SPAZIO LIBERO
MEZZOGIORNO E CULTURA
Il vento che ha soffiato dal Sud


      
Nel quadro della prossima ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità dello stato italiano, occorrerebbe rammentare e meglio valutare il debito che l’intero Paese ha contratto con le forze culturali espresse dal Meridione. Pensando, in primis, alla enorme quantità di romanzieri, poeti, drammaturghi, nonché storici e saggisti partoriti in Sicilia come in Sardegna, in Puglia, in Lucania, per non parlare del Lazio, come regione del Centro, verso cui hanno gravitato molti scrittori di origine settentrionale da Carlo Levi a Pasolini, Gadda, Delfini e tanti altri.
      



      

di Ignazio Delogu

 

 

C’è un debito grande che l’intero Paese, e il Nord in particolare, ha contratto con la cultura del Mezzogiorno, e che attende ancora una onesta e sincera valutazione, nella prospettiva di un’autocritica, alla quale tutti siamo chiamati, offerta dal 150° anniversario della nascita dello Stato unitario. Dispiace che gli storici della letteratura non ci abbiano dato a tutt’oggi una storia della cultura e, in particolare, della narrativa e della poesia del Mezzogiorno, che potrebbe legittimamente comprendere anche la saggistica, quella meridionalistica in specie.

L’elenco degli autori è troppo lungo perché possa essere riportato in un articolo. Per sommi capi, e per indicare alcuni riferimenti cronologici, si potrebbe incominciare dal De Roberto de I viceré prologo, direi, indispensabile a Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa, passando per Verga, Pirandello, Vittorini, Sciascia, D’Arrigo, Camilleri, Maraini, Bufalino di Diceria dell’Untore e numerosi altri; e per la Sardegna, dalla Deledda, Lussu, Bellieni, Salvatore Cambosu, Grazia Dore, Maria Giacobbe, Salvatore Satta, Francesco Masala, Gavino Ledda, Angelo Mundula, Bachisio Zizzi, Benvenuto Lobina, Salvatore Mannuzzu, Niffoi e lo stuolo di scrittori dell’ultima generazione che affollano i cataloghi di tanti editori italiani. Seguono i Napoletani, fra i quali rammenterò soltanto alcuni: da De Filippo a Bernari di Tre operai, a Marotta, a Rea e altri; i lucani Sinisgalli e Di Pierro, e altri; i pugliesi Carrieri, Bodini, Piazzolla e i più recenti Carofiglio e Caiulo, più saggisti eccellenti come Cassano; i laziali e romani, da Cardarelli a Moravia, Morante, De Libero, Gianni Toti, Mario Lunetta...

Un discorso a parte meritano quegli scrittori del Nord e del Centro Italia che stabilirono il loro domicilio non solo anagrafico ma ideale a Roma, sui quali il Vento del Sud soffiò più forte di quanto abbia soffiato sul Sud il Vento del Nord.

Provo a compitarne un elenco incompleto ma significativo: Carlo Levi, Pratolini, Pasolini, Gadda, Delfini e tanti altri.

E Meridionali erano, ovviamente, gli indagatori della più grande “questione nazionale”, quella “questione meridionale” che lo Stato unitario non è stato capace di risolvere, ma sì di aggravarla, come dicono purtroppo tutti gli indici e tutte le statistiche di questi ultimi anni, nei 150 anni della sua esistenza burocratica, centralista, nazionalista e imperialista Anche in questo caso citerò soltanto i maggiori: P. Villari, F. S. Nitti, G. Salvemini, A. Gramsci, T. Fiore, G. Dorso, E. Sereni, B. Grieco...




Giuseppe Tommasi di Lampedusa, autore di un romanzo cruciale come Il Gattopardo (1958)


È innegabile che proprio l’appartenenza al Mezzogiorno e la consapevolezza di una “doppia cittadinanza” o, se si vuole, “doppia responsabilità” nei confronti della terra di appartenenza, ma anche della Nazione italiana nella varietà e complessità delle sue componenti etniche, culturali e linguistiche, a dare agli intellettuali del Mezzogiorno quella che mi piace definire una “marcia in più”, rispetto ai pur rispettabili intellettuali e scrittori di altre regioni.

La letteratura del Mezzogiorno, pur nell’ovvia varietà dei contenuti e delle forme, e in quella non meno significativa dei generi (si va dal romanzo “storico” al racconto “fantastico”, dal romanzo di formazione con forti accenti autobiografici, al racconto-inchiesta che si tinge di “giallo” e di “noir”, alla “tranche de vie”, dalla struggente liricità alla più intrigante drammaticità, per non dire del teatro e della farsa), si distingue per un’accentuata tendenza all’epica, alla mitopoiesi e per una intensa disposizione a farsi  abitare e governare dagli archetipi, qualità proprie di una cultura di pressoché insondabile sedimentazione che, per un paradosso del tutto apparente, la spinge all’innovazione e alla sperimentazione delle forme e dei linguaggi.

Niente, dunque, di quella “solarità” a buon mercato che le si vorrebbe attribuire da chi le cuce addosso parametri di natura folklorico-turistica, dimenticando la drammaticità delle sue maschere (Pulcinella fra tutte) e la fantasiosa epicità dei suoi “pupi”), fino all’inquietante presenza degli archetipi caratteristica della letteratura sarda nella varietà delle sue espressioni  linguistiche.

In ciò consiste, soprattutto, il suo apporto specifico e originale alla cultura italiana, non omologabile e irriducibile ad unum. Chi poi, con competenze che non possiedo, voglia verificare la portata e l’originalità del contributo del cinema a quella cultura, dovrebbe misurarsi con prodotti come il cinema neorealista  o visionario di Rossellini, con la commedia all’italiana o col cinema militante di Gillo Pontecorvo, di F. Rosi, di Franco Solinas e di G.M. Volonté.

Quei nomi, quelle personalità configurano un “ceto intellettuale” meridionale che, come tale, nel Mezzogiorno e nel resto del Paese si è progressivamente  estinto per ragioni che non è qui il caso di rammentare.

Resta il fatto che continuano a esistere gli intellettuali ed esiste, oltre il presente, un passato con un formidabile retaggio di creazione, di originalità e di sperimentazione. Il rischio è che quel retaggio rimanga come un deposito inerziale, una “tradizione” non ravvivata e dinamizzata dal pensiero, cioè dalla capacità di confrontarlo col presente, per modificarlo e preparare il futuro.

Compito arduo che spetta a tutti, ai giovani soprattutto, e ai non più tali che abbiano la volontà di rinnovarsi e di contribuire al rinnovamento della cultura di questo Paese.




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