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di Ilenia
Appicciafuoco
La prima cosa bella, ultima fatica del regista Paolo
Virzì, è la storia del difficile rapporto di un bambino e poi di un uomo con la
bellezza ed l’ingenuità della propria madre.
Nell’estate
del 1971 Anna Nigiotti (Micaela Ramazzotti), moglie di Mario Michelucci (Sergio
Albelli) e madre dei piccoli Bruno e Valeria (Giacomo Bibbiani e Giulia
Burgalassi), è così bella da essere proclamata Miss del più popolare
stabilimento balneare di Livorno. La bellezza di Anna, però, non rappresenta
per nessuno della famiglia Michelucci, ad eccezione, forse, della piccola
Valeria, fonte di gioia e soddisfazione: suo marito, infatti, ossessionato
dalla gelosia e dal desiderio che sua moglie suscita negli altri uomini, si
mostra aggressivo e violento al punto che la costringerà ad andare via di casa
e portare con sé i figli, mentre il piccolo Bruno, un bambino tormentato e
apparentemente freddo, non riesce ad accettare l’idea che Anna non sia solo sua
madre, ma anche una donna.
Quasi
quarant’anni più tardi, Bruno (Valerio Mastandrea) è un insegnante di italiano
in un istituto alberghiero di Milano. L’uomo si sente un fallito, non riesce
ancora ad esprimere i propri sentimenti, nonostante conviva con una donna che
lo adora e cerca continuamente sollievo alla sua depressione nell’hashish e
nella marijuana. La sua esistenza viene sconvolta dall’arrivo della sorella
Valeria (Claudia Pandolfi) che lo informa che Anna è ricoverata in ospedale,
ormai in fin di vita. Bruno torna, così, a Livorno e ad un ambiente che lo
costringe, suo malgrado, a ricordare situazioni vissute nell’infanzia e
nell’adolescenza.
Virzì
alterna le sequenze ambientate nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta a
quelle dei giorni nostri senza utilizzare dissolvenze né scritte diegetiche;
nonostante questo il regista inserisce nelle inquadrature degli “indizi” che ci
suggeriscono immediatamente il passaggio da un’epoca all’altra. Ciò è evidente,
ad esempio, nell’incipit della seconda sequenza: Bruno adulto, sdraiato su di
un prato circondato da anonimi palazzoni, è inquadrato dall’alto e vicino a lui
campeggia un’enorme scritta che inneggia il calciatore dell’Inter Ibrahimovic.
I colori di
questo film, sia quello della pellicola che tende al seppia, sia quelli degli
ambienti, dell’arredamento e degli abiti femminili, rafforzano l’atmosfera
retró che non caratterizza solamente le sequenze ambientate negli anni
Settanta, ma l’intero lungometraggio.
Anche se la
storia di questa sfortunata famiglia è “raccontata” dai ricordi e dallo sguardo
di Bruno, è proprio Anna, meravigliosa ed incosciente, la vera protagonista del
film: Virzì ci regala una figura femminile ingenua, svampita, a tratti
sprovveduta ed allo stesso tempo tenace e tormentata, ma sempre pronta a
nascondere le lacrime e cantare e sorridere per non turbare i figli, anche dopo
aver subito le peggiori umiliazioni. Anna è una “semplice” che si aggira
all’interno di un mondo che sta diventando sempre più corrotto e corruttore e
corrisponde perfettamente alle altre figure care a Virzì, come quelle di Piero
Mansani e della professoressa Giovanna in Ovosodo
o come quella di Caterina in Caterina va
in città.
Il rancore
che Bruno avverte nei confronti della madre è dovuto al fatto che, al contrario
della sorella Valeria, caratterialmente simile ad Anna, egli rifiuta fin da
piccolo l’idea di farsi guidare dai sentimenti e dall’istinto. La sua
razionalità e la quasi totale incapacità di lasciarsi andare contrastano
fortemente con la passionalità che caratterizza gli altri personaggi.
