SPAZIO LIBERO
CINEVISIONI - 1
Con “Avatar” per vedere e percepire
il futuro
della settima arte


      
Il kolossal in 3D di James Cameron non è soltanto il maggiore incasso cinematografico di tutti i tempi, ma è anche una pellicola di potente innovazione tecnologica che segna un passaggio epocale ad una nuova stagione di realizzazione e di fruizione dell’opera filmica. Tra accuse di plagio e lamenti catastrofisti di ridurre il cinema a videogioco, il blockbuster del 55enne regista americano appare una parabola spettacolar-filosofica dove gli alieni Na’vi sono i veri difensori di un rapporto armonico con la natura che gli umani terrestri, dominati dalla voracità bellico-economica del capitalismo, sembrano avere perduto per sempre.
      



      

di Rocco Cesareo                        

 

                                                                                       “I see you, I see you”

 

“Alla fine di queste visioni la certezza è una sola: il computer ha preso il sopravvento sulla macchina da presa, le immagini umane cui siamo stati abituati dai tempi dei fratelli Lumière sono ormai superate da immagini virtuali e artificiali. In una parola l’uomo non è più al centro del cinema, perché l’interesse del suo baricentro immaginifico si è spostato in avanti” Cosi tuonava Roberto Faenza dalle pagine di la Repubblica dello scorso 7 gennaio, e forse con ragione. Il colosso Avatar uscito contemporaneamente in quasi tutto il mondo, con i suoi tre miliardi di dollari finora incassati (quasi una “piccola finanziaria”…), peraltro solo al botteghino, è entrato di prepotenza nel Guinnes dei primati come il maggiore incasso cinematografico di tutti i tempi, superando sia Titanic dello stesso Cameron, che il fuori classifica, per via dell’inflazione, Via col vento. Da Hong Kong, uscito con il nome di Afaandaat, alla Corea (Abata) dalla Lituania (Isikunijimas) alla Georgia, ultimo paese a salutare l’arrivo nelle sale del film fenomeno, Avatar ha polverizzato ovunque la concorrenza. Persino in Cina, nonostante la furbata di bandire la versione 2D di Avatar, (che è molto meno divertente del 3D, una vera rivoluzione nel settore) in favore della versione in 3D, ben sapendo che l’immenso paese ne è scarsamente provvisto, il successo è stato tale che d’imperio le autorità hanno deciso di sostituirlo con il polpettone tutto cinese su Confucio. Troppi i motivi di conflitto. Sia di carattere squisitamente economico, con una concorrenza americana che da tempo dà fastidio alle produzioni cinesi, sia di taglio “politico”, al punto che il tentativo di colonizzare il pianeta Pandora per accaparrarsi una preziosa fonte di energia, ossia la più spietata tecnologia contro i nativi, sì forti e coraggiosi ma dotati solo di lance, ha ricordato troppo da vicino la cruenta repressione cinese in Tibet, e sul fronte interno, l’esproprio forzato e cruento di milioni di contadini e operai dalle loro case in nome del progresso e soprattutto del business ad opera della diarchia politico-economica.






Ma continuiamo a citare Faenza. L’autore di Jonas che visse nella balena, segnalato ultimamente come uno dei migliori film italiani dell’ultimo ventennio, percepisce con l’arrivo di Avatar un passaggio quasi epocale, ed al contempo l’incombere di un terribile minaccia che ben poco ha a che vedere con un discorso squisitamente cinematografico e/o industriale ma finisce per coinvolgere l’essenza stessa della nostra cultura: “E visto che sulla terra ci dobbiamo restare, sarà bene rinsaldare l’antico vincolo con l’umano. Anzi, converrebbe rinforzarlo ed estenderlo ai più giovani, spesso ignari che la vita, per nostra fortuna, ancora non è diventata un videogioco.”

