di
Chiara Pirri
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Silvia Calderoni in Let the Sunshine in- Motus, 2009
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L’ultima trilogia dei Motus, Syrma Antigonès (Let the Sunshine in, Too Late! e Iovadovia), affronta la figura dell’eroina greca come icona
politica, che assurge a figura della rivolta giovanile del mondo antico come di
quello contemporaneo.
Per quest’ultima esperienza artistica i
Motus abbandonano video, musica, narrazione audio-visiva e si mettono in
viaggio.
Un viaggio nel mondo reale e quotidiano
iniziato con (x)ics, Racconti crudeli della giovinezza, la cui genesi
risiede nell’ascolto delle voci e dei corpi che abitano le periferie delle
grandi città italiane ed europee, mossi da un desiderio di poco e di silenzio,
di non costruire per porsi in ascolto della vita reale.
Dall’intimità di un amore morboso che si
svolge tra le mura di casa, in Rumore Rosa del 2006, i Motus si lasciano
a poco a poco guidare dalla sapienza teatrale dell’attrice premio Ubu, Silvia
Calderoni, con loro già in Rumore Rosa, poi in x(ics) fino a
quest’ultima trilogia, di cui ne è la protagonista indiscussa, la materia e lo
spirito.
Con lei escono all’esterno, per le
strade, ma anche in senso metaforico fuori dall’estetica che li ha
caratterizzati fin’ora.
«Il teatro è l’unica arma che abbiamo
per dire qualcosa sul nostro presente. Per questo si tratta sempre di un fatto
politico».
Un’ urgenza politica manifesta muove la
compagnia a scegliere l’eroina greca come figura eminente da indagare e
chiamare in soccorso della nostra epoca di disastri politici che nessuno sembra
denunciare con sufficiente vigore, dal caso Giuliani all’uccisione di Alexis
Grigoropolus, suo fratello di storia, ucciso in Grecia nel 2008 durante una
manifestazione contro la riforma dell’università. Il testo di Sofocle si
alterna ad una partitura fisica e testuale che nasce dall’improvvisazione in un
dialogo reciproco attraverso tutti e tre gli episodi. Il passaggio da una
dimensione letteraria ai riferimenti al contemporaneo è sempre esplicito e
repentino, talvolta accompagnato da commenti ed interrogativi riguardo la
genesi dello spettacolo, il momento di creazione e prova.
Silvia Calderoni coinvolge il suo
interlocutore, unico e diverso per ognuno dei tre contest, e di rimando il
pubblico, nella lettura di un passato e di un presente personali, di figlia, di
giovane donna, di attrice, di individuo in un contesto politico e sociale,
soffermandosi con forza ed ingenuità giovanile sul senso vitale e sentimentale
che questi ruoli sociali assumono nella vita di ognuno.
Le vesti di Antigone le stanno un po’
grandi, le eroine non mangiano sedute a tavola con i genitori con lo sguardo
fisso alla tv, non hanno quadri nelle case, non hanno bisogno di fare teatro
per emanare e vivere una potenza misteriosa ed originaria che ha in sé il germe
della verità: la passione. Le eroine sono questa verità.
Nei tre spettacoli ogni gesto povero del
quotidiano, condiviso, assume un significato nuovo.
Siamo abituati ad un teatro di prosa, ad
un teatro metateatrale o anche a quel teatro che negando ogni specificità della
scena, non fa che riaffermarne i necessari presupposti, ma qui ci troviamo di
fronte a tutt’altra operazione, qui la scena scompare, sia fisicamente, perché
lo spettacolo è pensato per luoghi non convenzionali, spazi molto grandi, in
cui il pubblico incontra gli attori in un confronto ravvicinato e spesso non
attraverso una visione frontale, che concettualmente.
Gli attori corrono in mezzo al pubblico
posto in due schiere che si fronteggiano, sia nel primo che nel secondo
contest, ognuno di noi, come membro del coro della tragedia, sembra chiamato al
confronto con chi gli siede di fronte, spettatore inerme, e chi gli passa
davanti.
Ma oltre allo spaesamento fisico a cui è
sottoposto lo spettatore come già gli attori, ciò che ci porta a focalizzare
l’attenzione sulla scomparsa della scena e della dimensione teatrale in quest’ultimo
lavoro di Motus, è la potenza viva del corpo e della voce di Silvia Calderoni.
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Silvia Calderoni in Too Late! - Motus, 2009
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Coinvolto in questo suo stare sulla
scena, come nell’utopia artaudiana dell’attore che brucia, lo spettatore è
colto sul “vivo”, nell’intimo di una percezione che lacera la mente per
giungere più in profondità. L’eco del suo corpo che si immola attraverso
movenze all’estremo della forza e del pericolo: la lotta con il cane,
l’ingoiare la tempera, correre come se fosse l’ultima volta o come se il
pericolo fosse “reale”, sbatte contro il vissuto e l’interiorità dello
spettatore creando riverbero.
E l’aria si riempie di tensione, forse
anche un po’ di imbarazzo, alcuni provano addirittura disagio di fronte alla
naturalità con cui Silvia accoglie ognuno e lo invita a sedersi all’inizio di Too
Late!.
La performatività esplosiva dell’attrice
è sempre in bilico tra narcisismo e senso politico, tra desiderio di esprimere
sé (se muore Antigone è come se devo morire anch’io. No, troppo presto. Ci
stanno addestrando a scomparire e io voglio essere visibile, ascoltata... e non
voglio neanche andare via) e voglia di condividere e lottare insieme (“Sei
pronto?” Sei felice?)
Uno spettacolo che mischia l’intimo alla
storia, la propria storia a quella recente che ci vede tutti partecipi di una
tragedia che non riconosciamo.
Siamo una generazione per la quale il
senso politico nasce da un desiderio di fare per sentirsi vivi nel corpo e
nella mente. La lotta per Silvia Calderoni è corsa, incendio, urla e poi
espressione e nutrimento dell’ego attraverso il pensiero. “Io vivo nel
presente”, dice a Gabriella Rusticali-Tiresia, ed è quell’io sofisticato che la
rende diversa ma simile a tutte le diversità che siamo in una costellazione di
individualità accomunate dal desiderio di espressione.
La Calderoni è Antigone per il “fuori
misura del suo fare, del suo stesso amare”, Antigone è fuori misura riguardo
all’amore quasi incestuoso che prova nei confronti del fratello Polinice,
Silvia nei confronti del mezzo teatrale, non del teatro, non della scena, non
dell’aspetto materiale del teatro, ma della possibilità di vita che il teatro
offre.
Il suo stare sulla scena sembra dirci
che lì è la vita quella vera, dove si sente più forte.
Nel secondo contest l’attrice dice che
solo quando è sulla scena si ascolta veramente.
E quando sei sulla scena soffri
veramente, gioisci veramente, piangi, credi, ami, veramente? Più di quanto non
si possa fare ogni giorno nel quotidiano? Oppure è solo una differenza di
intensità, sul palco maggiore che nella vita reale?
Ecco questa intensità svela una verità,
che non è nella realtà, ma è a tutti noi necessaria, questa potenza di sentire
che la accomuna ai grandi artisti.
In Syrma
Antigonès Silvia Calderoni vive, si svela, si offre per restituirci un
teatro che si crea nell’urgenza, un urgenza personale che assume valenza
politica nella condivisione.
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Silvia Calderoni in Iovadovia - Motus, 2010
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