Anche se
l’azione è ambientata a Livorno, città natale del regista, ma anche del Partito
Comunista, Virzì sceglie volutamente di non approfittare di questa peculiarità
e di inserire solamente altri indizi che fanno da sfondo alle vicende dei
protagonisti, come, ad esempio, i manifesti del Pci affissi sui muri di casa
del Lenzi, l’amico di famiglia da sempre innamorato di Anna. Se questa scelta
non rappresenta un episodio isolato nel cinema del regista toscano, in questo
film essa è ancor più motivata, visto che c’è una tematica o un desiderio che
caratterizza, ad un’analisi più attenta, tutte le figure del film: quella
dell’evasione. Anna incarna perfettamente la volontà di nascondere le
preoccupazioni con un sorriso o con una canzone, la volontà di lasciarsi
guidare dai sogni confezionati dal cinema romantico di serie B, dai giornali
scandalistici, migliori dei quotidiani perché almeno non “ci sono scritte solo
cose brutte”. La ragazza considera degni di una regina i miseri ruoli da
figurante che le procurano uomini come il Conte Augusto Paoletti (che la
picchierà sotto lo sguardo atterrito di Valeria e di Bruno) e troverà fino alla
fine dei suoi giorni nel divertimento, nel cinema e nel ballo, la parte
migliore dell’esistenza, quella in cui non si soffre e non si patisce nulla
perché non ci si sofferma a riflettere. È emblematica la scena dell’ingresso di
Bruno in una delle sale comuni dell’ospedale e la vista della madre,
completamente catturata dalla puntata di “Uomini e donne” di Maria De Filippi e
dalle povere vicende di tronisti e corteggiatori.
Bruno, dal
canto suo, evade da Livorno, dalle chiacchiere pesanti e fastidiose su quella
ragazza considerata perfino da lui troppo esuberante e, allo stesso tempo,
cerca in tutti i modi, anche con risvolti comici e grotteschi, di estraniarsi
dalla realtà cercando di assumere droghe e psicofarmaci che comunque durante il
corso del film, non riuscirà mai a procurarsi. Solo in seguito all’abbandono
definitivo e struggente di Anna, avvenuto dopo la celebrazione di nozze
bizzarre e teneramente ridicole e dopo la sconvolgente scoperta di un altro
segreto, Bruno seguirà il consiglio della madre e andrà a curare il suo
malessere tuffandosi fra le onde del mare di Livorno.
L’immagine
del mare, nella psicanalisi, ma anche nella tradizione popolare, è strettamente
legato sia alla parte irrazionale dell’essere umano, sia alla figura materna.
L’evasione
di Valeria, se sfumata e appena identificabile durante tutta la storia,
emergerà improvvisamente alla fine della vicenda, quando la donna deciderà di
rompere la finzione sulla quale si regge la sua vita e di “gettarsi”
letteralmente fra le braccia dell’uomo che ama davvero, al cospetto del marito
incredulo.
Anna, oltre
a rappresentare un tipo di donna oggi difficile da trovare, è anche una
personalità “errante”, “nomade”, sempre alle prese con la ricerca di una casa o
di un lavoro stabile. Questa caratteristica rappresenta una delle numerose
differenze che intercorrono fra lei e la sorella, perfetta donna di casa,
premurosa e affidabile, ma invidiosa e piena di rancore nei confronti della
protagonista e disposta a fare qualunque cosa per conquistare le attenzioni e
l’affetto dei nipoti e del cognato.
Nella
maggior parte dei film di questo regista è interessante notare quanto egli sia
attento alle mode sorte in questi anni fra i giovani, visto che uno dei figli
di Valeria è una sorta di “emo” (troppo sorridente e gioioso per la verità),
innamorato delle poesie scritte da Bruno e di cui l’uomo, invece, si vergogna.
Un posto
fondamentale in La prima cosa bella è
riservato all’amore e al rapporto di coppia. Questo film dichiara a gran voce
che l’amore e la passione, per essere veri, non necessitano di stabilità,
tranquillità e perfino vicinanza fisica fra le parti in gioco. Il marito di
Anna, pur rifiutando lei e la sua condotta, non smetterà mai di amarla e di
desiderarla. La donna, dal canto suo, non farà mai ritorno dal padre dei suoi
figli, ma continuerà ad attenderlo e soddisfarlo durante la notte, all’insaputa
di tutti… La passione, il bene ed i loro opposti, per esistere, possono
solamente essere compresenti e complementari. Troveranno la loro collocazione
analoga anche nelle vicende sentimentali di Valeria e di Bruno.
La prima cosa bella probabilmente non segnerà una tappa
significativa nella storia del cinema italiano, ma è sicuramente, così come Ovosodo, una commedia agrodolce, senza
enormi pretese e che, allo stesso tempo,
riesce davvero a commuovere e forse anche a farci innamorare di questa figura
femminile circonfusa di un candore speciale, un candore che nel mondo di oggi
sembra non avere più nessuno.
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Micaela Ramazzotti (al centro) in La prima cosa bella (2010)
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