INTERVISTE
MIRCO MELANCO
Rodolfo Sonego,
lo sceneggiatore perfetto


  
A colloquio con un docente del Dams di Padova, di cui sta per uscire il saggio “L’anticonformismo intelligente” dedicato al grande scrittore di cinema bellunese, nel decennale della sua morte avvenuta il 15 ottobre del 2000. Il suo straordinario, quarantennale sodalizio con Alberto Sordi si basò sul fatto che proprio perché completamente diversi l’uno dall’altro, erano le due parti distinte di un unico italiano, quell’italiano medio che l’attore romano riusciva a impersonificare al meglio. Era talmente bravo che registi come Dino Risi, Luigi Zampa e Luigi Comencini, dicevano delle sue sceneggiature che non c’era nulla da cambiare, che ‘bastava girarle’.
  



  

di Alessandro Ticozzi

 

Con la collana Frames della Fondazione Ente dello Spettacolo, sta per uscire il suo libro L’anticonformismo intelligente di Rodolfo Sonego (opere 1946-1998), dedicato al grande sceneggiatore bellunese per il decennale della scomparsa (essendo morto il 15 ottobre 2000), ma già vent'anni fa Lei si è laureato all'Università degli Studi di Padova con una tesi a lui dedicata: mi può raccontare com’è stato lavorare con lui a questo progetto?

Io ho avuto il piacere di conoscere Rodolfo Sonego nel giugno del 1990, laureandomi cinque mesi dopo. Essendo io bellunese, ho avuto dei contatti con alcuni suoi amici e ho scritto una lettera spiegandogli cosa stavo facendo: poi ho avuto il suo numero di telefono e ci siamo sentiti. Lui è stato sempre gentilissimo con me, fino a permettermi d’incontrarlo a Santa Maria di Feletto, dove lui in quegli anni veniva a passare le sue estati: è anche una delle case più importanti della storia della commedia di costume, perché in questa Sonego portava personaggi di caratura molto importante, come Alberto Sordi, Marcello Mastroianni e Dino De Laurentiis, preziosi ospiti che lui poi portava a mangiare alla Trattoria Da Lino a Pieve di Soligo. Quel giorno abbiamo deciso di fare una ricomposizione di quelli che sono stati i passaggi fondamentali della sua vita di sceneggiatore di cinema: io avevo già scritto quattrocento pagine della mia tesi e lui, un’ora prima dell’inizio dell’intervista, ha letto queste pagine, sorprendendosi del fatto che si potesse scrivere così tanto sulla sua vita lavorativa. In pieno accordo gli ho anticipato quello che sarebbe stato il programma dell’intervista, che poi abbiamo realizzato anche con l’aiuto del regista bellunese Roberto Bristot. Lavorare con lui è stato molto facile, perché, essendo uno sceneggiatore, ha fatto un trattamento di quelle che potevano essere eventuali mie mancanze, ma sinceramente io ero molto preparato, per cui gli ho rivolto una quindicina di domande: ad ogni domanda ci fermavamo, in modo che si potesse così concentrare sulla successiva.

La gentilezza di Sonego, la sua calma di intellettuale molto equilibrato è stata una caratteristica che ci ha permesso di lavorare con grande agilità. La mia tesi di laurea su Rodolfo Sonego non riguardava solo lo sceneggiatore, ma la storia dell’italiano dal dopoguerra ai giorni nostri: attraverso questo studio ho realizzato non solo un formato cartaceo, ma anche una videotesi di compendio alla parte scritta. Questa videotesi ha avuto molto successo, tanto che ho preso il massimo dei voti e la lode, ma partendo da 94,5 di media che avevo: ho ottenuto un record dell’Università di Padova grazie a Rodolfo Sonego, quello di avere quindici punti e mezzo più la lode. È stata una tesi molto valutata, anche perché questa parte video ha avuto un grande successo: io poi l’ho portata tra l’altro a parecchie conferenze dedicate a Sonego, tra cui quella molto importante intitolata Storia e società nei film di Rodolfo Sonego del 5 aprile 1991 (Palazzo Crepadona Belluno, moderatore Fiorello Zangrando, con Gian Piero Brunetta e Antonio Costa) nella quale ha partecipato lo stesso Rodolfo a Belluno, dopo molto tempo che lui non andava nella sua città natale, essendo nato lì il 27 febbraio 1921. Era un momento d’incontro con le sue roots, con molti amici ma anche con i suoi parenti: è stata una cosa molto commovente, oltre che molto importante dal punto di vista intellettuale.




