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di Valeria
Pighini
Dopo
quasi due anni di assenza dagli schermi Carlo Verdone è tornato con un nuovo
film, Io loro e Lara, uscito
all’inizio del 2010. Il regista ci aveva lasciati con Grande grosso e Verdone, una sorta di omaggio, di tributo, una
pellicola a episodi costruita appositamente per ringraziare i suoi numerosi fan
che da tempo gli chiedevano di riproporre i suoi personaggi più caratteristici,
quegli stessi personaggi, simboli un po’ naif delle più svariate umanità, che
da anni continuano a regalargli fama e successo in tutto il mondo.
Pur
appartenendo alla nutrita schiera di ferventi ammiratori del regista, scelgo
deliberatamente di non andare subito a vedere il film. Lo scopo è quello di
evitare la ressa dei primi giorni, coincidenti peraltro con gli ultimi sprazzi
di festività natalizie, e anche quello, perché no?, di raccogliere qualche
opinione e qualche commento.
Ma
purtroppo le voci di amici e parenti e le poche recensioni su cui mi soffermo,
tracciano un quadro di certo non edificante: “Il film è troppo lungo”, “Non
fa nemmeno ridere”, “è pure prevedibile”. E ancora: “Verdone fa sempre le stesse facce, sempre le
stesse battute”.
Insomma,
un vero disastro che si profila all’orizzonte.
La
trama poi, da quello che ho modo di leggere e capire, è piuttosto banale: Padre
Carlo Mascolo, missionario di stanza in un piccolo villaggio Africano, rientra
in Italia in seguito ad una crisi di vocazione. In Vaticano gli consigliano di
prendersi un periodo di riposo da trascorrere con i propri cari per riflettere
e ritrovare se stesso. Padre Carlo fa dunque ritorno in famiglia con la
speranza che questo possa giovare al suo spirito e possa aiutarlo a decidere
cosa fare del futuro, ma il tempo ha cambiato le cose e il sacerdote sarà ben
presto costretto a fronteggiare situazioni decisamente imbarazzanti ed inaspettate.
L’anziano padre ha infatti sposato la badante moldava e sta vivendo una seconda
giovinezza tra spese folli e balli caraibici; i suoi fratelli, che non vedono
di buon occhio questa bizzarra unione, fanno di tutto per screditare la
“matrigna” e cercano nell’ingenuo prete un
alleato che riporti il genitore sulla “retta via”. Le cose si complicano
ulteriormente quando nel menage di questa curiosa famiglia entra come un
tornado la giovane ed enigmatica Lara, una ragazza che nasconde un segreto ed è
destinata a portare scompiglio nelle vite di tutti.
Niente
di nuovo, la classica commediola all’italiana dalla quale ci si può aspettare
al massimo qualche risata stanca condita da tipiche battute in salsa romanesca
ed equivoci a non finire, con la complicità furbetta dell’attrice del momento
che, magari mostrando maliziosamente le sue grazie, ammicca allo spettatore sperando
di strappargli un applauso in più.
Per
non parlare poi di volgarità e doppi sensi, sempre tragicamente in agguato in
questi casi.
Tirando
le somme, mi preparo ad assistere a due ore di niente, pochi sorrisi e tanti
sbadigli, sguardi fugaci dati all’orologio implorando che arrivi presto il
momento di alzarmi e frequenti cambi di posizione sulla poltrona nella vana
speranza di ammazzare il tempo e la noia.
Ad
ogni modo, pur se scoraggiata da tali premesse, mi accingo ad entrare in sala.
Dieci
minuti di pubblicità, trailer e poi… Silenzio, si comincia!
Tanto
già so che resterò delusa. Probabilmente, penso, mi troverò di fronte ad un
Verdone invecchiato e prevedibile, che ripropone scene e siparietti già visti
migliaia di volte. Un Verdone che ormai ha perso irrimediabilmente la sua
proverbiale verve comica e che non ha più niente di significativo da comunicare
al suo pubblico.
E
invece …
E
invece Io, loro e Lara, si rivela una
piacevole sorpresa.
Sarà
perché ero partita così prevenuta, fattostà che il film mi piace e mi piace anche
molto a dire il vero.
La
storia poi non è banale come sembra; al contrario, racchiude un insegnamento
morale profondo. Il regista ci fa riflettere su quanto la nostra società sia
schiava dei suoi istinti, delle sue bassezze, del denaro e della trivialità, del
vuoto interiore e della mancanza di ideali e punti fermi. Chi ha tutto non si
accontenta, vuole andare sempre oltre rischiando così di perdere l’orientamento
e di passare sopra alle più elementari norme della convivenza civile pur di
raggiungere uno scopo.
Chi
non ha nulla, invece, sa apprezzare le piccole cose che rendono unica la vita,
non si perde in complicazioni inutili, e riesce ad assaporare il gusto speciale
di ogni singolo istante.
Perciò
quando padre Carlo, esasperato dall’arrivismo e dal menefreghismo dei fratelli,
si lascia scappare la battuta “Sapete che
vi dico? Che mi manca tanto l’Africa!”, è Verdone che vuole comunicarci come
la vera ricchezza non stia nel possesso, ma nella capacità di travalicare le
apparenze e di saper ascoltare gli altri.
Il
film è in realtà un affresco corale. Come già in Compagni di scuola e Ma che
colpa abbiamo noi?, il mattatore Verdone si fa da parte e, invece di ritagliarsi
il consueto ruolo di protagonista assoluto affiancato dalle immancabili spalle,
divide equamente la scena con gli altri attori, pur restando comunque la figura
di riferimento. Un cast azzeccatissimo, tra cui spicca uno scoppiettante Sergio
Fiorentini fresco “sposino” con tanto di parrucca pel di carota, fa il resto e
quello che avrebbe potuto essere un sonoro fiasco, si rivela invece un’operazione
estremamente gradevole.
