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di Cosimo Ruggieri
Well, I rolled and I tumbled,
Cried the whole night long.
Well, I rolled and I tumbled,
Cried the whole night long.
Well, I woke up this mornin,
Didn’t know right from wrong.
Muddy Waters – Rollin’ And Tumblin’
Tutti dormono sulla collina… così recita
l’Antologia di Spoon River. Sì, secondo me tutte le grandi rockstar riposano su
un’ideale collina, una vicina all’altra. Celebre è la frase del ritornello della canzone degli Who “My
generation” I hope I die before I get old
(Talkin’ ’bout my generation) – spero di morire prima di diventare vecchio –,
ma poi alcuni di loro sono riusciti a sopravvivere nonostante le morti dei loro
più cari amici come afferma Pete Townshend: “Keith Moon, Brian Jones, Jimi Hendrix,
Janis Joplin, Jim Morrison? Sono le vostre cazzo di icone rock, ma erano miei
amici, miei amici… E non ci sono più”.
Ezio Guaitamacchi
precisa nella prefazione del suo libro Delitti
Rock – da Robert Johnson a Michael Jackson: 200 indagini sulla scena del
crimine (ed. Arcana, 2010, pp. 460, € 18,50) che questo suo libro non vuole
essere un antologia delle morti rock, anche se su sua ammissione ci si avvicina
molto, poiché descrivendo le lapidi egli ci narra le vicende di questi uomini e
donne, veri innovatori della storia della musica, sempiterna fonte di svago e
di lenimento per l’uomo sin dall’epoca preistorica e per le epoche a venire,
come testimoniano le parole di Nick Hornby (31
canzoni, Guanda ed. 2003): “… se mi
dovesse mai capitare di canticchiare un riff blues-metal a un alieno con le
idee confuse sceglierei Heartbreaker
dei Led Zeppelin, da Led Zeppelin II.
Non so se intonando ‘DANG DANG DANG DANG DA-DA-DANG, DA- DA- DA- DA- DA-
DA-DANG-DANG DA- DA-DANG’ riuscirei ad illuminarlo, ma mi sentirei di aver
fatto del mio meglio nei limiti delle circostanze”.
Il libro
comincia con un flash sul delitto, marzo 2010, probabilmente il più recente rispetto alla
data di pubblicazione, di Lana Clarkson – una giovanissima attrice battuta
dalla dura legge dell’apparizione di qualcun’altra più giovane e più sexy – ad
opera di Phil Spector, l’inventore del
Wall of Sound, ossia “una tecnica di
registrazione che consisteva in un effetto denso e con forte riverbero, ottimo per la
riproduzione sulle radio AM
e sui jukebox. Per ottenere
questo effetto, riuniva grandi folle di musicisti – che solitamente suonavano
strumenti solisti, come la chitarra-
per suonare parti orchestrate – spesso raddoppiando o triplicando gli strumenti
per ottenere un effetto unisono
– e arrivare così ad un suono più pieno”.
Il
libro è suddiviso in anni perché non
solo le rockstar più recenti ma anche
quelle più ‘stagionate’ hanno una storia fatta di droga, alcool e morte
violenta, determinata a volte dalla sfortuna o dalla cattiva salute come aveva
scritto in passato anche Gary Herman nel suo fantastico Rock and Roll Babylon del 1982.
Diversamente dal libro di Herman, che racconta la stessa storia ma in modo più fluido,
qui manca un centro narrativo, le morti sono in blocchi monolitici. A partire
dagli anni ’40 le storie vengono raccontate in poche righe fino ad un massimo
di tre-quattro pagine, molte storie sono arricchite di particolari avvincenti –
risultato di una attenta ricerca – alcune sono sfuggenti e quando cominciano ad
appassionarti ecco che sono già finite.
Si
tratta prevalentemente di morti di
giovani autori, alcune dovute a sfortuna, come Jeff Buckley, morto
accidentalmente per annegamento. Gli artisti prematuramente scomparsi hanno
sempre affascinato, ad esempio la rivista CIAO 2001 dedicava una pagina alle
morti celebri (Lennon, Morrison, Hendrix), non solo per romanticismo residuale,
ma per molti motivi tra i quali è determinante certamente il percorso,
complicato ed eversivo, che conduce all’esito fatale. Soprattutto però, specie
nella tranquillità della propria vita quotidiana, molti, specialmente giovani,
sognano una vita spericolata, vorrebbero essere e consumare la propria
esistenza come quei giovanotti talentuosi finiti male, e specialmente
vorrebbero essere, come loro, considerati immortali. Immortali proprio nel
senso della battuta attribuita a Flaubert sul letto di morte: “Io muoio e
pensare che quella puttana di Emma Bovary mi sopravvive!”.
Nonostante
le morti violente e lo spazio mediatico a loro dedicato, si è inclini a ritenere addirittura che essi non siano mai
morti. Come accade nel film (Bubba Ho-tep
del 2002 regia di Don Coscarelli con Bruce Campbell), tratto da un racconto di
Joe R. Lansdale, nel quale il vero Elvis e J.F.K. (presunto e di colore) si
incontrano in una casa di cura per anziani.
Colonna sonora:
Muddy Waters: Chess Box
Robert Johnson: Kings of
Delta
Jeff Buckley: Grace
Ben Harper: The Will to live
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I Doors di Jim Morrison (al centro) in concerto
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