LUOGO COMUNE
SU ANTONIO PENNACCHI
In “Canale Mussolini” i fascisti cattivi sono spariti


      
L’autore del romanzo che ha vinto quest’anno il Premio Strega critica i suoi critici, accusandoli di ideologismo vetero-sinistro e ‘razzistico’ per non avere compreso che nel suo libro, definito il ‘Via col vento’ delle paludi pontine, lui tratta i fascisti come ‘persone’, gli restituisce una ‘dignità umana’ negata dagli spocchiosi antifascisti. Ma il punto è un altro: non è negare l’umanità delle genti mussoliniane, ma il fatto che in tutto il suo fluviale racconto non viene mai fuori il lato totalitario, oppressivo, violento e squadristico del fascismo.
      



      

di Gualberto Alvino

 

 

In una recente intervista televisiva («Niente di personale», La7, 25 settembre 2010) il premio Strega Antonio Pennacchi, autore – testuale – di «un romanzo vero, il Via col vento delle paludi pontine», trascorrendo allegramente da un’amenità all’altra («Umberto Eco ha preso ’na cosa antica, la retorica, gli ha cambiato nome, l’ha chiamata semiotica, e ci ha fatto i sòrdi: tanto de cappello!») protesta con occhi di bragia non solo contro la società letteraria («Io sono una bestia diversa rispetto ai furieri della letteratura in Italia: gli arriva uno che viene dalla classe operaia, gli arriva un barbaro, e questi dicono oddio, madonna, ch’è successo? E allora preferiscono tenemme lontano, preferiscono non capirle le cose che scrivo»), ma contro i media italiani in blocco, cartacei e audiovisivi, rei di rifiutare la sua preziosa e originalissima collaborazione, scagliandosi in particolare contro la conduttrice di «Parla con me» («Me rode er culo che la Dandini nun me invita»), il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari («a “Repubblica” non me fanno mai scrive ’na riga; gliel’ho chiesto: niente da fare!»), ma soprattutto contro «Il Manifesto», con parole altrettanto infocate che degne, come vedremo, di miglior causa:

 

Più il romanzo è bello più è da evitare, dice «Il Manifesto». E sa perché? «Questo tratta i fascisti come persone!». Secondo loro, cioè, i fascisti non so’ persone, so’ esseri diversi, diversi, senza dignità umana. E lei si rende conto che è questo che è fascista, molto più fascista di quanto possa essere ancora Fini o tutto «Il Secolo d’Italia». Perché se lei va al «Secolo d’Italia» quelli la trattano come una persona, la lasciano esprimere. Per loro no: per loro il fascista è non-persona. Questi stanno ancora con la capoccia esattamente come stavano i loro padri, i loro nonni e i loro zii sotto il fascismo, stanno ancora con le loro forme mentali conformistiche, brutali, razzistiche, perché quando io nego natura umana a un altro essere umano, lo considero un essere inferiore e mi sento abilitato a mandarlo nei gulag in Siberia. E questo è fascista. Loro, pur chiamandosi de sinistra, sono oggettivamente i giusti eredi dei loro parenti fascisti. So’ loro i fascisti.




Pennacchi e il suo libro


Sorvoliamo sulla pittoresca identificazione di retorica e semiotica (anche se un aspirante opinionista dovrebbe perlomeno sapere che si tratta di due materie nettamente distinte), nonché sulla presunta idiosincrasia dei letterati italiani per le cosiddette «bestie diverse» (forse che il celebratissimo Vincenzo Guerrazzi per non citare che un nome non fu scrittore-operaio?) e veniamo sùbito al motivo dell’intemerata pennacchiana contro «i fascisti del Manifesto».

Si allude alla recensione di Canale Mussolini apparsa in «Alias» lo scorso 18 settembre a firma di Giacomo Sartori sotto il titolo Pennacchi mente. Nella quale, per la verità, non si discorre niente affatto, come s’illude il Nostro, di bellezza (gli unici giudizî positivi a nostro avviso assai più laschi del lecito vanno alla «veracità» dei personaggi principali e al loro «dialetto “veneto-pontino” colorito e efficace, iconoclasta e comico», definito anche, si badi, «un subdolo grandangolo linguistico che fa apparire Mussolini un uomo decisamente simpatico […], che ci presenta un Adolf Hitler bonaccione, che trasforma le malefatte delle squadracce fasciste in giuste e goliardiche scampagnate»), bensì di «fatuità», di «mancanza di profondità», di «stilizzazione fumettistica», di «non completamente innocente idealizzazione».

«Visti attraverso quella terragna e dissacrante lente – continua Sartori – tutti i fascisti sono persone, seppure con i loro difetti, molto umane».

 

Ed eccoci al punto.

Persone molto umane, dunque, non già persone tout court, come insinua il fasciocomunista nella sua dissennata invettiva. La verità è che Sartori non s’è mai sognato di negare «natura umana a un altro essere umano» né tantomeno si è sentito «abilitato a mandarlo nei gulag in Siberia»; si è limitato a sottolineare come del resto ha fatto più d’un recensore, non si dice quanto opportunamente l’inquietante ambiguità di Canale Mussolini, in cui «non ci sono fascisti malvagi, non c’è il Male. […] La retorica delle gesta della famiglia Peruzzi, a cominciare dall’enfasi data alla giovinezza, al ruolo ambivalente della donna (fornello/bordello), alla forza fisica, alle imprese muscolari, al vitalismo guerriero, alla procreazione, alla “efficienza fascista”, è la tipica retorica, checché ne speculi il filtro della voce narrante, del fascismo. Ma soprattutto sono abilmente sottaciuti tutti i correlati aspetti negativi, tutte le implicazioni sul piano famigliare e personale, le conseguenze implicite, i traumi, le sofferenze, le miserie affettive, la violenza, l’irredimibile immaturità, che si celano dietro quei miti energici e apparentemente innocui e ariosi».

Perché Pennacchi mente?




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