Catastrofismo tipicamente italico quello di Faenza, o infausta preveggenza? Arduo, se non impossibile, rispondere a quesiti di tale fatta. Se da un lato è ormai scontato che il cinema ha per così dire ormai metabolizzato il videogioco e che lo stesso Cameron, creatore di Aliens, Titanic, The Abyss e Terminator, ne è l’assoluto dominatore, anche in termini di box office, è anche vero che Avatar cerca di farsi testimone di una vera e propria nuova filosofia del “vedere” e “percepire”, dove “l’altro”, “il diverso”, sia di colore, nazionalità, ma persino proveniente da universi distanti, non è qualcosa di estraneo, bensì è comunque a noi legato. “I see you, I see you”, io ti vedo, canta alla fine Leona Lewis. Ti vedo e ti percepisco. Non molto tempo fa, la rivista fantascientifica “Alien” ha ricordato che già nel 1970 lo scienziato francese Alan Aspect, riprendendo un vecchia intuizione di Einstein, aveva dimostrato scientificamente che tutte le particelle presenti nell’universo, atomi, molecole, intere galassie, sono collegate fra loro interagendo ad una velocità superiore a quella della luce.

 

Cameron, grazie anche all’imponente innovazione tecnologica, ha forse segnato per primo un nuovo passaggio, una nuova stagione del cinema, un po’ come il muto che cede il passo al sonoro, il bianconero al colore e così via. La nuova definizione di “attori animati” o, per dirla con le stesse parole di Cameron, di “interpretazione totale”, sottintende un regista che al posto del ciak, usa la consolle, gli attori, al posto dei vecchi costumi di scena, recitano con tute e caschi, e dove il vecchio teatro di posa di felliniana memoria è diventato il mondo virtuale della computer grafica. Ben presto, gli analogici occhialetti 3D saranno superati e, all’entrata dei cinema, ci daranno dei veri e propri caschi virtuali o addirittura ce li porteremo da casa, all’insegna di una vita nuova o parallela a quella attuale, fino al punto che forse ognuno ne potrà creare una a suo piacere sul modello di Second Life. Pandora del resto, è qualcosa che in qualche modo ricorda Internet, una rete dove tutto è collegato. Ma torniamo per un momento alla storia di Avatar, termine sanscrito che significa incarnazione appunto, ovvero, come in questo film, della rappresentazione digitale di un individuo all’interno di un universo parallelo, ed al marine paraplegico (straordinaria l’idea dell’eroe iniziale sulla sedia a rotelle…) Jake Sully che accetta l’idea di subentrare in una missione che vedeva coinvolto il fratello gemello Tom, scienziato morto prematuramente, per essere inviato su Pandora, una luna del sistema Alpha Centauri, ricca d’un minerale prezioso, come il petrolio…, capace di risolvere l’immancabile problema energetico della Terra. Siamo nel 2154, e su Pandora vivono i Na’vi, che somigliano un po’ ai terrestri, ma sono azzurri e molto più alti e snelli. Hanno inoltre un coda lunga e forte che ha un significato ancestrale di eterna unione alla madre terra, sguardo felino e grandi occhi gialli. Insomma una sapiente sintesi di corpo e mente, un universo, solo apparentemente primitivo ai nostri occhi di umani tecnologicamente avanzati ma aridi e spietati, straordinariamente sensibile ed in piena armonia con la natura.

 

