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Del
vero forse fosse, la conoscenza (la consapevolezza, la fiducia, il credere
ne... l’esistenza) della poesia di Ruggero Jacobbi si riceverebbe in dono per
lo più tramite anche una o una serie di “letture rese possibili”, probabili,
verosimili, cioè a dire suggerite – condotte, meglio sarebbe – dagli umori
meteorologici ad esempio, dagli odori intrauterini d’un vortice d’aria (magari
fosse!), dalle manifestazioni atmosferiche, forse. Essendo quindi, nella
maggioranza dei casi, incidentale, questo cono-dono luminoso, quest’ombra di
luce che precede se stessa ed è già grande opera poetica, colpirebbe perlopiù
con estrema precisione le persone giuste e nel momento e nel luogo opportuni.
Saremmo pertanto – volontà degli uccelli? – ancora in pochi a conoscere il
corpus poetico jacobbiano, incidentato quasi presente, avverbiale dubitativo,
magico-mantico ab antiquo, interesse dell'ornitomanzia o della
dendromanzia. Forse: ed è tanta, proverbiale la tendenza di Jacobbi ad
“abbassarsi”, ad inabissarsi, a preservarsi, a precedersi sempre e dovunque «per esserci per non esserci per dire proprio tutto», a
manifestarsi, ma dopo esser passato (e non è solo luce restituita agli
inediti), che non è il caso di farne qui una questione di presenza “editorata”
o meno, “edùledulcoràta” o peggio, ché già Mladen Machiedo – nel suo bellissimo
Il triangolo mobile di Ruggero Jacobbi – ha avuto modo di precisare che,
come del resto altri grandi uomini liberi dalla prostituita letteratura
italiota della vanagloria (su tutti Emilio Villa, «sempre dimenticato»), «lo
Jacobbi edito – paradossalmente – non è molto più reperibile di quello inedito».
[…] Immagine come imitazione sul punto di
risolversi in tragedia, epperò senza scioglimento, né presenza né assenza,
un'apparenza in exitu, piuttosto un trompe-l’oeil senza inganno e privo di soluzione,
con le sue quasi presenze e la sua quasi assenza […], la poesia di Jacobbi è
spesso imitazione teatrale che si muta in presagio il quale si rivela essere
verità anche se solo emozionale. Verità perché emozionale […].
Luca Succhiarelli
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Rosa De Luca, Arte vida sul Bahia, 2009
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NEL PARCO IBIRAPUERA
Nel parco
Ibirapuera
appaiono a volte e scompaiono
bambini stralunati,
uccelli dalla voce chioccia, grandi
mangiatori di foglie,
uomini solitarî con apparecchi
radio.
Ma l’ora buona
è il transito
da crepuscolo di macchine
a notte d’irrequiete siepi.
A lungo gli
spettri
scalano i basamenti di pietra,
s’avvinghiano ai lampioni come
vipere.
Poi la luna rosea, larga si spegne
negli spruzzi dell’autopompa
e le aiuole brillano al giorno
nuovo.
S.
Paulo, 1952
UNA STAZIONE SERALE
Non sei
partito. Non ti vedi
più. Non sei partito. Valige come
sassi. Tutto è fermo. Volteggia
un fumo sugli steccati.
Freddo. Caffè che si spopola.
Mare non visto. Respirazione del
mare.
Ululo. E non sei partito. Lanterne.
Milano, 1961
LO SPIRITO DEL
SECOLO
Il letterario
animale
ha fatto tutte le scale,
s’è nutrito d’ogni sale,
ha messo ogni cosa a verbale:
il ritorno allo spirituale,
l’al di là del bene e del male,
lo slancio vitale,
Montale,
l’esistenziale,
il sociale,
lo sperimentale,
lo strutturale,
ma è rimasto tale e quale.
AZERTYUIOP
Per esserci per non esserci
per dire proprio tutto
(col carbone fra le dita, con la schiena bruciacchiata,
col callo delle gambe che si stacca, piaga assorta)
– per esserci per non esserci per dire proprio tutto
(con gli alberi che mimano il nostro tremolìo)
noi così duramente camminiamo per la città, e l’inverno
è un inverno di sole è una liquida festa.
Camminiamo io e te, camminiamo noi due e tutti gli altri.
Sul tram del mattino si avvinghiano adolescenti indomabili.
Nel possibile scatto della verità s’è persa una mano
e ora gronda un sangue bianco ai davanzali.
Per esserci per non esserci
per sfasciare i calendarî
ci avviamo verso una stazione fredda
non è mattina non è solamente mattina
è l’ora dello sbarco su pianeti piovosi,
qualcuno l’ha detto alla radio qualcuno lo ripete
con intonazioni teatrali così ridicole e basta.
BALLATA
II
sì
e poi sì e il si dell’ombra
questa
faccia de(sola)ta
sì
e poi no nel no del tutto
a
lavarsi nell’ondata
già
rifatta nel gran rutto
della
miniera di lava
poi
quel sì che il no riscava
poi
quel no quel sì dell’ombra
Roma,
1960
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L’antologia di Ruggero Jacobbi si intitola Quaderno
brasiliano (Fermenti, pp. 146, € 14,00). È a cura di Luca Succhiarelli e
presenta un intervento critico di Mario Lunetta e un disegno di Angelo
Canevari.
Contiene il “Quaderno brasiliano”
(per lo più inedito) e poesie scelte dalle seguenti pubblicazioni di Jacobbi: “Poemi
senza data” (1955), “Sonetti e poemi” (1972), “novecento letto & erario”
(1975), “Despedidas” (1976), “Le immagini del mondo” (1978), “E dove e quando e
come” (1980), “Privato minimo” (1980), “Di che parlo” (1991).
Una sola poesia è stata presa da rivista.
In appendice figurano una poesia, “Dell’amicizia”, dedicata da Jacobbi a Emilio
Villa (salvo sorprese inedita) e una di Villa per Jacobbi (“Carta para Ruggero Jacobbi”,
edita in Heurarium e in Opere poetiche I).
Il volume è pubblicato con il
contributo della Fondazione Marino Piazzolla.