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di Alessandro Ticozzi
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Alberto Sordi in Nell'anno del Signore (1970)
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“Io e Gigi Magni siamo
molto amici, e nei suoi confronti nutro molta stima e affetto. Lui ha avuto
fiducia in me quando quasi quarant’anni fa mi ha chiamato per un film che noi
abbiamo molto amato, La Tosca, con un
cast molto importante che comprendeva Monica Vitti, Vittorio Gassman, Umberto
Orsini e Aldo Fabrizi. In quell’occasione ci siamo conosciuti a fondo e poi
abbiamo fatto due esperienze teatrali molto grosse: La commedia di Gaetanaccio, con cui aprivo il Brancaccio tanti anni
fa, e I sette re di Roma, una
produzione ormai storica di Garinei e Giovannini. Al di là della stima e della
collaborazione professionale, essendo appunto amici c’è molto gioco tra di noi.
Roma non è amata in giro – soprattutto al Nord – perché si ritiene che il romano
sia volgare: Magni rappresenta l’opposto, cioè un romano colto che utilizza il
dialetto come un importante strumento culturale, avendone una conoscenza
perfetta. È un uomo di una cultura che riguardo la romanità – e non solo –
credo non abbia eguali: uno storico ed un poeta a tutto tondo, un grande
personaggio della Città Eterna, e molti cittadini lo amano moltissimo”.
Queste parole di Gigi
Proietti aprono il nostro omaggio a Luigi Magni, grande regista teatrale e
cinematografico che ha orientato la maggior parte del suo lavoro nel raccontare
la storia di Roma nei suoi momenti più critici, i quali però molto spesso
riflettono anche il nostro presente: ne parliamo con Marina Piccone, autrice di
una Conversazione con Luigi Magni
edita da Effepi Libri due anni fa, in occasione del David di Donatello alla
carriera consegnato all’autore romano proprio da Proietti per i suoi
ottant’anni e quaranta di attività registica.
Luigi Magni come autore teatrale
è ricordato in particolare per il copione del celebre Rugantino (1966) e alcune regie di successo, come
quella de I
sette re di Roma (1990).
“Magni cominciò a scrivere
per il teatro per caso. Aveva scritto la sceneggiatura di Rugantino
insieme a Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa che avrebbero dovuto
essere i registi ma, per qualche motivo, il film non si realizzò. Il produttore
decise, così, di vendere il copione a Garinei e Giovannini che, da allora,
risultano essere gli autori insieme a Campanile e Franciosa. I due, in realtà,
non avevano la minima idea di chi fosse l’antica maschera romana. Magni, che
era il vero autore, compare solo nella collaborazione artistica dello
spettacolo. Per quell’opera, che continua ad essere rappresentata ancora oggi
con enorme successo, il regista romano ha ricevuto soltanto un piccolo
compenso. Rugantino, tuttavia, fu la
porta che gli consentì di approdare al teatro e di scrivere numerose commedie
musicali, come Il giorno della tartaruga (1964), con Renato Rascel e Delia Scala, Ciao Rudy (1965), con Marcello Mastroianni e I
sette re di Roma, con Gigi Proietti, solo per citarne alcune scritte con
Garinei e Giovannini. Anche per quest’ultima opera l’inizio fu curioso. Il
testo, infatti, è nato da articoli scritti per un giornale, Il Corriere della Sera, che, ogni settimana,
nell’edizione romana pubblicava la storia di un re. Magni racconta che un
giorno, a casa sua, Garinei lesse una di queste storie, si entusiasmò e disse:
“Perché non ne facciamo una commedia musicale?” e pensando al possibile
interprete tutti e due esclamarono: Gigi Proietti! Solo lui, pensarono, poteva
essere in grado di interpretare tutti e sette i re di Roma. E, infatti, lo
spettacolo ebbe un grande successo”.
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Monica Vitti in La Tosca (1973)
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Al cinema, dopo l’esordio con Faustina (1968), Magni ha ottenuto i suoi maggiori
riconoscimenti con gli affreschi storici, a metà tra dramma e commedia, di Nell’anno del Signore (1970), La Tosca (1973) e In nome del papa re
(1977).
“Nell’anno del Signore fu il secondo film di Magni e fu un vero
trionfo. Rimase sei mesi al cinema Metropolitan di Roma, un record, registrando
sempre il tutto esaurito. Addirittura venne introdotto l’orario notturno, da
mezzanotte alle due, per permettere alle persone che facevano la fila fuori di
assistere alla proiezione del film. Merito della solida sceneggiatura e anche
del cast eccezionale. Racconta Magni che, all’inizio, pensò di utilizzare tutti
attori sconosciuti, come aveva fatto per Faustina,
il suo primo film. Ma Bino Cicogna, che produsse il film insieme a una
società francese, gli chiese di affidare una parte a Nino Manfredi, essendo
Magni un suo amico. Fulvio Frizzi, allora direttore commerciale dell’Euro
International, colse la palla al balzo e propose di chiamare i migliori attori
dell’epoca: Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Enrico Maria Salerno, Claudia Cardinale.
