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di Nevio Gàmbula
Franco
Branciaroli è un attore anomalo, residuale, tenacemente aggrappato ad un’idea
“forte” di presenza scenica; un attore rigoroso che non spegne la sua
creatività indossando gli abiti della banalità televisiva. È stato protagonista
di un’epoca importante del teatro italiano, passando con ariosità invidiabile
da Aldo Trionfo a Carmelo Bene, da Luca Ronconi a Carlo Quartucci, per
transitare poi, schiarendosi ulteriormente, e difendendoli dalla loro stessa
irrappresentabilità, nei testi di Giovanni Testori, di cui resta l’inarrivabile
interprete. Un attore deciso a non comprimere la sua arte, difendendola
dall’usura e dall’ottusa invadenza del sistema teatrale. Una rarità nel teatro
contemporaneo. Solo che l’attore Branciaroli ha mancato l’appuntamento con la
storicizzazione, con quella sottolineatura teorica e critica che ha consegnato
alla storia del teatro i suoi compagni di viaggio, derubricandolo a
“interprete”. Come sfidare tanta avarizia critica? Inventandosi uno scontro tra
titani, lui stesso in campo a gareggiare con i due più importanti attori del
secondo dopoguerra: Carmelo Bene e Vittorio Gassman. La sfida del Don
Chisciotte di Franco Branciaroli è quella di gettarsi tra le stelle e
accendersi con esse.
La
scelta è chiara: fare dello spettacolo un «trattato sull’imitazione». L’attore,
sembra dirci Branciaroli, è un pazzo che si finge pazzo. E come finge il pazzo?
Imitando ciò che trova nel suo cammino: che sia un carattere o un suono, che
sia un clima emotivo o una cadenza. Tutto, dalla vita reale alle altre
finzioni, è lì per lui. Imitando ciò che trova, l’attore lo sottrae alla
staticità ripetendolo diverso e perciò facendolo durare. E sottraendolo alla
dimenticanza, lo rende suo; e così l’ebbrezza dell’imitazione, il puro
godimento dell’imitazione di altro da sé, dispiega se stesso in nuova figura:
nella parvenza imitata appare la verità sostanziale dell’attore, la sua
compiutezza autoriale.
L’attore
è la disperazione che vede e ricorda il passato e, per abbandonarsi a una
nostalgia rigenerante, lo raccoglie e lo mette in luce; è il gioco esaltato di
chi si appropria del modello, lo cancella e quindi lo riscrive. È il godimento
– il tragico godimento – che si scrive ricopiando parola per parola un’opera
già scritta. D’altra parte, Cervantes non fece altro che riscrivere l’epopea
dei cavalieri erranti. Tutto il suo amore, tutta la sua grazia, è
nell’ineluttabile necessità che lo conduce a desiderare un oggetto desiderato
da altri. Il segreto di ogni scrittura è la vertigine di una scrittura
precedente. Ed ecco che Branciaroli si muove verso le due stelle prese a
riferimento facendone risuonare le modalità timbriche e metriche: dall’enfasi
agli intercalari di Gassman, dalle valanghe ritmiche all’incanto dei soffiati
di Carmelo Bene: tutte le magie vocali dei due, insomma, diventano maschere
sonore che il terzo indossa per mostrare, in un sol colpo, la sua biografia
d’attore. Nel Don Chisciotte si compie la sapienza – significante e
unica – di un’essenza troppo spesso tenuta nascosta nei limiti del personaggio.
Qui Branciaroli supera se stesso.
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Franco Branciaroli in Don Chisciotte (2009)
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Il
piacere, il piacere di imitare per risvegliare; il piacere di non essere
fedeli, di cingersi delle «ombre immani» dei modelli e intanto tormentarli,
disperderli, imprigionarli in un corpo autenticamente altro. Dunque la
sua prassi d’attore abbraccia l’ombra, la fa ricadere nella storia, e al
contempo la tradisce. E le stelle, allora, pur avvicinandosi, restano lontane.
