LETTERATURE MONDO
SAID SAYRAFIEZADEH
      

Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard

 

Trad. di Elisa Comito

 

Edizioni Nottetempo, Roma 2010, pp. 327,
€ 18,00.

 

    

      


di Sarah Panatta

 

 

Una gioventù meticcia Usa  senza ‘rivoluzione’

 

Said è un trentenne dal cognome impronunciabile e dall’identità confusa che lavora come “graphic designer” in un ufficio di proprietà di Martha Stewart e trascorre giornate monotone creando confezioni ed etichette per futili quanto esosi oggetti d’arredo. La sua esistenza non possiede alcuna apparente attrattiva, se non per il passato tormentato e stravagante che l’ha plasmata. Said possiede un’anima meticcia e traballante, rinnegata e insieme fieramente difesa/nascosta dietro il baluardo di precetti severi e di nebulose convinzioni radicate in essa sin dall’infanzia: nato da una coppia di brillanti universitari, viene segnato irrevocabilmente dalle vicende del padre iraniano, Mahmoud, acuto studioso di matematica trasferitosi molto giovane negli USA grazie ad una borsa di studio, e della madre Martha, un’ebrea americana educata e modesta, intellettuale dalle velleità letterarie presto soffocate dalla folgorante carriera pseudo politica di Mahmoud.

 

 

Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard, romanzo chiaramente autobiografico di Said Sayrafiezadeh[1], che per il suo esordio narrativo sceglie una chiave dickensiana spigliata, procede linearmente in una sorta di composito e asciutto piano sequenza in flashback, punteggiato da alcuni improvvisi ed essenziali lampi di contemporaneità che consentono il confronto spietato, immediato, e dunque ironico, con la scarsamente mutata verità presente. Said ricorda l’infanzia vissuta senza padre, egocentrico e indipendente, presto votato all’attività di propaganda politica all’interno del Partito Socialista dei Lavoratori, e all’impegno sociale in perenne trasferta; le assenze frequenti della madre, segretaria indefessa e segretamente insoddisfatta, totalmente e rigidamente asservita alla dottrina di quello stesso partito; la fanciullezza sbriciolata tra una città e l’altra, divorata a bocconi troppo pieni tra un raduno di “compagni” e una vendita di giornali, tra un dibattito e una rimpatriata di vecchie glorie sconosciute, ammucchiando mobilio e frammenti di sé nelle solite topaie anguste di una nebbiosa periferia, o cercando disperatamente il compagno di giochi ideale nell’ennesima scuola suddivisa in micro classi-ghetto.

Subendo con affetto accondiscendente e necessari sotterfugi le restrizioni e gli spostamenti imposti dalle madre e dalle sorti e dai bisogni del Partito – entità tragi-comica che sembra ingabbiare e reprimere le aspirazioni del piccolo protagonista sino ad assoggettarlo nell’ingannevole maturità dei trent’anni – Said impara le contraddizioni funeste del capitalismo americano, fondato su un feroce, patinato classismo razzista, ma osserva anche da vicino le assurdità interne alla società che lo circonda, evidente tanto nelle belle villette borghesi di bianco recintate quanto nei discorsi dei compagni socialisti, splendidi vagheggiamenti rivoluzionari privi di sbocchi concreti. Sayrafiezadeh non tenta un’opera di denuncia semiseria, documentando le stratificazioni di quarant’anni di civiltà occidentale tramite la lente straniata ma privilegiata di un uomo fuori contesto tra i “bianchi” come tra i “neri”; né si inerpica nelle difficoltà introspettive di un canonico romanzo di formazione.

 

L’autore fornisce invece con briosa levità il tracciato della propria gioventù e della propria bizzarra storia familiare, ottimo materiale drammaturgico, pregno delle nevrosi e delle inquietudini tipiche dell’umanità-calderone coeva (diversamente esplorata da scrittori quali Philip Roth, Paul Auster, Zadie Smith). Egli costella le memorie di una vita irregolare, avventurosa e sconvolgente, con singoli episodi, curiosi e grotteschi, semanticamente decisivi, che ne illuminano con estro e sensibilità il senso profondo, mostrandone le verità attraverso dettagli “eccentrici” ma non trascurabili, dallo “sciopero” dell’uva alla lancinante richiesta di uno skateboard, irraggiungibile oggetto di emancipazione wasp che simboleggia da un lato l’integrazione mancata nel magmatico garbuglio di libertà e fobie americano, dall’altro l’inconsistenza delle percezioni parziali e dei pregiudizi, tutti.

 

 

 

 



 

[1] Scrittore e drammaturgo nato a New York nel 1968 da padre iraniano e madre americana, entrambi membri del Partito del Lavoratori Socialisti, lo stesso partito che funziona sovente da intempestivo quanto criptico deus ex machina nelle vicissitudini di Said e del suo (alter) ego funzionale.




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006