci
sono stati anche un po’ di problemi di comprensione ai tempi della guerra. Sonego era militare ed aveva avuto un esperienza assai
fortunata, nel senso che era finito in un riformatorio di giovani ufficiali per
il fatto che una sera l’avevano trovato con dei suoi amici ad imitare dei
discorsi di Stalin prima di dormire e per punizione non l’avevano mandato in
Russia, per cui, a differenza di Mario Rigoni Stern e di tanti altri che
avevano dovuto affrontare questa campagna terribile, Sonego
si è salvato. Con l’8 settembre si trova con una gran fame: era un periodo
abbastanza difficile, e lui si è mosso dal Piemonte verso la zona dell’Alpago. Lì si è unito al movimento della Resistenza ed ha
combattuto questi due anni che per lui sono stati un esperienza molto
importante dal punto di vista formativo.
Nel 1946 abbiamo il suo primo film, Pian delle Stelle, scritto tra gli altri
da Indro Montanelli. Il comitato del CLN gli dice: “Rodolfo, tu sei il più
intellettuale di noi: vogliono girare un film nell’agordino,
chiedono di avere qualcuno che abbia vissuto l’esperienza della Resistenza,
perché non provi ad essere il mediatore tra la realtà che tu hai vissuto e
questi che sono attori?”. Il film io l’ho rivisto preparando questo libro su Sonego, e devo dire che è terribile dal punto di vista
dell’ideologia e dei dialoghi: si parla sempre al passato remoto, è tutto molto
impostato in modo teatrale… Indro Montanelli non era
proprio l’intellettuale giusto per fare un film come in quel momento stavano
facendo Rossellini e De Sica. Il neorealismo si appropria del linguaggio della
gente comune, e invece questo film è tutto impostato dentro una vecchia visione
fascista. Per questo a Sonego non è mai davvero
piaciuto: infatti lui non è potuto intervenire sui dialoghi, ma è intervenuto
invece sui luoghi, il modo di vestire e di essere, e in effetti da questo punto
di vista il film è interessante, perché comunque è stato girato quasi in presa
diretta con la storia della Resistenza, però è un film un po’ da dimenticare sotto
il profilo dei contenuti e della realizzazione estetica, troppo legata a quelle
funzionalità melodrammatiche del passato.
Dopo questo primo film Sonego
ha la fortuna di incontrare a Venezia un produttore esecutivo, tal Bianchini,
che gli dà l’opportunità di lavorare per Rossellini e Sergio Amidei, proprio per il fatto che lui è molto bravo a
raccontare i fatti della guerra nelle trattorie veneziane. La trattoria
diventerà un luogo comune importante nella vita di Rodolfo Sonego
e anche dei suoi film, perché Bianchini lo incontra proprio in una trattoria
veneziana: lui era lì con Turcato e Vedova. Era molto
amante della pittura e nel secondo dopoguerra ha realizzato decine e decine di
disegni. Con questi disegni parte col treno diretto a Venezia e lì incontra
questi pittori oggi molto noti. Sonego era andato lì
per la pittura, ma in queste trattorie racconta i fatti di guerra con molta
ironia e poca drammaticità, con capacità di selezione degli argomenti da un
punto di vista estetico e narrativo: il suo modo di raccontare così affabile
era molto divertente, Bianchini lo sente e gli propone di scrivere qualcosa per
Sergio Amidei e Roberto Rossellini. Rodolfo Sonego si trova così a Roma, e lì incomincia a vivere la
prima parte di Una vita difficile,
quella che vediamo nella scena della Trattoria Menghi:
nella prima parte, quella di Alberto Sordi nel fienile, c’è più una questione
fantastica, però aveva conosciuto gli imboscati e sapeva come funzionavano
queste situazioni, ma lì inizia il primo rapporto con la memoria.
L’autobiografia è poco sviluppata da Sonego, perché
non parla mai di sé stesso ma sempre dei personaggi che ha intorno, e in Una vita difficile si vede proprio
questo primo momento, nel quale lui vive per un periodo in Piazza di Spagna 70,
nell’abitazione di Sergio Amidei, quella che abbiamo
visto in alcune sequenze di Roma città
aperta. Sonego finisce lì perché viene da
Belluno: costruendo la sceneggiatura di Paisà
insieme ad Amidei e a Fellini, Rossellini chiede che
arrivino delle testimonianze in presa diretta dalle varie “mille e un Italia”.
