SPAZIO LIBERO
PLACE VENDÔME (8)
Quando Mussolini fu ferito sul Carso (ma non abbastanza)


      
Appunti notturnali in questa piazza fantastica su una ennesima pubblicazione ‘da premio’ in cui si ritrova, però, un narratore di vena vera, Peppe Lomonaco, autore di una assai sfiziosa storia su un passaggio a Matera del re Vittorio Emanuele III, ‘cagoja’ o ‘sciaboletta’, che accende un link con la visita del medesimo sovrano al futuro duce in ospedale nel recente film “Vincere” di Marco Bellocchio. Poi ulteriore chiosa sulla dialettica disfida filologico-continiana con Alvino.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

Nulla di nuovo nello scatolone in cui mi assento, nella piazza che esiste solo nei miei incubi o nelle mie truccherìe. Che io abbia intravisto o sognato una sfilatoia di formicole rosse non può interessare di meno a nessuno. Nemmeno a me, che però vorrei farmi agosismico dei sommovimenti che arrivo a percepire; caduta di qualche foglia, superstite come un reduce, dai platani della piazza; fra miliardi di foglie che cadono, proprio in questo momento, nel tempo che ci vuole a tastierare una sola parola, nel cielo o sulla terra, nell’universo pensabile. Formiche rosse... titolo di una plaquette in istretta economia, per non dire proprio bruttina (lo dico perché resto della ferma convinzione che fare una cosa bella o una cosa brutta costi lo stesso impegno) che mi arriva dall’ARCI di Siena, per procura di uno scrittore amico. Quanti premî di narrativa ci sono lungo tutto lo Stivale? Come le foglie in assenza di vento. Qui ho fatto a tempo a raccogliere una memoria virgiliana di terremoto (penso all’Aquila, tramutata in secondi in una Aquilegia, in una Aghadir). Poi è venuto quello di Haiti e si è mangiato un’isola intera e fatto sfigurare un sacco di associazioni aiutative internazionali. Tocca sempre ai dannati della terra. Scrivere vuole rassicurarci: imparo l’arte e la metto da parte. La Carla Arduini autrice del raccontino premiato deve essere una laureata in lettere, forse una professoressa; di qui l’aggettivo ‘virgiliana’ che ho speso disopra. “Svegliandoti, forse griderai come a volte ti capita, spaventata per i mostri rimasti al di là delle porte del sonno”. Ci mancava il racconto di una Creusa, la moglie di Enea, rimasta fra le rovine fumanti di Troia. “La città si sbriciolava, friabile come un biscotto, indifesa”. Questo si chiama scrivere; per narrare, lo dirà il tempo. Il mite o immite fascicoletto mi è inviato da Peppe Lomonaco, anche lui fra i premiati antologizzati, con un raccontino antiberlusconiano di troppo inferiore alla statura che questo narratore di vena vera ha ormai toccato, da solo. Quando hai familiare un autore, grande o minuscolo che possa essere, la sua forza è nella capacità di eventualmente sorprenderti. Il mio incontro con Lomonaco fu dei massimamente fortuiti; una famiglia di suoi parenti (nacque e vive Lomonaco a Montescaglioso, presso Matera, la città dei sassi) abitava sullo stesso pianerottolo di un diruto ma magniloquente edifizio settecentesco nel quale a carissimo prezzo, e non trovando di meglio, vissi dieci anni nella per me sempre inospitale Parma. La proprietaria che ce lo aveva affittato (quando si vide, era l’antro di un carbonaio) non era stata troppo esosa ma aveva imposto (e, peraltro, era cosa da farsi per rendere quella specie di forno abitabile senza disagio e senza disdoro) che noi a nostre spese lo facessimo rimbiancare. Si fece e il mostro si rivelò una fata: dei salottini affettuosi (purtroppo prospicienti un cavedio che presto si rivelò una trappola di sporcizie e clamori affricanti) e un immenso salone, già stato la sala di musica di una qualche marchesina, con begli affreschi sulla volta. Mi ci sentivo a disagio. Del resto la vecchia morì e subentrò sua figlia, pazza fuori del mondo e arrogante come chi, non avendo fatto mai un tubo, si ritrova con un gruzzolo teoricamente inesauribile in banca. Arrivò a vietarci di chiudere il portone di strada, diceva che era una tradizione; forse perché era la prima a rendersi oscuramente conto che quello era un palazzo dei morti. Faceva Pizzo, o quasi, di cognome, e a Parma era per tutti la Pazza Pizzo. E io avevo tanto rotto le scatole ai miei genitori, che del resto ignoravano il Carnevale, le maschere mangiasoldi e rubatempo, perché mi adornassero un giorno di pizzo, baffi e capelloni per sembrare un Buffalobill. Il Pizzo almeno ce l’ebbi, se fuori tempo massimo.

