LETTURE
ALFONSO MALINCONICO
      

Passione e morte di Michele Serveto

 

Empiria, Roma 2010, pp. 87, € 15,00

    

      


di Massimo Giannotta

 

 

Alfonso Malinconico prosegue, nel suo ultimo libro Passione e morte di Michele Serveto, la riflessione sul rapporto tra potere e i suoi strumenti e le figure alternative ed antagoniste.

Malinconico si è occupato, con la sua competenza di magistrato dei processi a streghe, untori ed eretici, denunciando il tragico iato tra legge e giustizia e il rapporto oscuro tra repressione, conformismo e potere.

Questa volta la sua attenzione si incentra sulla vita e le ultime vicende dell’eretico Michele Serveto, narrate in un poemetto figurato di poesia visiva, sottotitolato In memoriam, e affiancato, in contrappunto, da una «storia minima di TEOLOGIA & ATEOLOGIA», situata nelle pagine pari del libro, in cui, con brucianti sentenze, passa in sinteticissima rassegna l’opera di molti filosofi ed intellettuali.

Un’opera curiosa che riflette sulle vicende di questo antitrinitario, monofisita. Un ‘vecchio diavolo’ su cui furono rovesciate da cattolici e riformati, se non tutte, un ragguardevole numero di accuse di eresia,

Brutto periodo quello della Riforma e della Controriforma, in cui gli intellettuali, i cosiddetti ‘sapienti’, che, come Serveto, s’impegnavano nello studio delle materie più disparate, dalla medicina, alla astrologia alla meteorologia, e, naturalmente, alla filosofia, dovevano stare molto attenti a non suscitare l’attenzione della Chiesa cattolica, ma anche dei riformati. Costoro, erano figli di una concezione ancora medievale della cultura, che tendeva alla costruzione di sistemi globali, in cui tutto doveva essere spiegato e inquadrato, in cui tutto doveva tendere alla sintesi e all’unificazione e questo li coinvolgeva immancabilmente nelle spinose questioni teologiche.

Infatti, con queste premesse, lo scheletro portante di questo ‘tutto’ non poteva che essere sostanzialmente filosofico e teologico. Purtroppo, dati i tempi, sulla teologia era necessaria la massima prudenza per quello che era geloso retaggio della Chiesa, il cui magistero sentiva la minaccia dalla Riforma, che gli opponeva la libera coscienza dei credenti.

In realtà, questa ipotetica guadagnata libertà era del tutto teorica, considerando il significato politico che aveva la Riforma in termini di spostamento di potere, che comunque non consentiva la libera speculazione in materia.

Michele Serveto, ebreo spagnolo d’Aragona, originario di una terra dove si erano scontrati cristianesimo e islam e dove l’ebraismo era guardato con sospetto, con la sua riflessione forse tentava un’utopica via di possibile compromesso tra le religioni monoteiste.

Da qui forse le sue posizioni antitrinitarie, non teoretiche ma fondate sullo studio biblico che comunque collidevano anche con la maggior parte delle posizioni dei riformati.

E mentre la Dieta di Augsburg (1530), a cui pare che anche il nostro fosse presente, mostrava l’impossibilità di una conciliazione anche solo nel campo cristiano, Serveto, con la pubblicazione negli anni successivi del De trinitate erroribus (1531), del Dialogorum de trinitate (1532) e del Christianismi restituito (1546) infilò una tale quantità di tesi considerate eretiche, da suscitare le ire dei cattolici, ma anche di Calvino, cosa che, dati i tempi, avrebbe dovuto indurlo a tenersi alla larga dai luoghi di frequentazione del medesimo.

Serveto fu arrestato nel 1553 a Vienne, grazie a un intervento per interposta persona del solito Calvino, ma riuscì ad evadere ed eludere la Santa Inquisizione, che si dovette accontentare di bruciarlo in effige per eresia.

Non contento di averla scampata, troviamo Serveto alcuni mesi dopo proprio a Ginevra dove, riconosciuto, venne denunciato e puntualmente arrestato e processato.

Dopo di che, Calvino, che si era assunto l’onere dell’accusa, lo seppellì sotto il peso di ben trentasette sentenze giudicate eretiche, estratte dai suoi scritti.

Serveto fu naturalmente condannato. Poi tra canti e preghiere (supponiamo), fu piamente bruciato sul rogo a Champel con il suo libro Christianismi Restituito, legato a una gamba.

Malinconico riflettendo sul fanatismo e sull’ingiustizia, osserva con amarezza che il supplizio di Serveto «spalancherà ancor di più / le porte / all’intolleranza / e alla condanna / degli eretici / e di ogni pensiero / libero e autonomo». E cita un pensiero di Castellion: «Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo».

L’autore rappresenta la sua indignazione per il sacrificio di uno studioso che non aveva tentato (a quanto ci sembra) di fare proselitismo, né era diventato un maître-à-penser, ma che era rimasto un intellettuale piuttosto isolato. Certo questa non fu l’opinione del potere.

Il libro termina citando il «bel cippo con la beffa», in cui a Ginevra si ricorda il sacrificio di Serveto, e in cui però sembra che la principale preoccupazione sia di assolvere da ogni colpa il livido Calvino.

Ipocrisia delle religioni. Quella che conosciamo bene, quella che con la scusa dell’eresia, ma in realtà per ribadire la forza del potere, portò al rogo quarantasette anni dopo Giordano Bruno, alla abiura Galileo, alla galera per ventisette anni Tommaso Campanella.

 

                                                                                                             

 

 




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