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UNGHERIA – ITALIA
‘Il paese
della Cuccagna’ ovvero autori magiari e
il pubblico nostrano fra le due guerre

      
Nella prima metŕ del ’900 ci sono stati assai intensi e variegati rapporti artistici e culturali tra il Belpaese e gli esponenti della letteratura e del teatro ungheresi. Se per molti compatrioti in gita, Budapest veniva vista come una cittŕ gaudente, piena di caffč, di luoghi di divertimento, di musiche tzigane e di donne disponibili, una ragguardevole borghesia colta leggeva le opere di Ferenc Molnár, Ferenc Körmendi, Mihály Földi, Lajos Zilahy, János Bús-Fekete e Ferenc Herczeg. Nonché di Sándor Márai che oggi č stato riscoperto con grande successo internazionale. Mentre i testi di Molnár, che venivano disprezzati da Pirandello, oggi vengono riallestiti da registi creativi come Árpád Schilling.
      




   

di Ilona Fried


Fra le due guerre, drammaturghi e commediografi ungheresi, spesso contemporaneamente anche giornalisti), venivano letti e seguiti anche all’estero, ed erano molto popolari anche in Italia. Rappresentavano una cultura, una letteratura straniera, diversa da quella italiana. La loro accoglienza da parte del pubblico italiano faceva parte dell’immagine che l’Italia aveva dell’Ungheria.

Negli anni ’20, Elody Oblath Stuparich, che, essendo di padre ungherese, aveva parenti in Ungheria, fornisce una descrizione del suo viaggio in Ungheria conformemente all’immaginario triestino. Elody Oblath nelle sue lettere si autodefiniva spesso “zingara”. L’Ungheria che ricorre nel suo epistolario è una terra di sogno di cui la scrittrice sottolinea il rispetto per la libertà, il rifiuto di ogni restrizione. Ecco uno stralcio della sua prosa:

"Quell’estate passata in Ungheria fu varia e festosissima per tutti… Da Trieste eravamo venuti in tanti, da formare una vera colonia, senza contare gli ospiti del luogo, che andavano e venivano continuamente, a frotte. Era il paese della Cuccagna: laute mense rumorose e larga cordialità ovunque; regnava sui volti di tutti un’aria di benessere, di spensieratezza e di soddisfazione. Trattenimenti, gite, giuochi all’aperto erano le nostre sole occupazioni.”[1]

L’immagine di un’isola felice torna anche in certe opere pubblicate da ungheresi in Italia, per esempio da Ignazio Balla, autore, giornalista, traduttore ungherese, che nel 1925 si è trasferito nella penisola, dove ha vissuto fino alla morte. Nella sua guida di Budapest, pubblicata nel 1931, egli offre nell’introduzione un’immagine convenzionale e “ufficiale” della storia d’Ungheria, probabilmente come il lettore medio si aspettava: “Sempre martire il popolo ungherese, ti dico, sempre sofferente per una dominazione straniera durata troppo a lungo. Sono secoli che la magnifica Reggia è deserta. Non c’è un re: c’è a regnare, la Sacra Corona di Santo Stefano dalla croce piegata e piagata, simbolo tuttavia di insopprimibile grandezza…”. L’evocazione si ferma qui, nel momento in cui la politica ha portato alla perdita dei due terzi del territorio nazionale col trattato del Trianon, alla fine della Prima guerra mondiale. Balla non parla del crollo dell’Austria-Ungheria, cioè di un’entità politica più estesa, di una grande potenza dell’Europa Centrale, garante di un certo equilibro politico-economico. Continua poi – ed è questo lo scopo del libro – redigendo una vera e propria guida per turisti, e insistendo sull’aspetto di una città godereccia, in cui lo straniero si sarebbe trovato bene, si sarebbe divertito molto. “Bisogna dirlo subito: lo straniero che arriva a Budapest vuol sentire la famosa musica degli tzigani… e vuol vedere le belle donnine della capitale magiara. Questo gli interessa soprattutto: codeste sono le due ‘specialità’ ungheresi celebri nel mondo. Per secondare le sue aspettative, il nostro libro condurrà il visitatore nei caffé, nei ristoratori, e in tutti i luoghi di divertimento di Budapest, dove gli autentici tzigani dan fiato e corda ai loro magici istrumenti, e non dimenticherà di presentare le donne magiare nella loro malia, quelle donne che, giova dirlo, un poco dirigono il tran-tran della vita ungherese.” Continua poi affermando, in accordo con la fama di Budapest sempre viva nell’immaginario di tante famiglie triestine i cui membri erano andati spesso nella capitale magiara, per motivi di lavoro o in viaggio di nozze. “Budapest è proprio la città dove ci si può divertire e molto.”[2]