Dal Sud arriva così Brancati, piuttosto che Sonego da Belluno, e il triestino Amidei
si nutre di queste testimonianze di personaggi che vengono raccolti dai
produttori esecutivi nelle trattorie, nelle piazze e nelle strade di
tutt’Italia: sono dei giovanotti che hanno fatto la guerra come partigiani o
che l’hanno vissuta da imboscati, oppure che hanno fatto i militari, ma sono
soprattutto degli intellettuali che arrivano proprio in quel momento a Roma per
raccontare ciò che loro hanno visto.
Questo è il neorealismo: tutto passa attraverso il
filtro della capacità di sintesi di uno sceneggiatore importante per la sua
forza descrittiva come Sergio Amidei, oppure molto fantasiosa
come quella di Cesare Zavattini, e loro diventano i grandi maestri perché sono
nati all’inizio del Novecento, hanno lavorato sotto il fascismo alle
sceneggiature di decine e decine di film ed hanno imparato il passaggio verso
una lingua che non è più la lingua teatrale, ma è quella che viene dalle
strade. Sonego incontra Amidei
e poi Zavattini, ma l’incontro con Amidei serve
proprio ad introdurlo nel mondo del cinema. La cosa divertente è che Sonego era andato a Roma, grazie alle trentamila lire che Amidei e Rossellini gli diedero, con l’idea di unirsi al
Gruppo Uno dei pittori del tempo: quindi ha la fortuna di andare a Roma per
diventare sceneggiatore, e la sfortuna di non riuscire a fare quello che voleva
veramente, cioè diventare anche lui un Guttuso. Sonego
disegnerà per tutta la vita, ma i suoi disegni non saranno mai valutati
positivamente quanto lo saranno le sue sceneggiature. Fino al 1953 Rodolfo Sonego impara a fare il mestiere lavorando su copioni che
sono scritti a molte mani: così conoscerà infatti Flaiano, Malerba, Pirro, Age
e Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi, Scola e
Maccari, tutti questi giovanotti che diventeranno i grandi sceneggiatori della
seconda generazione del neorealismo, che poi si trasformerà in commedia di
costume, di cui Sonego diventerà appunto uno dei
principali autori.
Sonego è ricordato soprattutto per il suo sodalizio artistico con Alberto Sordi,
iniziato nel 1954 (Il seduttore) e proseguito
sino alla fine delle loro esistenze: secondo Lei, quanto deve all'acuto e
brillante talento di Sonego la definizione e lo
sviluppo del personaggio “tipo” imposto da Sordi sullo schermo nell'arco di
questo sodalizio ultraquarantennale, e quali sono stati i suoi momenti più
significativi?
Dopo aver collaborato alle sceneggiature di Camilla di Luciano Emmer
e soprattutto di La spiaggia di
Alberto Lattuada, il suo primo grande trampolino di lancio come sceneggiatore, Sonego arriva a casa di Franco Rossi: è una situazione
fumosa quella della sceneggiatura del Seduttore,
questo film del ’54 nel quale lavorano talmente tanti sceneggiatori che a un
certo punto non si capisce più chi sia il più funzionale nella creazione. Anche
Sordi è lì presente, ad un certo punto chiede cosa deve fare, e in quel momento
Sonego gli racconta così bene questo personaggio di sciupafemmine un po’ gaglioffo che intellettualmente
s’innamora di lui e gli dice: “Io e te saremo per sempre insieme”, come
riportato anche nel saggio Il Cinema
secondo Sonego, curato di Tatti Sanguineti. In
questo incontro Sordi e Sonego incominciano a capire
che servono l’uno all’altro, proprio perché sono completamente diversi l’uno
dall’altro: sono due parti distanti di un unico italiano, quell’italiano medio
che Alberto Sordi riesce a impersonificare
perfettamente, ma che Sonego gli riconsegna molto
pulito da quella che sarebbe la romanocentricità del
personaggio che lo stesso Sordi proponeva già allora. Sonego
vive la società civile; si muove come un Pinocchio sulle orme dell’altro suo
maestro, Cesare Zavattini; gira col magnetofono, raccogliendo per Roma questi
personaggi che fanno parte delle sue ricerche antropologiche e che ricostruisce
sul modello dell’attore che ha a disposizione, appunto Alberto Sordi.