Lea Massari e Alberto Sordi in Una vita difficile (1961),
sceneggiato da Rodolfo Sonego e diretto da Dino Risi


Sonego ha combattuto la Resistenza sulle montagne del bellunese con Suo padre, eventi ispiratori anche della sua sceneggiatura capolavoro, quella per il film Una vita difficile di Dino Risi: quanto è stato importante quell'esempio nel suo percorso e nelle sue scelte di vita personali e professionali, nonché per le sceneggiature che avrebbe poi scritto?

 

Rodolfo Sonego è stato, come mio padre, commissario: lui del Battaglione Belluno, mentre mio padre del Battaglione Fulmine. Entrambi hanno combattuto la Resistenza nel Bellunese sotto il Terzo Reich: mio padre era del ’25, più giovane di Sonego di quattro anni, e si sono trovati a combattere giovanissimi. Sonego diceva che questa era una guerra di ragazzi contro uno degli eserciti più preparati al mondo: anche se facevano parte del movimento della Resistenza bellunese, Sonego era nella parte più legata al Partito d’Azione, quella più centrista, mentre mio padre faceva parte della Brigata Mazzini, che era la parte più di sinistra del movimento della Resistenza, e tra i due battaglioni di cui facevano parte ci sono stati anche un po’ di problemi di comprensione ai tempi della guerra. Sonego era militare ed aveva avuto un esperienza assai fortunata, nel senso che era finito in un riformatorio di giovani ufficiali per il fatto che una sera l’avevano trovato con dei suoi amici ad imitare dei discorsi di Stalin prima di dormire e per punizione non l’avevano mandato in Russia, per cui, a differenza di Mario Rigoni Stern e di tanti altri che avevano dovuto affrontare questa campagna terribile, Sonego si è salvato. Con l’8 settembre si trova con una gran fame: era un periodo abbastanza difficile, e lui si è mosso dal Piemonte verso la zona dell’Alpago. Lì si è unito al movimento della Resistenza ed ha combattuto questi due anni che per lui sono stati un esperienza molto importante dal punto di vista formativo.

Nel 1946 abbiamo il suo primo film, Pian delle Stelle, scritto tra gli altri da Indro Montanelli. Il comitato del CLN gli dice: “Rodolfo, tu sei il più intellettuale di noi: vogliono girare un film nell’agordino, chiedono di avere qualcuno che abbia vissuto l’esperienza della Resistenza, perché non provi ad essere il mediatore tra la realtà che tu hai vissuto e questi che sono attori?”. Il film io l’ho rivisto preparando questo libro su Sonego, e devo dire che è terribile dal punto di vista dell’ideologia e dei dialoghi: si parla sempre al passato remoto, è tutto molto impostato in modo teatrale… Indro Montanelli non era proprio l’intellettuale giusto per fare un film come in quel momento stavano facendo Rossellini e De Sica. Il neorealismo si appropria del linguaggio della gente comune, e invece questo film è tutto impostato dentro una vecchia visione fascista. Per questo a Sonego non è mai davvero piaciuto: infatti lui non è potuto intervenire sui dialoghi, ma è intervenuto invece sui luoghi, il modo di vestire e di essere, e in effetti da questo punto di vista il film è interessante, perché comunque è stato girato quasi in presa diretta con la storia della Resistenza, però è un film un po’ da dimenticare sotto il profilo dei contenuti e della realizzazione estetica, troppo legata a quelle funzionalità melodrammatiche del passato.

