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di Rocco Cesareo
“I
see you, I see you”
“Alla fine di queste visioni la
certezza è una sola: il computer ha preso il sopravvento sulla macchina da
presa, le immagini umane cui siamo stati abituati dai tempi dei fratelli
Lumière sono ormai superate da immagini virtuali e artificiali. In una parola
l’uomo non è più al centro del cinema, perché l’interesse del suo baricentro
immaginifico si è spostato in avanti” Cosi tuonava Roberto Faenza dalle pagine
di la Repubblica
dello scorso 7 gennaio, e forse con ragione. Il colosso Avatar uscito
contemporaneamente in quasi tutto il mondo, con i suoi tre miliardi di dollari
finora incassati (quasi una “piccola finanziaria”…), peraltro solo al botteghino,
è entrato di prepotenza nel Guinnes dei primati come il maggiore incasso
cinematografico di tutti i tempi, superando sia Titanic dello stesso Cameron, che il fuori classifica, per via
dell’inflazione, Via col vento. Da Hong
Kong, uscito con il nome di Afaandaat,
alla Corea (Abata) dalla Lituania (Isikunijimas)
alla Georgia, ultimo paese a salutare l’arrivo nelle sale del film fenomeno, Avatar ha polverizzato ovunque la
concorrenza. Persino in Cina, nonostante la furbata di bandire la versione 2D
di Avatar, (che è molto meno divertente del 3D, una vera rivoluzione nel
settore) in favore della versione in 3D, ben sapendo che l’immenso paese ne è
scarsamente provvisto, il successo è stato tale che d’imperio le autorità hanno
deciso di sostituirlo con il polpettone tutto cinese su Confucio. Troppi i
motivi di conflitto. Sia di carattere squisitamente economico, con una concorrenza
americana che da tempo dà fastidio alle produzioni cinesi, sia di taglio
“politico”, al punto che il tentativo di colonizzare il pianeta Pandora per
accaparrarsi una preziosa fonte di energia, ossia la più spietata tecnologia
contro i nativi, sì forti e coraggiosi ma dotati solo di lance, ha ricordato
troppo da vicino la cruenta repressione cinese in Tibet, e sul fronte interno,
l’esproprio forzato e cruento di milioni di contadini e operai dalle loro case
in nome del progresso e soprattutto del business ad opera della diarchia
politico-economica.
Ma continuiamo a citare Faenza.
L’autore di Jonas che visse nella balena,
segnalato ultimamente come uno dei migliori film italiani dell’ultimo
ventennio, percepisce con l’arrivo di Avatar
un passaggio quasi epocale, ed al contempo l’incombere di un terribile minaccia
che ben poco ha a che vedere con un discorso squisitamente cinematografico e/o
industriale ma finisce per coinvolgere l’essenza stessa della nostra cultura: “E
visto che sulla terra ci dobbiamo restare, sarà bene rinsaldare l’antico
vincolo con l’umano. Anzi, converrebbe rinforzarlo ed estenderlo ai più
giovani, spesso ignari che la vita, per nostra fortuna, ancora non è diventata
un videogioco.”
Catastrofismo tipicamente italico
quello di Faenza, o infausta preveggenza? Arduo, se non impossibile, rispondere
a quesiti di tale fatta. Se da un lato è ormai scontato che il cinema ha per
così dire ormai metabolizzato il videogioco e che lo stesso Cameron, creatore
di Aliens, Titanic, The Abyss e Terminator, ne è l’assoluto dominatore,
anche in termini di box office, è anche vero che Avatar cerca di farsi
testimone di una vera e propria nuova filosofia del “vedere” e “percepire”,
dove “l’altro”, “il diverso”, sia di colore, nazionalità, ma persino
proveniente da universi distanti, non è qualcosa di estraneo, bensì è comunque
a noi legato. “I see you, I see you”, io ti vedo, canta alla fine Leona Lewis.
