TRADUCENDO MONDI
SULLA POETICA
DI PÉTER NÁDAS
La societŕ dei bambini e la violenza degli adulti


      
La traduttrice dell’importante scrittore ungherese, da anni candidato al Premio Nobel, traccia un suo profilo critico e biografico. Nato 68 anni fa, da una famiglia di origine ebraica, rimasto orfano ancora adolescente, a lungo censurato dal regime comunista, ha faticato ad imporsi. Presso Zandonai č uscito quest’anno “Minotauro”, un volume di racconti ambientati, in gran parte, nel cupo periodo del socialismo reale visto dallo sguardo stupito dei minori, spesso indotti a diventare complici dell’ipocrisia e della ferocia dei loro genitori.
      



      

di Andrea Rényi

 

“Molte volte ho sentito adulti esterrefatti affermare che la societŕ dei bambini č molto crudele. Sono del parere che non eravamo piů crudeli dei nostri genitori, e che le nostre azioni rappresentavano l’opinione sul signor Róth che tutti loro avevano maturato negli anni. Diciamo che eravamo meno consapevoli del valore delle nostre azioni rispetto ai membri piů maturi della societŕ. Indubbiamente la sinceritŕ che distingue la crudeltŕ dei bambini da quella subdola, piů calcolata degli adulti, accelerň gli avvenimenti. Li accelerň perché credevamo di confermare le loro idee, di mettere in pratica i loro pensieri e quelli, invece di ritirarsi spaventati, presero coraggio”. (“L’agnello”, tratto dal volume Minotauro di Péter Nádas, p. 79)

 

“Meno libri piů lettori”, articolo a p. 57 de la Repubblica del 7 ottobre 2010: “Intanto anche qui arriva l’ultima eco del toto Nobel. Il premio, che sarŕ annunciato oggi, vede ancora super favoriti dai bookmaker McCarthy e Ngugi. Con l’incognita dell’outsider ungherese Péter Nádas.”

Sono molto affezionata ai ricordi di gioventů, anche a quelli meno belli. Sono nata in Ungheria in piena epoca staliniana, sono stata bambina negli anni della dura repressione post-rivoluzionaria e adolescente sotto la dittatura dal volto appena piů umano di János Kádár. Nelle sue prime opere Péter Nádas, definito da Susan Sontag “uno dei piů importanti autori del secolo” (il ventesimo), da anni in odore di Nobel, racconta storie che potrei anche definire tipiche della mia infanzia, restituendone magistralmente i colori, gli odori, i sapori e l’atmosfera. Quando rileggo le novelle de La Bibbia (Bur, 2009) e del Minotauro (Zandonai, 2010), rivivo sensazioni ben note, rivedo figure familiari. Tradurle č stato infatti un immenso piacere e naturalmente un grande privilegio.




Péter Nádas (ph. Dömötör Mihály)


Péter Nádas č nato nel 1942 in una famiglia di origine ebraica, ma č stato battezzato nella chiesa protestante. Dopo una lunga malattia sua madre muore nel 1955 e suo padre, attivo nella Resistenza durante l’assedio di Budapest nel 1944, poi alto funzionario del partito unico nel dopoguerra, si toglie la vita nel 1958 in seguito a un processo farsa e alla conseguente perdita di ogni illusione e speranza. Rimasto orfano di entrambi i genitori a soli sedici anni, Nádas impara il mestiere di fotografo (la fotografia rimarrŕ sempre una sua grande passione), inizia a lavorare come fotoreporter e poi anche come giornalista, ma non accetta di scrivere articoli menzogneri, e per poter continuare a scrivere sceglie la strada della narrativa. Non amato dal regime, si rifugia in campagna; per anni i suoi libri non vengono pubblicati e non gli viene dato neppure il permesso di viaggiare all’estero. A vent’anni, nel 1962, scrive la lunga novella (o breve romanzo) La Bibbia che dŕ anche il titolo al volume comprensivo di tre racconti pubblicato da Bur (da me tradotto) nel 2009. La Bibbia č in cima alla mia classifica delle opere letterarie ungheresi, negli anni l’ho imparata quasi a memoria. Inizia con una citazione di John Locke tratta da An Essay Concerning Human Understanding: “No Innate Principles in the Mind”; l’essere umano č solo un prodotto delle circostanze, dell’ambiente e dell’educazione. In questa storia narrata dal bambino protagonista con l’occhio fotografico convivono tre generazioni di una famiglia nell’Ungheria rozza e soffocante dell’era Rákosi. I genitori sono funzionari del partito, dovrebbero essere quindi “gli uomini nuovi”, i nonni facevano parte della classe operaia oppressa prima della seconda guerra mondiale, ma la ragazza venuta dalla campagna per aiutare in casa, che deve chiamarli “compagni” sarŕ trattata e umiliata come una serva.

In questa prima novella l’autore dispone giŕ di quella straordinaria capacitŕ di ambientazione e di tratteggio psicologico, che ritroveremo nella sua successiva produzione ricca e variegata.

