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di Ignazio Apolloni
Finalmente
un’opera teatrale tratta da un testo letterario: l’Ulisse di James Joyce, l’irlandese
di Dublino vissuto per buona parte della sua vita a Trieste; insignito di un
Premio Nobel antagonista a quello assegnato – con cura meticolosa e giudiziosa
– dai giurati svedesi. Pochi sono stati coloro che ne hanno penetrato il mondo
interiore, classicheggiante, onirico, articolato e disarticolato insieme
finendo col rimanere abbacinati dalla complessità strutturale; il
plurilinguismo del romanzo diviso per capitoli e finalizzato a una narrazione
circoscritta a un viaggio circolare della durata di ventiquattro ore. Molti i
personaggi, le elucubrazioni; ancor di più l’estraneità dello scrittore al
mondo reale: salvo l’ambientazione a uomini e luoghi della sua città, però
trasfigurati. Un’epopea dunque alla stregua di una Odissea attualizzata ed allo
stesso tempo con rimandi al poema omerico. A tratti una discesa agli inferi,
con qualche venatura di troppo – nell’Ulyssage #6 – Uomini al Buio. Ade di
Claudio Collovà inscenato al Teatro Bellini di Palermo dal 10 al 14 febbraio
u.s. – alla auspicata, da molti, resurrezione quando invece la tematica
esistenziale e prodromica alle domande che si faceva l’autore era la
metempsicosi.
Siamo
all’interno di uno spazio angusto. Pochi gli elementi scenici: una pedana che
funge da catafalco; una sequela di mattoni in forma semicircolare sui quali gli
attori eseguiranno esercizi di equilibrismo; una porta-ringhiera che separa
l’al di là dall’al di qua; dei candelabri ed elementi affini a ricordare che si
è dentro un cimitero. Nascono quindi spontanee le memorie; i ricordi di quando;
il paradiso perduto. Pochissimi i giochi ludici dei tre attori impegnati nella
rappresentazione (Filippo Luna, Davide De Lillis, Alessandra Luberti), molti
invece i rimandi a scene di vita immaginaria; desideri repressi (la sodomizzazione);
gli addii a luoghi cari e persone: un angelo presente a mitigare i distacchi –
con la previsione di una ricompensa da ricevere nel mondo di là da venire.
Efficace il doppio schermo televisivo con un paesaggio nuvoloso che azzera l’angoscia
e fa sperare. Insomma un tormento, posti di fronte alla fine con qualche raggio
di possibile sopravvivenza, un miraggio che alimenta la speranza.
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Ulyssage #6 - Uomini al Buio. Ade (2010), regia di Claudio Collovà
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È tipico di
Joyce fare dialogare – talvolta in modo strampalato – i suoi personaggi (si
parlerà di merenda a base di burro e uova strapazzate anche quando si stanno
affrontando problematiche complesse di natura religiosa senza sbocchi ma pur
sempre complesse). Sulla scena si mima la trasformazione dell’uomo sociale in
maschera con la conseguente scomparsa di essa una volta trapassati. Talvolta la
voce dei due attori sarà duplicata per dare maggiore risalto al senso – o non
senso – del pensiero che si sta esponendo: l’uno sovrasta l’altro e viceversa
creando quasi una eco di fondo suggestiva perché inusitata in teatro. Molte le
fasi di stasi, di stanca: com’è il portare sulle spalle il fardello della vita
intrisa – in soggetti come Joyce – di ricerca di misteri da svelare o
quantomeno sfiorare per quindi riversarli nel lettore. Il fascino, nel romanzo,
è dato dalla molteplicità di tecniche narrative; nel lavoro teatrale invece è
espresso dal lento dipanarsi dell’interrogazione sull’io, il cogito di
cartesiana memoria. Non fu molto apprezzato il romanziere irlandese, giudicato
subito foolish e perciò rifiutato dai
vari editori inglesi e francesi che allora monopolizzavano il mercato. Apparve
comunque la sua opera per effetto del sostegno, alle spese necessarie per la
stampa, da parte di grandi pensatori suoi pari, estimatori quindi ed in parte
anche amici. Un universo, quello dell’Ulisse suscettibile di grandi scoperte
ove si voglia ancora scandagliarne gli aspetti più riposti. Un altro grande
scrittore di lingua inglese da prendere a modello da chiunque voglia accostarsi
alla letteratura per poi, eventualmente discostarsene lasciando però trasparire
la vicinanza se non la discendenza da quell’autore.
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