D’altra parte però il nostro autore non trascura neanche il lato oscuro della vita ungherese, che collega alla situazione politica internazionale in cui l’Ungheria in quel momento si trova: parla della “miseria vera, facilmente intuibile in un Paese cui sono stati tolti due terzi del suo territorio, in seguito ai trattati…”[3]

Con questi due filoni – quello del divertimento e quello della miseria, della crisi morale conseguente alla sconfitta, alla perdita dei due terzi del territorio del paese –, alla depressione che rende ancora più acuti i problemi sociali, si mescola l’umorismo nero, un’ironia forte negli approcci letterari. Saranno proprio questi gli ingredienti essenziali sia del romanzo d’intrattenimento sia della commedia o del dramma fra le due guerre.

Ecco, secondo Balla, che cosa l’italiano si aspetta dalla letteratura e dallo spettacolo ungheresi. Diciamo pure che Trieste, anche per ovvie ragioni storiche ed economiche, era da sempre più vicina all’Ungheria di quanto lo fosse il resto dell’Italia, grazie a vari contatti sociali, umani, economici diretti.[4]


Per quel che riguarda più strettamente i rapporti letterari, possiamo anche leggere, di Teo Ducci, traduttore di molti autori ungheresi, pure lui ungherese di origine (prima risiedeva ad Abbazia), la prefazione al romanzo di Sándor Hunyady, Incontro all’Isola Margherita, edito da Baldini & Castoldi, (una casa editrice che quasi sopravviveva grazie alla pubblicazione di autori ungheresi). Qui egli tiene a sottolineare: “Dirò subito che Sándor Hunyady non è soltanto romanziere, ma anche autore e critico teatrale. I suoi libri infatti, più che dei romanzi, si direbbero documentari vivaci ed appassionati, di un ambiente che egli conosce alla perfezione per avervi lungamente vissuto e lavorato. Pare talvolta che l’Autore, riunendo in volume le sue impressioni, voglia prender per mano il lettore e condurlo dietro le quinte di un mondo complesso e favoloso, evocatore di fantasmi poetici, ricco di allucinazioni e d’attrattive, non già per disilluderlo ma, anzi, per maggiormente incantarlo. Eppure egli non nasconde né tace la verità, anzi, la proclama semplice e nuda, quand’è necessario, non tralasciando di mettere in evidenza, con bonaria ironia, i difetti della creatura che, si capisce subito, gli sta a cuore.”

Ecco la funzione dell’Autore (con la A maiuscola): “prender per mano il lettore” e fargli vedere qualcosa che lui, Autore, a differenza del lettore, conosce molto bene qualcosa di suo. Torniamo così al narratore onniscente dell’800.

Chi è dunque quest’autore, da quale angolazione fa scaturire il testo, l'opera?

Questo nostro autore fa spesso parte, come per lo più il suo pubblico, di una media borghesia residente a Budapest, composta sovente di professionisti, di giornalisti aperti al mondo, all’intrattenimento. La caratteristica di molti di loro non è soltanto l’ironia, ma anche l’autoironia: essi sono sempre pronti a cogliere i lati negativi della società, oltre che ad occuparsi seriamente di problemi sociali. I loro romanzi sono redatti in modo classico, secondo i criteri del romanzo realista, la loro trama centrale è costruita a partire da un’immagine, da un’ambientazione sociale. Essi parlano d’amore, molto più apertamente che non nell’Italia di quell’epoca. L’amore come filo conduttore (si tratterebbe quasi di “romanzi rosa”) non esclude, oltre alla gelosia e alle varie peripezie amorose, il divorzio o la convivenza di due amanti, i rapporti sessuali extraconiugali, l'aspirazione all'agiatezza, e all'evasione dalle proprie condizioni sociali oppressive da parte soprattutto delle donne, oltre ad eventuali descrizioni dei vari ceti sociali.