Dopo questo primo film Sonego ha la fortuna di incontrare a Venezia un produttore esecutivo, tal Bianchini, che gli dà l’opportunità di lavorare per Rossellini e Sergio Amidei, proprio per il fatto che lui è molto bravo a raccontare i fatti della guerra nelle trattorie veneziane. La trattoria diventerà un luogo comune importante nella vita di Rodolfo Sonego e anche dei suoi film, perché Bianchini lo incontra proprio in una trattoria veneziana: lui era lì con Turcato e Vedova. Era molto amante della pittura e nel secondo dopoguerra ha realizzato decine e decine di disegni. Con questi disegni parte col treno diretto a Venezia e lì incontra questi pittori oggi molto noti. Sonego era andato lì per la pittura, ma in queste trattorie racconta i fatti di guerra con molta ironia e poca drammaticità, con capacità di selezione degli argomenti da un punto di vista estetico e narrativo: il suo modo di raccontare così affabile era molto divertente, Bianchini lo sente e gli propone di scrivere qualcosa per Sergio Amidei e Roberto Rossellini. Rodolfo Sonego si trova così a Roma, e lì incomincia a vivere la prima parte di Una vita difficile, quella che vediamo nella scena della Trattoria Menghi: nella prima parte, quella di Alberto Sordi nel fienile, c’è più una questione fantastica, però aveva conosciuto gli imboscati e sapeva come funzionavano queste situazioni, ma lì inizia il primo rapporto con la memoria. L’autobiografia è poco sviluppata da Sonego, perché non parla mai di sé stesso ma sempre dei personaggi che ha intorno, e in Una vita difficile si vede proprio questo primo momento, nel quale lui vive per un periodo in Piazza di Spagna 70, nell’abitazione di Sergio Amidei, quella che abbiamo visto in alcune sequenze di Roma città aperta. Sonego finisce lì perché viene da Belluno: costruendo la sceneggiatura di Paisà insieme ad Amidei e a Fellini, Rossellini chiede che arrivino delle testimonianze in presa diretta dalle varie “mille e un Italia”. Dal Sud arriva così Brancati, piuttosto che Sonego da Belluno, e il triestino Amidei si nutre di queste testimonianze di personaggi che vengono raccolti dai produttori esecutivi nelle trattorie, nelle piazze e nelle strade di tutt’Italia: sono dei giovanotti che hanno fatto la guerra come partigiani o che l’hanno vissuta da imboscati, oppure che hanno fatto i militari, ma sono soprattutto degli intellettuali che arrivano proprio in quel momento a Roma per raccontare ciò che loro hanno visto.

Questo è il neorealismo: tutto passa attraverso il filtro della capacità di sintesi di uno sceneggiatore importante per la sua forza descrittiva come Sergio Amidei, oppure molto fantasiosa come quella di Cesare Zavattini, e loro diventano i grandi maestri perché sono nati all’inizio del Novecento, hanno lavorato sotto il fascismo alle sceneggiature di decine e decine di film ed hanno imparato il passaggio verso una lingua che non è più la lingua teatrale, ma è quella che viene dalle strade. Sonego incontra Amidei e poi Zavattini, ma l’incontro con Amidei serve proprio ad introdurlo nel mondo del cinema. La cosa divertente è che Sonego era andato a Roma, grazie alle trentamila lire che Amidei e Rossellini gli diedero, con l’idea di unirsi al Gruppo Uno dei pittori del tempo: quindi ha la fortuna di andare a Roma per diventare sceneggiatore, e la sfortuna di non riuscire a fare quello che voleva veramente, cioè diventare anche lui un Guttuso. Sonego disegnerà per tutta la vita, ma i suoi disegni non saranno mai valutati positivamente quanto lo saranno le sue sceneggiature. Fino al 1953 Rodolfo Sonego impara a fare il mestiere lavorando su copioni che sono scritti a molte mani: così conoscerà infatti  Flaiano, Malerba, Pirro, Age e Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi, Scola e Maccari, tutti questi giovanotti che diventeranno i grandi sceneggiatori della seconda generazione del neorealismo, che poi si trasformerà in commedia di costume, di cui Sonego diventerà appunto uno dei principali autori.

 

Sonego è ricordato soprattutto per il suo sodalizio artistico con Alberto Sordi, iniziato nel 1954 (Il seduttore) e proseguito sino alla fine delle loro esistenze: secondo Lei, quanto deve all'acuto e brillante talento di Sonego la definizione e lo sviluppo del personaggio “tipo” imposto da Sordi sullo schermo nell'arco di questo sodalizio ultraquarantennale, e quali sono stati i suoi momenti più significativi?

 

Dopo aver collaborato alle sceneggiature di Camilla di Luciano Emmer e soprattutto di La spiaggia di Alberto Lattuada, il suo primo grande trampolino di lancio come sceneggiatore, Sonego arriva a casa di Franco Rossi: è una situazione fumosa quella della sceneggiatura del Seduttore, questo film del ’54 nel quale lavorano talmente tanti sceneggiatori che a un certo punto non si capisce più chi sia il più funzionale nella creazione. Anche Sordi è lì presente, ad un certo punto chiede cosa deve fare, e in quel momento Sonego gli racconta così bene questo personaggio di sciupafemmine un po’ gaglioffo che intellettualmente s’innamora di lui e gli dice: “Io e te saremo per sempre insieme”, come riportato anche nel saggio Il Cinema secondo Sonego, curato di Tatti Sanguineti. In questo incontro Sordi e Sonego incominciano a capire che servono l’uno all’altro, proprio perché sono completamente diversi l’uno dall’altro: sono due parti distanti di un unico italiano, quell’italiano medio che Alberto Sordi riesce a impersonificare perfettamente, ma che Sonego gli riconsegna molto pulito da quella che sarebbe la romanocentricità del personaggio che lo stesso Sordi proponeva già allora. Sonego vive la società civile; si muove come un Pinocchio sulle orme dell’altro suo maestro, Cesare Zavattini; gira col magnetofono, raccogliendo per Roma questi personaggi che fanno parte delle sue ricerche antropologiche e che ricostruisce sul modello dell’attore che ha a disposizione, appunto Alberto Sordi.

