TEATRICA
DECENNALE

Victor Cavallo, un eroe degli anni ’70


      
Ricordiamo l’attore-scrittore romano morto a soli 52 anni nel 2000. Un interprete-personaggio di prepotente e inimitabile presenza scenica, emblema della migliore stagione del teatro di ricerca capitolino, che lui aveva attraversato con una irresistibile vena ‘malincomica’ destinata a tramutarsi in disperazione profonda e fatale. Un testo critico e un’ode poetica per onorare la sua memoria e, in coda, dei suoi versi di sapore testamentario.
      




      

di Marco Palladini

 

Una decade fa, il 22 gennaio 2000, a soli 52 anni moriva l’ex ragazzo della Garbatella, romano e ultraromanista, Vittorio Vitolo ovvero Victor Cavallo, attore di teatro di straripante presenza scenica, ma anche bravo interprete al cinema e poeta-scrittore ‘selvaggio’ e di vitale e nobile espressività declinata su registri popolar-coatti misti a riflessioni esistenzial-filosofiche mai banali, venate da una profonda malinconia. Quella vena ‘malincomica’ che via via da prepotente febbre creativa e teatrale s’era mutata in disperazione autodistruttiva e se l’è portato via precocemente. Alla sua scomparsa Franco Cordelli sul “Corriere della sera”  scrisse che era morto un artista che si era definito un “eroe minore degli anni ’70: minore, d’accordo, ma eroe, fedele a se stesso fino al sacrificio di altre opportunità, impavido e, lo ripeto, coraggioso”. Coraggioso come quando presentando nel 1979  il Festival dei Poeti a Castelporziano riuscì, più o meno da solo, a domare la leonina folla ribollente sulla spiaggia che voleva, e non solo metaforicamente, “divorare i poeti”.  Voglio ricordarlo come un amico e un attore-personaggio straordinario, ripubblicando un mio testo critico dal libro I teatronauti del chaos, e l’appassionata ode poetica che gli dedicai poco dopo la sua dipartita. In coda, ripropongo anche un suo eloquente testo dall’antologia postuma Ecchime.      

 

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Victor Cavallo (1947-2000)


> da I teatronauti del chaos – La scena sperimentale e postmoderna in Italia, 1976-2008 – Fermenti, 2009 <

 

« Gran premio speciale del teatro-spazzatura se lo aggiudicano Victor Cavallo e Mario Canale responsabili di un pseudo-adattamento scenico di un non indimenticabile e dimenticato (non del tutto, evidentemente) romanzetto sgorgato nel 1870 dalla penna alquanto grezza di Giuseppe Garibaldi e intitolato Clelia. In pratica, si tratta di una personalissima irruzione di Victor Cavallo nel presente (1982) e pletorico rosario di celebrazioni garibaldine, volutamente tenuta al livello del più becero svacco e che si apparenta in maniera men che vaga con il feuilleton della trepida fanciulla nato dall’immaginazione dell’Eroe dei Due Mondi.

Cavallo è l’iperreale concentrato della subcultura borgataro-romanota persa tra lettura del Corriere dello Sport, emarginazione vecchia e nuova, disperata ricerca di una propria originale espressività. L’ex-ragazzo della Garbatella Vittorio Vitolo mutatosi nell’attore Victor Cavallo ha dato corpo a un personaggio oltre-pasoliniano. Nel senso che i ‘ragazzi di vita’, i Riccetti, gli Accattoni, i Ninetti di Pier Paolo oscillavano tra l’alea della tragedia e la disponibilità ingenua e naif. Mentre il personaggio incarnato da Cavallo ricalca la cretineria e la volgarità di massa, schiuma rabbia ma è un vile furbastro, un povero mentecatto tanto esibizionista quanto pavido.

Il pretesto della vicenda della sventurata Clelia è ab initio aggredito da un pesante e insistito turpiloquio, prova fin troppo patente dell’impossibilità di raggiungere un proprio linguaggio, non drogato dalla falsa coscienza. Nel prefabbricato del Padiglione di Villa Borghese, sono disposti un separé con l’insegna al neon “Casa di Cura Salus Tua”, una panchina, una sdraio, una specie di bancone da bar, un soppalco avvolto in una rete, gli attori recitano sul terrapieno alzando nuvolaglie di polvere. Il marchio-spazzatura trionfa gaudioso. L’impianto sonoro gracchia orribilmente e attacca quasi sempre fuori tempo. Le luci o non funzionano o si accendono quando non dovrebbero. La sdraio si richiude improvvisamente in modo malandrino. Cani e claquers si aggirano per i fatti loro. Tutti poi si industriano a recitare le battute il peggio possibile – ed è fin troppo facile aggiungere, riuscendovi benissimo.