 

Ho divagato; venne Lomonaco dai suoi e non so come fecero a farmi sapere che, per diletto, ‘scriveva’. Mi sentii gelare ma cortesia voleva che io dessi una occhiata al dattiloscritto. Riconobbi, con gioia (falsa è l’immagine del critico lettore che gode a strapazzare e deprimere i possibili concorrenti, ci sono falsi critici come falsi profeti ma, per chi non si rende loro complice, riconoscibili da poche, sempre uguali caratteristiche; ad esempio la fiducia che un buon libro si legga tutto d’un fiato; vero che ne hanno poco poco; il prediligere la coppia fissa ‘dolce e crudele’, vuoto a rendere, come il prenderlo in culo), la presenza d’un comico naturale insolito; e lo incoraggiai a continuare. La sua storia d’un passaggio da Matera del re piccino Cagoja (*), al quale i provveditori della città costruiscono una macchina-cesso degna di tanto sedere, e che, per calcolo errato, pulisce al re il mostaccio invece del culo sabaudico, mi fa scoppiar le trippe ogni volta che la rileggo (Visite eccellenti si chiama il libro; e Lomonaco ha ora i suoi fans). Siccome il cervello non si placa mai, costretto a improgrammabili accostamenti, ci ho dovuto ripensare vedendo il bellissimo film di Bellocchio, Vincere (la visita del re nanerottolo a Mussolini ferito, dissero gravemente,  certo non abbastanza, sul Carso, e s’ebbe un anno e mezzo di licenza, chissà quanto soffrendo per la lontananza dal campo dell’onore).

 

                                                 Mussolini fu ferito

                                                 fu ferito da una bomba

                                                 Mussolini suona la tromba

                                                             e Vittorio è bell’e ito

 

(*) Ma, un momento: Cagoia, che in veneto vuol dire lumaca, fu il nomignolo inflitto da d’Annunzio all’onorevole Nitti. Chissà perché (pensando a una diversa etimologia) uno pensa di sùbito al reino nummismatico.

 

                                                 Mussolini fu arrestato

                                                 arrestato in ambulanza

                                                 Mussolini liberò

                                                 l’alvo senza più creanza

 

(Per questo, vedi Gadda)

 

                                                 Mussolini liberato

                                                 liberato dal gran sasso

                                                 disse appena ripreso fiato

                                                 ‘ma quel re testa di casso !’

 

 

E poi, lui che aveva capito gli italiani, e fors’anche i tedeschi, troppo tardi, avrebbe volentieri cercato riparo in Svizzera, e, chissà, in Inghilterra; ma si trovò prima a dover dire : “Ma signor colonnello...” e ci restò la povera, scapocciata Petassi. La ragazza che aveva scherzato col fuoco.




