LE VIE DEL RACCONTO
LORENZO SPURIO
 

 

I miei

I miei genitori discutevano sempre, non so per quale motivo. Ero ancora piccolo. Non riuscivo a capire quale fosse la ragione e, per la mia età, non capivo che per discutere ci doveva essere necessariamente una ragione. Quello che sapevo e che mi faceva male era che discutevano. Alzavano la voce e spesso volavano parole che entrambi mai avrebbero usato in presenza di me e dei miei fratellini. Ogni volta pensavo che c’era qualcosa che non andava in loro e che, almeno uno dei due, fosse matto. O forse tutti e due lo erano. Solo così, con la mia mente da bambino, riuscivo a spiegare ciò che udivo e anche le strane parole che mai avevo sentito prima d’ora, ma che sapevo essere delle brutte parole perché suonavano in malo modo. Mai mi azzardai a chiedere a uno dei due che cosa succedeva in momenti come quelli. Mai. Avevo paura che mi dicessero “tu sei un bambino e certe cose non le puoi capire” o “non si deve origliare. Il babbo e la mamma stavano parlando di una cosa importante”. Avevo paura di questo, non che mi dicessero la realtà e che forse non si volevano più bene o, peggio ancora, che uno dei due era matto.

Quando i miei fratellini più piccoli sentivano, senza volerlo, qualche urla o qualche parola detta in tono minaccioso mi guardavano, come se aspettassero da me un “non è niente”, un “non ti preoccupare” o aspettassero che gli dicessi perché quello che avevano udito era stato detto. Non riuscivo in questo. Ogni volta mi ammutolivo e non solo. Mi arrabbiavo. Mi arrabbiavo con me stesso, perché in fondo la mia famiglia faceva schifo. Lo pensavo in momenti come questo in cui ognuno avrebbe voluto capirci qualcosa di più (io con i miei, i miei fratelli con me), ma alla fine, per ragioni diverse, ognuno non ci capiva niente di più ed ogni volta era sempre la stessa storia.

L’unica cosa che riuscivo a fare e di cui oggi, a ripensarci, vado veramente orgoglioso era di prendere i miei fratelli e di portarli nella mia camera che, essendo la stanza più distante dalla cucina, non permetteva di sentire i rumori che i miei genitori producevano (sebbene alcune volte giunsero anche lì). Sono contento ed orgoglioso di aver fatto questo, perché ho cercato di difendere i miei fratelli da quelle urla, da quei pianti e da quei gridi che mai avrebbero compreso, almeno nella misura in cui io li comprendevo. Io, invece, non ero difeso da nessuno e da niente. Io dovevo proteggere i fratelli ma al tempo stesso ero estremamente vulnerabile.

Generalmente nelle discussioni era sempre mamma a parlare (ad urlare) e babbo la ascoltava silenzioso senza intervenire se non per scusarsi (di cose che poi non aveva fatto, o delle quali non doveva dirle “scusa”), ma altre volte, seppur minori in numero, papà non ce la faceva più ed esplodeva e allora si sentiva anche qualche frase urlata da lui. A me e ai miei fratellini quello che più ci faceva male era sentire papà urlare. Perché lui era sempre buono, dolce, pacato e tranquillo e da lui non ce l’aspettavamo. Non che mamma fosse cattiva o irruenta ma lei era sempre più stata pratica e alla buona, anche con noi. Gran parte delle discussioni terminavano poi con papà che si alzava velocemente dalla sedia, facendo fischiare aspramente le zampe della seggiola, talvolta facendo anche cadere qualcosa dal tavolo. Poi si metteva il giubbetto e se ne andava sbattendo il portone.

