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di Sarah Panatta
Una
gioventù meticcia Usa senza ‘rivoluzione’
Said è un trentenne dal cognome
impronunciabile e dall’identità confusa che lavora come “graphic designer” in un
ufficio di proprietà di Martha Stewart e trascorre giornate monotone creando
confezioni ed etichette per futili quanto esosi oggetti d’arredo. La sua
esistenza non possiede alcuna apparente attrattiva, se non per il passato
tormentato e stravagante che l’ha plasmata. Said possiede un’anima meticcia e
traballante, rinnegata e insieme fieramente difesa/nascosta dietro il baluardo
di precetti severi e di nebulose convinzioni radicate in essa sin dall’infanzia:
nato da una coppia di brillanti universitari, viene segnato irrevocabilmente dalle
vicende del padre iraniano, Mahmoud, acuto studioso di matematica trasferitosi
molto giovane negli USA grazie ad una borsa di studio, e della madre Martha, un’ebrea
americana educata e modesta, intellettuale dalle velleità letterarie presto
soffocate dalla folgorante carriera pseudo politica di Mahmoud.
Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard, romanzo
chiaramente autobiografico di Said Sayrafiezadeh[1], che
per il suo esordio narrativo sceglie una chiave dickensiana spigliata, procede
linearmente in una sorta di composito e asciutto piano sequenza in flashback,
punteggiato da alcuni improvvisi ed essenziali lampi di contemporaneità che
consentono il confronto spietato, immediato, e dunque ironico, con la
scarsamente mutata verità presente. Said ricorda l’infanzia vissuta senza
padre, egocentrico e indipendente, presto votato all’attività di propaganda
politica all’interno del Partito Socialista dei Lavoratori, e all’impegno
sociale in perenne trasferta; le assenze frequenti della madre, segretaria
indefessa e segretamente insoddisfatta, totalmente e rigidamente asservita alla
dottrina di quello stesso partito; la fanciullezza sbriciolata tra una città e l’altra,
divorata a bocconi troppo pieni tra un raduno di “compagni” e una vendita di
giornali, tra un dibattito e una rimpatriata di vecchie glorie sconosciute,
ammucchiando mobilio e frammenti di sé nelle solite topaie anguste di una
nebbiosa periferia, o cercando disperatamente il compagno di giochi ideale
nell’ennesima scuola suddivisa in micro classi-ghetto.
Subendo con affetto
accondiscendente e necessari sotterfugi le restrizioni e gli spostamenti
imposti dalle madre e dalle sorti e dai bisogni del Partito – entità
tragi-comica che sembra ingabbiare e reprimere le aspirazioni del piccolo protagonista
sino ad assoggettarlo nell’ingannevole maturità dei trent’anni – Said impara le
contraddizioni funeste del capitalismo americano, fondato su un feroce,
patinato classismo razzista, ma osserva anche da vicino le assurdità interne
alla società che lo circonda, evidente tanto nelle belle villette borghesi di
bianco recintate quanto nei discorsi dei compagni socialisti, splendidi vagheggiamenti
rivoluzionari privi di sbocchi concreti. Sayrafiezadeh non tenta un’opera di
denuncia semiseria, documentando le stratificazioni di quarant’anni di civiltà
occidentale tramite la lente straniata ma privilegiata di un uomo fuori
contesto tra i “bianchi” come tra i “neri”; né si inerpica nelle difficoltà
introspettive di un canonico romanzo di formazione.
L’autore fornisce invece con
briosa levità il tracciato della propria gioventù e della propria bizzarra
storia familiare, ottimo materiale drammaturgico, pregno delle nevrosi e delle
inquietudini tipiche dell’umanità-calderone coeva (diversamente esplorata da
scrittori quali Philip Roth, Paul Auster, Zadie Smith). Egli costella le
memorie di una vita irregolare, avventurosa e sconvolgente, con singoli episodi,
curiosi e grotteschi, semanticamente decisivi, che ne illuminano con estro e
sensibilità il senso profondo, mostrandone le verità attraverso dettagli
“eccentrici” ma non trascurabili, dallo “sciopero” dell’uva alla lancinante richiesta
di uno skateboard, irraggiungibile oggetto di emancipazione wasp che
simboleggia da un lato l’integrazione mancata nel magmatico garbuglio di
libertà e fobie americano, dall’altro l’inconsistenza delle percezioni parziali
e dei pregiudizi, tutti.
[1] Scrittore
e drammaturgo nato a New York nel 1968 da padre iraniano e madre americana,
entrambi membri del Partito del Lavoratori Socialisti, lo stesso partito che
funziona sovente da intempestivo quanto criptico deus ex machina nelle
vicissitudini di Said e del suo (alter) ego funzionale.
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