Filippo Timi (Mussolini ferito) in Vincere (2009) di Marco Bellocchio


Da Senigallia mi è anche arrivato l’esemplare n° 11 di una tiratura in 30 copie di un libriccino, Cespugli, per una Biblioteca di Testi brevi in ricordo di una giovane scomparsa, Patrizia Brunetti. Qui Lomonaco è stato invitato a raccogliere alcuni suoi testi recenti, in numero di quattro, e il primo davvero si stacca da tutti gli altri e ci mostra uno scrittore dal volto nuovo. Quando un comico patentato si orienta, per una volta, su una parte semiseria, o tutta seria, o anche tragica, (mi viene in mente, ero appena scolaro, l’elogiativa bagarre scaturita da una prova filmica di Rascel nelle vesti di protagonista del Cappotto di Gogol, dai Racconti di Pietroburgo [‘da di nel di del dai’, dioneguardi ho ammazzato Flaubert!]) la temperatura di critici e bas-bleu sale di norma alle stelle. Benigni, che avevamo tanto amato, non si è più riavuto dalla plurioscherata catastrofe de La vita è bella; è facile, credetelo, fare zuppi di lacrime i fazzoletti, sentendosi buoni-buoni. L’umanità fasulla si è data lo specchio facile del ritrovarsi un cuore a teatro o di fronte a uno schermo. Lomonaco farebbe eccezione? Nel primo dei racconti, Difesa di San Biagio, direi proprio, oda pure la piazza, sì sì sì. Un carcerato torna dopo trent’anni alla casa in campagna presso la quale ebbe ucciso un amico, credendolo reo di un furto scellerato ai suoi danni; ha ucciso meno per i pochi baiocchi rubatigli che per la fiducia tradita. E qui forse, didietro, c’è Verga (Jeli il pastore). Difesa di San Biagio significa muraglia, barriera, immersa nei campi, fra gli olivi; qui, in una estate lirica che sembra riscoprire per la prima volta gli incantesimi e le fatture di sospensione necessarie, la rivelazione che il delitto era stato ingiustificato. Le monete sono ancóra lì. Una meraviglia, dove Lomonaco, fosse magari anche per un’unica volta (ma non me lo auguro) mostra di aver capito la lezione essenziale: scrivere non è gravare la pagina di segni oscuri, si scrive sottraendo. Aria fra le parole, difficoltà essenziali nel trapasso da una frase all’altra, nelle sconnettiture del terreno ricco di dentro più che di fuori.

 

Alzo gli occhi, chissà perché questa piazza ha una vita di notte. Mi piace guardare le ombre che sembrano muoversi dietro le cortine di qualche finestra ostinatamente illuminata. Non guardonismo, fui sempre di quelli che se una bella signora perde la gonna davanti a loro, sanno come voltarsi sùbito dall’altra parte. Mi chiama invece il senso delle altrui vite, ora che alla mia si è tanto accorciato il filo; cerco di immaginare la centrifuga dei loro pensieri, la loro alternità ai miei, a me. La larva di nobile taglio che credo di vedere a una finestra in alto mi convinco che sia Gualberto Alvino. Ormai ci si incrocia sempre più di frequente, come collezionisti di vecchi microsolco, di 45 giri da juke-box, di fumetti d’immediato dopoguerra (voglio dire: a. T. n., ‘ante Texem natum’), di tappini da bottiglietta con nella parte interna i capini dei corridori del Tour, dei giocatori di calcio degli anni 50; ci si saluta, quasi, con riconoscenza. Qualcuno può pensare che Contini, o Pizzuto, siano per noi motivi di scontri, di malintesi. Ma chi lo pensa sbaglia. Questa lettera gli ho fatto avere, a mano, dopo aver letto sulle Reti di Dedalus il suo sonoro, fondato omaggio a Contini. Chiaro che se ne senta la mancanza; io anche di di Wilcock, di Ripellino, di Giacomino, di Siciliano e Baldacci, di Luigi De Nardis. di Gabriele Baldini, di Gramigna, di Folena, di Roncaglia a Pasolini caro, del grandissimo Isella. Ed è solo una prima scrematura.

 