Il portone risuonava ogni volta in maniera triste e disperata e a quel colpo sonoro corrispondeva poi lo scoppio di pianto di mamma che, forse, già si pentiva o era delusa da se stessa, o voleva farla finita. Alcune volte ho pensato che mai si dovrebbe sentir piangere un genitore perché è una delle cose più brutte che possano succedere al mondo. Un figlio, per quanto sia maturo, affettuoso o vicino al genitore piangente non riuscirà mai nel suo intento di calmare, tranquillizzare e pacificare il genitore. Non solo. Oltre che incapace a fare questo, ne risulterebbe estremamente influenzato e tormentato da questa mancanza. Le prime volte che sentivo mamma piangere lasciavo i fratellini in camera dicendogli di non uscire, dopo averli tranquillizzati e avergli messo su un film Disney che a loro piaceva molto ed io andavo dalla mamma. Percorrendo il corridoio avevo paura. Mi ripetevo nella mente che ero solo un bambino e che non avrei mai risolto niente, mamma mi avrebbe detto “non sono cose per te” oppure “ora è tutto a posto, non è successo niente”. Percorrendo il corridoio stavo male, non perché mamma stava piangendo e soffriva ma perché già sapevo che non avrei saputo che dirle, cosa domandarle, come farla stare tranquilla. Questo mi faceva soffrire. Quando ci si sente incapaci in qualcosa di estremamente importante non è solo una grande sconfitta, ma è un dolore interno. Arrivavo lentamente alla cucina ma, prima di entrarvi, facevo un colpetto più forte con la ciabatta affinché mamma mi sentisse e non le mettessi paura. Lei cosi alzava un attimo la testa dalle braccia piegate sul tavolo, dove stava piangendo. Subito si asciugava gli occhi e mi guardava. Piangevo anch’io. Ricordo che una volta mi disse “Perché piangi? Non hai mica fatto qualcosa di male!”. È vero. Non avevo fatto niente di male. Credo che mai abbia fatto qualcosa di così brutto da far piangere la mamma. Il pianto è contagioso, al pari della felicità e della gioia. Gli dicevo “Mamma non piangere ti prego. Non voglio che piangi” e poi “Papà dov’è andato?”. Sapevo che i miei non stavano più bene insieme, lo intuivo ma il sapere che papà e mamma (pur non volendosi bene) non si trovassero sotto l’unico tetto, quello di casa nostra, mi faceva un sacco male. Avrei preferito sapere che erano entrambi in casa seppur avevano deciso di non parlarsi. La mamma, con una voce un po’ nasale per via del lungo pianto mi rispondeva “Papà è uscito un attimo, ritornerà”. Era vero. Ogni volta che c’era una discussione papà poi ritornava a casa. Non so dove andasse al termine di ciascuna discussione. Immagino andasse a farsi un giro a piedi nel quartiere, tanto per calmare le idee e stare con se stesso. Lui ritornava sempre. Lo so perché io ogni volta non riuscivo ad addormentarmi prima che non fosse rincasato. Non andavo a salutarlo o a chiedergli come stava, o dove era stato, per me l’importante era sentirlo ritornare a casa.

Io amavo il papà e la mamma. Li amavo entrambi in una maniera smisurata e cosi era anche per i miei fratelli. Cosi dovrebbe essere per ogni figlio con entrambi i genitori. Ci avevano dato tutto: la gioia, i giochi, l’amore, il calore, le attenzioni, le cure. Tutto. Ci avevano dato la vita. Loro rappresentavano i nostri ideali, i nostri miti, i nostri eroi. Erano tutto. La nostra unione genitori-figli era totale. Papà era spesso a lavoro ma appena tornava amava stare con noi, ci portava regali e ci faceva sedere sulle sue ginocchia e ci parlava di tutto, in termini molto semplici. Era molto simpatico e gli piaceva parlare. La mamma era più pratica. Si dedicava alla casa e a noi, come ogni buona mamma. Ci amava e ce lo diceva continuamente. Ci faceva giocare e ci ricordava di fare i compiti. È sicuramente stata lei che ci ha cresciuto. Lo ha fatto in una maniera calda, materna, ineccepibile. È stata perfetta in questo. Papà e mamma insieme erano completi di tutto e ci davano tutto ciò che potevamo volere e molto di più. Quello che non ci dava la mamma, era presente in babbo e viceversa. Se la mamma ci sgridava perché avevamo fatto qualcosa che non andava, il babbo ci sorrideva ed era orgoglioso di noi. Noi, grazie a quella grande cosa che è il rapporto filiale, riuscivamo a capire le due cose e ancor meglio una volta maturi. La mamma sgridandoci non voleva farci del male, era un modo per insegnarci qualcosa, ma questo veniva mitigato dallo sguardo bonario di papà che, di fatto, annullava la sgridata di mamma e ci riportava al buon umore. Era sempre così. Dove mancava uno, l’altro era pronto a dare. Era sempre cosi e credo che debba sempre essere cosi. Dalla prospettiva di quando eravamo bambini credevamo in fondo che la mamma fosse un po’ cattiva e il babbo l’unico buono della vicenda ma poi, crescendo, ho capito che forse la mamma era anche più buona del babbo, insegnandoci delle cose, a volte dandoci una sculacciata o una sgridata. Lo faceva, come tutto il resto, per il nostro bene. Tutto quello che loro facevano era dettato dall’amore ed era per il nostro bene.

