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di Massimo Giannotta
Alfonso Malinconico prosegue, nel
suo ultimo libro Passione e morte di
Michele Serveto, la riflessione sul rapporto tra potere e i suoi strumenti
e le figure alternative ed antagoniste.
Malinconico si è occupato, con la
sua competenza di magistrato dei processi a streghe, untori ed eretici,
denunciando il tragico iato tra legge e giustizia e il rapporto oscuro tra
repressione, conformismo e potere.
Questa volta la sua attenzione si
incentra sulla vita e le ultime vicende dell’eretico Michele Serveto, narrate
in un poemetto figurato di poesia visiva, sottotitolato In memoriam, e affiancato,
in contrappunto, da una «storia minima di TEOLOGIA & ATEOLOGIA», situata
nelle pagine pari del libro, in cui, con brucianti sentenze, passa in sinteticissima
rassegna l’opera di molti filosofi ed intellettuali.
Un’opera curiosa che riflette
sulle vicende di questo antitrinitario, monofisita. Un ‘vecchio diavolo’ su cui
furono rovesciate da cattolici e riformati, se non tutte, un ragguardevole
numero di accuse di eresia,
Brutto periodo quello della
Riforma e della Controriforma, in cui gli intellettuali, i cosiddetti
‘sapienti’, che, come Serveto, s’impegnavano nello studio delle materie più
disparate, dalla medicina, alla astrologia alla meteorologia, e, naturalmente,
alla filosofia, dovevano stare molto attenti a non suscitare l’attenzione della
Chiesa cattolica, ma anche dei riformati. Costoro, erano figli di una
concezione ancora medievale della cultura, che tendeva alla costruzione di
sistemi globali, in cui tutto doveva essere spiegato e inquadrato, in cui tutto
doveva tendere alla sintesi e all’unificazione e questo li coinvolgeva
immancabilmente nelle spinose questioni teologiche.
Infatti, con queste premesse, lo
scheletro portante di questo ‘tutto’ non poteva che essere sostanzialmente
filosofico e teologico. Purtroppo, dati i tempi, sulla teologia era necessaria
la massima prudenza per quello che era geloso retaggio della Chiesa, il cui
magistero sentiva la minaccia dalla Riforma, che gli opponeva la libera
coscienza dei credenti.
In realtà, questa ipotetica
guadagnata libertà era del tutto teorica, considerando il significato politico
che aveva la Riforma
in termini di spostamento di potere, che comunque non consentiva la libera
speculazione in materia.
Michele Serveto, ebreo spagnolo
d’Aragona, originario di una terra dove si erano scontrati cristianesimo e
islam e dove l’ebraismo era guardato con sospetto, con la sua riflessione forse
tentava un’utopica via di possibile compromesso tra le religioni monoteiste.
Da qui forse le sue posizioni
antitrinitarie, non teoretiche ma fondate sullo studio biblico che comunque
collidevano anche con la maggior parte delle posizioni dei riformati.
E mentre la Dieta di Augsburg
(1530), a cui pare che anche il nostro fosse presente, mostrava l’impossibilità
di una conciliazione anche solo nel campo cristiano, Serveto, con la
pubblicazione negli anni successivi del De
trinitate erroribus (1531), del Dialogorum
de trinitate (1532) e del Christianismi
restituito (1546) infilò una tale quantità di tesi considerate eretiche, da
suscitare le ire dei cattolici, ma anche di Calvino, cosa che, dati i tempi,
avrebbe dovuto indurlo a tenersi alla larga dai luoghi di frequentazione del
medesimo.
Serveto fu arrestato nel 1553 a Vienne, grazie a un
intervento per interposta persona del solito Calvino, ma riuscì ad evadere ed
eludere la Santa
Inquisizione, che si dovette accontentare di bruciarlo in
effige per eresia.
Non contento di averla scampata,
troviamo Serveto alcuni mesi dopo proprio a Ginevra dove, riconosciuto, venne
denunciato e puntualmente arrestato e processato.
Dopo di che, Calvino, che si era
assunto l’onere dell’accusa, lo seppellì sotto il peso di ben trentasette
sentenze giudicate eretiche, estratte dai suoi scritti.
Serveto fu naturalmente
condannato. Poi tra canti e preghiere (supponiamo), fu piamente bruciato sul
rogo a Champel con il suo libro Christianismi
Restituito, legato a una gamba.
Malinconico riflettendo sul
fanatismo e sull’ingiustizia, osserva con amarezza che il supplizio di Serveto
«spalancherà ancor di più / le porte / all’intolleranza / e alla condanna /
degli eretici / e di ogni pensiero / libero e autonomo». E cita un pensiero di
Castellion: «Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un
uomo».
L’autore rappresenta la sua
indignazione per il sacrificio di uno studioso che non aveva tentato (a quanto
ci sembra) di fare proselitismo, né era diventato un maître-à-penser, ma che era rimasto un intellettuale piuttosto
isolato. Certo questa non fu l’opinione del potere.
Il libro termina citando il «bel
cippo con la beffa», in cui a Ginevra si ricorda il sacrificio di Serveto, e in
cui però sembra che la principale preoccupazione sia di assolvere da ogni colpa
il livido Calvino.
Ipocrisia delle religioni. Quella
che conosciamo bene, quella che con la scusa dell’eresia, ma in realtà per
ribadire la forza del potere, portò al rogo quarantasette anni dopo Giordano Bruno, alla
abiura Galileo, alla galera per ventisette anni Tommaso Campanella.
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