Caro Gualberto, è inverosimile, ma anche troppo vero: stavo parlando con te, mentalmente, a proposito del tuo appena letto Contini; e sullo schermo (del video) appare il tuo messaggio. Mi conforta, perché, vedi?, a dire bene d’un grande personaggio (come a me, anche di recente, è capitato su una rivista discografica per Gianandrea Gavazzeni) ci si sente come chi assolve a un debito di gratitudine e di verità. A dipingergli anche un controbaffo, invece, ci si sente, a conti presto fatti, una carogna. Ma a te, per fortuna, come a me, è chiara la sostanza del discorso. E se io, con un affondo di sorpresa, ti dicessi: Contini ha prodotto solo due allievi di genio, uno accademico, un pascoliano matto, e uno extra-accademico, lo scrittore G. A., tu riusciresti a capirmi anche meglio. Capisci anche, da sempre, che io sono sopra uno scivolo: ho puntato tutte le poche fiches che mi trovavo in tasca su un tipo di critica soggettiva (che è anche un processo alla critica, alla critica come esercizio di, pur magistrale, magistratura, e invece come rischio, come diario, come superfluo, come autofoto documentale) e non solo il modello di Contini, ma quello tutto di critiche obiettive, legislative, grammaticali, e alla fine dei conti, ‘loiche’, mi è necessariamente antipodico e antipatico. Tu non credevi che io laico fossi? Mi autorizza questa grottesca opposizione, il sorcio avverso alla Montagna, il fatto che io so di essere solo io: io o nessuno è tutt’uno. Assunsi infiniti secoli fa, per me, il motto antiorazievole di Imbriani: OMNIS MORIAR. muoio, di fatto, da sempre, in ogni mia carticella volante, cacata charta. Nessun motivo perché io (io? e chi son io, chi me ne dà il diritto? e perché no?) non riconosca il genio (che genio fu: relativo con intenzione causale) di Contini. Come professore ex cathedra, era peggio che avaro; probabilmente si riserbava per il circolo degli allievi filologi, degli amici geniali. Infatti, i suoi allievi fuggivano i contatti con noialtri allievi di meno elusivi (se pur invadenti) pedanti. Unico ad accompagnarmi, a volte, per un tratto di strada, ciarlando di passioni cinematografiche, era il biondino Br. Uno, nostro compagno di scuola, non salutava nessuno già da che si era allievi di liceo; figlio di un alto ufficiale (o, brunianamente, gaddescamente: ‘figlio d’un ammiraglio!’) teneva villa al Galluzzo. Più sottile il caso della B.: sposata pochi anni a un mio collega di laurea, vennero qualche volta a trovare me e mia moglie troppo giovani e sperduti sposi fiorentini. Le sono ancora riconoscente di non avermelo fatto pesare, fu anzi affettuosa e modesta con me povero scarafaggio senza avvenire né credito. Direi che non aveva bisogno di crescere in bravura (ma l’opera di lei che io allora addirittura veneravo era in collaborazione con una insigne storica dell’arte cinquecentesca). Arieggiava un poco la Callas. Ti confermo, con la mano sul cuore e il volto alla bandiera, come negli ipocriti film di Ford: non mi sento degno nemmeno di leggerlo, nonché di giudicarlo, il Contino. Ma uno si misura anche dagli eredi che lascia. Tu mi scrivesti: ‘è emarginato, ora’. Ma sai, è come quando gli ingenui maestri socialisti scrivevano che il Seicento era un cattivo secolo perché non uscivano più edizioni di Dante. Porca maremma, chi vuoi non ce lo avesse in casa! Sono anche i postumi di una ubriacatura che lascia ancora le cantine piene. Ma certo il Grande Domossolitano non avrebbe preso l’abbaglio che altri prese a proposito del falso montaliano a tiratura Cima. e suffrìca e mesceta et fiat potum.

 

(E valga ancóra un libello delizioso di Dante Isella, Dovuto a Montale, per gli aquiloni di Rosellina Archinto, che rimise le cose a posto con quella virtù che a troppi filologi manca: un granello d’ironia).

 

Ma il punto non è poi questo, che in fondo son riflessi della mia memoria soggettiva, e un incidente di percorso può capitare a tutti. Perfino Argan, vorrei ricordarmi male, morse alla bufala goliardica delle scolture di Modì, ripescate nel fondo dell’Arno. Come diceva Platone? Quando il vero non basta, sono dolci le favole.

 

Qui si dovrebbe aprire, allora, un altro capitolo: mitologia filologica. Son convinto che la collanina del Guida napoletano, di cui anche altra volta si è parlato, dei ‘veri falsi d’autore’, sarebbe lieta di farsene pingue. Dico solo che d’un’altra cosa mi ero proposto di toccare; e Gualberto Alvino mi ha tagliato la via, occupandosene lui. Ma la summa di testi e pre-testi di Giovanni Fontana, lo splendido catalogo della mostra bresciana dedicata a questo vero protagonista del pensiero d’arte al suo punto più serio, oggi, e, dunque, più giocoliero, è davvero un libro che si dovrà procurarsi e volgerlo con mano diurna e notturna. Come io fo qui, nella mia piazza sempre più lurida e, talvolta. nulla meno che agghiacciante. Al buio non lo vedo; me lo accosto all’orecchio, ne posso ascoltare la Musica. Della quale vi parlo la prossima volta.

 

 

 

 

                                                

 

 

 




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