E
se è indubbiamente vero che il regista si ripete riprendendo situazioni e macchiette
tratte dai suoi vecchi film, è altrettanto vero che queste auto-citazioni
aiutano la storia a decollare servendo al pubblico le risate su un piatto
d’argento e permettendo agli spettatori di identificarsi in topoi e caricature già note e, proprio
per questo, già amate ed apprezzate.
Quella
del prete, ad esempio, è una maschera che Verdone ha indossato più volte. Basti
pensare a Padre Spinetti, il finto sacerdote di Acqua e Sapone che si invaghiva di una modella adolescente. O al
Don Alfio di Un sacco bello, pieno di
tic e con la sua inconfondibile parlata calabrese, che tentava invano di
redimere un giovane hippy a colpi di parabole e belle parole, ma poi si dimenticava
“le basi del mestiere”, scordandosi perfino di fronte a chi Ponzio Pilato si
lavò le mani.
Luigi,
il fratello cocainomane di padre Carlo, magistralmente interpretato da Marco
Giallini, ci rimanda al curioso impresario di pompe funebri, altrettanto amante
della “polvere bianca”, che nel primo episodio di Grande Grosso e Verdone creava non pochi problemi alla famiglia del
Boyscout Leo. Come pure la nipote disadattata di padre Carlo, richiama alla
mente Stephen, il figlio problematico e scapestrato della coppia di cafoni
Moreno ed Enza dell’ultimo episodio del medesimo film.
La
sorella psicologa, che ha il volto di Anna Bonaiuto, ricorda nelle movenze e
nell’atteggiamento nevrotico la straordinaria Margherita Buy di Maledetto il giorno che ti ho incontrato,
mentre Lara, una Laura Chiatti decisamente perfetta per questa parte, è un
cocktail geniale, un miscuglio esplosivo di sensualità ed ingenuità che tanto
deve ad altre “eroine” verdoniane del passato. Tormentata come Arianna-Asia
Argento in Perdiamoci di vista, affascinante
e infelice come la
Silvia-Ornella Muti di Io
e mia sorella, graffiante e determinata come Carlotta-Stefania Rocca in L’amore è eterno finché dura, Lara è la
dimostrazione che Laura Chiatti, se abilmente diretta, sa essere addirittura
più brava che bella. A risaltare, infatti, non è il corpo dell’attrice, che
pure è ripetutamente mostrato anche senza veli, né la sua bellezza, che pure le
inquadrature e gli intensi primi piani esaltano di continuo, ma l’ironia e il
temperamento del personaggio, la sua storia difficile, il suo carattere docile
eppure maledettamente pungente.
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Un'immagine corale degli interpreti di Io loro e Lara (2010)
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Da
segnalare infine la prova di Angela Finocchiaro, esilarante nel ruolo di una
psicologa ossessionata dall’immagine del marito defunto e perdutamente
innamorata di Padre Carlo, colpevole solo di assomigliare in maniera impressionante
a quest’ultimo. La sua è più che altro una partecipazione, una comparsata
amichevole, ma lascia il segno donando alla storia quel pizzico di brio in più
che certamente non guasta.
Si
ride di gusto per almeno tre quarti di film e solo verso la fine, la commedia
lascia spazio alla riflessione e ad un po’ di amarezza, con una scena
conclusiva che da un punto di vista
puramente estetico rasenta la poesia.
Poche,
se non inesistenti, le cadute di stile. Anche perché il romanesco al quale da
anni Verdone ci ha abituato non è un quel romanesco volgare e sguaiato che può
infastidire il pubblico, ma una parlata colorita e colorata, amata e conosciuta
ormai anche nel resto d’Italia, un angolo di borgata verace e simpatica
genuinità.
Forse
alcune situazioni risultano un po’ eccessive, come la scena della predica alle
prostitute africane sulla strada gremita di auto e clienti, o l’atteggiamento
della nipote “Emo” di padre Carlo, perennemente depressa e inseparabile
dall’amica del cuore, ancora più depressa e anaffettiva di lei. Si tratta
comunque di esagerazioni e caricature cercate per ironizzare all’estremo sulla
tendenza delle persone, specialmente degli adolescenti, a lasciarsi corrompere
dalla sporcizia del mondo, a lasciarsi schiavizzare dalle mode, a lasciarsi
imprigionare in una bolla di stupide convenzioni in cui la massa segue la massa
in un codazzo di tristi replicanti.
È
infine da apprezzare il fatto che il rapporto che si instaura tra padre Carlo e
la bella Lara non sia assolutamente equivoco, né prevedibile: tra i due non
scatta la scintilla che tutti si sarebbero aspettati e che avrebbe banalizzato enormemente
il messaggio del film impoverendone i contenuti.
Ciò
a dimostrazione di quanto Io, loro e Lara
non voglia essere semplicemente una commedia, ma una riflessione nostalgica
sulla vita, sul cambiamento, sul tempo che passa, sui rimpianti e sulle
priorità, su ciò a cui diamo importanza anche se non la merita, e su ciò a cui
dovremmo dare importanza senza tuttavia riuscire a farlo.
Lo
stesso Verdone, del resto, ha ammesso di essere particolarmente legato al film,
concepito e girato in un momento difficile della sua vita, mentre faceva la
spola tra il set e il capezzale del padre gravemente malato.
E
proprio al padre del regista è dedicato il film che va dunque letto non solo come l’ultimo tassello di una
carriera costellata di grandi successi, ma anche e soprattutto come una
dichiarazione d’amore, l’estremo ed appassionato gesto di affetto di un figlio
nei confronti del genitore morente.
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