di Franca Rovigatti
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Dacia Maraini legge alla John Cabot University, sulla destra, Anna Cascella Luciani, 13 ottobre 2010
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Sulla “nostra” settimana abbiamo scrutato le previsioni meteo per
quindici giorni: tutte dicevano pioggia e temporali, con qualche breve
schiarita. L’anima s’era attrezzata. Invece Roma è stata di buon cielo, e le
nuvole sono state uno spettacolo, gonfie e bellissime come sono quest’anno, che
sembrano uscite dai quadri di Salvator Rosa.
Solo la sera di mercoledì 13 c’è stata una vera pioggia e temporale: e
la gente che si accalcava, premendo alle finestre dal cortile della John Cabot
University per sentire Anna Cascella e Dacia Maraini e Maria Luisa Spaziani e
Moira Egan e Silvia Bre erano cupole di ombrelli colorati.
Abbiamo cominciato a pensare a questo festival, Maria Teresa Carbone e
io, a maggio. Abbiamo all’attivo insieme, oltre che l’amicizia, due riuscite
edizioni di romapoesia (1999 e 2000) in co-direzione con Nanni Balestrini.
Questa volta, sole, volevamo un festival interamente dedicato alla poesia delle
donne. Ci spingeva (continua a spingerci) l’ormai quasi totale estraneità e
disagio di ogni donna pensante di fronte a un mondo, quello italiano, divenuto
irriconoscibile e osceno, fuori da ogni reale pensabilità. Nel cui racconto
siamo straniere. Ci spingeva (continua a spingerci) l’ormai annosa, continuata,
quotidiana esposizione del corpo delle donne, sia come corpo-vittima (quante
donne sono state uccise quest’estate!), che come corpo-porno. Le donne sono
ridotte al corpo, e la loro carne è resa in sacrificio. Ci spingeva (continua a
spingerci) la poca, quasi nulla, responsabilità e visibilità e presenza e voce
delle donne nelle decisioni che regolano e condizionano le nostre vite.
Terribile, sapendo poi quanto le donne sono più competenti ed efficaci.
La poesia è, tra le scritture, la meno omologabile e più capace di
visione. Così abbiamo pensato: per le donne, quale specchio può essere migliore
della poesia delle poete? Nello squallore e mercificazione in cui siamo
immerse, quale altro strumento può meglio permettere il confronto con l’utopia
femminista del linguaggio di genere? Siamo partite sapendo che non avremo
soluzioni e risposte a breve termine, che “poEtiche”
è nato, ma non finisce qui. Che ci vorrà forza e pazienza (e anche forza e
leggerezza – come ci augurava antonella bukovaz alla vigilia del festival!).
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Giulia Niccolai legge al Circolo delle Quinte, 14 ottobre 2010
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Su queste premesse il festival è nato. E su una pratica di grande
attenzione: sia alle persone, che alla scelta dei luoghi, che alla gestione
economica. Immediatamente, fin dalle prime telefonate, abbiamo avuto dalle
autrici invitate una risposta fortemente, caldamente positiva. Questo ci ha
confermato che il progetto arrivava al momento giusto, assolveva a un bisogno.
Noi siamo davvero grate alle poete di “poEtiche”,
ci hanno dato più forza di quella che sapevamo di avere.
Cielo clemente, dicevo prima, e donne sapienti. Settanta poete insieme:
poesia lineare, performativa, sperimentale. Video e basi cd. Lettura e
recitazione a memoria. Decane e giovanissime e di mezza età e anziane. Insieme
per le strade dei quartieri, nelle scuole, nelle biblioteche e atelier e
librerie. Insieme a parlare, leggersi l’una l’altra, mangiare. Insieme a
dormire nelle case di altre poete e alla Casa delle Donne. Insieme in viaggio
per venire e per tornare. Nascendone conoscenze, ri-conoscimenti e
ri-conoscenze, premesse e promesse, progetti.
Il festival si è fittamente svolto dall’11 al 17 ottobre 2010
disseminandosi in molti quartieri di Roma: da Monteverde al centro storico, a
Trastevere, al Flaminio, a San Lorenzo, al Pinciano, a Marconi, al Pigneto, al
Tiburtino Terzo, a Spinaceto. E nella scelta dei luoghi abbiamo privilegiato le
scuole pubbliche e le pubbliche biblioteche, perché davvero crediamo nella loro
importanza per la creazione e diffusione della cultura e del pensiero.
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Sara Ventroni legge all'ESC, 17 ottobre 2010
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A proposito di questo muoversi, spargersi del festival un po’ ovunque per
Roma, nel ricevere il programma Ida Travi ci ha scritto: “quell’aria di movimento che questo evento sembra
trasmettere sparso com’è per tutta la città... è come qualcosa di sparso
che aduna... come togliendo dalla confusione: sì, in questo romapoesia
sotto sotto (ma chiarissimo) c'è un tono politico che
accompagna il tono ‘poetico’... e parlo della politica delle donne, non di
quella politica orrenda che stiamo subendo orrendamente. Parlo di quella
politica poetica fatta da donne ancora decise a tenersi la loro testa e la
loro faccia. Il loro stesso linguaggio... Meglio ancora parlo di una
POETICA DELLA POLITICA tutt’altro che tenera, parlo di realtà.”