SPAZIO LIBERO
ITALO SCELZA
Luce inestinguibile nella casa contaminata


      
Presso la Galleria La Bezuga di Firenze, si inaugura questo mese la nuova mostra dell’artista avellinese, il cui magistrale espressionismo è stavolta percorso dai lividi bagliori della personale lotta contro una malattia terribile come il cancro. Ne è venuta fuori una serie di olii su tela che costituisce una lezione di linguaggio violentemente straniato anche contro chi ne è autore. Nello stravolgimento patologico delle opere non c’è mai una stilla di patetico, una sia pur minima bava sentimentale. Come avrebbe detto Sanguineti, qui il pittore attraversa il suo sempre vivo piacere di figurare, ma va oltre il proprio stesso narcisismo, per farsi ‘storico’ del mondo ‘di sotto’.
      



      

di Mario  Lunetta




Italo Scelza, La danza dei merli, 2010, olio su tela cm 110x112


L’ossessione costante di Italo Scelza è stata, in tutte le fasi di un percorso di grande respiro, quella di sapere per capire, e di capire per rendere linguisticamente conto di questa stessa ossessione. Con un’accelerazione che a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso (a far data soprattutto dal ciclo La zattera della “Medusa”) acquista sempre più abbrivio, l’artista ha per così dire preso il toro per le corna e ne ha torto il muso, nel senso che non ha esitato a misurare la sua indocile sensualità mediterranea con quello che si potrebbe chiamare il rovescio dell’attesa: le contraddizioni antropo-sociali, le disparità più violente, il sopruso, l’ingiustizia più plateale, la volgarità soddisfatta di sé, la mancanza di coscienza. In una parola: tutto ciò che compone il malessere del negativo nelle nostre società schizofreniche. Il malessere. Il negativo. Come dire: il male, considerato e raffigurato non come a-storica condizione di una crisi astratta e imperscrutabile, ma in quanto dato macroscopico di una determinazione storica di stringente, feroce concretezza.

 

Il fondo espressionista di Scelza, elaborato e gestito con magistrale libertà lungo le stazioni di una ricerca tra le più formalmente intransigenti della nostra figurazione anti-manieristica, torna ora a concentrarsi nelle sue più oscure istanze di crudeltà e di disagio in una sequenza di opere che nascono dall’interno di un’oscurità ostile come quella della malattia denominata Cancro, da cui l’artista è stato affetto, non solo per rendere impietosa testimonianza di un’esperienza estrema (e per ciò stesso non comunicabile a chi non ne abbia attraversato l’orrore), ma per opporre al morbo un’affermazione estetica, al tempo stesso lontanissima da qualsiasi risposta terapeutica e tuttavia capace di contenere in sé, nella propria più profonda e specifica natura, una capacità di definizione di inusitata ricchezza.

    

L’autonomia che caratterizza questa serie di ritratti di malati come portatori terribilmente opachi di un’eteronomia non facilmente misurabile, è quella della grande pittura – che in questo caso, essendo l’artista coinvolto in un destino collettivo non esorcizzabile, trova nella pietà solidale una ragione linguistica in più, una responsabilità espressiva altra, ben superiore a quella del semplice osservatore “disinteressato”. Siamo insomma di fronte a una galleria di possibili sommersi e di possibili salvati, sottoposti dalla fermezza altissima di Scelza a una mutazione dei connotati e della percezione di sé in un mondo sconosciuto, tanto simile a un processo di livida pietrificazione. Queste maschere umiliate dall’innaturale calvizie indotta dalla chemioterapia, presentate quasi sempre di profilo come per una sorta di pudore che si fa sintassi (e tra le quali sono presenti l’amaro, toccante ritratto della moglie inserita in un tondo, e un autoritratto di raggelata implacabilità), sono davvero effigi che salgono da una dimensione rovescia della realtà che abitualmente frequentiamo, e nel loro silenzio ci parlano di quell’Altrove spettrale che è ormai una torva presenza speculare nella nostra vita.




Italo Scelza, Gianni, 2010, olio su tela cm 60x40


Ecco perché, io credo, questa impresa intitolata Inabitacoli. Le stanze di Careggi è – oltre che una lezione di linguaggio violentemente straniato anche contro chi ne è autore – un atto di stoica consapevolezza. Non è possibile rinvenire, nello stravolgimento patologico delle fisionomie, una stilla di patetico, una sia pur minima bava sentimentale. Qui, avrebbe detto il Sanguineti della Missione del critico, il pittore attraversa deludendolo il suo semprevivo piacere di figurare, e va oltre il suo stesso narcisismo, per farsi “storico”. I doloranti reperti del mondo di sotto che Scelza porta alla luce come fiammate di napalm, parlano comunque dell’immortalità della materia-Uomo anche nella dissoluzione, e della potenza del dipingere. Qui, in questi olii su tela, il timbro funesto del colore compresso in una sua invisibile bolla non conosce aperture né espansioni: è proprio chiuso in sé, nutrito esclusivamente dei suoi impasti purulenti, dei suoi fiotti acidi, dei suoi lampi. È un colore perentorio fatto di micro-campiture allergiche a se stesse, di arroganza non esibita, e di vuoto. La speranza, se c’è, è nella velocità apparente di un’esecuzione meticolosa, disperata, attentissima: qualcosa che non dà scampo né al proprio splendido prodursi né allo spettatore.

 

Quello che potremmo chiamare il primo tempo delle Maschere, realizzato sulla memoria del soggiorno ospedaliero di Italo a Poggio a Caiano, si apre a un secondo tempo legato alla terapia di Careggi. E di apertura è proprio inevitabile parlare, dal momento che nella splendida villa medicea l’artista viene a contatto con l’incredibile collezione di nature morte messa in piedi nel Settecento dal granduca Cosimo III. Un’altra luce cromatica entra voracemente nello spazio e lo intride di fantasie surreali, tra natura succulenta di frutti e sogno medianico delle forme. Ma neanche in questo Eden metonimicamente ritrovato scompaiono del tutto i fantasmi di un tragitto perverso (ed ecco affiorare un lenzuolo, un guanciale, un’emblematica medusa). Ciò che è ancora una volta impossibile cancellare è il fulgore estroso di una pittura che nelle sue epifanie contiene la gioia e l’angoscia del mondo.         

 




Italo Scelza, Il lenzuolo, 2010, tecnica mista su cartone cm 64x84





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