INTERVISTE
MARINA PICCONE
Luigi Magni,
regista e ‘storico’
di una Roma
che non c’è più


  
L’82enne cineasta, sceneggiatore e drammaturgo capitolino è artisticamente identificato e definito dal suo adesivo rapporto, viscerale e poetico al contempo, con la Città Eterna. Fin dal suo primo enorme successo – “Nell’anno del Signore” (1970) – ha lavorato con grandi attori, in primis Nino Manfredi, e poi Vittorio Gassman, Monica Vitti, Gigi Proietti, Alberto Sordi, che hanno contribuito ad arricchire e dare lustro espressivo comico-brillante al suo percorso filmico. Tra le sue pellicole di maggiore qualità vanno ricordate “La Tosca”, “In nome del papa re”, “Scipione detto anche l’africano”.
  



  

di Alessandro Ticozzi




Alberto Sordi in Nell'anno del Signore (1970)


“Io e Gigi Magni siamo molto amici, e nei suoi confronti nutro molta stima e affetto. Lui ha avuto fiducia in me quando quasi quarant’anni fa mi ha chiamato per un film che noi abbiamo molto amato, La Tosca, con un cast molto importante che comprendeva Monica Vitti, Vittorio Gassman, Umberto Orsini e Aldo Fabrizi. In quell’occasione ci siamo conosciuti a fondo e poi abbiamo fatto due esperienze teatrali molto grosse: La commedia di Gaetanaccio, con cui aprivo il Brancaccio tanti anni fa, e I sette re di Roma, una produzione ormai storica di Garinei e Giovannini. Al di là della stima e della collaborazione professionale, essendo appunto amici c’è molto gioco tra di noi. Roma non è amata in giro – soprattutto al Nord – perché si ritiene che il romano sia volgare: Magni rappresenta l’opposto, cioè un romano colto che utilizza il dialetto come un importante strumento culturale, avendone una conoscenza perfetta. È un uomo di una cultura che riguardo la romanità – e non solo – credo non abbia eguali: uno storico ed un poeta a tutto tondo, un grande personaggio della Città Eterna, e molti cittadini lo amano moltissimo”.

Queste parole di Gigi Proietti aprono il nostro omaggio a Luigi Magni, grande regista teatrale e cinematografico che ha orientato la maggior parte del suo lavoro nel raccontare la storia di Roma nei suoi momenti più critici, i quali però molto spesso riflettono anche il nostro presente: ne parliamo con Marina Piccone, autrice di una Conversazione con Luigi Magni edita da Effepi Libri due anni fa, in occasione del David di Donatello alla carriera consegnato all’autore romano proprio da Proietti per i suoi ottant’anni e quaranta di attività registica.

 

Luigi Magni come autore teatrale è ricordato in particolare per il copione del celebre Rugantino (1966) e alcune regie di successo, come quella de I sette re di Roma (1990).

 

“Magni cominciò a scrivere per il teatro per caso. Aveva scritto la sceneggiatura di  Rugantino insieme a Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa che avrebbero dovuto essere i registi ma, per qualche motivo, il film non si realizzò. Il produttore decise, così, di vendere il copione a Garinei e Giovannini che, da allora, risultano essere gli autori insieme a Campanile e Franciosa. I due, in realtà, non avevano la minima idea di chi fosse l’antica maschera romana. Magni, che era il vero autore, compare solo nella collaborazione artistica dello spettacolo. Per quell’opera, che continua ad essere rappresentata ancora oggi con enorme successo, il regista romano ha ricevuto soltanto un piccolo compenso. Rugantino, tuttavia, fu la porta che gli consentì di approdare al teatro e di scrivere numerose commedie musicali, come Il giorno della tartaruga (1964), con Renato Rascel e Delia Scala, Ciao Rudy (1965), con Marcello Mastroianni e I sette re di Roma, con Gigi Proietti, solo per citarne alcune scritte con Garinei e Giovannini. Anche per quest’ultima opera l’inizio fu curioso. Il testo, infatti, è nato da articoli scritti per un giornale, Il Corriere della Sera, che, ogni settimana, nell’edizione romana pubblicava la storia di un re. Magni racconta che un giorno, a casa sua, Garinei lesse una di queste storie, si entusiasmò e disse: “Perché non ne facciamo una commedia musicale?” e pensando al possibile interprete tutti e due esclamarono: Gigi Proietti! Solo lui, pensarono, poteva essere in grado di interpretare tutti e sette i re di Roma. E, infatti, lo spettacolo ebbe un grande successo”.




Monica Vitti in La Tosca (1973)


Al cinema, dopo l’esordio con Faustina (1968), Magni ha ottenuto i suoi maggiori riconoscimenti con gli affreschi storici, a metà tra dramma e commedia, di Nell’anno del Signore (1970), La Tosca (1973) e In nome del papa re (1977).