Il pubblico italiano apparteneva per lo più alla borghesia colta. Se vogliamo ricostruire quali fossero le loro letture, assieme a quali altri scrittori fossero letti gli ungheresi, scopriamo che questi ultimi erano veramente in buona compagnia. Gli italiani infatti oltre a Ferenc Molnár, a Ferenc Körmendi, a Mihály Földi, a Lajos Zilahy, a János Bús-Fekete, a Ferenc Herczeg a Sándor Márai, e ad altri, ancora leggevano Tolstoj, Dostojevski, Cecov, Proust, Steinbeck, Hemingway, Pirandello…




La locandina del film del 1934


Il romanzo di maggior successo, oltre a I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár del quale uscirono numerose traduzioni, e del quale fu anche tra un film nel 1934 era L’avventura a Budapest di Ferenc Körmendi, di grande popolarità internazionale, che ebbe più di 15 edizioni in Italia tra il dal 1933 (l'anno della prima edizione) e gli anni ’40. Il tema centrale del libro è quello della “generazione perduta”, caro per altri aspetti anche alla letteratura americana, per esempio a Hemingway. Il punto di vista è quello dei ceti medi: la voce narrante è interessata, aperta, critica, emotivamente coinvolta. Un approccio simile a quello di Körmendi è rintracciabile non solo nelle opere creative, ma anche nelle note autobiografiche di Mihály Földi, un altro autore di successo, redattore-capo di un giornale importante. Földi, analogamente a molti altri, è arrivato alla letteratura da una professione ben diversa: e cioè dopo una laurea in medicina.

Oggi, quasi un quarto di secolo dopo la pubblicazione del suo primo libro, sente che ebbe il merito di aver ampliato il terreno del romanzo ungherese con dei problemi spirituali. Forse non senza risultati ha tentato di introdurre la forma del romanzo sintetico nella letteratura ungherese.

A partire dal 1924 è redattore di Pesti Hírlap. Il concetto essenziale della sua attività di redattore è che un un quotidiano debba stare in mezzo, evitando qualsiasi estremismo, e che in circostanze determinate assicuri uno spazio a qualsiasi fenomeno valido e volonteroso della vita pubblica o letteraria ..”[5]

L’ambientazione più frequente, dei romanzi e delle commedie ungheresi si colloca nella grande città, a Budapest: nei caffè, nei teatri, all’opera, nei luoghi della vita mondana, negli appartamenti borghesi, negli alberghi, ecc. La metropoli pullula di vita, anche se la gente non è necessariamente felice. A volte, alcuni autori più legati alla letteratura ufficiale come Ferenc Herczeg, scrittore particolarmente in auge in quell'epoca, situano i loro romanzi in periodi di grandi cambiamenti e di conflitti della storia ungherese e li collocano in ambienti provinciali. Non mancano elementi storici o impregnati di nostalgia del passato neanche negli scritti di un autore riscoperto di recente: Sándor Márai, il quale privilegia la piccola città ungherese, la Monarchia Austro-Ungarica, ecc.

Ferenc Körmendi, in Un’avventura a Budapest, descrive la capitale con le sue contraddizioni. Il punto di vista esterno è assicurato dal protagonista: costui è un ungherese che, avendo fatto fortuna all’estero, torna con la moglie a Budapest, dove rivede alcuni dei suoi vecchi amici. Abbiamo qui il giudizio espresso di un narratore onniscente, il quale formula pareri che potrebbe condividere con un qualsiasi lettore. Il monologo del protagonista implica anche la libertà di scegliere di ripartire, di lasciare tutto, di andarsene di nuovo per il mondo, dove sembra che ci si trovi meglio.

Era Budapest ed era il principio di giugno. ‘Siamo forestieri, godiamo la nostra vita tranquilla, ricca a Budapest o a Londra o a Parigi o a Berlino, poi andiamo avanti. Vediamo ancora una città, veniamo a contatto solo con le banalità, con i luoghi comuni, con le cose superficiali che, di solito, dànno l’impressione generale di essa. L’albergo è europeo-occidentale, il movimento è vivace, regolato come in una grande città. Le banche sono ragguardevoli e premurose. La gente è cortese, ospitale proprio secondo la tradizione ungherese. Gli uomini vestono male, almeno quelli che passano per le strade... e sono troppe le botteghe dalle saracinesche abbassate e dai manifesti rossi che, con scritte nere, gridano ‘liquidazione generale!’. Ma ciò non riguarda noi forestieri, non è necessario notarlo. Non è necessario notare ciò che non vogliamo, ciò che è sgradevole.”

