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Il “Quaderno brasiliano” di Ruggero Jacobbi


      
È in uscita presso l’editore Fermenti una preziosa antologia poetica dello scrittore, saggista, regista e drammaturgo veneziano morto a Roma quasi trent’anni fa. Si tratta di testi per lo più inediti che risalgono in gran parte al tempo della sua lunga permanenza in Brasile nel secondo dopoguerra. Ne presentiamo in anteprima una scelta di cinque poesie, oltre ad un estratto della introduzione critica del curatore della raccolta.
      



      


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Del vero forse fosse, la conoscenza (la consapevolezza, la fiducia, il credere ne... l’esistenza) della poesia di Ruggero Jacobbi si riceverebbe in dono per lo più tramite anche una o una serie di “letture rese possibili”, probabili, verosimili, cioè a dire suggerite – condotte, meglio sarebbe – dagli umori meteorologici ad esempio, dagli odori intrauterini d’un vortice d’aria (magari fosse!), dalle manifestazioni atmosferiche, forse. Essendo quindi, nella maggioranza dei casi, incidentale, questo cono-dono luminoso, quest’ombra di luce che precede se stessa ed è già grande opera poetica, colpirebbe perlopiù con estrema precisione le persone giuste e nel momento e nel luogo opportuni. Saremmo pertanto – volontà degli uccelli? – ancora in pochi a conoscere il corpus poetico jacobbiano, incidentato quasi presente, avverbiale dubitativo, magico-mantico ab antiquo, interesse dell'ornitomanzia o della dendromanzia. Forse: ed è tanta, proverbiale la tendenza di Jacobbi ad “abbassarsi”, ad inabissarsi, a preservarsi, a precedersi sempre e dovunque «per esserci per non esserci per dire proprio tutto», a manifestarsi, ma dopo esser passato (e non è solo luce restituita agli inediti), che non è il caso di farne qui una questione di presenza “editorata” o meno, “edùledulcoràta” o peggio, ché già Mladen Machiedo – nel suo bellissimo Il triangolo mobile di Ruggero Jacobbi – ha avuto modo di precisare che, come del resto altri grandi uomini liberi dalla prostituita letteratura italiota della vanagloria (su tutti Emilio Villa, «sempre dimenticato»), «lo Jacobbi edito – paradossalmente – non è molto più reperibile di quello inedito».

 

[…] Immagine come imitazione sul punto di risolversi in tragedia, epperò senza scioglimento, né presenza né assenza, un'apparenza in exitu, piuttosto un trompe-l’oeil senza inganno e privo di soluzione, con le sue quasi presenze e la sua quasi assenza […], la poesia di Jacobbi è spesso imitazione teatrale che si muta in presagio il quale si rivela essere verità anche se solo emozionale. Verità perché emozionale […].

 

Luca Succhiarelli




Rosa De Luca, Arte vida sul Bahia, 2009


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NEL PARCO IBIRAPUERA

 

 

Nel parco Ibirapuera

appaiono a volte e scompaiono

bambini stralunati,

uccelli dalla voce chioccia, grandi

mangiatori di foglie,

uomini solitarî con apparecchi radio.

 

Ma l’ora buona è il transito

da crepuscolo di macchine

a notte d’irrequiete siepi.

 

A lungo gli spettri

scalano i basamenti di pietra,

s’avvinghiano ai lampioni come vipere.

Poi la luna rosea, larga si spegne

negli spruzzi dell’autopompa

e le aiuole brillano al giorno nuovo.

 

S. Paulo, 1952

 

 

 

UNA STAZIONE SERALE

 

 

Non sei partito. Non ti vedi

più. Non sei partito. Valige come

sassi. Tutto è fermo. Volteggia

un fumo sugli steccati.

Freddo. Caffè che si spopola.

Mare non visto. Respirazione del mare.

Ululo. E non sei partito. Lanterne.

 

Milano, 1961

 

 

 

LO SPIRITO DEL SECOLO

 

 

Il letterario animale

ha fatto tutte le scale,

s’è nutrito d’ogni sale,

ha messo ogni cosa a verbale:

il ritorno allo spirituale,

l’al di là del bene e del male,

lo slancio vitale,

Montale,

l’esistenziale,

il sociale,

lo sperimentale,

lo strutturale,

 

ma è rimasto tale e quale.

 

 

 

AZERTYUIOP

 

 

Per esserci per non esserci per dire proprio tutto

(col carbone fra le dita, con la schiena bruciacchiata,

col callo delle gambe che si stacca, piaga assorta)

– per esserci per non esserci per dire proprio tutto

(con gli alberi che mimano il nostro tremolìo)

noi così duramente camminiamo per la città, e l’inverno

è un inverno di sole è una liquida festa.

 

Camminiamo io e te, camminiamo noi due e tutti gli altri.

Sul tram del mattino si avvinghiano adolescenti indomabili.

Nel possibile scatto della verità s’è persa una mano

e ora gronda un sangue bianco ai davanzali.

 

Per esserci per non esserci per sfasciare i calendarî

ci avviamo verso una stazione fredda

non è mattina non è solamente mattina

è l’ora dello sbarco su pianeti piovosi,

qualcuno l’ha detto alla radio qualcuno lo ripete

con intonazioni teatrali così ridicole e basta.

 

 

 

BALLATA II

 

 

sì e poi sì e il si dell’ombra

questa faccia de(sola)ta

sì e poi no nel no del tutto

a lavarsi nell’ondata

già rifatta nel gran rutto

della miniera di lava

poi quel sì che il no riscava

poi quel no quel sì dell’ombra

 

Roma, 1960

 

 

 

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L’antologia di Ruggero Jacobbi si intitola Quaderno brasiliano (Fermenti, pp. 146, € 14,00). È a cura di Luca Succhiarelli e presenta un intervento critico di Mario Lunetta e un disegno di Angelo Canevari.

Contiene il “Quaderno brasiliano” (per lo più inedito) e poesie scelte dalle seguenti pubblicazioni di Jacobbi: “Poemi senza data” (1955), “Sonetti e poemi” (1972), “novecento letto & erario” (1975), “Despedidas” (1976), “Le immagini del mondo” (1978), “E dove e quando e come” (1980), “Privato minimo” (1980), “Di che parlo” (1991).

Una sola poesia è stata presa da rivista. In appendice figurano una poesia, “Dell’amicizia”, dedicata da Jacobbi a Emilio Villa (salvo sorprese inedita) e una di Villa per Jacobbi (“Carta para Ruggero Jacobbi”, edita in Heurarium e in Opere poetiche I).

Il volume è pubblicato con il contributo della Fondazione Marino Piazzolla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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