di Domenico Donatone
«Il freddo degli uomini è più terribile del freddo
della notte. | Te ne sei già accorto, Amico mio, e le persone più caritatevoli
in definitiva | sono ancora quelle che riposano nel cimitero | perché almeno
non fanno male a nessuno. ||»
(R. Cutolo)
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La
poesia non è unilaterale come la giustizia, parola dei boss!
Da un articolo di Lucio Musolino,
apparso su Il Fatto Quotidiano
(mercoledì 28 luglio 2010), si legge: «Stroncata la cosca di Bellocco, il boss
che ama scrivere canzoni». Il tema affrontato nell’articolo da Musolino, oltre
che da Saviano[i], il quale già nel 2005
commentava questa buffa e, al contempo, degenerata attività dei criminali di
cimentarsi nella scrittura di canzoni e, in molti casi, anche di poesie, mostra
un lato inquietante per quella che è la parte criminale, ma un lato altrettanto
sofisticato, forse addirittura intellegibile, per quanto concerne la dimensione
misterica della poesia. Quello che dobbiamo domandarci, però, non è perché i
boss scrivono poesie o canzoni, in quanto la risposta sarebbe fin troppo
semplice, (pensano di scrivere delle canzoni, e magari lo sono nella sostanza
ma non nella validità esplicita delle stesse), ma piuttosto perché anche i
criminali, i boss della ’ndrangheta o della camorra, si sentano attratti dalla
poesia. Motivo che non si può, per ovvie ragioni, evidenziare come il naturale successo
della forza delle parole e della specificità dei sentimenti che in esse sono veicolati.
Perché si è poeti in quanto si crede nelle parole, mentre si è criminali in
quanto si crede nella forza della violenza che stabilisce il “successo” di
queste persone. Ragion per cui tutto può essere un criminale, eccetto che un
poeta, uno scrittore.
Il tema, così posto in maniera giornalistica
da Musolino, eludendo il sentimento di appartenenza alla letteratura che un
critico comunque conserva, rispetto a mondi che si pongono per necessità in
maniera antagonistica a quello della cultura, riappare, oggi, in un tempo segnato,
a quanto pare, irrimediabilmente del potere delle mafie, come il nerbo dentro
il quale agiscono forze contrastanti e in qualche modo proprie di questo mondo,
di una strategia antropologica snervante. La criminalità, niente affatto
estinta, si conferma essere, a livello antropologico, l’alternanza pericolosa di
necessità esistenziali, prima ancora che di danaro e di potere, volte alla
sopravvivenza. Andando anche al di là di quelle che sono le posizioni personali,
i propri convincimenti, in ogni modo bisogna fare degli sforzi doverosi per
riconoscere le cause, ataviche, di un male che, non estirpato a tempo, si è
reso inventore di un vero e proprio sistema di affiliazione a cui c’è la
possibilità, oggi, di appartenere o di non appartenere con senso quasi
democratico. Perché le mafie rappresentano non più delle organizzazioni
limitrofe e settarie, fatte di coppole e lupare (quel tipo di mafia è finita),
bensì rappresentano un modo d’essere, di stare nel mondo, aggiungendo ad esso la
possibilità di potersi anche arricchire, quindi di avere quello che dallo Stato
non si ottiene se si è onesti. L’evoluzione delle mafie non risiede solo nel
male, nel crimine, nel modo di ammazzare e di fare affari, ma risiede in un
mutamento culturale che rivela quello del crimine un modo di interagire col
mondo esterno senza la possibilità di dover avvertire comunque la condanna da
parte dell’opinione pubblica e, diremmo, dello Stato. Lo svela il fatto che i
nuovi boss, i nuovi padrini, sono oggi architetti, ingegneri, studenti di
medicina oppure appassionati di storia, quindi gente che studia e che non è
vissuta in mezzo alla miseria come Riina o Provenzano. Non ci sono caciotte in
vista, ma computers, rete, informatica. Un dato fenomenologico molto più
pericoloso e inquietante rispetto alla vecchia mafia, una mafia romantica e letteraria,
che rivela il volto delle criminalità organizzate, le quali sono una forma di Stato
sì capovolto, ma al contempo così retto nell’ordine interno da essere il vero
Stato in molte regioni d’Italia, senza che a questo ci si possa più opporre.