Si tratta di una specie di monologo interiore che sottolinea come il mondo riuscisse a filtrare attraverso questo tipo di romanzo. Il traduttore Teo Ducci mi ha raccontato un episodio che è avvenuto a proposito del romanzo di Bús-Fekete, La stanza sul Danubio, nel quale una delle protagoniste aspetta un figlio che non vuole e abortisce. Siccome sia lui sia la casa editrice erano preoccupati perché la censura italiana non permetteva di parlare di aborto (fra i temi tabù c’era anche quello del suicidio, e Balla in una lettera osserva con malizia che solo Pirandello poteva parlarne)[6] fu un necessario inventare una soluzione diversa: la ragazza si ammala e perde il bambino senza dover ricorrere all’aborto. (Mi sono molto meravigliata quando, dopo aver parlato al telefono con Ducci, ho letto il romanzo anche in ungherese e ho visto che neanche lì si parlava di aborto, ma solo di malattia. Morti ormai sia l’autore sia il traduttore, non si potrà mai risolvere l’enigma!).


Lo stile dei romanzi è gradevole, godibile, leggibile; i loro sono intrecci stimolanti, interessanti, vicini alla vita quotidiana, pur rispecchiando nello stesso tempo un alto grado di libertà, una certa mancanza di pregiudizi o comunque un forte senso di critica sociale. Come dicevo, parecchi autori fanno anche i giornalisti e questa professione li incita ancor più ad occuparsi delle ‘notizie’ del loro ambiente e del mondo in genere, a conoscere gente e a esercitarsi continuamente nello stile. I romanzi, come le commedie sono dunque aperti sulla società, fanno conoscere agli italiani un paese simile al loro, ma anche diverso e più libero dell'Italia quanto alla vita sociale e sessuale

Gli autori sono uomini di mondo, viaggiano e conoscono l’Europa e anche gli Stati Uniti. Molti di loro provengono da una borghesia ebraica integrata. (I loro libri spariranno poi dalle librerie e dai palcoscenici italiani anche se con qualche ritardo rispetto all’Ungheria, dopo le leggi razziali.) Tutti gli autori hanno una grande simpatia per l’Italia, e la visitano spesso (compreso Molnár che, sempre in giro per il mondo, sottolinea nelle sue lettere l’amore che ha per l’Italia. Ma quando poi molti di loro decidono di emigrare, la maggioranza sceglie i paesi anglosassoni, soprattutto gli Stati Uniti. Márai passerà un periodo della sua vita anche in Italia).




Sándor Márai


Per quel che riguarda i contatti personali con l’Italia e gli Italiani, sembra che Körmendi sia stato in ottimi rapporti con Bompiani, il proprietario della sua casa editrice. Anche quando nel 1964 torna in Italia, molto tempo dopo gli anni della sua popolarità e senza che ci sia stata nessuna nuova edizione delle sue opere, viene comunque accolto da Valentino e da sua moglie con molta cordialità.

Molnár era stato anche, fino alla fine degli anni Trenta, il commediografo ungherese più rappresentato. Eppure Luigi Pirandello – suo ‘collega’ italiano di fama mondiale – ne parla con disprezzo, forse anche con invidia. In una lettera scritta a Marta Abba, in risposta all’attrice che gli aveva chiesto di intervenire per cercar di ottenere i diritti per la rappresentazione del nuovo dramma di Molnár, La Fata, Pirandello scrive:

Favole gaje! Ah Marta mia, le può scrivere Molnár, che ha preso tre mogli e s’ubriaca ogni sera, a cui tutto va bene, domani anche una quarta moglie, quando sarà stanco di portar le corna che la Darvas gli sta mettendo con Hermann Timmig, e di cui egli non s’incarica affatto purché Hermann Timmig gli rappresenti bene con la moglie le sue gaje commedie che gli fruttano fior di quattrini… Ci vogliono felici nature come la sua.”[7]

Poi continua così con malanimo, pur promettendo a Marta Abba di occuparsi dei diritti per La fata:

Il Molnár non è in questo momento a Berlino. Appena saprò l’indirizzo, gli scriverò io stesso, dicendogli che Tu li vuoi acquistare per l’Italia. Ma temo che Ti toccherà pagarlo salato, perché il Molnár è abituato molto male, ormai, coi successi che gli han voluto fare con delle porcherie come ‘Uno, due, tre’, o come ‘Olympia’. – Te ne saprò dire presto qualcosa, perché farò subito correre Lantz.”[8]

