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di Marco Palladini
Racconta
il quasi settantenne Bob Wilson di avere incontrato Samuel Beckett a metà degli
anni ’70, in occasione della messinscena di uno dei suoi primi spettacoli A Letter for Queen Victoria, una vera
opera teatral-musicale di cui era l’autore, nonché uno degli interpreti.
Beckett ebbe la gentilezza di venire a complimentarsi in camerino e, col suo
stile asciutto, gli disse di aver apprezzato “il testo frammentato e non
sequenziale”. Era il sicuro indizio che Beckett aveva ravvisato un sotterraneo,
ma esplicito legame di consonanza tra il suo teatro e quello
dell’autore-regista texano. Del resto, l’allora 34enne Wilson sentiva di avere
una certa “affinità” col mondo poetico beckettiano. Eppure ci sono voluti ben
35 anni perché si decidesse ad affrontare direttamente i testi beckettiani, con
ciò celebrando l’incontro in scena sempre rimandato tra due delle più
importanti figure mondiali del teatro del ’900. Così, nel 2010 auspice il 52mo
Festival dei 2 Mondi di Spoleto, ha inscenato Giorni felici con Adriana Asti, e si è incaricato di interpretare
personalmente uno dei testi-chiave del Moderno secondo Beckett ovvero L’ultimo
nastro di Krapp, da poco ripresentato al Teatro Valle di Roma.
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Robert Wilson in L'ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett (2010)
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Sono
andato a vederlo con il dubbio che questo eclatante incontro Wilson-Beckett
avvenisse oramai fuori tempo massimo. Da varie decadi Wilson ha cessato di
essere ‘motore’ di avanguardia scenica, inventore del ‘nuovo’, l’ultimo lampo
di grande creatività ‘senza rete’ lo ebbe negli anni ’80 con the Civil WarS, poi il regista
americano trapiantato in Europa, si è tramutato nell’impeccabile confezionatore
di spettacoli, anche molto belli, ma che erano soltanto la riconferma di un
‘grande stile’, di una prestigiosa ‘griffe’ di alta sartoria teatrale. E, in
più di un senso, questo suo Krapp non
si sottrae a tale impressione di ‘già molto visto’. Epperò di fronte
all’attuale, assai pompata prevalenza di un teatro post-postmoderno che veicola
per lo più melodrammatismi e telenovelas in salsa ‘progressive’ e pop – penso
all’argentino Rafael Spregelburd, al franco-canadese di origine libanese Wajdi
Mouawad, ai nostrani Ricci-Forte – si finisce per riapprezzare fortemente una
modernità teatrale che era, principalmente, critica del linguaggio,
disvelamento e decodifica dialettico-negativa dei meccanismi mimetici e
realistici, nonché ideologico-sentimentali del teatro borghese.
Il
Krapp di Wilson non ha niente di
‘trasgressivo’, egli si muove all’interno della rigorosa partitura scenica
beckettiana (in cui, si sa, le didascalie sono altrettanto importanti delle
battute), semplicemente cercando una sua libertà di interprete creativo,
forzando i tempi o giocando sui ‘tempi morti’, lavorando sulle pause, e
naturalmente operando sull’immagine e sul magistrale disegno-luci.
Si
parte al buio con un tuono fragoroso come l’esplosione di una bomba, si alza il
sipario e si ode il ticchettio di una pioggia scrosciante i cui riflessi
vediamo sul grande armadio a vetri retrostante la massiccia scrivania a cui è
seduto Krapp-Wilson. L’ambiente è quello asettico e cupo di un ufficio. Ai due
lati ci sono delle lunghe mensole con sopra impilate scatole e faldoni.
Simmetricamente ci sono in alto sei finestrelle per lato, come ci trovassimo in
un claustrofobico scantinato. Il tempo del preambolo si dilata smisuratamente
tra rumori concreti e luci lampeggianti da temporale. It’s a hard, hard rain is going to fall, avrebbe cantato
Bob Dylan. L’altro Bob, Wilson, ha una
camicia chiara senza colletto, panciotto e pantaloni neri, vistose calze rosse.
I capelli neri sono incollati al cranio, il volto è ricoperto di biacca con le
sopracciglia disegnate secondo un clown bianco o, volendo, un attore del teatro
Nô giapponese.
È
tutto spietatamente raggelato e chirurgicamente calibrato tra architettonici
neon e flash di luce e controluce, dove Wilson agitando le ‘manone’ anch’esse
imbiancate si produce in alcuni stop-immagine grotteschi o da fumetto, quasi
ammiccando al Joker di Jack Nicholson nel Batman
cinematografico. Rallenta i tempi e i gesti, traffica con il grosso
registratore a nastro deposto sulla scrivania, ascoltando la sua voce incisa
trent’anni prima. Poi, con un rapido scatto d’ira, getta a terra tutte le
scatole piene di “bobiiiiiiine”, con un effetto sonoro iper-amplificato. La
pellicola visiva in un bianco e nero raffinato dello spettacolo è minimale, ma
di squisita, controllatissima sapienza. Wilson, col suo corpo torreggiante e
dinoccolato, agile nonostante l’età, esegue la partitura beckettiana senza
infrazioni, diligente e preciso, certamente divertito nel suo incarnare un
personaggio esemplare dell’intera poetica beckettiana. Questo Krapp che ascolta
i pensieri di un se stesso 39enne, che non riconosce più o che adesso considera
un “povero cretino”, rivoltolandosi lungo le piste di un’infelicità nichilista,
tra input di misoginia e ondate di malinconia senza desideri, è una delle
figure più potenti e paradigmatiche della tragicità moderna. Laddove il tragico
nel Moderno è sempre ‘abbassato’ di grado e di tono, e non di rado rasente la
mera imbecillità.
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Robert Wilson in L'ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett (2010)
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Wilson
non soltanto coincide perfettamente con l’età di Krapp (69 anni), ma ce lo
restituisce nel suo codice ‘di ghiaccio’ come un pagliaccio saltellante che
soltanto da anziano incomincia a intravedere la propria essenza: “… mi è
apparso finalmente chiaro che l’oscurità che ho sempre lottato per tener
lontana è in realtà la mia più…”. In questa sospensione c’è tutta l’acuta coscienza
beckettiana del cuore di tenebra, delle latebre dell’underworld, del nero sottosuolo antropologico che ha attraversato
il Novecento culturale e ‘cult’. Wilson se ne fa ‘specchio’ teatrale proprio
nel senso dei ‘neuroni specchio’ che si attivano, nel nostro cervello, quando
osserviamo qualcun altro fare una certa azione, e sono i medesimi neuroni che diventano
operativi quando siamo noi a compiere quella stessa azione. Questo teatro
estetico-neuronale che rispecchia l’eclissi del XX secolo è peraltro
interamente nel segno della rinuncia. Il beckettiano Krapp, già nel 1958,
concludeva profeticamente la sua pièce dicendo: “Forse i miei anni migliori
sono finiti. Quando la felicità era forse ancora possibile. Ma non li rivorrei
indietro. Non col fuoco che sento ora in me. No, non li rivorrei indietro”.
L’addio al Novecento di Beckett-Wilson è privo di qualunque nostalgia, tanto
quanto è scevro di futuro. Amen.
Ottobre 2010
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