Ti vedo e ti percepisco. Non molto tempo fa, la rivista fantascientifica “Alien”
ha ricordato che già nel 1970 lo scienziato francese Alan Aspect, riprendendo
un vecchia intuizione di Einstein, aveva dimostrato scientificamente che tutte
le particelle presenti nell’universo, atomi, molecole, intere galassie, sono
collegate fra loro interagendo ad una velocità superiore a quella della luce.
Cameron, grazie anche
all’imponente innovazione tecnologica, ha forse segnato per primo un nuovo
passaggio, una nuova stagione del cinema, un po’ come il muto che cede il passo
al sonoro, il bianconero al colore e così via. La nuova definizione di “attori
animati” o, per dirla con le stesse parole di Cameron, di “interpretazione
totale”, sottintende un regista che al posto del ciak, usa la consolle, gli
attori, al posto dei vecchi costumi di scena, recitano con tute e caschi, e
dove il vecchio teatro di posa di felliniana memoria è diventato il mondo
virtuale della computer grafica. Ben presto, gli analogici occhialetti 3D
saranno superati e, all’entrata dei cinema, ci daranno dei veri e propri caschi
virtuali o addirittura ce li porteremo da casa, all’insegna di una vita nuova o
parallela a quella attuale, fino al punto che forse ognuno ne potrà creare una
a suo piacere sul modello di Second Life. Pandora del resto, è qualcosa che in
qualche modo ricorda Internet, una rete dove tutto è collegato. Ma torniamo per
un momento alla storia di Avatar, termine
sanscrito che significa incarnazione appunto, ovvero, come in questo film,
della rappresentazione digitale di un individuo all’interno di un universo
parallelo, ed al marine paraplegico (straordinaria l’idea dell’eroe iniziale
sulla sedia a rotelle…) Jake Sully che accetta l’idea di subentrare in una
missione che vedeva coinvolto il fratello gemello Tom, scienziato morto
prematuramente, per essere inviato su Pandora, una luna del sistema Alpha
Centauri, ricca d’un minerale prezioso, come il petrolio…, capace di risolvere
l’immancabile problema energetico della Terra. Siamo nel 2154, e su Pandora
vivono i Na’vi, che somigliano un po’ ai terrestri, ma sono azzurri e molto più
alti e snelli. Hanno inoltre un coda lunga e forte che ha un significato
ancestrale di eterna unione alla madre terra, sguardo felino e grandi occhi
gialli. Insomma una sapiente sintesi di corpo e mente, un universo, solo
apparentemente primitivo ai nostri occhi di umani tecnologicamente avanzati ma
aridi e spietati, straordinariamente sensibile ed in piena armonia con la
natura.
È proprio in questa sorta di Eden
che il nostro marine deve condurre a termine la sua missione che solo
apparentemente è scientifica, in realtà il compito di Jake è quello di farsi
accettare dalla comunità Na’vi ed agire come un cavallo di Troia per lo
sfruttamento selvaggio delle preziose riserve di Pandora. Ovviamente ben presto
la storia prenderà altri binari, il marine paraplegico e buono, al contrario
del suo superiore colonnello Quaritch tutto muscoli e ferite di guerra, ma
privo di sentimenti, tramite “il suo Avatar” incontrerà Neytiri, una guerriera
Na’vi figlia del capo tribù. Grazie a lei, Jake imparerà a “vedere” le cose in
maniera diversa e da quel momento la sua vita cambierà… Innumerevoli i
riferimenti cinematografici, giusti o errati, che la vicenda richiama, da
Pocahontas al Nuovo mondo di Terrence
Malick, da Balla coi lupi alle molte
citazioni shakespeariane, sino alla auto-citazione richiamando Sigourney
Weaver, nel ruolo della scienziata amica dei nativi, e creandole un’entrata in
scena, con la sigaretta accesa in mano, degna della migliore Ripley. Cameron
insomma, come abbiamo già più volte sottolineato, pare voler tracciare con
questa sua opera nuovi percorsi e scenari culturali e filosofici, per sua
stessa ammissione sulla scia del duo Lucas-Spielberg, dove l’alieno è il vero
difensore di una innocenza che il terrestre, ormai ridotto a pura merce
dall’infernale macchina del capitalismo cannibale, pare avere inesorabilmente
perduto per sempre. Infatti la rivoluzione, ossia il cambiamento, per Jack
avverrà quando smetterà di pensare ed agire come una macchina. Il marine che
obbedisce agli ordini, affascinato dal nuovo mondo, imparerà ad “usare i
sensi”. Esemplare in tal senso è la sequenza in cui trasformato, anzi
“liberato” nel suo avatar, Jack si lancia in una folle e liberatoria corsa,
finalmente percependo il mondo attraverso i sensi del suo “doppio” Na’vi, come
rinato ad una nuova vita che è al contempo ritorno all’infanzia e purezza
perduta (qui i riferimenti al grande Tarkovskij sono evidentissimi!).