 

Nell’anno del Signore fu il secondo film di Magni e fu un vero trionfo. Rimase sei mesi al cinema Metropolitan di Roma, un record, registrando sempre il tutto esaurito. Addirittura venne introdotto l’orario notturno, da mezzanotte alle due, per permettere alle persone che facevano la fila fuori di assistere alla proiezione del film. Merito della solida sceneggiatura e anche del cast eccezionale. Racconta Magni che, all’inizio, pensò di utilizzare tutti attori sconosciuti, come aveva fatto per Faustina, il suo primo film. Ma Bino Cicogna, che produsse il film insieme a una società francese, gli chiese di affidare una parte a Nino Manfredi, essendo Magni un suo amico. Fulvio Frizzi, allora direttore commerciale dell’Euro International, colse la palla al balzo e propose di chiamare i migliori attori dell’epoca: Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Enrico Maria Salerno, Claudia Cardinale. La produzione francese, da parte sua, indicò due attori, Robert Hossein e Renaud Verley, per la parte dei due carbonari, Leonida Montanari e Angelo Targhini, decapitati dal boia Mastro Titta. Hossein, in quel momento, era molto famoso per la partecipazione nella serie di Angelica, ed era amatissimo anche in Italia. Tutto questo, quindi, contribuì all’enorme successo del film che risulta fra i primi quindici con i maggiori incassi della storia del cinema italiano ed è inserito nei cento capolavori del film storico nel saggio di Aldo Viganò. La Tosca ebbe la storia inversa a quella di Rugantino. Gigi Magni voleva farne una commedia musicale per il teatro, ma il progetto fallì e decise, così, di portarla sugli schermi. Il regista si era riproposto di farne un’opera buffa usando tutti i mezzi di espressione disponibili: il canto, la poesia, il recitativo, la musica, e l’operazione riuscì perfettamente. Il film ebbe molto successo anche in America, dove fu proiettato al Moma, il Museo d’Arte moderna di New York. Anche qui gli interpreti contribuirono molto al successo del film, Gigi Proietti, nei panni di Cavaradossi, Vittorio Gassman, in quelli di Scarpia e, soprattutto, Monica Vitti, che fu una Tosca fascinosa e appassionata. Magni era legato a lei, che considerava una donna fatale, da una profonda amicizia. Mi piace anche ricordare la bellissima canzone Nun je da’ retta Roma, scritta da Magni e musicata da Armando Trovajoli, autore della colonna sonora. La canzone fu poi scelta da Proietti per concludere tutti i suoi recital, da allora in avanti. In nome del papa re fu un altro straordinario film di Magni. Monsignor Colombo, un giudice del Tribunale penale supremo dello Stato Pontificio in crisi di coscienza fu interpretato da un magistrale Nino Manfredi. L’attore era un grande amico di Gigi Magni che lo chiamava ogni volta che poteva per i suoi film”.

Così fu anche per lo scettico Ponzio Pilato di Secondo Ponzio Pilato (1987), per il Ciceruacchio di In nome del popolo sovrano (1991), film con cui Magni si è riagganciato idealmente alle atmosfere di Nell’anno del Signore e In nome del papa re, e La carbonara (1999), l’ultima opera cinematografica di Magni. Manfredi era pieno di impegni ma il regista gli disse che il ruolo del cardinale doveva essere assolutamente suo. Aveva provato altri attori che, però, non lo convincevano perché, dice, erano tutti credenti. Il rapporto conflittuale che Manfredi aveva con la religione  ne faceva l’interprete perfetto”.




Nino Manfredi in In nome del papa re (1977)


Questi ultimi film, come anche O’ Re (1988), sull’esilio romano di Francesco II di Borbone, e il semiautobiografico Nemici d’infanzia (1995), ambientato nella Roma del ’44, non trova che rappresentino in qualche modo – forse perché anche minati da una certa piattezza di stampo televisivo – un qualche scemare della vena migliore di Luigi Magni?

 

“Senz’altro quelli di cui abbiamo parlato prima rappresentano i film nei quali Magni ha saputo rappresentare ai livelli più alti la sua arte di regista e di sceneggiatore. Ma io citerei anche Scipione detto anche l’africano (1970), un film meno conosciuto ma intenso e divertente, due caratteristiche pregnanti del cinema di Magni che è dotato, a mio avviso, di una grande abilità nel tratteggiare finemente la psicologia dei personaggi e nello scrivere i dialoghi. E menzionerei, anche, State buoni se potete (1983), un film per la televisione che narra le vicende di San Filippo Neri, interpretato da un perfetto Johnny Dorelli. Anche qui, c’è la possibilità di godere dei dialoghi brillanti e profondi, di commuoversi e di divertirsi come è nello stile del regista”.

 

In sostanza, che Roma è quella del teatro e del cinema di Luigi Magni?

 

“La Roma di una volta, quella che fa parte integrante della vita del regista, che l’ha amata appassionatamente. Magni ha sempre abitato nel cuore della città, a parte una breve parentesi nel quartiere Prati. Un tempo c’erano i rioni, le osterie, i rapporti amicali con i vicini che, in tua assenza, ti giravano il sugo, le feste tradizionali, la spiaggia del Tevere, privo dei muraglioni, che cambiava colore a seconda della luce del sole. ‘La città dell’anima’, come la definì Byron. Una città diventata irriconoscibile, tanto che, già nel 1977, quando realizzò il film In nome del papa re, Magni fu costretto a girare in Toscana perché, come ha affermato, era troppo difficile ricreare la Roma di un tempo. Sarebbe stato impossibile eliminare il traffico, il rumore, le insegne dei negozi…”.

 

Quale crede sia la lezione artistica di Luigi Magni?

 

“Si racconta che durante le riprese dei suoi film, capitava che, alla fine dei ciak, scattassero gli applausi. Magni spiega che questo avveniva perché avevano trovato un modo di lavorare nel quale ognuno si sentiva parte integrante. Una sorta di bottega dove tutti operavano per uno stesso obiettivo. L’applauso non era un apprezzamento a uno o all’altro ma un riconoscimento collettivo. Mi sembra bello quello che afferma Magni riguardo al suo cinema, visto come una sorta di bottega artigiana di cui lui è il capomastro. Non il maestro perché, dice, ‘io non insegno niente a nessuno’. Una dimostrazione di umiltà che testimonia della grandezza dell’uomo oltre che dell’artista”.







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