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Mario Loprete, Crime Story, 2010, olio su tela 80x120 cm
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Chiusa questa parentesi di natura
esclusivamente culturale e di cronaca, il tema posto da Lucio Musolino vuole
indicare il senso divagante di questa rottura con un sistema arcaico di mafia,
e porre la questione su una effettiva evoluzione, il fatto stesso che i boss si
sentano delle star, degli artisti, dei poeti. Ovviamente è vero il contrario. È
vero che essi non lo sono. Infatti, il tema non è dire che anche i capi mafia
sono o possono essere dal punto di vista letterario dei poeti o degli
scrittori, bensì dire ed evidenziare l’evoluzione di un fenomeno che vuole
confermare il fascino e l’adesione verso forme di espressione artistica che
raramente sono degne di esemplarità di successo o di veridicità poetiche nel
mondo del crimine. La poesia e la religione, ovvero l’attenzione verso queste
due forme di espressione dell’uomo, sia detto impropriamente per la religione
che va ben oltre una mera forma d’arte, stabiliscono un confine che appare
assai sottile e il cui limite valicabile sembra confermare che la natura
risieda anche nell’osservanza di aspetti che fanno da contorno ad attività
criminali tali da renderle, non diremo fascinose, perché sarebbe un errore
culturale definirle così, ma espressione di un carisma per cui ci si convince
che c’è gente che nasce per fare il criminale, per essere un criminale, per
partorire nel segno del male, come avrebbe parafrasato Baudelaire, quel senso
di esemplarità tale da amalgamare alla fedina penale un fondo nero di sincerità
poetica e di velleità letteraria. Si pensi al discusso film di Michele Placido proiettato
all’ultima Mostra del Cinema di Venezia sulla figura di Renato Vallanzasca. Un
eroe criminale o un criminale eroe?
La discussione non è stabilire se
quello che questo Bellocco ha scritto sia effettivamente valido oppure no, ma
sollevare un telo pesante sotto il quale si nasconde un’adesione ad una visione
del mondo che anche quando emerge sotto forma di testi poetici non contraddice
la sua sostanza maligna, il flusso nefasto ed imbarazzante di caratteri che
ritraducono quello che della poesia o della religione possono aver capito. Un
Provenzano che sottolinea la Bibbia, che ne impara a memoria i passi,
rendendola sussidiario all’esistenza, non certo induce qualcuno a ritenere che
Provenzano per questo sia stato un vero credente, tutt’altro, ma
nell’insistenza del gesto, nella sottolineatura maniacale, quanto metafisica,
del libro sacro, si nasconde quel torbido carattere psico-criminoso che fa incappare
i critici, più degli psicologi criminali, nel dubbio che sovrasta l’ammirazione
del genio, della bravura, diametralmente opposta alla sua esistenza infernale,
maledetta. Dubbio che sovrasta l’identità pura di un fenomeno artistico con
l’obiettivo, spropositato, di indurre l’uomo o il critico all’interrogazione
capitale. La grandezza artistica di Caravaggio capace di dipingere come Dio, di
sentirsi ispirato nell’azione dal sentimento più veritiero, si contrappone
all’esistenza criminale di un uomo che ha ucciso delle persone. Per necessità,
per barbarie del tempo, per istinto e per indole indomita o per eccesso di
difesa, Caravaggio si è comportato nella vita come un criminale, ha vissuto
nell’ombra per tornare alla luce grazie alla magnificenza della sua opera. Bene
e male convivono in questo grande artista del passato, ma così attuale per
forma e temperamento. E altrettanto si può dire di scrittori e poeti che hanno
vissuto ai margini, costretti a delinquere per non cadere nella vera
delinquenza, cosa che può dirsi di Caravaggio quanto di Verlaine e di altri. Ma
se il vero artista è prima di tutto un artista, quale Caravaggio, e solo in
seconda battuta, per necessità, un criminale, un vero criminale è prima di
tutto un boss, un padrino, reggente di una provincia o di un mandamento e solo
per scialba necessità di stabilire uno stile che altrimenti non avrebbe, decide
di scrivere canzoni o delle poesie per comunicare al mondo che possiede una
sensibilità con cui farsi scudo. Per cui se i boss scrivono poesie lo fanno non
solo per elargire lezioni di vita ai propri adepti o agli affiliati, ma anche per
dare senso alle loro azioni, alla forza della loro potenza, per dimostrare che
nel mondo del crimine è insita una parte rilevante di “successo”, di “purezza”,
di “strategia” che cavalca l’indignazione generale a favore della fermezza antropologica
del fenomeno.
