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di Ignazio Delogu
C’è un debito grande che
l’intero Paese, e il Nord in particolare, ha contratto con la cultura del
Mezzogiorno, e che attende ancora una onesta e sincera valutazione, nella
prospettiva di un’autocritica, alla quale tutti siamo chiamati, offerta dal 150°
anniversario della nascita dello Stato unitario. Dispiace che gli storici della
letteratura non ci abbiano dato a tutt’oggi una storia della cultura e, in
particolare, della narrativa e della poesia del Mezzogiorno, che potrebbe
legittimamente comprendere anche la saggistica, quella meridionalistica in
specie.
L’elenco degli autori è troppo
lungo perché possa essere riportato in un articolo. Per sommi capi, e per
indicare alcuni riferimenti cronologici, si potrebbe incominciare dal De
Roberto de I viceré prologo, direi,
indispensabile a Il Gattopardo di
Tommasi di Lampedusa, passando per Verga, Pirandello, Vittorini, Sciascia,
D’Arrigo, Camilleri, Maraini, Bufalino di Diceria
dell’Untore e numerosi altri; e per la Sardegna, dalla Deledda, Lussu, Bellieni,
Salvatore Cambosu, Grazia Dore, Maria Giacobbe, Salvatore Satta, Francesco
Masala, Gavino Ledda, Angelo Mundula, Bachisio Zizzi, Benvenuto Lobina,
Salvatore Mannuzzu, Niffoi e lo stuolo di scrittori dell’ultima generazione che
affollano i cataloghi di tanti editori italiani. Seguono i Napoletani, fra i
quali rammenterò soltanto alcuni: da De Filippo a Bernari di Tre operai, a Marotta, a Rea e altri; i
lucani Sinisgalli e Di Pierro, e altri; i pugliesi Carrieri, Bodini, Piazzolla
e i più recenti Carofiglio e Caiulo, più saggisti eccellenti come Cassano; i laziali
e romani, da Cardarelli a Moravia, Morante, De Libero, Gianni Toti, Mario
Lunetta...
Un discorso a parte meritano
quegli scrittori del Nord e del Centro Italia che stabilirono il loro domicilio
non solo anagrafico ma ideale a Roma, sui quali il Vento del Sud soffiò più
forte di quanto abbia soffiato sul Sud il Vento del Nord.
Provo a compitarne un elenco
incompleto ma significativo: Carlo Levi, Pratolini, Pasolini, Gadda, Delfini e
tanti altri.
E Meridionali erano,
ovviamente, gli indagatori della più grande “questione nazionale”, quella “questione
meridionale” che lo Stato unitario non è stato capace di risolvere, ma sì di
aggravarla, come dicono purtroppo tutti gli indici e tutte le statistiche di
questi ultimi anni, nei 150 anni della sua esistenza burocratica, centralista,
nazionalista e imperialista Anche in questo caso citerò soltanto i maggiori: P.
Villari, F. S. Nitti, G. Salvemini, A. Gramsci, T. Fiore, G. Dorso, E. Sereni,
B. Grieco...
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Giuseppe Tommasi di Lampedusa, autore di un romanzo cruciale come Il Gattopardo (1958)
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È innegabile che proprio
l’appartenenza al Mezzogiorno e la consapevolezza di una “doppia cittadinanza”
o, se si vuole, “doppia responsabilità” nei confronti della terra di
appartenenza, ma anche della Nazione italiana nella varietà e complessità delle
sue componenti etniche, culturali e linguistiche, a dare agli intellettuali del
Mezzogiorno quella che mi piace definire una “marcia in più”, rispetto ai pur
rispettabili intellettuali e scrittori di altre regioni.
La letteratura del
Mezzogiorno, pur nell’ovvia varietà dei contenuti e delle forme, e in quella
non meno significativa dei generi (si va dal romanzo “storico” al racconto
“fantastico”, dal romanzo di formazione con forti accenti autobiografici, al
racconto-inchiesta che si tinge di “giallo” e di “noir”, alla “tranche de vie”,
dalla struggente liricità alla più intrigante drammaticità, per non dire del
teatro e della farsa), si distingue per un’accentuata tendenza all’epica, alla
mitopoiesi e per una intensa disposizione a farsi abitare e governare dagli archetipi, qualità
proprie di una cultura di pressoché insondabile sedimentazione che, per un
paradosso del tutto apparente, la spinge all’innovazione e alla sperimentazione
delle forme e dei linguaggi.
Niente, dunque, di quella
“solarità” a buon mercato che le si vorrebbe attribuire da chi le cuce addosso
parametri di natura folklorico-turistica, dimenticando la drammaticità delle
sue maschere (Pulcinella fra tutte) e la fantasiosa epicità dei suoi “pupi”),
fino all’inquietante presenza degli archetipi caratteristica della letteratura
sarda nella varietà delle sue espressioni
linguistiche.
In ciò consiste, soprattutto,
il suo apporto specifico e originale alla cultura italiana, non omologabile e
irriducibile ad unum. Chi poi, con
competenze che non possiedo, voglia verificare la portata e l’originalità del
contributo del cinema a quella cultura, dovrebbe misurarsi con prodotti come il
cinema neorealista o visionario di
Rossellini, con la commedia all’italiana o col cinema militante di Gillo Pontecorvo,
di F. Rosi, di Franco Solinas e di G.M. Volonté.
Quei nomi, quelle personalità
configurano un “ceto intellettuale” meridionale che, come tale, nel Mezzogiorno
e nel resto del Paese si è progressivamente
estinto per ragioni che non è qui il caso di rammentare.
Resta il fatto che continuano
a esistere gli intellettuali ed esiste, oltre il presente, un passato con un
formidabile retaggio di creazione, di originalità e di sperimentazione. Il
rischio è che quel retaggio rimanga come un deposito inerziale, una
“tradizione” non ravvivata e dinamizzata dal pensiero, cioè dalla capacità di
confrontarlo col presente, per modificarlo e preparare il futuro.
Compito arduo che spetta a
tutti, ai giovani soprattutto, e ai non più tali che abbiano la volontà di
rinnovarsi e di contribuire al rinnovamento della cultura di questo Paese.
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