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di Mario Lunetta
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Italo Scelza, La danza dei merli, 2010, olio su tela cm 110x112
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L’ossessione costante di Italo
Scelza è stata, in tutte le fasi di un percorso di grande respiro, quella di
sapere per capire, e di capire per rendere linguisticamente conto di questa
stessa ossessione. Con un’accelerazione che a partire dai primi anni Novanta
del secolo scorso (a far data soprattutto dal ciclo La zattera della “Medusa”) acquista sempre più abbrivio, l’artista
ha per così dire preso il toro per le corna e ne ha torto il muso, nel senso
che non ha esitato a misurare la sua indocile sensualità mediterranea con
quello che si potrebbe chiamare il
rovescio dell’attesa: le contraddizioni antropo-sociali, le disparità più
violente, il sopruso, l’ingiustizia più plateale, la volgarità soddisfatta di
sé, la mancanza di coscienza. In una parola: tutto ciò che compone il malessere
del negativo nelle nostre società schizofreniche. Il malessere. Il negativo.
Come dire: il male, considerato e
raffigurato non come a-storica condizione di una crisi astratta e
imperscrutabile, ma in quanto dato macroscopico di una determinazione storica
di stringente, feroce concretezza.
Il fondo espressionista di Scelza,
elaborato e gestito con magistrale libertà lungo le stazioni di una ricerca tra
le più formalmente intransigenti della nostra figurazione anti-manieristica, torna
ora a concentrarsi nelle sue più oscure istanze di crudeltà e di disagio in una
sequenza di opere che nascono dall’interno di un’oscurità ostile come quella
della malattia denominata Cancro, da
cui l’artista è stato affetto, non solo per rendere impietosa testimonianza di
un’esperienza estrema (e per ciò stesso non comunicabile a chi non ne abbia
attraversato l’orrore), ma per opporre al morbo un’affermazione estetica, al
tempo stesso lontanissima da qualsiasi risposta terapeutica e tuttavia capace
di contenere in sé, nella propria più profonda e specifica natura, una capacità
di definizione di inusitata ricchezza.
L’autonomia che caratterizza
questa serie di ritratti di malati come portatori terribilmente opachi di
un’eteronomia non facilmente misurabile, è quella della grande pittura – che in
questo caso, essendo l’artista coinvolto in un destino collettivo non
esorcizzabile, trova nella pietà solidale una ragione linguistica in più, una
responsabilità espressiva altra, ben
superiore a quella del semplice osservatore “disinteressato”. Siamo insomma di
fronte a una galleria di possibili sommersi
e di possibili salvati,
sottoposti dalla fermezza altissima di Scelza a una mutazione dei connotati e
della percezione di sé in un mondo sconosciuto, tanto simile a un processo di
livida pietrificazione. Queste maschere umiliate dall’innaturale calvizie
indotta dalla chemioterapia, presentate quasi sempre di profilo come per una
sorta di pudore che si fa sintassi (e tra le quali sono presenti l’amaro,
toccante ritratto della moglie inserita in un tondo, e un autoritratto di
raggelata implacabilità), sono davvero effigi che salgono da una dimensione
rovescia della realtà che abitualmente frequentiamo, e nel loro silenzio ci
parlano di quell’Altrove spettrale che è ormai una torva presenza speculare
nella nostra vita.
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Italo Scelza, Gianni, 2010, olio su tela cm 60x40
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Ecco perché, io credo, questa
impresa intitolata Inabitacoli. Le stanze
di Careggi è – oltre che una lezione di linguaggio violentemente straniato
anche contro chi ne è autore – un atto di stoica consapevolezza. Non è
possibile rinvenire, nello stravolgimento patologico delle fisionomie, una
stilla di patetico, una sia pur minima bava sentimentale. Qui, avrebbe detto il
Sanguineti della Missione del critico,
il pittore attraversa deludendolo il suo semprevivo piacere di figurare, e va
oltre il suo stesso narcisismo, per farsi “storico”. I doloranti reperti del
mondo di sotto che Scelza porta alla
luce come fiammate di napalm, parlano comunque dell’immortalità della
materia-Uomo anche nella dissoluzione, e della potenza del dipingere. Qui, in
questi olii su tela, il timbro funesto del colore compresso in una sua
invisibile bolla non conosce aperture né espansioni: è proprio chiuso in sé,
nutrito esclusivamente dei suoi impasti purulenti, dei suoi fiotti acidi, dei
suoi lampi. È un colore perentorio fatto di micro-campiture allergiche a se
stesse, di arroganza non esibita, e di vuoto. La speranza, se c’è, è nella
velocità apparente di un’esecuzione meticolosa, disperata, attentissima:
qualcosa che non dà scampo né al proprio splendido prodursi né allo spettatore.
Quello che potremmo chiamare il
primo tempo delle Maschere, realizzato sulla memoria del soggiorno ospedaliero
di Italo a Poggio a Caiano, si apre a un secondo tempo legato alla terapia di
Careggi. E di apertura è proprio
inevitabile parlare, dal momento che nella splendida villa medicea l’artista
viene a contatto con l’incredibile collezione di nature morte messa in piedi
nel Settecento dal granduca Cosimo III. Un’altra luce cromatica entra
voracemente nello spazio e lo intride di fantasie surreali, tra natura
succulenta di frutti e sogno medianico delle forme. Ma neanche in questo Eden
metonimicamente ritrovato scompaiono del tutto i fantasmi di un tragitto
perverso (ed ecco affiorare un lenzuolo, un guanciale, un’emblematica medusa).
Ciò che è ancora una volta impossibile cancellare è il fulgore estroso di una
pittura che nelle sue epifanie contiene la gioia e l’angoscia del mondo.
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Italo Scelza, Il lenzuolo, 2010, tecnica mista su cartone cm 64x84
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