Il babbo e la mamma erano completi di tutto, costituivano un’unità forte, dispensatrice delle nostre necessità. Spesso problemi psicologici, manie, fobie, stranezze o tanto altro ancora possono essere imputate a una cattiva infanzia legata a litigi genitoriali, violenze etc. Un genitore solamente non può e non darà mai tutto l’amore che papà e mamma insieme danno. Un bambino che nascerà senza la madre (deceduta durante il parto o alcuni mesi più tardi, o fuggita da casa con un altro uomo) sicuramente risentirà di questo. Un bambino che mancherà della figura paterna ne risentirà ugualmente. Uno non è un buon numero. No. Ce ne vogliono almeno due. L’unità familiare è importante. La famiglia è importante. È l’unità l’aspetto preminente.

Una sera in cui nemmeno mi sentivo tanto bene per via degli strascichi lenti di un’influenza difficile da debellare (quando si è bambini è più facile ammalarsi e più difficile rinsavire) papà e mamma discussero per l’ennesima volta. Come sempre la ragione della lite era a me sconosciuta e mai avrei azzardato loro un quesito. Non avrei capito il motivo, o semplicemente si sarebbero inventati una bugia per farmi stare tranquillo. Quella sera invece capii il motivo di quella discussione. C’era qualcosa di strano in quella discussione: la mamma aveva già iniziato a piangere e papà non aveva ancora sbattuto il portone andandosene. Doveva essere qualcosa di grave. Avevo paura. Oramai conoscevo i diversi stadi di ciascuna discussione, questa mi era nuova. Avevo paura. Non sapevo perché gli elementi della discussione che io avevo fissato nella mia mente in ordine cronologico non rispettavano la solita successione. Avevo paura: non sapevo cosa stava per succedere.