È proprio in questa sorta di Eden che il nostro marine deve condurre a termine la sua missione che solo apparentemente è scientifica, in realtà il compito di Jake è quello di farsi accettare dalla comunità Na’vi ed agire come un cavallo di Troia per lo sfruttamento selvaggio delle preziose riserve di Pandora. Ovviamente ben presto la storia prenderà altri binari, il marine paraplegico e buono, al contrario del suo superiore colonnello Quaritch tutto muscoli e ferite di guerra, ma privo di sentimenti, tramite “il suo Avatar” incontrerà Neytiri, una guerriera Na’vi figlia del capo tribù. Grazie a lei, Jake imparerà a “vedere” le cose in maniera diversa e da quel momento la sua vita cambierà… Innumerevoli i riferimenti cinematografici, giusti o errati, che la vicenda richiama, da Pocahontas al Nuovo mondo di Terrence Malick, da Balla coi lupi alle molte citazioni shakespeariane, sino alla auto-citazione richiamando Sigourney Weaver, nel ruolo della scienziata amica dei nativi, e creandole un’entrata in scena, con la sigaretta accesa in mano, degna della migliore Ripley. Cameron insomma, come abbiamo già più volte sottolineato, pare voler tracciare con questa sua opera nuovi percorsi e scenari culturali e filosofici, per sua stessa ammissione sulla scia del duo Lucas-Spielberg, dove l’alieno è il vero difensore di una innocenza che il terrestre, ormai ridotto a pura merce dall’infernale macchina del capitalismo cannibale, pare avere inesorabilmente perduto per sempre. Infatti la rivoluzione, ossia il cambiamento, per Jack avverrà quando smetterà di pensare ed agire come una macchina. Il marine che obbedisce agli ordini, affascinato dal nuovo mondo, imparerà ad “usare i sensi”. Esemplare in tal senso è la sequenza in cui trasformato, anzi “liberato” nel suo avatar, Jack si lancia in una folle e liberatoria corsa, finalmente percependo il mondo attraverso i sensi del suo “doppio” Na’vi, come rinato ad una nuova vita che è al contempo ritorno all’infanzia e purezza perduta (qui i riferimenti al grande Tarkovskij sono evidentissimi!). Inutilmente i medici della base terrestre – che sebbene rappresentino la parte positiva della nostra identità terrestre, sono ancorati al loro “essere” limitati –  lo invitano alla prudenza. Troppo forte è il richiamo della “ritrovata” libertà spazio-corporale.

Come sempre nel cinema di Cameron, è però la donna, il vero motore del cambiamento: è l’elemento femmineo che percepisce ed indica la strada da percorrere, come Ellen Ripley in Alien, Rose in Titanic, sino alla Lindsay di Abyss. In Avatar quasi tutti i personaggi femminili rappresentano la volontà di andare oltre, di sentire appunto con il cuore. Non solo la nativa Neytiri (la donna Na’vi), ma anche la scienziata Grace ed il militare Trudy disubbidiscono al comandante uomo, pagando con la vita la loro scelta.




L'aliena Na'vi protagonista di Avatar di James Cameron (2009)


Un film ed un successo come Avatar non poteva che trascinarsi dietro anche mille polemiche, la più curiosa pare essere l’accusa di plagio piovuta sul regista da varie parti in primis da Mosca. A creare il caso sono stati proprio due giornali della capitale russa, avanzando l’ipotesi che Cameron abbia saccheggiato a piene mani i romanzi scritti negli anni Sessanta da due scrittori di fantascienza, Arkady e Boris Strugatsky, seguitissimi nel loro paese dagli amanti del genere. Nell’articolo in questione si sostiene che sono stati proprio i due Strugatsky ad inventare un pianeta di nome Pandora pieno di meraviglie e soprattutto abitato da umanoidi, chiamati Nave, e nella pellicola di Cameron, come più volte ricordato, i nativi si chiamano Na’vi. La 20th Century Fox che ha distribuito il film, ed il cui eventuale fiasco vale la pena solo accennarlo, avrebbe comportato il fallimento certo della più forte major americana, ha preferito non commentare, forte del grande successo avuto dal film anche in Russia (pare che anche Putin abbia gradito il film, forse perché i nativi sono formidabili lottatori…). Anche negli Stati Uniti la polemica di plagio ha avuto grande risalto. In questo caso ad essere tirato in ballo è un romanzo scritto nel 1957 da un autore non di grande fama, Poul Anderson. Il libro narra di un giovane paraplegico, proprio come Jack, che si fa aiutare dagli indigeni per controllare il pianeta. A parte alcune similitudini, la malattia del protagonista, il suo rapporto con gli abitanti del pianeta, non paiono esservi collegamenti certi e soprattutto significativi con il film di Cameron. Lo stesso regista ha però un precedente: quando girò Terminator, fu accusato dalla scrittore Harlan Ellison di avere preso vari spunti da una serie televisiva di fantascienza da lui scritta. Ellison vinse la causa e fu profumatamente risarcito. Forte dello straordinario successo, come si suole dire, di pubblico e critica, il pianeta Pandora non si cura molto di eventuali risarcimenti né economici e neppure morali: servirebbe ben altro a sconfiggere il popolo azzurro (che non sono i fans di Berlusconi…)

 

 




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