A torso nudo, con la ‘panza’ in fuori, il figlioletto Emiliano disturbatore alle calcagna, Victor Cavallo snocciola il suo prologo trombettistico-calcistico modulando in un gergo brasileiro-garbatellaro insulti e contumelie dei tifosi di “Farcao” e Socrates contro la nazionale italiana e Paolo Rossi in particolare. Servo di scena, spalla e comparsa, Mario Canale con un’aria da simpatico fregnone di tanto in tanto lo interrompe, aizzando un’atmosfera da neo-avanspettacolismo trucido in cui vengono a proporsi le dramatis personae. Anna Rosa Morri è una Clelia longilinea che si sbatte in tenuta da disco-girl fatalona, invero poco credibile e infatti tutti se la filano assai poco, oppure la sculacciano o la imprigionano o la abbandonano mentre lei scivola in una crisi depressiva di solitudine già di stampo post-femminista. Carlo Monni, ex compare di Benigni, impersona un Garibaldi iconografico, prima baldanzoso poi smosciato, che finisce in mutande con indosso un trench inglese e un cappellaccio da contadino.

Cavallo (pazzo) impazza, naturalmente, sovra tutto e tutti, e trova il modo di parlare male del Garibaldi di oggi sventolando la copia apocrifa di un quotidiano – secondo lo stile del giornale satirico Il Male – dove campeggia l’annuncio: “Pertini finalmente arrestato”. Cavallo galoppa mitragliando battutacce scurrili sotto l’occhio di bue, inveendo contro il teatro d’avanguardia, i critici e mezzo mondo, invocando la Malvagità e facendo suonare l’Inno a Stalin di Šostakovič. Sverzellando da una parte e dall’altra, per la liberazione di Clelia monta una cagnara stile festa Mundial con tanto di sventolio di bandiere tricolori e ingresso di una Fiat Seicento strombazzante. Duelli sulle musiche di Guerre Stellari, rotolamenti nel polverume, melensi appelli all’amata che s’allontana e ‘volemose bbene’ stretti stretti sulla panchina. In sottofinale, rivestendosi con un frak barbonesco, Cavallo ci mette sopra la maglietta di Bruno “MaraZico” Conti beandosi con l’urlo curvarolo “Alé-o-oh, Alé-o-oh”. Il senso evapora ma il Trash trionfa. Il trionfo ovviamente di un attore incoercibile chiamato Cavallo. »

 

***

 

> da La vita non è elegante – Fermenti, 2002 <

 

 

L’ode all’attore che si era chiamato Cavallo

 

 

Stelle vagabonde e dèi barboni

in cielo lo hanno accolto come un fratello prodigo, 

una voce poco fa strascicata e rotta,

di ritorno dall’abisso

A festa gli hanno suonato

la musica delle cose ultime che rimangono irrisolte 

«Ma che d’è puro qua, è tutta ’na presa per il culo?»

avrà pensato Victor Vittorio 

Garbatellaro doc, stradarolo poeta

d’una degenerazione beat rommanesca

che probabilmente iniziava e terminava con lui 

e nulla c’entrava con la squinzia,

duemillesca prozac generation 

Altri sballi, altri sturbi,

altre seghe mentali e sentimentali,

altri sogni a perdere

Lui animale antico e istrione naturale

per irritante, meravigliosa strafottenza…

 

Niente dicerie & pettegolezzi

Victor Vittorio è morto,

onorate l’humanissimo, vero-verace attore 

emerso dal buio cantinaro

dei teatri sommergibili degli anni Settanta 

Solitario e solipsista che s’illuminava

di incontinente sarcasmo e beffardo entusiasmo, 

carattere tellurico e personaggio impavido

si giostrava uno sconvolto e obscenico bivacco

che slittava talora nel più grottesco e sciamannato svacco 

Ricordo i torrenziali, anarchici monologhi

di un underground Pasquino imbizzarrito e casinaro 

Il suo animoso comunismo non era poi

una faccenda per opzione ideologica o fede partitica

ma il rosso fiore dell’incazzatura sventolato

nel pugno chiuso di umile figlio del popol proletario,

ovvero un istinto gemmato dalle oligarchie del kuore 

Mentre la rivoluzione già appassionata

si rivelava via via appassita

e cogli anni Ottanta la lotta e l’arte antagoniste

si disincantavano nella trappola della città perenne …

 

Victor Vittorio era ’sto riccetto pasoliniano

dopo e senza pasolini, mai sfiorato dai coattismi,

i supercafonismi artificiosi e canaglia

così oggi very trendy

Andava di ganzo colla sua bella faccia sgherra,

faccia di plebeo irredento e bensì irridente,

faccia di gitano capitolino, affogato, sì, nell’alcool

e che però il cervello non se l’era affatto bevuto,

quello ruminava pensieri eterodossi,

incomode domande, perentorie impertinenze, 

autobiografiche, argute puttanate, idiosincratiche stravaganze,

intuizioni quasi geniali e metacomiche stronzate

Era molesto e tranchant, Victor Vittorio

pronto a schizzare goduriose battutacce e giudizi spietati

La sua romanitudine si esaltava nell’accidia iperreattiva

nella pigrizia scoglionata e indisponente,

nondimeno capace di elettrici assalti

e soprassalti gastro-ironici, sempre ostentando

«’na semiosi bujaccara a la periferia der nulla»…

 