Mi sentivo nervoso. I miei occhi stanchi spalpettavano più velocemente del normale. Forse avevo ancora qualche linea di febbre, reduce della mia influenza. Mentre stavo in camera con i fratellini ogni tanto uscivo dicendogli che andavo in bagno, in realtà andavo in bagno per sentire squarci della discussione. Quella sera andai in bagno dodici volte. Me lo ricordo bene ancora oggi. Ogni volta rimanevo in bagno progressivamente di più tanto che una delle ultime volte che ritornai in camera trovai i miei fratelli addormentati. Potei così ritornare in bagno senza dover far ritorno alla camera. Durante le mie tante scorrerie in bagno mentre cercavo di acchiappare informazioni volanti avevo visto con la coda dell’occhio un piccolo insetto scuro sgambettare velocemente dietro la parte inferiore del termosifone. Mi aveva fatto ridere. Avevo pensato al suo movimento goffo e che lui in quel momento, essendo uno, non aveva problemi di sorta. Non mi alzai per pestarlo ed ucciderlo, lo lasciai lì perché pensai che da solo stava bene e non dovevo essere io a togliergli la vita. La mamma o il papà l’avrebbero ucciso il giorno dopo, o qualche giorno dopo quando l’avrebbero visto. E avrebbero fatto bene: non si può tenere in casa insetti vaganti, ma a me aveva fatto ridere con i suoi movimenti simpatici e goffi. La mamma, forse come ciascuna donna al mondo, odiava gli scarafaggi e forse involutamente, lo lasciai lì vivo perché lo trovasse la sera o il giorno dopo la mamma e se ne spaventasse un po’. Non volevo male alla mamma, ma in quei momenti in cui urlava ed inveiva contro babbo (ingiustamente o giustificatamente, non so) io non la sopportavo e questa per me poteva essere una misera rivincita. Non ero cattivo, né lo sono. Credo che non conosca la cattiveria. Era il mio pensiero di bambino e le circostanze che mi portavano a comportarmi così. La mamma non trovò lo scarafaggio la mattina dopo perché non la sentii urlare (come faceva ogni volta che ne scorgeva uno); forse lo aveva ucciso il babbo o forse se ne stava ancora acquattato e nascosto in qualche angolo del bagno o della casa. Forse era uscito e stava discutendo (nel suo linguaggio scarafaggesco) per qualche ragione con la sua compagna, così come facevano babbo e mamma. Credo che tornai a vedere alcuni mesi più tardi quello scarafaggio. Mi trovavo a giocare con i miei fratellini nel giardino di un ristorante di campagna noto per i suoi piatti tradizionali (agnello arrosto, tordi al pepe verde) dove eravamo stati invitati dai nostri zii. Gli zii non avevano figli sicché non avevamo cugini. Giocavo assieme ai miei fratellini quando vidi in un muro esterno del ristorante completamente bianco un punto nero che si muoveva. Mi avvicinai. Era lo scarafaggio. Il mio amico della solitudine trascorsa nel bagno durante le discussioni serali dei miei. Era lì, dunque papà non l’aveva calpestato né mamma lo aveva trovato. Se ne stava lì tranquillo percorrendo sempre la stessa traiettoria, più o meno circolare. Il vedere lo scarafaggio lì mi spaventò un po’ in quanto pensai che era un animale notturno o per lo meno che non era facile vedere di giorno. Era proprio così infatti quando se ne trovava uno in casa era tardi e fuori faceva sempre notte. Mentre i miei fratelli continuavano a dondolarsi sull’altalena del giardino io mi avvicinavo lentamente al muro bianco immacolato. Il mio passo era felpato perché non volevo che l’animaletto si spaventasse e mi lasciasse solo. In quel momento pensai davvero che era lo strano insetto che mi aveva fatto provare una certa simpatia una sera in cui i miei discutevano. Solo alcuni anni più tardi, ripensando all’accaduto, mi convinsi che non era cosi per varie ragioni. La nostra casa in cui io avevo trovato inaspettatamente l’insetto distava almeno quaranta kilometri dal ristorante in cui ci eravamo recati con gli zii. Non solo. Erano passati svariati mesi dall’uno all’altro episodio e, pur non sapendo quanto duri mediamente la vita di un comune scarafaggio, oggi credo che probabilmente qualcuno (forse il babbo o la mamma, forse qualcun altro) lo avesse pestato ed assassinato con la suola della scarpa appena lo avesse visto. La vita di uno scarafaggio non poteva dunque che esser breve. Era per tutti un animaletto schifoso, subdolo e minaccioso, oltre che brutto e tetro al suo aspetto e metteva tanta più paura quando si cercava di rincorrerlo per spiaccicarlo. E quando poi lui era più veloce del piede mortifero e si insinuava in qualche squarcio o spigolo irraggiungibile allora ci si sentiva veramente sconfitti e delusi, amareggiati. In casa c’era un ospite non voluto. Quella storia dello scarafaggio e i miei pensieri circa la sua possibile morte, il suo destino e soprattutto l’assurda etichetta negativa e riluttante che gli umani mettevano lui al vederlo mi aveva accompagnato per alcuni settimane ancora. In fondo chi poteva avere e chi ha la presunzione di dire che un certo animaletto (forse perché corre veloce con le sue zampette, forse perché interamente di colore nero, forse perché si insinua nei posti dove non possiamo arrivare, forse perché appare soprattutto di notte) è brutto, o più brutto rispetto ad un altro? Io pensavo in fondo che lo scarafaggio era sicuramente più simpatico, se non bello, del toro che era costretto a portarsi per tutta la vita un paio di corna giganti sopra la sua testa. Molti animali hanno le corna, è vero. Ma quando pensavo alle corna il primo animale che mi veniva in mente era proprio il toro. A me sembrava che lo scarafaggio in fondo, per la sua vita appartata e misteriosa e per la sua velocità goffa e tremolante era più simpatico del toro. E lo penso anche oggigiorno. Soprattutto perché è inaspettato e s’insinua in un momento in maniera inattesa, mentre il toro è lì: lo guardi, può farti paura o puoi provare un po’ di pena per lui mentre viene massacrato in una corrida, se non sei un vero spagnolo.