Sonego diventa così lo sceneggiatore di Sordi, e comincia a lavorare con questo personaggio che ha molta voglia di semplificare il suo percorso creativo ed avere pertanto una persona di fiducia che gli permette di ridurre i tempi di scrittura di un film. Per esempio, il 1959 sarà un anno in cui faranno una dozzina di film insieme, perché Sonego è talmente bravo nell’organizzargli questi personaggi che Sordi entra ed esce dai teatri di posa. Si dice che Sonego leggesse tutti i copioni che Sordi intendeva valutare, anche quelli non scritti dalla sua mano, in pratica fungeva da consulente e da uomo di fiducia per il grande attore romano.  In questi film si vede questo personaggio che ha pregi, ma soprattutto tanti difetti, e che, attraverso il sarcasmo dell’ironia che Sonego dà ai personaggi stessi, diventano col tempo sempre di più il segno di un Italia che sta cambiando, sta uscendo dal secondo dopoguerra e si trasforma col boom economico. Alberto Sordi impersonifica questi cambiamenti costanti, che vengono però ripresi nella realtà da Rodolfo Sonego, che è sempre più importante per la vita di Sordi, fino a diventare, da Una vita difficile in poi, lo sceneggiatore principe dei suoi film. Sonego diventa molto bravo nel compilare le sceneggiature dal punto di vista tecnico che piace molto a produttori come Dino De Laurentiis, Angelo Rizzoli, Gianni Hecht Lucari proprio perché consegna loro delle sceneggiature che, come dice Dino Risi, “basta girarle”. Una vita difficile vede questo trio incredibile della commedia di costume: Dino Risi, Rodolfo Sonego e Alberto Sordi in una delle più importanti elaborazioni di questa figura di italiano che dalla guerra di Resistenza arriva addirittura al 1961, oltrepassando un ventennio nel quale giunge ad un tipo di società molto vicina alla nostra. Claudio Gora è il Berlusconi del tempo: c’è una battuta di Franco Fabrizi che afferma che lui ha tutto in mano – le riviste, il cinema, l’industria. Dietro a questa figura Sonego stava guardano a Rizzoli, che era un po’ il pre-Berlusconi, ma, se guardiamo oggi a quel personaggio, mancano televisione e calcio e avremo perfettamente il Berlusconi d’oggi. Sonego è il primo ad arrivare perfettamente sopra una deformazione del sistema che attraverso il boom economico si sta portando verso il futuro: con queste deformazioni, guardando all’anticonformismo intelligente di Rodolfo Sonego, oggi possiamo vedere questi quarant’anni di storia di un italiano che subisce drammaticamente un debito pubblico non solo a livello economico, ma soprattutto a livello etico e morale.

Il disco volante, uno dei primi film di Tinto Brass, è eccezionale: Alberto Sordi fa cinque ruoli incastrati perfettamente, e racconta le campagne venete come nessun’altro film. In Lo scopone scientifico abbiamo invece un Sordi artisticamente diverso da quello dell’italiano medio: lì si va su altri livelli di recitazione, e io credo che la capacità di Sordi e Sonego sia proprio quella di avere non solo immaginato, ma anche raccontato momento per momento quest’italiano nella sua devoluzione, piuttosto che evoluzione, fino ad arrivare all’oggi. Assolto per aver commesso il fatto sembra proprio aprire le porte a Tangentopoli, con quest’imprenditore delle televisioni che viaggia con gli aerei privati. Sordi e Sonego si sono sentiti tutte le mattine al telefono, fino al giorno della morte di Sonego: a metà degli anni Sessanta, Sordi decise di diventare regista, e Sonego glielo fa capire in tutti i modi che sono pochi quelli in grado di fare sia l’attore che il regista. Sordi però convince Sonego, siccome diventa in parte produttore dei suoi film, ma lui non vedrà mai bene questa scelta: l’ha sempre detto, in presa diretta con i film che stava facendo, che Sordi non era molto bravo nel dirigere se stesso, fino all’ultimo film, Incontri proibiti con la Marini, dove c’è una scena con Sordi sotto un muro, e una signora che sta lì a guardare questi che stanno girando, ma Sordi che aveva fretta (forse lo aspettavano gli amati bucatini all’amatriciana) disse la famosa frase: “bona la prima!”. Così quest’immagine finì nel film. Se Kubrick girava settanta volte una scena, per Sordi era “bona la prima”, perché lui era l’attore che si considerava il migliore come regista, per cui non poteva sbagliare qualcosa: Sordi era un grandissimo attore e un bravo sceneggiatore, ma non era assolutamente un regista degno di nota, e questo Sonego ha cercato di farglielo capire in tutti i modi, purtroppo non riuscendoci.