Sarebbe poco opportuno paragonare due autori così diversi come Pirandello e Molnár.[9] Possiamo però sottolineare alcune differenze fra di loro: esaminando per esempio una delle porcherie appena citate da Pirandello, l’atto unico Uno, due, tre. Da un lato è evidente la differenza tra i due autori. La pièce si svolge nell'ufficio di un direttore. La situazione di partenza è questa: la figlia di un americano in visita in Ungheria e ospite del direttore, gli confessa di essere innamorata segretamente di un semplice autista. La confessione precede di 60 minuti l’arrivo dei genitori della ragazza. Nei sessanta minuti che restano il direttore decide di risolvere il problema, ed ecco la commedia borghese alla Molnár: la soluzione è quella di fare dell’autista un gentiluomo. L’atto unico dunque fa vedere al pubblico come i soldi e la capacità organizzativa, la rapidità dell'azione, (fonti ovviamente di grande comicità) possano, manipolando le ipocrisie sociali, fare il miracolo: l’autista dopo i sessanta minuti della seconda parte della commedia è diventato il perfetto futuro genero dei soci americani. Si è trasformato in un personaggio del tutto accettabile per l’alta società. La commedia è divertente, piena di dialoghi e di ‘a parte’ spiritosissimi, con in più il costante ricorso a una sferzante ironia. Sotto c’è una visione della società in cui lo smascheramento delle ipocrisie offre la possibilità di una mobilità sociale vertiginosa e di un “lieto fine”. Il linguaggio riesce a rispecchiare le varie provenienze sociali ed è vicinissimo al parlato. E se è vero che questo non è certo un tema pirandelliano, pure qui anche Molnár, a modo suo, si avvale di una tematica cara dell'agrigentino, quella delle maschere sociali con cui si confrontano i personaggi della pièce. Più interessante dal punto di vista del pirandellismo è però la commedia: L’ufficiale della guardia, che Silvio D’Amico ha definito assurdo e spiritoso gioco pirandelliano avant la lettre” nella voce Molnár dell'Enciclopedia dello Spettacolo. Quanto poi alla narrativa, è innegabile il merito di Molnár, acuto interprete dei moventi umani nel romanzo I ragazzi della via Pál. Con tutto ciò non intendo certo sminuire l’opera di Pirandello, ma pur constatando le innegabili differenze tra lui e Molnár, intendo sottolineare la funzione di entrambi in quanto “voci narranti” nelle rispettive opere. Penso soprattutto a I ragazzi della via Pál, che chiaramente si svolge nella zona di Budapest dove l’autore ha vissuto da ragazzo e rievoca l’ambiente che lui stesso poteva o avrebbe potuto aver frequentato. Il punto di vista dal quale la vicenda è narrata riflette di sicuro quello dello stesso autore.

Poc’anzi ho fatto allusione all’alto grado di professionalità degli scrittori ungheresi grazie alla loro pratica di giornalisti: anche Molnár, pur avendo compiuto studi di giurisprudenza, comincia la sua carriera come giornalista, anzi, come cronista dal fronte durante la prima guerra mondiale. Ma la sua opera è arrivata in Italia soprattutto tramite il teatro: Ermete Zacconi, dopo aver visto Il Diavolo durante una sua tournée a Budapest nel 1907, ha voluto assolutamente rappresentarlo in Italia (1909). Sono intervenute in seguito le varie agenzie letterarie e teatrali e gli intermediari fra letteratura italiana e quella ungherese operanti in ambedue i paesi.[10] Il centro della diffusione e delle traduzioni naturalmente è Milano, luogo strategico per l’editoria dove lavora anche il già citato Ignazio Balla. La maggior parte delle pubblicazioni è determinata essenzialmente dalle esigenze del mercato: Baldini & Castoldi o Bompiani traggono notevoli vantaggi dal successo della letteratura ungherese, forse anche perché in Italia i diritti d'autore erano più bassi per gli stranieri che non per gli italiani. E questo per le case editrici significava maggiori guadagni.

Anche se probabilmente gli autori ungheresi sono benvoluti in Italia pure a causa dei rapporti politici tra i due paesi, questo non basta a giustificare la grande popolarità della commedia da salotto ungherese, vera rivale di quella francese. Alessandro D’Amico, in occasione di un nostro colloquio, tanti anni fa, riconosceva il valore degli autori ungheresi: anche secondo lui, come anche per molti altri critici, il livello delle loro opere superava di gran lunga quello del semplice teatro di consumo (e lo stesso vale anche per la narrativa).[11]

Con la seconda guerra mondiale, le circostanze cambiano radicalmente: mentre già nel 1934 in Italia era stato proibito di pubblicare romanzi stranieri a puntate sulla terza pagina dei giornali, alla fine degli anni ’30 e poi all’inizio degli anni ’40, mentre la censura si fa sempre più soffocante, il divieto di un pubblicazione si estende a tutta la letteratura straniera (per non dire a tutta la letteratura in generale!).