Inutilmente i medici della base terrestre – che sebbene rappresentino la parte
positiva della nostra identità terrestre, sono ancorati al loro “essere”
limitati – lo invitano alla prudenza.
Troppo forte è il richiamo della “ritrovata” libertà spazio-corporale.
Come sempre nel cinema di
Cameron, è però la donna, il vero motore del cambiamento: è l’elemento femmineo
che percepisce ed indica la strada da percorrere, come Ellen Ripley in Alien, Rose in Titanic, sino alla Lindsay di Abyss.
In Avatar quasi tutti i personaggi
femminili rappresentano la volontà di andare oltre, di sentire appunto con il
cuore. Non solo la nativa Neytiri (la donna Na’vi), ma anche la scienziata
Grace ed il militare Trudy disubbidiscono al comandante uomo, pagando con la
vita la loro scelta.
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L'aliena Na'vi protagonista di Avatar di James Cameron (2009)
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Un film ed un successo come Avatar non poteva che trascinarsi dietro
anche mille polemiche, la più curiosa pare essere l’accusa di plagio piovuta
sul regista da varie parti in primis da Mosca. A creare il caso sono stati
proprio due giornali della capitale russa, avanzando l’ipotesi che Cameron
abbia saccheggiato a piene mani i romanzi scritti negli anni Sessanta da due
scrittori di fantascienza, Arkady e Boris Strugatsky, seguitissimi nel loro
paese dagli amanti del genere. Nell’articolo in questione si sostiene che sono
stati proprio i due Strugatsky ad inventare un pianeta di nome Pandora pieno di
meraviglie e soprattutto abitato da umanoidi, chiamati Nave, e nella pellicola
di Cameron, come più volte ricordato, i nativi si chiamano Na’vi. La 20th
Century Fox che ha distribuito il film, ed il cui eventuale fiasco vale la pena
solo accennarlo, avrebbe comportato il fallimento certo della più forte major
americana, ha preferito non commentare, forte del grande successo avuto dal
film anche in Russia (pare che anche Putin abbia gradito il film, forse perché
i nativi sono formidabili lottatori…). Anche negli Stati Uniti la polemica di
plagio ha avuto grande risalto. In questo caso ad essere tirato in ballo è un
romanzo scritto nel 1957 da un autore non di grande fama, Poul Anderson. Il
libro narra di un giovane paraplegico, proprio come Jack, che si fa aiutare
dagli indigeni per controllare il pianeta. A parte alcune similitudini, la
malattia del protagonista, il suo rapporto con gli abitanti del pianeta, non
paiono esservi collegamenti certi e soprattutto significativi con il film di
Cameron. Lo stesso regista ha però un precedente: quando girò Terminator, fu accusato dalla scrittore
Harlan Ellison di avere preso vari spunti da una serie televisiva di
fantascienza da lui scritta. Ellison vinse la causa e fu profumatamente
risarcito. Forte dello straordinario successo, come si suole dire, di pubblico
e critica, il pianeta Pandora non si cura molto di eventuali risarcimenti né
economici e neppure morali: servirebbe ben altro a sconfiggere il popolo
azzurro (che non sono i fans di Berlusconi…)
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