Oggi ripenso a tutto ciò con un po’ di mestizia non solo perché quei tempi sono oramai andati, ma soprattutto perché ricordo la pena ed il dolore che provavo in quelle situazioni. Non li vorrei rivivere, ma allo stesso tempo si. Non vorrei riprovare la preoccupazione e il pianto di mamma, il portone sbattuto da babbo e i miei vani tentativi di origliare. Ma vorrei rivivere e riprovare i tanti momenti felici della famiglia, con babbo che mi parlava di tante cose e mamma che era contenta di affaccendarsi in cucina per regalarci ottime prelibatezze. È impossibile poter ricordare solo ciò che si vuole e, anche se la mente umana tende generalmente a tralasciare e dimenticare le cose meno belle o meno felici, a me piace oggi ricordare entrambi gli aspetti. Sono cresciuto grazie alle premure e all’amore dei miei, ma anche grazie alle loro liti e le loro discussioni. Ad ogni modo non credo che quando (e se) mi sposerò ed avrò una famiglia tutta mia mi comporterò come loro. Non vorrò farmi udire dai miei figli mentre discuterò con la mia compagna e non glie lo permetterò nemmeno a lei. Seppur oggi comprendo il fatto che è normale discutere in una coppia, papà e mamma hanno sicuramente sbagliato a farlo davanti a noi e anche se oggi queste loro passate liti non mi danno più niente, quando ero bambino mi hanno fatto molto male. Oggi comprendo che ogni discussione che entrambi facevano indubbiamente aveva una ragione (più o meno seria) e nessuno dei due era matto, come pensavo stoltamente da bambino. All’interno di una coppia si discute perché ci si vuole bene e ci si ama, non perché si è matti. Non so quanti e quali errori abbiano fatto entrambi per portarli a certe discussioni, non li conosco e mai li saprò e comunque non spetta a me giudicarli. Quello che so (così come i miei fratelli) grazie alla mia grande unione con i miei (non solo da bambino ma sempre) è che nessuno dei due mai aveva fatto niente di cosi grave, mai si erano mancati di rispetto e mai (nemmeno per un attimo) si erano scordati della loro situazione coniugale. Le discussioni non erano mai state per questo, era sempre stato un problema a loro estraneo. È davvero difficile poter constatare oggigiorno quanto sia vero il fatto che il troppo amore è spesso un male. Anche se può sembrare paradossale discutevano spesso perché si amavano troppo. Ed è così anche oggigiorno che pur vivendo da soli spesso discutono per cose banali e dopo poco tutto è come prima. Di questo me ne rendo conto quando al sabato o alla domenica mi invitano festosi a pranzare da loro. è sempre stato così e sempre sarà così in loro. Si sono sempre amati in maniera evidente e continuano a farlo, tra una discussione e l’altra.