La produzione francese, da parte sua, indicò due attori, Robert Hossein e
Renaud Verley, per la parte dei due carbonari, Leonida Montanari e Angelo
Targhini, decapitati dal boia Mastro Titta. Hossein, in quel momento, era molto
famoso per la partecipazione nella serie di Angelica,
ed era amatissimo anche in Italia. Tutto questo, quindi, contribuì all’enorme
successo del film che risulta fra i primi quindici con i maggiori incassi della
storia del cinema italiano ed è inserito nei cento capolavori del film storico
nel saggio di Aldo Viganò. La Tosca ebbe
la storia inversa a quella di Rugantino.
Gigi Magni voleva farne una commedia musicale per il teatro, ma il progetto
fallì e decise, così, di portarla sugli schermi. Il regista si era riproposto
di farne un’opera buffa usando tutti i mezzi di espressione disponibili: il
canto, la poesia, il recitativo, la musica, e l’operazione riuscì
perfettamente. Il film ebbe molto successo anche in America, dove fu proiettato
al Moma, il Museo d’Arte moderna di New York. Anche qui gli interpreti
contribuirono molto al successo del film, Gigi Proietti, nei panni di
Cavaradossi, Vittorio Gassman, in quelli di Scarpia e, soprattutto, Monica
Vitti, che fu una Tosca fascinosa e appassionata. Magni era legato a lei, che
considerava una donna fatale, da una profonda amicizia. Mi piace anche
ricordare la bellissima canzone Nun je
da’ retta Roma, scritta da Magni e musicata da Armando Trovajoli, autore
della colonna sonora. La canzone fu poi scelta da Proietti per concludere tutti
i suoi recital, da allora in avanti. In
nome del papa re fu un altro straordinario film di Magni. Monsignor
Colombo, un giudice del Tribunale penale supremo dello Stato Pontificio in
crisi di coscienza fu interpretato da un magistrale Nino Manfredi. L’attore era
un grande amico di Gigi Magni che lo chiamava ogni volta che poteva per i suoi
film”.
Così fu anche per lo
scettico Ponzio Pilato di Secondo Ponzio
Pilato (1987), per il Ciceruacchio di In
nome del popolo sovrano (1991), film con cui Magni si è riagganciato
idealmente alle atmosfere di Nell’anno
del Signore e In nome del papa re,
e La carbonara (1999), l’ultima opera
cinematografica di Magni. Manfredi era pieno di impegni ma il regista gli disse
che il ruolo del cardinale doveva essere assolutamente suo. Aveva provato altri
attori che, però, non lo convincevano perché, dice, erano tutti credenti. Il
rapporto conflittuale che Manfredi aveva con la religione ne faceva l’interprete perfetto”.
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Nino Manfredi in In nome del papa re (1977)
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Questi ultimi film, come anche O’
Re (1988), sull’esilio romano di
Francesco II di Borbone, e il semiautobiografico Nemici d’infanzia (1995), ambientato nella Roma del ’44, non
trova che rappresentino in qualche modo – forse perché anche minati da una
certa piattezza di stampo televisivo – un qualche scemare della vena migliore
di Luigi Magni?
“Senz’altro quelli di cui
abbiamo parlato prima rappresentano i film nei quali Magni ha saputo
rappresentare ai livelli più alti la sua arte di regista e di sceneggiatore. Ma
io citerei anche Scipione detto anche
l’africano (1970), un film meno conosciuto ma intenso e divertente, due
caratteristiche pregnanti del cinema di Magni che è dotato, a mio avviso, di
una grande abilità nel tratteggiare finemente la psicologia dei personaggi e
nello scrivere i dialoghi. E menzionerei, anche, State buoni se potete (1983), un film per la televisione che narra
le vicende di San Filippo Neri, interpretato da un perfetto Johnny Dorelli.
Anche qui, c’è la possibilità di godere dei dialoghi brillanti e profondi, di
commuoversi e di divertirsi come è nello stile del regista”.
In
sostanza, che Roma è quella del teatro e del cinema di Luigi Magni?
“La Roma di una volta,
quella che fa parte integrante della vita del regista, che l’ha amata
appassionatamente. Magni ha sempre abitato nel cuore della città, a parte una
breve parentesi nel quartiere Prati. Un tempo c’erano i rioni, le osterie, i
rapporti amicali con i vicini che, in tua assenza, ti giravano il sugo, le
feste tradizionali, la spiaggia del Tevere, privo dei muraglioni, che cambiava
colore a seconda della luce del sole. ‘La città dell’anima’, come la definì
Byron. Una città diventata irriconoscibile, tanto che, già nel 1977, quando
realizzò il film In nome del papa re, Magni fu costretto a girare in Toscana
perché, come ha affermato, era troppo difficile ricreare la Roma di un tempo. Sarebbe
stato impossibile eliminare il traffico, il rumore, le insegne dei negozi…”.
Quale
crede sia la lezione artistica di Luigi Magni?
“Si racconta che durante
le riprese dei suoi film, capitava che, alla fine dei ciak, scattassero gli
applausi. Magni spiega che questo avveniva perché avevano trovato un modo di
lavorare nel quale ognuno si sentiva parte integrante. Una sorta di bottega
dove tutti operavano per uno stesso obiettivo. L’applauso non era un
apprezzamento a uno o all’altro ma un riconoscimento collettivo. Mi sembra
bello quello che afferma Magni riguardo al suo cinema, visto come una sorta di
bottega artigiana di cui lui è il capomastro. Non il maestro perché, dice, ‘io
non insegno niente a nessuno’. Una dimostrazione di umiltà che testimonia della
grandezza dell’uomo oltre che dell’artista”.
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