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Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra Organizzata, nonché vincitore nel 2000 di un premio di poesia
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Un boss poeta è un boss superiore
ad un boss che non lo è: è qualcuno che dimostra di saper essere anche altro,
addirittura poeta, qualcuno che sa di avere un’anima, e che anche laddove c’è
orrore, di fatto, c’è la verità di una vita affrontata con una strategia che
non è solo criminale. Il tutto diventa un epifenomeno che non aggiunge nulla
alla realtà della questione, che non smacchia l’orrore del crimine e non
aggiunge qualità alla poesia. Semmai un boss che scrive poesie vuol comunicare qualcosa
che è più filosofico e non didattico, ovvero che l’onestà intellettuale non è
qualità solo della giustizia o delle persone per bene, e confermare che
l’estetica, l’arte, la poesia, non sono come la giustizia, ma possono essere
l’esatto contrario di quell’univocità a cui il diritto ci sprona. Per fortuna
l’arte non è unilaterale, questo non solo ci comunica l’arte e la letteratura
in senso assoluto, ma ce lo comunicano anche quei boss che scrivono poesie e
che, contrariamente a Riina che è stato capace di scrivere solo il “Papello”, sanno
scrivere poesie, libri e vincere anche premi letterari. Tra questi si ricorda Raffaele
Cutolo, il boss della “nuova camorra organizzata”, che vinse nel 2000 il premio
di poesia Guido Giustiniano, nato in memoria del frate francescano. Oppure
Raffaele Lubrano che vinse addirittura nel 1991 il Premio “Giacomo Leopardi” Città di Recanati.
«Il sapere, l’arte, la poesia,
divengono quindi passioni da professionisti, da solidi borghesi, da
commercianti di successo, da generali con il pallino della storia. I versi di Raffaele
Lubrano» – scrive Roberto Saviano – «non sono diversi dalle poesie scritte e
pubblicate da qualsiasi notaio, e la biblioteca di Giuseppe Misso non è diversa
dalle stanze foderate di libri degli avvocati o dei costruttori più affermati.
Non sono i loro percorsi differenti ma medesimi, una carriera economica e
politica che smarrisce nel procedere la propria origine criminale e che anzi da
essa ne trae un maggior plusvalore di potere e sicurezza di trionfo[ii]».
La poesia, quindi, si mostra come
un meccanismo dialettico che fa da collante tra la realtà quotidiana del potere
e del crimine con l’ordine nuovo che si vuole imporre. Una strategia di
comunicazione che stabilisce un salto di qualità – di qualità ovviamente non
umana, bensì criminale rispetto al fenomeno in origine – tanto da indurre
Francesca Viscone, giornalista e studiosa della Calabria, nel libro La globalizzazione delle cattive idee
(Rubbettino editore, 2005) a questa affermazione: «Le canzoni di ’ndrangheta
sono un documento culturale tanto quanto lo è il canto di un cannibale dopo il
pasto». Certo il canto è diverso dalla poesia. Il canto è il segnale della
liberazione, mentre la poesia è spesso il segnale di una prigionia, di una
ostinazione, di una malattia inguaribile che certamente si coltiva unicamente
dandole studio, attenzione, seminandola e raccogliendola senza fare entrare in
essa concetti antitetici e pulsioni astratte. Per cui il fenomeno dei “boss-poeti”
rimane interessante nell’ambito antropologico, ma del tutto estraneo alla
poesia. Si fa difficoltà a vedere affiancati a Leopardi e Montale, Lubrano e
Cutolo, perché i primi due hanno scritto patendo un’esistenza grazie alla quale
il loro pensiero è diventato poesia; i secondi, invece, hanno scritto facendo
patire altre esistenze con le quali il loro pensiero non ha saputo trovare la
via legittima del confronto, ragion per cui quella che vogliamo chiamare
“poesia” scritta dai boss altro non è che uno sfogo onanistico e basso,
impegnato a dare una versione della verità e dell’esistenza come uno studente
delle medie, che incamera sfoghi, umori, risse e sicumere, vivendo un’esistenza
di per sé ampiamente lontana da ogni arte, da ogni letteratura, da ogni
autentica sensibilità.