Un sabato che avevo deciso di fare contenti i miei familiari, accettai di andare a pranzo da loro. La loro casa, che era stata la casa della mia infanzia e della mia adolescenza, ora mi faceva uno strano effetto. Era strana questa cosa, infondo era ancora casa mia. Per questo mi muovevo in maniera un po’ goffa per il corridoio e per la stanza da pranzo ed aspettavo come se i miei mi dicessero “Siediti” o “fai come se fossi a casa tua”. Senza volerlo, non mi sentivo a mio agio e allo stesso tempo, questo faceva male ai miei genitori che mi bombardavano di “Questa è casa tua” o “Ti sei scordato che hai vissuto qui per venticinque anni?”. A volte cerco di ipotizzare una possibile ragione di questo mio comportamento spontaneo e fuori luogo, ma mai ho trovato una risposta. Era per questo che la gran parte delle volte che mi invitavano dicevo loro che ero occupato (non era una bugia, ero occupato veramente) e più spesso che ero stanco (a volte questa era una bugia). Capivo però che sbagliavo e quindi oltre a fargli visita un pomeriggio alla settimana, accettavo di quando in quando i loro inviti a pranzo o a cena (prevalentemente a pranzo). In fondo loro erano contenti e si vedeva. Gli occhi di papà brillavano di una luce immensa e ogni volta vedendo quei suoi occhi acquosi, ma limpidi pensavo al luccichio delle onde del mare in una giornata assolata. Papà non lo diceva verbalmente, ma era veramente felice di avermi lì, seppur per poco tempo. Forse vedendomi lì era come se la sua mente cercasse almeno, per la durata del pranzo, di riportarsi ai tempi della famigliola unita quando io e i miei fratelli eravamo piccoli. Papà era felice e spesso mentre parlavo con loro mi guardava come se avesse visto la Madonna. Papà non era rimbambito, non lo è mai stato. Era pieno di sé in quei momenti e sembrava che in quegli istanti la sua vita corresse più velocemente. Se avessi avuto più tempo e possibilità avrei dato più tempo ai miei. Loro mi avevano dato la vita, io non riuscivo che concedergli alcune misere ore alla settimana. Ogni volta quando poi mi congedavo da loro dopo il pranzo, papà mi accompagnava ogni volta alla porta come se avesse voluto allungare il suo tempo da stare con me. Era così ed oggi ne sono ancora più sicuro. Alla porta però il suo volto non era più beato e allegro, ma nascondeva una certa mestizia per il fatto che me ne stavo riuscendo da quella casa. Papà ogni volta mi ripeteva prima di andarmene “Ritorna presto a trovarci, qui è casa tua. Non devi avvertirci quando vieni, ma vieni più spesso”. Il papà era speciale. Forse era ancor più sentimentale e profondo della mamma, con la sola differenza che la mamma rivelava tutto a parole mentre lui no, ma io riuscivo a capirlo ancor meglio delle chiarissime parole di mamma. Era sempre stato così, era un libro aperto e i suoi occhi luminosi rivelavano tutto il suo amore per me. A volte quando tornavo a casa ripensavo a qualche momento del pranzo, a qualche conversazione particolare, ma sempre ripensavo a babbo che da contento e beato durante il pranzo mi accompagnava malinconico alla porta per salutarmi, quasi con passo goffo ed appesantito per quel suo gran peso, quello di dover aspettare ancora altro tempo per vedermi. Alcune volte ho anche pensato che il papà, dopo che mi salutava alla porta, si mettesse addirittura a piangere. La mamma me lo aveva detto che una volta lo aveva visto in camera piangere. Se cosi era la mamma era sicuramente capace di consolarlo e di rallegrarlo con il suo sarcasmo. Il babbo era molto sensibile.

