TEATRICA
ROBERT WILSON
INTERPRETA
SAMUEL BECKETT

Un addio
al Novecento
senza nostalgia


      
L’autore-regista texano si è deciso a quasi settant’anni a mettere in scena uno dei testi cardine del grande drammaturgo irlandese: “L’ultimo nastro di Krapp”. Forse si tratta di un incontro fuori tempo massimo, però nel segno di uno stile ‘alto-moderno’ tanto più riapprezzabile, nel suo nucleo critico, oggi che va di moda un post-postmoderno teatrale in cui abbondano neoneorealismi ‘mélo’ e telenovelas ‘impegnate’ in chiave pop.
      




      

di Marco Palladini

 

 

Racconta il quasi settantenne Bob Wilson di avere incontrato Samuel Beckett a metà degli anni ’70, in occasione della messinscena di uno dei suoi primi spettacoli A Letter for Queen Victoria, una vera opera teatral-musicale di cui era l’autore, nonché uno degli interpreti. Beckett ebbe la gentilezza di venire a complimentarsi in camerino e, col suo stile asciutto, gli disse di aver apprezzato “il testo frammentato e non sequenziale”. Era il sicuro indizio che Beckett aveva ravvisato un sotterraneo, ma esplicito legame di consonanza tra il suo teatro e quello dell’autore-regista texano. Del resto, l’allora 34enne Wilson sentiva di avere una certa “affinità” col mondo poetico beckettiano. Eppure ci sono voluti ben 35 anni perché si decidesse ad affrontare direttamente i testi beckettiani, con ciò celebrando l’incontro in scena sempre rimandato tra due delle più importanti figure mondiali del teatro del ’900. Così, nel 2010 auspice il 52mo Festival dei 2 Mondi di Spoleto, ha inscenato Giorni felici con Adriana Asti, e si è incaricato di interpretare personalmente uno dei testi-chiave del Moderno secondo Beckett ovvero L’ultimo nastro di Krapp, da poco ripresentato al Teatro Valle di Roma.




Robert Wilson in L'ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett (2010)


Sono andato a vederlo con il dubbio che questo eclatante incontro Wilson-Beckett avvenisse oramai fuori tempo massimo. Da varie decadi Wilson ha cessato di essere ‘motore’ di avanguardia scenica, inventore del ‘nuovo’, l’ultimo lampo di grande creatività ‘senza rete’ lo ebbe negli anni ’80 con the Civil WarS, poi il regista americano trapiantato in Europa, si è tramutato nell’impeccabile confezionatore di spettacoli, anche molto belli, ma che erano soltanto la riconferma di un ‘grande stile’, di una prestigiosa ‘griffe’ di alta sartoria teatrale. E, in più di un senso, questo suo Krapp non si sottrae a tale impressione di ‘già molto visto’. Epperò di fronte all’attuale, assai pompata prevalenza di un teatro post-postmoderno che veicola per lo più melodrammatismi e telenovelas in salsa ‘progressive’ e pop – penso all’argentino Rafael Spregelburd, al franco-canadese di origine libanese Wajdi Mouawad, ai nostrani Ricci-Forte – si finisce per riapprezzare fortemente una modernità teatrale che era, principalmente, critica del linguaggio, disvelamento e decodifica dialettico-negativa dei meccanismi mimetici e realistici, nonché ideologico-sentimentali del teatro borghese.       

 

Il Krapp di Wilson non ha niente di ‘trasgressivo’, egli si muove all’interno della rigorosa partitura scenica beckettiana (in cui, si sa, le didascalie sono altrettanto importanti delle battute), semplicemente cercando una sua libertà di interprete creativo, forzando i tempi o giocando sui ‘tempi morti’, lavorando sulle pause, e naturalmente operando sull’immagine e sul magistrale disegno-luci.