Sonego diventa così lo sceneggiatore di Sordi, e comincia a lavorare con questo
personaggio che ha molta voglia di semplificare il suo percorso creativo ed
avere pertanto una persona di fiducia che gli permette di ridurre i tempi di
scrittura di un film. Per esempio, il 1959 sarà un anno in cui faranno una
dozzina di film insieme, perché Sonego è talmente
bravo nell’organizzargli questi personaggi che Sordi entra ed esce dai teatri
di posa. Si dice che Sonego leggesse tutti i copioni
che Sordi intendeva valutare, anche quelli non scritti dalla sua mano, in
pratica fungeva da consulente e da uomo di fiducia per il grande attore
romano. In questi film si vede questo
personaggio che ha pregi, ma soprattutto tanti difetti, e che, attraverso il
sarcasmo dell’ironia che Sonego dà ai personaggi
stessi, diventano col tempo sempre di più il segno di un Italia che sta
cambiando, sta uscendo dal secondo dopoguerra e si trasforma col boom economico. Alberto Sordi impersonifica questi cambiamenti costanti, che vengono però
ripresi nella realtà da Rodolfo Sonego, che è sempre
più importante per la vita di Sordi, fino a diventare, da Una vita difficile in poi, lo sceneggiatore principe dei suoi film.
Sonego diventa molto bravo nel compilare le
sceneggiature dal punto di vista tecnico che piace molto a produttori come Dino
De Laurentiis, Angelo Rizzoli, Gianni Hecht Lucari proprio perché consegna
loro delle sceneggiature che, come dice Dino Risi, “basta girarle”. Una vita difficile vede questo trio
incredibile della commedia di costume: Dino Risi, Rodolfo Sonego
e Alberto Sordi in una delle più importanti elaborazioni di questa figura di
italiano che dalla guerra di Resistenza arriva addirittura al 1961,
oltrepassando un ventennio nel quale giunge ad un tipo di società molto vicina
alla nostra. Claudio Gora è il Berlusconi del tempo: c’è una battuta di Franco
Fabrizi che afferma che lui ha tutto in mano – le riviste, il cinema,
l’industria. Dietro a questa figura Sonego stava guardano
a Rizzoli, che era un po’ il pre-Berlusconi, ma, se
guardiamo oggi a quel personaggio, mancano televisione e calcio e avremo
perfettamente il Berlusconi d’oggi. Sonego è il primo
ad arrivare perfettamente sopra una deformazione del sistema che attraverso il boom economico si sta portando verso il
futuro: con queste deformazioni, guardando all’anticonformismo intelligente di
Rodolfo Sonego, oggi possiamo vedere questi
quarant’anni di storia di un italiano che subisce drammaticamente un debito
pubblico non solo a livello economico, ma soprattutto a livello etico e morale.
Il disco volante, uno dei primi film di Tinto Brass, è eccezionale:
Alberto Sordi fa cinque ruoli incastrati perfettamente, e racconta le campagne
venete come nessun’altro film. In Lo
scopone scientifico abbiamo
invece un Sordi artisticamente diverso da quello dell’italiano medio: lì si va
su altri livelli di recitazione, e io credo che la capacità di Sordi e Sonego sia proprio quella di avere non solo immaginato, ma
anche raccontato momento per momento quest’italiano nella sua devoluzione,
piuttosto che evoluzione, fino ad arrivare all’oggi. Assolto per aver commesso il fatto sembra proprio aprire le porte a
Tangentopoli, con quest’imprenditore delle televisioni che viaggia con gli aerei
privati. Sordi e Sonego si sono sentiti tutte le
mattine al telefono, fino al giorno della morte di Sonego:
a metà degli anni Sessanta, Sordi decise di diventare regista, e Sonego glielo fa capire in tutti i modi che sono pochi
quelli in grado di fare sia l’attore che il regista. Sordi però convince Sonego, siccome diventa in parte produttore dei suoi film,
ma lui non vedrà mai bene questa scelta: l’ha sempre detto, in presa diretta
con i film che stava facendo, che Sordi non era molto bravo nel dirigere se
stesso, fino all’ultimo film, Incontri
proibiti con la Marini, dove c’è una scena con Sordi sotto un muro, e una
signora che sta lì a guardare questi che stanno girando, ma Sordi che aveva
fretta (forse lo aspettavano gli amati bucatini all’amatriciana) disse la
famosa frase: “bona la prima!”. Così quest’immagine
finì nel film. Se Kubrick girava settanta volte una scena, per Sordi era “bona la prima”, perché lui era l’attore che si considerava
il migliore come regista, per cui non poteva sbagliare qualcosa: Sordi era un
grandissimo attore e un bravo sceneggiatore, ma non era assolutamente un
regista degno di nota, e questo Sonego ha cercato di
farglielo capire in tutti i modi, purtroppo non riuscendoci.