Per ritornare al periodo tra le due guerre, e a alla penetrazione delle opere ungheresi in Italia, ricordiamo ancora l’attività di Ignazio Balla, giornalista, traduttore, redattore rispettato da ambedue i regimi, e ciononostante stimato e riverito (almeno in apparenza) da molti colleghi. Grazie a una sua intervista nel 1921 all'allora giornalista Mussolini sul revisionismo ungherese, Balla era diventato persona di fiducia, tanto da godere poi di vari privilegi da parte del dittatore. Oltre a numerosissimi articoli di giornali, Balla ha pubblicato in Italia la già citata guida di Budapest e varie antologie letterarie ungheresi, combinando con gusto sicuro l’utile e il dilettevole – mediocri rappresentanti della cultura ufficiale e i migliori scrittori dell’epoca. Stando al suo curriculum è stato traduttore di circa cento drammi – sempre affiancato da un traduttore di madre lingua italiana. È stato amico intimo di Ferenc Herczeg e ha collaborato alla diffusione delle sue opera in Italia. Per nostra fortuna ci è rimasta grande parte della corrispondenza di Balla. In una lettera a Zsigmond Móricz, scrittore notissimo, che gli aveva chiesto consiglio su quale delle sue opere fosse opportuno tradurre in Italia, Balla risponde spiegandogli il suo concetto editoriale e il suo modo di valutare il gusto italiano in base a certi pregiudizi, e anche a interessi ben precisi:

Sì, ecco, il pubblico italiano desidera principalmente, o quasi esclusivamente , novelle divertenti con storie d'amore e con un’azione forte, possibilmente con qualche imbroglio. Gli italiani hanno dato al mondo Boccaccio, hanno inventato così novelle divertenti, donde una tradizione che ha poco a che fare con le tematiche sociali. Eppure le novelle continuano a piacere agli italiani e l’Italia è forse attualmente l’unico paese che abbia ancora una letteratura novellistica. (Anche se anche qui il pubblico acquista ben pochi libri di racconti!). Comunque, le novelle che piacciono sono quelle il cui scopo è sempre quello antico di divertire, magari con mezzi e motivi moderni. Gli italiani non hanno quasi nessun interesse per le immagini ‘di genere’ e non amano per niente leggere testi in cui si descrive la miseria, per quanto artistica sia la novella. I nostri contadini poi sono talmente lontani dalla loro mentalità che non possono accettare storie rurali, a meno che non si tratti di furbizia contadinesca, di fame di terra, ecc. o di grandi sentimenti di amore o di qualche sentimento generale umano che prossimo alla loro mentalità. È per questo che gli scrittori nordici non riescono ad ottenere popolarità in Italia, anche se sono bravissimi.” Arriva poi alla conclusione: “Il gusto italiano è diverso da quello ungherese. Dunque si devono scegliere fra le tue opere quelle che sono concordi al gusto italiano.”[12]




Una recente messinscena in Ungheria di Liliom di Ferenc Molnár


Dopo la seconda guerra mondiale, in un clima politico-sociale ben diverso in ambedue i paesi, con il tramonto dell’intermediario culturale e addirittura per un certo periodo in assenza di veri e propri contatti culturali, le tematiche borghesi non erano più ben accette né in Italia né tanto meno in Ungheria, dove per lungo tempo il mondo del ventennio tra le due guerre doveva scomparire. A proposito del ’56 ungherese, il noto giornalista Felice Froio intervista Amendola, che ricorda il tono critico con il quale Togliatti vedeva la rivoluzione ungherese. Conclude dicendo: ‘Se va avanti di questo passo, Lukács tornerà a scrivere i suoi libri nei caffè di Vienna, come ha fatto per tanto tempo.’[13] Ma per citare anche un’altra voce di dissenso rispetto ai gusti degli anni Trenta, accenniamo alla critica di Corrado Alvaro su Liliom, di Franz Molnár, in cui arriva alla conclusione che l’autore appartiene al ‘mondo di ieri’.[14]