I nove racconti, scritti tra il 1963 e il 1975, che compongono la raccolta intitolata Minotauro, pubblicata poche settimane or sono dalla piccola ma coraggiosa casa editrice Zandonai, specializzata nelle letterature della Mitteleuropa, costituiscono il seguito naturale de La Bibbia. La maggior parte sono storie ambientate nel cupo periodo comunista visto dallo sguardo stupito dei bambini, che a volte diventano complici dell’ipocrisia e della ferocia degli adulti. L’člite politica che non sa dare esempio positivo ai figli, una veterana della Resistenza che vive nel bozzolo dei ricordi, incapace di relazionarsi con il presente e con gli altri, la recrudescenza dell’antisemitismo sempre vivo nella societŕ magiara sono alcuni dei temi di questi racconti. Trovo esemplare il paragrafo de “L’agnello” sull’antisemitismo lessicale:

“Mia madre non aveva mai pronunciato la parola ‘ebreo’. L’avrei notato, dal momento che ero solito soppesare le parole che ascoltavo, perché era un termine fondamentale nel lessico impiegato nel mio ambiente, a seconda dell’accento acquisiva vari significati e fin dalla mia prima infanzia costituiva un vero e proprio giudizio. Non era una condanna, ma la consapevolezza che per una colpa non meglio definita, una scure si ergeva a pochi centimetri dal collo dell’interessato, il quale certamente se lo meritava. Forse era l’accento particolare a richiamare la mia attenzione su quella parola fin da bambino, indipendentemente dall’accezione e dai contenuti; probabilmente per questo me la ricordo con tanta nitidezza.

«Ti ammazzo di botte, bastardo di un ebreo!»

Quest’esclamazione uscě una volta dalla bocca di mio padre e se non l’avesse pronunciata non mi ricorderei della sua espressione sconvolta, delle arterie rigonfie sul collo, del viso rosso acceso per la rabbia e l’alcol mentre si accingeva a colpirmi”.






I bambini di Nádas non si ribellano apertamente, imparano a convivere in silenzio con la delusione nei comportamenti dei genitori e degli adulti in generale. Anche i rapporti fra loro sono basati spesso sulla sopraffazione e sulla violenza. Soltanto il protagonista del racconto intitolato proprio “I bambini” compie un gesto di ribellione nell’occasione di una ipocrita festa di compleanno:

“La bambina di fronte a lei si mise nella posizione del cane implorante. In quel momento di assoluto silenzio si sentirono avvicinarsi dei passi da qualche parte lontana dell’appartamento. I gesti si fermarono a mezz’aria. Sanyi diede una rapida occhiata in giro, fece un balzo nella direzione della porta, ovvero nella direzione opposta ai passi che si facevano sempre piů vicini, ma prima di uscire afferrň con una sola mossa della mano appiccicosa un lembo della tovaglia rosa e la strattonň. Le torte e i pezzi del servizio di porcellana volarono dappertutto, atterrarono sul pavimento e sulla testa dei bambini inginocchiati, la panna schizzň via e la cioccolata calda colň per terra. Rimase per un attimo a rimirare la scena, poi saltň fuori dalla porta, ne aprě con foga altre davanti a sé e si inoltrň nel labirinto della casa sconosciuta; attraversň a balzi camere e sgabuzzini, tappeti e scale, prima di uscire all’aperto, sulla strada, ma nemmeno lě si fermň. Le gambe lo trasportarono tremante e con una leggerezza mai sentita prima, come se stesse volando, senza sapere dove”.

 

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Péter Nádas (1942) č tra i piů importanti e apprezzati scrittori ungheresi contemporanei. Autore di romanzi e racconti, commediografo e fotografo, i suoi libri sono tradotti da decenni in tutto il mondo. Membro della prestigiosa Kunstakademie di Berlino, ha ricevuto svariati riconoscimenti internazionali – tra i quali il Premio statale austriaco per la Letteratura europea (1991) e il Premio Kafka (2003). In Italia č stato scoperto soltanto nel 2009.

Andrea Rényi č nata a Pécs (Ungheria), cresciuta a Budapest, ma vive da molti anni a Roma. Interrotti gli studi di giurisprudenza in Ungheria, si č laureata a La Sapienza in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Ha insegnato tedesco per 16 anni in scuole di lingue e di recupero e contemporaneamente ha lavorato come interprete/traduttrice ungherese-inglese per conto del Committee on International Migration. Ha lavorato per 13 anni in una grande industria grafica come management assistant/traduttrice/interprete.  Traduce da 5 anni per l’editoria, ha collaborato con le case editrici Baldini Castoldi Dalai, Fazi, nottetempo, Dedalo, Bur, Zandonai, Il Melangolo, Elliot e Atmosphere Libri, e sta traducendo il terzo titolo di Péter Nádas (di nuovo per Zandonai).




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