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Un ritratto di Rodolfo Sonego
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A dieci anni
dalla scomparsa, cosa crede rimanga di Sonego come
uomo e come sceneggiatore?
Oggi
credo manchi quella capacità di sintesi che aveva Rodolfo Sonego
nel descrivere l’italiano, come lui faceva fin dall’inizio per i racconti di
guerra: non li raccontava mai in senso drammatico, come denunce sociali, ma
attraverso la ricognizione dei difetti. A parte Verdone, che è stato l’ultimo
autore a lavorare con Sordi e Sonego, la commedia
all’italiana si è evoluta, guardando a Veronesi: non dico che non ci sia un
buon livello medio, sia interpretativo che registico, ma nella fase di
sceneggiatura manca l’ironia e la capacità di descrivere il personaggio dai
toni lievi. Rodolfo Sonego era una persona che aveva
una mentalità scientifica: nella sua casa di Santa Maria di Feletto
c’erano una serie di volumi di astronomia, astrologia, chimica e matematica,
oppure di letteratura russa, quindi una letteratura molto analitica, scritta su
perfezionismi quasi matematici del testo. Lui s’interessava poco di scienze
umanistiche, gli piaceva molto la tecnica: aveva infatti evoluto dal punto di
vista tecnico la struttura di Cesare Zavattini, che raccontava degli aspetti ma
non il personaggio, come invece ha fatto Sonego, che
tecnicamente ignorerà la struttura narrativa, anche per il fatto che, avendo
lui lavorato anche al montaggio ed essendo stato parecchie volte aiuto-regista,
sapeva semplificare la sceneggiatura e renderla perfetta, al punto che i
produttori volevano le sue sceneggiature perché poi costava poco girarle,
evitando i tempi morti di trattamento che una volta in scena sono parecchio
dispendiosi. In questa capacità tecnica di fare le sceneggiature perfette, Sonego piace così tanto ai produttori che gli danno dei
contratti per andare a girare il mondo: Sonego è
infatti anche lo sceneggiatore dei film all’estero, come Le svedesi, Il diavolo e Un italiano in America, fino ad arrivare al film con Jerry Calà Sottozero;
tutti film che parlano dell’italiano all’estero, con i suoi pregi e difetti nei
confronti delle altre mentalità, e che sono di un ironia davvero superba.
Viaggiando
per anni ed anni, Sonego diventerà amico di Gene
Hackman e farà il trattamento di film importantissimi sul mercato americano,
anche se lui, non sapendo l’inglese, lo faceva tecnicamente: in questi casi non
costruiva le sceneggiature, ma le tagliava e sistemava a seconda delle necessità
di Dino De Laurentiis o di Gianni Hecht Lucari, i produttori per cui ha lavorato con più
continuità. Oggi manca quello sceneggiatore perfetto che era Rodolfo Sonego, colui che ti consegna una sceneggiatura che, come
ho già detto per Risi, ma lo dicevano anche Luigi Zampa o Luigi Comencini, “tu
la prendi in mano e hai già tutto girato”. Sonego ha
unito tutto questo: la parte tecnica, la parte dialogica, la parte di
costruzione dei personaggi… Era uno sceneggiatore
completo, che ha saputo lavorare da solo (di solito nel cinema italiano si
lavora alla sceneggiatura in coppia) per due terzi dei film che ha firmato:
questa è una qualità molto rara nel cinema e dobbiamo riconoscerla, così come
la sua dota innata di sintetizzare concetti e rappresentare personaggi
attraverso un’introspezione psicologica mai banale e spesso geniale per come i
suoi film, ancor oggi, aderiscano alla realtà e siano ancora fortemente
piacevoli, vedibili, divertenti, ma soprattutto diano il senso di una lezione
di vita con la naturalezza che solo i grandi umanisti consegnano ai posteri.
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