Si parte al buio con un tuono fragoroso come l’esplosione di una bomba, si alza il sipario e si ode il ticchettio di una pioggia scrosciante i cui riflessi vediamo sul grande armadio a vetri retrostante la massiccia scrivania a cui è seduto Krapp-Wilson. L’ambiente è quello asettico e cupo di un ufficio. Ai due lati ci sono delle lunghe mensole con sopra impilate scatole e faldoni. Simmetricamente ci sono in alto sei finestrelle per lato, come ci trovassimo in un claustrofobico scantinato. Il tempo del preambolo si dilata smisuratamente tra rumori concreti e luci lampeggianti da temporale. It’s a hard, hard rain is going to fall, avrebbe cantato Bob Dylan. L’altro Bob, Wilson, ha una camicia chiara senza colletto, panciotto e pantaloni neri, vistose calze rosse. I capelli neri sono incollati al cranio, il volto è ricoperto di biacca con le sopracciglia disegnate secondo un clown bianco o, volendo, un attore del teatro Nô giapponese.

 

È tutto spietatamente raggelato e chirurgicamente calibrato tra architettonici neon e flash di luce e controluce, dove Wilson agitando le ‘manone’ anch’esse imbiancate si produce in alcuni stop-immagine grotteschi o da fumetto, quasi ammiccando al Joker di Jack Nicholson nel Batman cinematografico. Rallenta i tempi e i gesti, traffica con il grosso registratore a nastro deposto sulla scrivania, ascoltando la sua voce incisa trent’anni prima. Poi, con un rapido scatto d’ira, getta a terra tutte le scatole piene di “bobiiiiiiine”, con un effetto sonoro iper-amplificato. La pellicola visiva in un bianco e nero raffinato dello spettacolo è minimale, ma di squisita, controllatissima sapienza. Wilson, col suo corpo torreggiante e dinoccolato, agile nonostante l’età, esegue la partitura beckettiana senza infrazioni, diligente e preciso, certamente divertito nel suo incarnare un personaggio esemplare dell’intera poetica beckettiana. Questo Krapp che ascolta i pensieri di un se stesso 39enne, che non riconosce più o che adesso considera un “povero cretino”, rivoltolandosi lungo le piste di un’infelicità nichilista, tra input di misoginia e ondate di malinconia senza desideri, è una delle figure più potenti e paradigmatiche della tragicità moderna. Laddove il tragico nel Moderno è sempre ‘abbassato’ di grado e di tono, e non di rado rasente la mera imbecillità.  




Robert Wilson in L'ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett (2010)


Wilson non soltanto coincide perfettamente con l’età di Krapp (69 anni), ma ce lo restituisce nel suo codice ‘di ghiaccio’ come un pagliaccio saltellante che soltanto da anziano incomincia a intravedere la propria essenza: “… mi è apparso finalmente chiaro che l’oscurità che ho sempre lottato per tener lontana è in realtà la mia più…”. In questa sospensione c’è tutta l’acuta coscienza beckettiana del cuore di tenebra, delle latebre dell’underworld, del nero sottosuolo antropologico che ha attraversato il Novecento culturale e ‘cult’. Wilson se ne fa ‘specchio’ teatrale proprio nel senso dei ‘neuroni specchio’ che si attivano, nel nostro cervello, quando osserviamo qualcun altro fare una certa azione, e sono i medesimi neuroni che diventano operativi quando siamo noi a compiere quella stessa azione. Questo teatro estetico-neuronale che rispecchia l’eclissi del XX secolo è peraltro interamente nel segno della rinuncia. Il beckettiano Krapp, già nel 1958, concludeva profeticamente la sua pièce dicendo: “Forse i miei anni migliori sono finiti. Quando la felicità era forse ancora possibile. Ma non li rivorrei indietro. Non col fuoco che sento ora in me. No, non li rivorrei indietro”. L’addio al Novecento di Beckett-Wilson è privo di qualunque nostalgia, tanto quanto è scevro di futuro. Amen.

 

 

Ottobre 2010

 

 




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