Questo Chisciotte è, in un certo senso, la sublimazione di quelle
recitazioni particolari. Branciaroli fa leva sulla loro statura per ergersi al
loro fianco; però, così facendo, li allontana, dal momento che, per
avvicinarsi, è costretto ad affermare se stesso: li cavalca, ma non li
possiede. Una bestia presa in prestito va restituita al termine del contratto.
Ma non è, questo continuo inseguire un altro, la dannazione eterna di ogni
attore?
Anche
Carmelo Bene imitava; imitava i grandi mattatori e Petrolini, ad esempio. Solo
che la sua era un’imitazione parodica, che mirava a profanare il modello di
partenza. Il suo gesto era eversivo. Il gesto di Branciaroli è invece
malinconico. L’imitazione avviene sì per sfuggire all’insulsaggine teatrale
contemporanea, ma si copre di tristezza e si affida dunque a una sottile
angoscia senza speranza, dove la rabbia e l’irruenza sono sostituite dallo scetticismo.
L’attore è come invasato dalla deriva. «In questo mondo di merda – dice
Branciaroli in un’intervista – dove gli uomini sono solo i vestiti che portano,
l’imitazione dei grandi è l’unica salvezza». Una salvezza, però, fondata
sull’oscura vicinanza al nulla, perché la contemporaneità degenera il teatro a
«passatempo serale», la cui essenza «culinaria» obbliga gli attori a degradare
i propri mezzi espressivi. Una deriva malinconica, appunto. L’imitazione,
d’altra parte, al pari di ogni altro atto teatrale, è sempre al presente:
l’attore si distingue dalle voci prese in prestito perché la storia è un’altra.
Se la temerarietà dell’imitazione di Carmelo Bene avveniva in un contesto
temerario a sua volta, tanto disobbediente quanto feroce, l’imitazione che può
operare Branciaroli assume forzatamente i contorni della rassegnazione; e
questo proprio perché, avvenendo in un contesto di decadenza generalizzata, e
non essendo l’attore un illuso, l’imitazione non può che agire portandosi
dentro una buona dose di «pessimismo della ragione». Un pessimismo, però, che
non si adegua alle logiche dominanti. Il suo pessimismo s’inebria di tragica
ironia e si pone, coscientemente, al di fuori della vertigine spettacolare che
uccide «il grande teatro».
Si
pone al di fuori, ma non del tutto. Se vuole sopravvivere, egli deve accettare
la medietà del pubblico contemporaneo, che assegna il consenso secondo le
regole non scritte della tranquillità emotiva. L’imitazione dell’attore
Branciaroli è dunque assai diversa da quella degradazione ludica e grottesca
dell’imitazione beniana: egli non vuole trascendere del tutto il suo referente.
Egli paga, probabilmente, l’essere parte integrante di quello stesso sistema
che denuncia: il suo impulso critico è costretto in una sofferenza troppo
prudente. L’applauso, alla fine dello spettacolo, è in realtà una punizione
ulteriore: la sua distanza dal pubblico contemporaneo, così poco velleitaria,
consegna l’imitazione dell’attore Branciaroli all’immobilità del mercato.
Tuttavia
l’ammonimento resiste. Per quanto si impegni a frenare gli impulsi critici,
Branciaroli è in grado di mostrare il lato clamorosamente utopico della sua
recitazione. Il fatto è che, imitando i “giganti”, l’attore non può che farsi,
anch’esso, gigante. Sta in questa sua indubbia qualità il lato positivo del Chisciotte:
Branciaroli finisce per diventare un altro se stesso, dove la grande
maestria tecnica è solo il mezzo per affermarsi come diversità in atto: diverso
dai “grandi” imitati, ma anche dal Branciaroli precedente. Questa «lotta con se
stesso», se portata alle sue estreme conseguenze, potrebbe permettere
all’attore Branciaroli di liberarsi dalla figura di interprete e assurgere a
quella di artista, finalmente accanto alle stelle.
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Branciaroli-Chisciotte à la manière de Gassman e Bene
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