Quel sabato dunque, dopo aver scambiato una prima serie di battute con i miei, mi sedetti al tavolo. Quando mi invitavano, la mamma voleva sempre che non mancasse niente e faceva le cose alla grande, mangiavamo in sala invece che in cucina. La mamma affrettava il passo per dirigersi alla cucina e finire di preparare il pranzo. Io parlavo con il babbo che in quegli unici momenti in cui io ero con loro evitava di accendere il televisore, da fanatico ascoltatore di telegiornali che era. Quei pochi momenti i miei, in maniere diverse, volevano godermi al massimo. La mamma era già lì e portava degli antipasti fatti da lei con delle tartine e delle salse. Il papà stappava un vino che comprava direttamente per l’occasione. Poi seguiva la pastasciutta (ogni volta diversa, la mamma cucinava veramente bene. La sua cucina non era da ricettario, ma l’aveva sperimentata lei stessa) e poi verdure di ogni specie, la carne arrosto, delle fettine di roast beef. Si passava poi al dolce (anche questo fatto da mamma, il buonissimo salame al cioccolato o la torta ai pinoli) e la frutta. La mamma si premurava di riempirmi sempre il piatto avendo paura che mi vergognassi o che mangiassi poco o addirittura che stessi diventando vegetariano. Non lo ero mica vegetariano, con tutta quella carne che mi mangiavo durante i suoi pranzi. La mamma era un sacco contenta di vedermi, me lo diceva, a volte passando per togliere i piatti mi baciava e mi diceva “Sei proprio un bel ragazzo”. A volte, durante il pranzo, allungava la sua mano e mi accarezzava o semplicemente mi toccava la mano per sentire un contatto fisico. Entrambi mi trattavano ancora come un bambino ma infondo per loro io, anche se avevo trent’anni, ero ancora il loro bambino e poi il loro atteggiamento e tutte le loro premure non mi davano fastidio. Non mi dava fastidio niente di loro neanche quando babbo raccontava a volte delle freddure e delle barzellette pietose che sia io che la mamma avevamo sentito decine di volte, né quando la mamma (spesso) guardandomi, si faceva triste tutta d’un tratto e mi diceva “perché non sei rimasto qui con noi?” o “Che c’è che non va in noi? Non ci vuoi più bene?”. Ogni volta rispondevo alle domande ed assicuravo alla mamma che il mio amore per loro era infinito e mai si sarebbe appassito, ma che era giusto alla mia età vivere da solo. In quei momenti anche il babbo si faceva triste, lo vedevo. Lo sentivo dall’aria che si respirava. La mamma cambiava subito d’umore e ritornava felice e contenta dopo che sentiva le mie risposte e capiva quanto li amassi. Il babbo rimaneva triste e allora cercavo di cambiare discorso o di ricordargli qualcosa che avevo combinato da bambino. Sorrideva per un attimo, ma era un sorriso triste. Poi, nel corso dei discorsi e durante il pranzo, i suoi occhi riacquistavano quello splendore e quella lucentezza che a me piaceva tanto.

Quel giorno, andandomene da quella che per troppi anni era stata casa mia, notai lungo le scale uno scarafaggio nero lucente che correva veloce in un angolo forse perché si era sentito minacciato dalla suola della mia scarpa. Non lo uccisi. Mi fece tenerezza come una volta e provai pietà. Forse era lo scarafaggio che avevo incontrato nel bagno tanti anni prima.

 

Jesi, 4 Dicembre 2009

 

*   Lorenzo Spurio è nato a Jesi, in provincia di Ancona nel 1985. Si è laureato nel 2008 presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” - Facoltà di Lingue e Letterature Straniere in Lingue e Letterature Moderne Comparate - con una tesi di laurea dal titolo Il concetto di wyrd nel poema Beowulf, uno studio filologico sul fatalismo germanico riscontrabile nel poema epico Beowulf. Attualmente è iscritto al secondo e ultimo anno della Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Moderne presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia dove, oltre a studiare lingua e letteratura inglese e spagnola sta studiando lingua portoghese.

Negli ultimi due anni ha scritto un nutrito numero di racconti, per lo più brevi e con tematiche quali la vecchiaia e la morte, la solitudine e l’alienazione, la perdita d’identità. Ha pubblicato nel 2010 presso la rivista on-line Parliamone i racconti Quel profumo ignoto e Scambio d’identità.

 

 




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