LETTURE
AA. VV.
      

L’amore è un topo strabico


A cura di Mario Quattrucci

(con racconti di T. Binga, T. Colusso, V. Costantini,

F. Falasca, M. Jatosti, M. Lunetta, A. Marenzana,

F. Muzzioli, M. Palladini, P. F. Paolini,

M. Quattrucci, M. Razzi, L. Riviello, P. Sanavio.

F. Troncarelli, C. Vasio, A. Vitali)


Robin edizioni, Roma 2010, pp. 232, € 15,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

Scattante e fuggevole come un topo, strabica e disinibita quanto l’amore: l’antologia di racconti a cura di Mario Quattrucci, imbriglia la studiata seduzione, spaventa l’intrigo spiazzante, decostruisce indagando i pertugi dell’animo umano, ammiccando sviscera il portato ideologico dell’innato contratto sociale fra gli uomini.

Uomini bestiali, uomini-donne, donne ferine, fiere ammaestrate, maestri di vita, inetti del niente, insetti dell’abitudine, abitudinari stravolti da risvolti inattesi e già sorpassati dal vortice delle consuetudini moleste, mai abbastanza feline da imprimere lo scacco definitivo a quel matto che alberga dispettoso dietro le placide effigi normative dell’esistere comune.

Quale forma assume, allora, questa raccapricciante pulsione virulenta, che sussume il declino stesso del topos amoroso?

Forse è l’anabasi de Lo sturbador gentile sagacemente vezzeggiato da Tomaso Binga, bitorzoluto cassaintegrato irreprensibilmente attratto dai femminei effluvi, programmaticamente efferato in una ricerca sensoriale che funge da controcanto erotico al proustiano ripiegamento intimista, indomito violentatore romantico di bellezze altre da sé, assetato rispettosamente di quella vitalità estranea che non è mai stato in grado di alimentare in se stesso.

O, al contrario, è proprio la virile animosità del Sor Maestro spiato da Marco Palladini dietro le quinte parossistiche della sua malcelata goffagine sociale, emozionalmente teatrante, platealmente ottuso nel perpetrare lo spettacolo esecrabilmente venerato della sua improbabile esistenza, goduta sfacciatamente con furfanterie bonaccione inscenate ad arte sul palcoscenico delle più integre, artistiche passioni.

Dove s’infratta il frettoloso desiderio d’appartenenza affettiva, in quale recesso nidifica il nostalgico usignolo delle dissonanze emotive odierne?

Troppo spesso ne La cattedrale gotica edificata da Maria Jacosti s’insinua presso l’oncologico gelo sferzato da una bruciante delicatezza taumaturgica, che fonde specularmente due avverse sofferenze, macerando premurose affinità in un imperituro domani.

O talvolta sta in un domani già deperibile, sorseggiato amaramente nel Cafè des Estrellas con Mario Lunetta, durante una ristoratrice sospensione di responsabilità che affannosamente restaura proprio l’atavico istinto superomistico del comando, traslando una conturbante volontà di potenza dalla sfera pubblica a quella del turbamento privato di chi presiede ad uno Stato in primis di coscienza, le cui leggi allucinate obbediscono all’ossessione della perdita del monopolio sugli istinti subcoscienti, decretandone le estreme, penali, conseguenze.

E se il luogo fosse un non-luogo?

Lo spazio amoroso si cristallizzerebbe allora in un tempo, ciclico ma inamovibile, staticamente vaporizzato da una voce vagheggiata che ogni mattina porge tardiva La Sveglia alla protagonista del racconto di Vilma Costantini, esule volontaria nel lungo viaggio della passione levigata, nello stillicidio dei sensi acuito dal torpore delle macilente insicurezze psicofisiche, tipicamente femminili.

Femminili come le Due percezioni bilanciate da Carla Vasio, attrazione inspiegabile e repulsione ragionata, bramosia e terrore ticchettati dall’ansiosa speranza che bussa alle porte dell’anima, modulati dall’udito surreale di una memoria inquieta frammista ad attesi, mai paghi, risarcimenti. 

Sensibilità femminile, dunque, come quella sviscerata languidamente da Tiziana Colusso in Quella nostra conoscenza che fu già immersione, nello scioglievole abbandono di un abbraccio complice e liberatorio tra due donne che si scoprono amate amanti, compenetrate dalla dissetante sazietà dello smascheramento di ruoli ingessati da efebiche convenienze.

Apparenti rivelazioni, sgusciante erotismo, commistione identitaria mutuata da una mitologia ridondantemente mascolina, la tutt’altro che miope scia tracciata fin qui dal celere ratto/rapimento d’amore, lacera le tenebre oniriche del non-detto, svelando con Lidia Riviello una Valentina inaspettata, ectoplasma di quel Rodolfo Valentino grande latin lover, che spande il suo esiziale fascino anche sulle meno avvezze notti testosteroniche.

Sono Scambi e carambole, dunque, per dirla con Francesco Muzzioli, questi giochi d’amoroso ruolo, questi sorpassi di desideri repressi, non platealmente esternati quanto inconsciamente estroflessi, rimessi spesso al capriccio dell’altro, del simile ostile, del fraterno specchio, al cospetto di un’alterità simbiotica resa avversaria per contrattuale necessità d’azione, contraltare all’innata sete di definizione, spia della sempre latitante fiducia nell’autocoscienza individualmente comunitaria.

Impreziosita altresì dagli exempla di Franco Falasca, Angelo Marenzana, Pier Francesco Paolini, Massimo Razzi, Piero Sanavìo, Fabio Troncarelli e Alessandra Vitali, questa topica raccolta rincorre le difformità esistenziali della declinazione amorosa fino a tuffarsi nel calderone stagnante di una società in continua ebollizione, che fonde ruoli e plasma prospettive in una ciclica metempsicosi tra guardie e ladri, a coniugare l’eterna fenomenologia del servo-padrone  strizzando l’occhio alla maliziosa caccia del gatto col topo.

Letteralmente avvinto da quest’ultimo dualismo, Mario Quattrucci, abile architetto di paralleli arditi ed insolvibili enigmi, tratteggia una Tosca irresistibilmente sgusciante, ingenua ammaliatrice, incantevole tessitrice di febbrili orditi sentimentali, preda consapevole degli sguardi affilati di chi, senza accorgersene, è già irreversibilmente incastrato nell’implacabile tagliola dell’amore. O del vivere sociale.

 

 

 




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