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di
Francesca Fiorletta
Scattante e fuggevole come un topo, strabica e
disinibita quanto l’amore: l’antologia di racconti a cura di Mario Quattrucci,
imbriglia la studiata seduzione, spaventa l’intrigo spiazzante, decostruisce
indagando i pertugi dell’animo umano, ammiccando sviscera il portato ideologico
dell’innato contratto sociale fra gli uomini.
Uomini bestiali, uomini-donne, donne ferine, fiere
ammaestrate, maestri di vita, inetti del niente, insetti dell’abitudine,
abitudinari stravolti da risvolti inattesi e già sorpassati dal vortice delle
consuetudini moleste, mai abbastanza feline da imprimere lo scacco definitivo a
quel matto che alberga dispettoso dietro le placide effigi normative dell’esistere
comune.
Quale forma assume, allora, questa raccapricciante
pulsione virulenta, che sussume il declino stesso del topos amoroso?
Forse è l’anabasi de Lo sturbador gentile sagacemente
vezzeggiato da Tomaso Binga, bitorzoluto cassaintegrato irreprensibilmente
attratto dai femminei effluvi, programmaticamente efferato in una ricerca
sensoriale che funge da controcanto erotico al proustiano ripiegamento
intimista, indomito violentatore romantico di bellezze altre da sé, assetato
rispettosamente di quella vitalità estranea che non è mai stato in grado di
alimentare in se stesso.
O, al contrario, è proprio la virile animosità del Sor
Maestro spiato da Marco Palladini dietro le quinte parossistiche della sua
malcelata goffagine sociale, emozionalmente teatrante, platealmente ottuso nel
perpetrare lo spettacolo esecrabilmente venerato della sua improbabile
esistenza, goduta sfacciatamente con furfanterie bonaccione inscenate ad arte
sul palcoscenico delle più integre, artistiche passioni.
Dove s’infratta il frettoloso desiderio d’appartenenza
affettiva, in quale recesso nidifica il nostalgico usignolo delle dissonanze
emotive odierne?
Troppo spesso ne La cattedrale gotica edificata
da Maria Jacosti s’insinua presso l’oncologico gelo sferzato da una bruciante
delicatezza taumaturgica, che fonde specularmente due avverse sofferenze,
macerando premurose affinità in un imperituro domani.
O talvolta sta in un domani già deperibile,
sorseggiato amaramente nel Cafè des Estrellas con Mario Lunetta, durante
una ristoratrice sospensione di responsabilità che affannosamente restaura
proprio l’atavico istinto superomistico del comando, traslando una conturbante
volontà di potenza dalla sfera pubblica a quella del turbamento privato di chi
presiede ad uno Stato in primis di coscienza, le cui leggi allucinate
obbediscono all’ossessione della perdita del monopolio sugli istinti
subcoscienti, decretandone le estreme, penali, conseguenze.
E se il luogo fosse un non-luogo?
Lo spazio amoroso si cristallizzerebbe allora in un
tempo, ciclico ma inamovibile, staticamente vaporizzato da una voce vagheggiata
che ogni mattina porge tardiva La Sveglia alla protagonista del racconto
di Vilma Costantini, esule volontaria nel lungo viaggio della passione
levigata, nello stillicidio dei sensi acuito dal torpore delle macilente
insicurezze psicofisiche, tipicamente femminili.
Femminili come le Due percezioni bilanciate da
Carla Vasio, attrazione inspiegabile e repulsione ragionata, bramosia e terrore
ticchettati dall’ansiosa speranza che bussa alle porte dell’anima, modulati
dall’udito surreale di una memoria inquieta frammista ad attesi, mai paghi,
risarcimenti.
Sensibilità femminile, dunque, come quella sviscerata
languidamente da Tiziana Colusso in Quella nostra conoscenza che fu già
immersione, nello scioglievole abbandono di un abbraccio complice e
liberatorio tra due donne che si scoprono amate amanti, compenetrate dalla
dissetante sazietà dello smascheramento di ruoli ingessati da efebiche
convenienze.
Apparenti rivelazioni, sgusciante erotismo,
commistione identitaria mutuata da una mitologia ridondantemente mascolina, la
tutt’altro che miope scia tracciata fin qui dal celere ratto/rapimento d’amore,
lacera le tenebre oniriche del non-detto, svelando con Lidia Riviello una Valentina
inaspettata, ectoplasma di quel Rodolfo Valentino grande latin lover, che
spande il suo esiziale fascino anche sulle meno avvezze notti testosteroniche.
Sono Scambi e carambole, dunque, per dirla con
Francesco Muzzioli, questi giochi d’amoroso ruolo, questi sorpassi di desideri
repressi, non platealmente esternati quanto inconsciamente estroflessi, rimessi
spesso al capriccio dell’altro, del simile ostile, del fraterno specchio, al
cospetto di un’alterità simbiotica resa avversaria per contrattuale necessità
d’azione, contraltare all’innata sete di definizione, spia della sempre
latitante fiducia nell’autocoscienza individualmente comunitaria.
Impreziosita altresì dagli exempla di Franco Falasca,
Angelo Marenzana, Pier Francesco Paolini, Massimo Razzi, Piero Sanavìo, Fabio
Troncarelli e Alessandra Vitali, questa topica raccolta rincorre le difformità
esistenziali della declinazione amorosa fino a tuffarsi nel calderone stagnante
di una società in continua ebollizione, che fonde ruoli e plasma prospettive in
una ciclica metempsicosi tra guardie e ladri, a coniugare l’eterna fenomenologia
del servo-padrone strizzando l’occhio
alla maliziosa caccia del gatto col topo.
Letteralmente avvinto da quest’ultimo dualismo, Mario
Quattrucci, abile architetto di paralleli arditi ed insolvibili enigmi,
tratteggia una Tosca irresistibilmente sgusciante, ingenua ammaliatrice,
incantevole tessitrice di febbrili orditi sentimentali, preda consapevole degli
sguardi affilati di chi, senza accorgersene, è già irreversibilmente incastrato
nell’implacabile tagliola dell’amore. O del vivere sociale.
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