SPAZIO LIBERO
BABILONIA ’N’ ROLL
Vite spericolate, degenerazione
e morte
delle rockstar


      
Nel libro di Ezio Guaitamacchi, edito da Arcana, “Delitti Rock – da Robert Johnson a Michael Jackson: 200 indagini sulla scena del crimine”, in oltre quattrocento pagine si passano in rassegna le moltissime storie senza lieto fine tanto dei divi, quanto delle figuri minori della scena musicale anglo-americana del secondo Novecento. Vicende e decessi tragici di personaggi come Lennon, Hendrix, Morrison etc. che hanno toccato e influenzato moltitudini di fan in tutto il mondo, sia per la loro arte, sia talora come modelli esistenziali spinti all’eccesso e all’autodistruzione.
      



      

di Cosimo Ruggieri

 

 

Well, I rolled and I tumbled,
Cried the whole night long.
Well, I rolled and I tumbled,
Cried the whole night long.
Well, I woke up this mornin,
Didn’t know right from wrong.

 

Muddy Waters Rollin’ And Tumblin’






Tutti dormono sulla collina… così recita l’Antologia di Spoon River. Sì, secondo me tutte le grandi rockstar riposano su un’ideale collina, una vicina all’altra. Celebre è la  frase del ritornello della canzone degli Who “My generation” I hope I die before I get old (Talkin’ ’bout my generation) – spero di morire prima di diventare vecchio –, ma poi alcuni di loro sono riusciti a sopravvivere nonostante le morti dei loro più cari amici come afferma Pete Townshend: “Keith Moon, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison? Sono le vostre cazzo di icone rock, ma erano miei amici, miei amici… E non ci sono più”.

Ezio Guaitamacchi precisa nella prefazione del suo libro Delitti Rock – da Robert Johnson a Michael Jackson: 200 indagini sulla scena del crimine (ed. Arcana, 2010, pp. 460, € 18,50) che questo suo libro non vuole essere un antologia delle morti rock, anche se su sua ammissione ci si avvicina molto, poiché descrivendo le lapidi egli ci narra le vicende di questi uomini e donne, veri innovatori della storia della musica, sempiterna fonte di svago e di lenimento per l’uomo sin dall’epoca preistorica e per le epoche a venire, come testimoniano le parole di Nick Hornby (31 canzoni, Guanda ed. 2003): “… se mi dovesse mai capitare di canticchiare un riff blues-metal a un alieno con le idee confuse sceglierei Heartbreaker dei Led Zeppelin, da Led Zeppelin II. Non so se intonando ‘DANG DANG DANG DANG DA-DA-DANG, DA- DA- DA- DA- DA- DA-DANG-DANG DA- DA-DANG’ riuscirei ad illuminarlo, ma mi sentirei di aver fatto del mio meglio nei limiti delle circostanze”.

Il libro comincia con un flash sul delitto, marzo 2010,  probabilmente il più recente rispetto alla data di pubblicazione, di Lana Clarkson – una giovanissima attrice battuta dalla dura legge dell’apparizione di qualcun’altra più giovane e più sexy – ad opera di Phil Spector, l’inventore del Wall of Sound, ossia “una tecnica di registrazione che consisteva in un effetto denso e con forte riverbero, ottimo per la riproduzione sulle radio AM e sui jukebox. Per ottenere questo effetto, riuniva grandi folle di musicisti – che solitamente suonavano strumenti solisti, come la chitarra- per suonare parti orchestrate – spesso raddoppiando o triplicando gli strumenti per ottenere un effetto unisono – e arrivare così ad un suono più pieno”.






Il libro è suddiviso in  anni perché non solo le rockstar più recenti ma anche  quelle più ‘stagionate’ hanno una storia fatta di droga, alcool e morte violenta, determinata a volte dalla sfortuna o dalla cattiva salute come aveva scritto in passato  anche  Gary Herman nel suo fantastico Rock and Roll Babylon del 1982. Diversamente dal libro di Herman, che racconta la stessa storia ma in modo più fluido, qui manca un centro narrativo, le morti sono in blocchi monolitici. A partire dagli anni ’40 le storie vengono raccontate in poche righe fino ad un massimo di tre-quattro pagine, molte storie sono arricchite di particolari avvincenti – risultato di una attenta ricerca – alcune sono sfuggenti e quando cominciano ad appassionarti ecco che sono già finite.

Si tratta  prevalentemente di morti di giovani autori, alcune dovute a sfortuna, come Jeff Buckley, morto accidentalmente per annegamento. Gli artisti prematuramente scomparsi hanno sempre affascinato, ad esempio la rivista CIAO 2001 dedicava una pagina alle morti celebri (Lennon, Morrison, Hendrix), non solo per romanticismo residuale, ma per molti motivi tra i quali è determinante certamente il percorso, complicato ed eversivo, che conduce all’esito fatale. Soprattutto però, specie nella tranquillità della propria vita quotidiana, molti, specialmente giovani, sognano una vita spericolata, vorrebbero essere e consumare la propria esistenza come quei giovanotti talentuosi finiti male, e specialmente vorrebbero essere, come loro, considerati immortali. Immortali proprio nel senso della battuta attribuita a Flaubert sul letto di morte: “Io muoio e pensare che quella puttana di Emma Bovary mi sopravvive!”.

Nonostante le morti violente e lo spazio mediatico a loro dedicato, si è inclini  a ritenere addirittura che essi non siano mai morti. Come accade nel film (Bubba Ho-tep del 2002 regia di Don Coscarelli con Bruce Campbell), tratto da un racconto di Joe R. Lansdale, nel quale il vero Elvis e J.F.K. (presunto e di colore) si incontrano in una casa di cura per anziani.

 


Colonna sonora:

 

Muddy Waters: Chess Box

 

Robert Johnson: Kings of Delta

 

Jeff Buckley: Grace

 

Ben  Harper: The Will to live

 

 




I Doors di Jim Morrison (al centro) in concerto





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