SPAZIO LIBERO
CINEVISIONI - 2
“La prima cosa bella” è una madre meravigliosa
ed incosciente


      
L’ultimo, convincente film di Paolo Virzì è incentrato sul rapporto fortemente contrastato di un bambino e poi di un uomo (interpretato da Valerio Mastandrea) con la bellezza, la vitalità, la sublime svampitezza di una genitrice – incarnata da giovane da Micaela Ramazzotti e da anziana da Stefania Sandrelli. Il regista torna ad ambientare una sua pellicola nella natia Livorno, come già in “Ovosodo”, incrociando continuamente gli anni ’70 ed il presente. Nel cast anche Claudia Pandolfi e Marco Messeri.
      



      

di Ilenia Appicciafuoco

 

 

La prima cosa bella, ultima fatica del regista Paolo Virzì, è la storia del difficile rapporto di un bambino e poi di un uomo con la bellezza ed l’ingenuità della propria madre.

Nell’estate del 1971 Anna Nigiotti (Micaela Ramazzotti), moglie di Mario Michelucci (Sergio Albelli) e madre dei piccoli Bruno e Valeria (Giacomo Bibbiani e Giulia Burgalassi), è così bella da essere proclamata Miss del più popolare stabilimento balneare di Livorno. La bellezza di Anna, però, non rappresenta per nessuno della famiglia Michelucci, ad eccezione, forse, della piccola Valeria, fonte di gioia e soddisfazione: suo marito, infatti, ossessionato dalla gelosia e dal desiderio che sua moglie suscita negli altri uomini, si mostra aggressivo e violento al punto che la costringerà ad andare via di casa e portare con sé i figli, mentre il piccolo Bruno, un bambino tormentato e apparentemente freddo, non riesce ad accettare l’idea che Anna non sia solo sua madre, ma anche una donna.

Quasi quarant’anni più tardi, Bruno (Valerio Mastandrea) è un insegnante di italiano in un istituto alberghiero di Milano. L’uomo si sente un fallito, non riesce ancora ad esprimere i propri sentimenti, nonostante conviva con una donna che lo adora e cerca continuamente sollievo alla sua depressione nell’hashish e nella marijuana. La sua esistenza viene sconvolta dall’arrivo della sorella Valeria (Claudia Pandolfi) che lo informa che Anna è ricoverata in ospedale, ormai in fin di vita. Bruno torna, così, a Livorno e ad un ambiente che lo costringe, suo malgrado, a ricordare situazioni vissute nell’infanzia e nell’adolescenza.

Virzì alterna le sequenze ambientate nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta a quelle dei giorni nostri senza utilizzare dissolvenze né scritte diegetiche; nonostante questo il regista inserisce nelle inquadrature degli “indizi” che ci suggeriscono immediatamente il passaggio da un’epoca all’altra. Ciò è evidente, ad esempio, nell’incipit della seconda sequenza: Bruno adulto, sdraiato su di un prato circondato da anonimi palazzoni, è inquadrato dall’alto e vicino a lui campeggia un’enorme scritta che inneggia il calciatore dell’Inter Ibrahimovic.

I colori di questo film, sia quello della pellicola che tende al seppia, sia quelli degli ambienti, dell’arredamento e degli abiti femminili, rafforzano l’atmosfera retró che non caratterizza solamente le sequenze ambientate negli anni Settanta, ma l’intero lungometraggio.

Anche se la storia di questa sfortunata famiglia è “raccontata” dai ricordi e dallo sguardo di Bruno, è proprio Anna, meravigliosa ed incosciente, la vera protagonista del film: Virzì ci regala una figura femminile ingenua, svampita, a tratti sprovveduta ed allo stesso tempo tenace e tormentata, ma sempre pronta a nascondere le lacrime e cantare e sorridere per non turbare i figli, anche dopo aver subito le peggiori umiliazioni. Anna è una “semplice” che si aggira all’interno di un mondo che sta diventando sempre più corrotto e corruttore e corrisponde perfettamente alle altre figure care a Virzì, come quelle di Piero Mansani e della professoressa Giovanna in Ovosodo o come quella di Caterina in Caterina va in città.






Il rancore che Bruno avverte nei confronti della madre è dovuto al fatto che, al contrario della sorella Valeria, caratterialmente simile ad Anna, egli rifiuta fin da piccolo l’idea di farsi guidare dai sentimenti e dall’istinto. La sua razionalità e la quasi totale incapacità di lasciarsi andare contrastano fortemente con la passionalità che caratterizza gli altri personaggi.