Praticava il fuori-pista («che co’ la parola poscia te pisto!»)

l’attore che si era chiamato Cavallo 

il Victor Vittorio che galoppava controvento

tra salti di logica e di humore

il Cavallo pazzo e artista dissipato

che lavora duro allo spietramento

d’una malcoscienza pietrificata,

quella pelosa e infida del fariseo mass-borghese globale

ormai de “sinistra-destra”

Cavallo che fremendo scalcia

e ha in testa un cinema d’avventure,

di scompiscevoli figure, di phantastiche paure

Cavallo donato che si era guardato in bocca

e accismato secondo un purosangue dell’improvvisazione

lanciato a vincere ogni sera in avanscena il suo Arc de Triomphe

Cavallo quindi azzoppato da una vita sparata al massimo

che inseguiva dolci fole, lucidi cachinni, miraggi mozzafiato

e te lo ritrovavi a notte nei vicoli di Trastevere

cogli occhi iniettati feroci di pessimo vino 

con un volto senza colore, smorfiata maschera di puro dolore…

 

Finita la corsa, spenti i riflettori sulla rivolta postrema,

l’attore che si era chiamato Cavallo

scende di sella da se medesimo 

Nell’Urbe distratta continua lo spettacolo sfigato o di successo

ma il piccolo mito equino risplenderà ancora per noi

nella metropoli ipogea ad onta degli oscuri mnemolabili 

dei tetri teatri dove si autoreplicano i freudiani ritardati

cioè «quelli che t’attaccano ’na pippa

pecché da regazzini volevano scopasse

(e nun ce so’ arriusciti) la mamma e la sorella»

dei ludici sudici teatri ove lui,

soggetto in fondo candido e indifeso,

non potrà mai più recitare il suo passo d’addio… 

 

Se la morte, anche la tua morte al presente

non può compiersi che come parodia

caro Victor Vittorio è davvero un orgasmo di vittoria

la alata fuga nel tuo aldilà 

Noi facciamo i guardiani del vizio poietico

e annotiamo la caduta dei chiliasmi

tanto, radicarsi nell’attuale sottovuoto occidentale

spinto all’eccesso è impresa vana

Tu lo sapevi e capivi cosa, al dunque, è essenziale:

cercare una ragione non per vivere, ma per morire

Tu forse in limine l’hai trovata,

scavallando ti sei disarcionato

e con ruvida grazia di ispirato guitto

ti sei inventato il terminale guizzo

«A ’nfami, gnente è perduto… e a kattivo giuoco,

dite addio ar paradiso e ridendo all’inferno fate buon viso»…     

 

                                         

***






> dall’antologia di testi di Victor Cavallo, a cura di Paola Febbraro, Ecchime – Stampa Alternativa, 2003 <

 

Victor Cavallo

Via Luigi Massaia, 15

Roma

 

 

ce n’ho abbastanza per comprarmi una bottiglia di vodka

un chilo di arance un amburg il pane tondo una birra

un pacchetto di marlboro.

E poi mangio l’amburg col pane tondo tostato e

bevo la birra e fumo la marlboro e poi spremo due

arance con la vodka.

E poi esco e incontro la più grande fìga della mia

vita con gli occhi verdi e le ciglia nere e la bocca

rossa e le mani nervose e decidiamo cazzo di non fare

nessun film di non scrivere nessuna stronzata di non recitare

nessuna cagata e di non andare in campagna

e di non occuparci della casa né della merda né dei

capellni né dei comunisti.

Io butto nel fiume il trench di mio fratello

io compro i biglietti per la partita roma-river plate

io raccolgo gli occhi nella spazzatura

io accompagno mio figlio nel paradiso totale

senza nessun pericolo né gas né elettricità né politica

né bicchieri né coltelli né stanze di pavimento.

 

E lei scompare come le ore e appare come le ore

e me ne frego della pensione e me ne frego di morire

me ne frego dei fascisti e dovunque mi sdraio sogno

e ho sempre voglia di baciarla e gli alberi

respirano e le nuvole di merda si spaccano

e da dentro partono razzi luminosi

e dovunque sono vivo e non ho nessuna paura

né dei rinoceronti né dei serpenti né degli appuntamenti

e butto via l’elmetto e esco dalla trincea delle spalle di piombo

e mando affanculo tutti gli stronzi cagacazzi della terra

e grido come un’arancia stellare

e viaggio nella luce dell’ananase cago cicche d’oro

sulla faccia dei nazi-igienisti maledetti

puliscicessi. Buttare via il tempo della vita

a lucidare i bidè e conservare i bicchieri

e sorridersi a culo sbarrato e invecchiare

come i più stronzi prima di noi.

Maledetti cagoni falsi e vigliacconi.

 

lei apparirà. Bruciando i tampax dell’anima sanguinante.

apparirà con gli occhi verdi e ciglia nere e bocca rossa

anima luminosa come arcobaleno puro

radice che spiega con tutta la chiarezza perché questa merda è merda

e finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita.

 

 

 

1° Guida Poetica Italiana. 1979.

 

 




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