Oggi si torna nei caffè di Vienna e di Budapest e si riscoprono anche gli autori di cui abbiamo parlato. Assistiamo al grande successo di Márai o, nel 2001, alla riedizione inalterata del romanzo Inquietudine di Földi da Baldini & Castoldi, che segnala pure questo rinnovato interesse. I teatri non solo di Budapest assistono al grande ritorno di Molnár, di nuovo considerato un autore importante. Le messinscene frequenti (compresa quella di qualche anno fa) del regista Árpád Schilling di La leggenda di Liliom, fa di Liliom quasi un ‘ragazzo di vita’, in un ambiente che offre l’immagine di una società attuale e che evita la dolce banalità di certe regie precedenti. Nell’interpretazione del regista, la visione che Molnár ha della vita è estremamente cinica e dura, e coinvolge oltre a quello del protagonista anche un destino femminile altrettanto crudele e per niente raro: si tratta di una donna che crede di salvare il suo uomo e di poter vivere con lui poi tutta la vita – Schilling vede nel dramma lo smascheramento dell’impossibilità di una tale strategia e in più anche la lotta fra le donne per impossessarsi dell’uomo. Paragona la durezza della rappresentazione della società di Molnár a quella del teatro di Ödön von Horváth.[15]

Molnár sui palcoscenici più moderni insieme al successo di mercato per Márai potrebbe far ipotizzare anche una presenza più sostanziosa di questi autori in futuro.

Gli scritti di Márai, compresi i romanzi più vicini all’intrattenimento, sono considerati parti integranti della ‘Letteratura’ e del ‘Romanzo’, con le iniziali maiuscole. Poiché, a partire dagli anni ’60, le storie letterarie hanno accettato con pari dignità anche le opere destinate a un vasto pubblico, forse la categorizzazione non ci interessa più tanto. Che poi alcuni di questi romanzi o commedie ottengano o meno l’etichetta “grande letteratura” questo sarà un problema per il futuro. Gli autori citati più sopra, appartengono non soltanto per le loro opere ma anche per se stessi, come rappresentanti di una cultura e di valori tipici dei ceti medi, alla memoria collettiva di un’epoca, a un mondo che per lungo tempo, almeno in Ungheria, è stato occultato. Se questo mondo ora riesce a riappropriarsi del suo spazio, come si spera, dovrebbe cambiare e penso che già stia cambiando anche l’accoglienza dei suoi rappresentanti. Staremo a vedere.[16]












[1] Si veda in Confessioni e lettere, a cura di G. Criscione, Torino, Fògola, 1979, p. 5. La cito in Vite di donne ebree a Fiume e a Trieste, in Le donne delle minoranze, a cura di Claire Honess e Verina Jones, Claudiana, Torino, 1999, p. 284.

[2] Ignazio Balla, Budapest, Casa Editrice Giacomo Agnelli, Milano, 1931, pp. 14-15.

[3] Op. cit. p. 16.

[4] Per quanto riguarda gli aspetti economici ricordiamo le ricerche di Marta Petricioli in cui ha dimostrato che una parte notevole delle ditte italiane presenti in Ungheria che figurano sull’elenco del 1945 sono quelle con sedie a Trieste. Si veda Quell’inverno a Budapest, in Tra totalitarismo e democrazia. Italia e Ungheria 1943-1995, a cura di Ilona Fried, ELTE TFK, Budapesti Dante Társaság, Budapest, 1995, pp. 2-3. L’attuale ricerca di Anna Millo dimostra a sua volta i rapporti finanziari, commerciali e economici tra l’Italia e l’Ungheria attraverso la famiglia Frigyessy a la RAS. Si veda Una grande impresa assicurativa nella Mitteleuropa: la Riunione adriatica di sicurtà in Ungheria nella prima metà del Novecento, in Il Novecento a cura di Ilona Fried e Elena Baratono, ELTE TFK, Budapesti Dante Társaság, Ponte Alapítvány, Budapest, 2002.

[5] Országos Széchényi Könyvtár (Biblioteca Nazionale Széchényi) Kézirattár, (Sezione Manoscritti) Levéltár (Fondo Lettere) 83.

Kézirattár, Kézirattár, Levéltár 83.

[6] Lettera scritta a Ferenc Herczeg il 21 aprile 1942, Országos Széchényi Könyvtár (Biblioteca Nazionale Széchényi) Kézirattár, (Sezione Manoscritti) Levéltár (Fondo Lettere) 83.