Anche se l’azione è ambientata a Livorno, città natale del regista, ma anche del Partito Comunista, Virzì sceglie volutamente di non approfittare di questa peculiarità e di inserire solamente altri indizi che fanno da sfondo alle vicende dei protagonisti, come, ad esempio, i manifesti del Pci affissi sui muri di casa del Lenzi, l’amico di famiglia da sempre innamorato di Anna. Se questa scelta non rappresenta un episodio isolato nel cinema del regista toscano, in questo film essa è ancor più motivata, visto che c’è una tematica o un desiderio che caratterizza, ad un’analisi più attenta, tutte le figure del film: quella dell’evasione. Anna incarna perfettamente la volontà di nascondere le preoccupazioni con un sorriso o con una canzone, la volontà di lasciarsi guidare dai sogni confezionati dal cinema romantico di serie B, dai giornali scandalistici, migliori dei quotidiani perché almeno non “ci sono scritte solo cose brutte”. La ragazza considera degni di una regina i miseri ruoli da figurante che le procurano uomini come il Conte Augusto Paoletti (che la picchierà sotto lo sguardo atterrito di Valeria e di Bruno) e troverà fino alla fine dei suoi giorni nel divertimento, nel cinema e nel ballo, la parte migliore dell’esistenza, quella in cui non si soffre e non si patisce nulla perché non ci si sofferma a riflettere. È emblematica la scena dell’ingresso di Bruno in una delle sale comuni dell’ospedale e la vista della madre, completamente catturata dalla puntata di “Uomini e donne” di Maria De Filippi e dalle povere vicende di tronisti e corteggiatori.

Bruno, dal canto suo, evade da Livorno, dalle chiacchiere pesanti e fastidiose su quella ragazza considerata perfino da lui troppo esuberante e, allo stesso tempo, cerca in tutti i modi, anche con risvolti comici e grotteschi, di estraniarsi dalla realtà cercando di assumere droghe e psicofarmaci che comunque durante il corso del film, non riuscirà mai a procurarsi. Solo in seguito all’abbandono definitivo e struggente di Anna, avvenuto dopo la celebrazione di nozze bizzarre e teneramente ridicole e dopo la sconvolgente scoperta di un altro segreto, Bruno seguirà il consiglio della madre e andrà a curare il suo malessere tuffandosi fra le onde del mare di Livorno.

L’immagine del mare, nella psicanalisi, ma anche nella tradizione popolare, è strettamente legato sia alla parte irrazionale dell’essere umano, sia alla figura materna.

L’evasione di Valeria, se sfumata e appena identificabile durante tutta la storia, emergerà improvvisamente alla fine della vicenda, quando la donna deciderà di rompere la finzione sulla quale si regge la sua vita e di “gettarsi” letteralmente fra le braccia dell’uomo che ama davvero, al cospetto del marito incredulo.

Anna, oltre a rappresentare un tipo di donna oggi difficile da trovare, è anche una personalità “errante”, “nomade”, sempre alle prese con la ricerca di una casa o di un lavoro stabile. Questa caratteristica rappresenta una delle numerose differenze che intercorrono fra lei e la sorella, perfetta donna di casa, premurosa e affidabile, ma invidiosa e piena di rancore nei confronti della protagonista e disposta a fare qualunque cosa per conquistare le attenzioni e l’affetto dei nipoti e del cognato.

Nella maggior parte dei film di questo regista è interessante notare quanto egli sia attento alle mode sorte in questi anni fra i giovani, visto che uno dei figli di Valeria è una sorta di “emo” (troppo sorridente e gioioso per la verità), innamorato delle poesie scritte da Bruno e di cui l’uomo, invece, si vergogna.

Un posto fondamentale in La prima cosa bella è riservato all’amore e al rapporto di coppia. Questo film dichiara a gran voce che l’amore e la passione, per essere veri, non necessitano di stabilità, tranquillità e perfino vicinanza fisica fra le parti in gioco. Il marito di Anna, pur rifiutando lei e la sua condotta, non smetterà mai di amarla e di desiderarla. La donna, dal canto suo, non farà mai ritorno dal padre dei suoi figli, ma continuerà ad attenderlo e soddisfarlo durante la notte, all’insaputa di tutti… La passione, il bene ed i loro opposti, per esistere, possono solamente essere compresenti e complementari. Troveranno la loro collocazione analoga anche nelle vicende sentimentali di Valeria e di Bruno.

La prima cosa bella probabilmente non segnerà una tappa significativa nella storia del cinema italiano, ma è sicuramente, così come Ovosodo, una commedia agrodolce, senza enormi pretese e  che, allo stesso tempo, riesce davvero a commuovere e forse anche a farci innamorare di questa figura femminile circonfusa di un candore speciale, un candore che nel mondo di oggi sembra non avere più nessuno.




Micaela Ramazzotti (al centro) in La prima cosa bella (2010)



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