Un ritratto di Rodolfo Sonego


A dieci anni dalla scomparsa, cosa crede rimanga di Sonego come uomo e come sceneggiatore?

 

Oggi credo manchi quella capacità di sintesi che aveva Rodolfo Sonego nel descrivere l’italiano, come lui faceva fin dall’inizio per i racconti di guerra: non li raccontava mai in senso drammatico, come denunce sociali, ma attraverso la ricognizione dei difetti. A parte Verdone, che è stato l’ultimo autore a lavorare con Sordi e Sonego, la commedia all’italiana si è evoluta, guardando a Veronesi: non dico che non ci sia un buon livello medio, sia interpretativo che registico, ma nella fase di sceneggiatura manca l’ironia e la capacità di descrivere il personaggio dai toni lievi. Rodolfo Sonego era una persona che aveva una mentalità scientifica: nella sua casa di Santa Maria di Feletto c’erano una serie di volumi di astronomia, astrologia, chimica e matematica, oppure di letteratura russa, quindi una letteratura molto analitica, scritta su perfezionismi quasi matematici del testo. Lui s’interessava poco di scienze umanistiche, gli piaceva molto la tecnica: aveva infatti evoluto dal punto di vista tecnico la struttura di Cesare Zavattini, che raccontava degli aspetti ma non il personaggio, come invece ha fatto Sonego, che tecnicamente ignorerà la struttura narrativa, anche per il fatto che, avendo lui lavorato anche al montaggio ed essendo stato parecchie volte aiuto-regista, sapeva semplificare la sceneggiatura e renderla perfetta, al punto che i produttori volevano le sue sceneggiature perché poi costava poco girarle, evitando i tempi morti di trattamento che una volta in scena sono parecchio dispendiosi. In questa capacità tecnica di fare le sceneggiature perfette, Sonego piace così tanto ai produttori che gli danno dei contratti per andare a girare il mondo: Sonego è infatti anche lo sceneggiatore dei film all’estero, come Le svedesi, Il diavolo e Un italiano in America, fino ad arrivare al film con Jerry Calà Sottozero; tutti film che parlano dell’italiano all’estero, con i suoi pregi e difetti nei confronti delle altre mentalità, e che sono di un ironia davvero superba.

Viaggiando per anni ed anni, Sonego diventerà amico di Gene Hackman e farà il trattamento di film importantissimi sul mercato americano, anche se lui, non sapendo l’inglese, lo faceva tecnicamente: in questi casi non costruiva le sceneggiature, ma le tagliava e sistemava a seconda delle necessità di Dino De Laurentiis o di Gianni Hecht Lucari, i produttori per cui ha lavorato con più continuità. Oggi manca quello sceneggiatore perfetto che era Rodolfo Sonego, colui che ti consegna una sceneggiatura che, come ho già detto per Risi, ma lo dicevano anche Luigi Zampa o Luigi Comencini, “tu la prendi in mano e hai già tutto girato”. Sonego ha unito tutto questo: la parte tecnica, la parte dialogica, la parte di costruzione dei personaggi… Era uno sceneggiatore completo, che ha saputo lavorare da solo (di solito nel cinema italiano si lavora alla sceneggiatura in coppia) per due terzi dei film che ha firmato: questa è una qualità molto rara nel cinema e dobbiamo riconoscerla, così come la sua dota innata di sintetizzare concetti e rappresentare personaggi attraverso un’introspezione psicologica mai banale e spesso geniale per come i suoi film, ancor oggi, aderiscano alla realtà e siano ancora fortemente piacevoli, vedibili, divertenti, ma soprattutto diano il senso di una lezione di vita con la naturalezza che solo i grandi umanisti consegnano ai posteri.




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