[7] Si veda in Lettere a Marta Abba, a cura di Benito Ortolani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1995, Parigi, 27.I.1931, n° 310127, p. 622.

[8] Op. cit. n° 300502, p. 438.

[9] Molnár Ferenc (1878, Budapest - 1952 New York), alcune fra le opere principali: Liliom, 1909, L'ufficiale della guardia, 19l0, Giochi al castello, 1924, ecc.

In Italia Doktor úr, Il Re dei pasticci, 1923, comp. Baghetti, Ördög, Il Diavolo, nel 1909 interpretato da Ermete Zacconi Liliom, La leggenda di Liliom, 1922, comp. Tumiati; edito. in Comeodia 1923, n.15; poi edito a Roma 1936, e in Dramma. 1 marzo 1937, A Testőr, L'Ufficiale della gurdia, 1924, compagnia Pavlova; edito in Dramma, 1 luglio 1926, A farkas, La favola del lupo, 1926, compagnia Pavlova, edito in Comoedia 1926 n.5, A Fehér felhő, 1916, La nuvola bianca, A Hattyú, 1920, Il Cigno, 1922, compagnia Melato, edito in Dramma 15 nov. 1928, Farsang, Carnevale, 1923 compagnia Borelli, Játék a kastélyban, Guochi al castello, 1926, compagnia Palmarini-Fabbri, edito in Comoedia 1929 Olympia, 1928 Olimpia o Gli Occhi azzurri dell'imperatore, 1929, compagnia Almirante-Tòfano-Rissone; edito in Dramma 1 maggio 1936, Egy, kettő, három, Uno, due e tre, 1930. compagnia Betrone; in Enciclopedia dello spettacolo, Casa Editrice Le maschere, Roma, 1960, redattore capo, Francesco Savio.

[10] Si capisce la popolarità delle riviste teatrali, come quella ungherese “Színházi Élet", che molti fiumani ricordavano ancora parlandomi del periodo fra le due guerre e che in quegli anni arrivava ancora nelle edicole di Fiume o direttamente per abbonamento, da Budapest. Uno dei personaggi di un romanzo di Franco Vegliani, Processo a Volosca, il giudice, va a comprare quella rivista. Con questo motivo torniamo anche alla constatazione precedente: in quel periodo , il teatro era un punto di riferimento importante anche come luogo di ritrovo, di vita sociale. Perciò, anche per questo, gli avvenimenti teatrali erano molto seguiti. Potremmo qui citare naturalmente anche le riviste teatrali italiane di larga diffusione e popolarità.

[11] Sarebbe naturalmente un discorso a parte quello sul cinema. Oltre a certi ‘telefoni bianchi’ anche alcune fra le maggiori figure del cinema di Hollywood arrivano dall’Ungheria. Cf. Gian Piero Brunetta, Cent’anni di cinema italiano, Editori Laterza, Roma-Bari, 1991, pp. 248-251.

[12] Milano, 27 giugno 1933, Országos Színháztörténeti Múzeum, 92.337/169, traduzione mia

[13] Felice Froio, Togliatti e il dopo Stalin, Mursia, Milano, 1988, p. 56

[14] Si veda Ilona Fried, Quel piccolo mondo parigino-ungherese. La commedia ungherese in Italia fra le due guerre, in “Nuova Corvina”, n° 5, 1999, pp. 59-68

[15] Si veda Árpád Schilling, Un teatro sulla difficoltà di esistere, intervista di Ilona Fried, in “Prove di drammaturgia”, 1/2002, pp. 24-25

[16] Sulla letteratura ungherese in Italia cf. Péter Sárközy, La “fortuna” della letteratura ungherese in Italia e di quella italiana in Ungheria tra le due guerre, in AA.VV., Italia e Ungheria (1920-1960). Storia, politica, società, letteratura, fonti. Atti dell’incontro di studio tenuto a Roma il 9-11 novembre 1989, a cura di F. Guida e R. Tolomeo, Cosenza, Edizioni Periferia, 1991, pp.231-248. Sárközy Péter, Magyar irodalom Olaszországban, www.kortarsonline.hu/0206/sarkozy.htm , Margit Lukácsi, La fortuna della letteratura ungherese in Italia fra le due guerre, „Nuova Corvina”, n° 4, 1998, pp.145-159, Ilona Fried, Fiume. La città della memoria. Del Bianco Editore, Udine, 2004, Egy közép-európai sors - Balla Ignác, "Irodalomtörténet", 2000/4, pp. 56-64.





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