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di Marzio Pieri
Nulla di nuovo nello scatolone in
cui mi assento, nella piazza che esiste solo nei miei incubi o nelle mie
truccherìe. Che io abbia intravisto o sognato una sfilatoia di formicole rosse
non può interessare di meno a nessuno. Nemmeno a me, che però vorrei farmi
agosismico dei sommovimenti che arrivo a percepire; caduta di qualche foglia,
superstite come un reduce, dai platani della piazza; fra miliardi di foglie che
cadono, proprio in questo momento, nel tempo che ci vuole a tastierare una sola
parola, nel cielo o sulla terra, nell’universo pensabile. Formiche rosse... titolo di una plaquette in istretta economia, per
non dire proprio bruttina (lo dico perché resto della ferma convinzione che
fare una cosa bella o una cosa brutta costi lo stesso impegno) che mi arriva
dall’ARCI di Siena, per procura di uno
scrittore amico. Quanti premî di narrativa ci sono lungo tutto lo Stivale? Come
le foglie in assenza di vento. Qui ho fatto a tempo a raccogliere una memoria
virgiliana di terremoto (penso all’Aquila, tramutata in secondi in una
Aquilegia, in una Aghadir). Poi è venuto quello di Haiti e si è mangiato
un’isola intera e fatto sfigurare un sacco di associazioni aiutative
internazionali. Tocca sempre ai dannati della terra. Scrivere vuole
rassicurarci: imparo l’arte e la metto da parte. La Carla Arduini
autrice del raccontino premiato deve essere una laureata in lettere, forse una
professoressa; di qui l’aggettivo ‘virgiliana’ che ho speso disopra. “Svegliandoti,
forse griderai come a volte ti capita, spaventata per i mostri rimasti al di là
delle porte del sonno”. Ci mancava il racconto di una Creusa, la moglie di
Enea, rimasta fra le rovine fumanti di Troia. “La città si sbriciolava,
friabile come un biscotto, indifesa”. Questo si chiama scrivere; per narrare,
lo dirà il tempo. Il mite o immite fascicoletto mi è inviato da Peppe Lomonaco,
anche lui fra i premiati antologizzati, con un raccontino antiberlusconiano di
troppo inferiore alla statura che questo narratore di vena vera ha ormai
toccato, da solo. Quando hai familiare un autore, grande o minuscolo che possa
essere, la sua forza è nella capacità di eventualmente sorprenderti. Il mio
incontro con Lomonaco fu dei massimamente fortuiti; una famiglia di suoi
parenti (nacque e vive Lomonaco a Montescaglioso, presso Matera, la città dei
sassi) abitava sullo stesso pianerottolo di un diruto ma magniloquente edifizio
settecentesco nel quale a carissimo prezzo, e non trovando di meglio, vissi
dieci anni nella per me sempre inospitale Parma. La proprietaria che ce lo
aveva affittato (quando si vide, era l’antro di un carbonaio) non era stata
troppo esosa ma aveva imposto (e, peraltro, era cosa da farsi per rendere
quella specie di forno abitabile senza disagio e senza disdoro) che noi a
nostre spese lo facessimo rimbiancare. Si fece e il mostro si rivelò una fata:
dei salottini affettuosi (purtroppo prospicienti un cavedio che presto si
rivelò una trappola di sporcizie e clamori affricanti) e un immenso salone, già
stato la sala di musica di una qualche marchesina, con begli affreschi sulla
volta. Mi ci sentivo a disagio. Del resto la vecchia morì e subentrò sua
figlia, pazza fuori del mondo e arrogante come chi, non avendo fatto mai un
tubo, si ritrova con un gruzzolo teoricamente inesauribile in banca. Arrivò a
vietarci di chiudere il portone di strada, diceva che era una tradizione; forse
perché era la prima a rendersi oscuramente conto che quello era un palazzo dei
morti. Faceva Pizzo, o quasi, di cognome, e a Parma era per tutti la Pazza Pizzo. E io
avevo tanto rotto le scatole ai miei genitori, che del resto ignoravano il
Carnevale, le maschere mangiasoldi e rubatempo, perché mi adornassero un giorno
di pizzo, baffi e capelloni per sembrare un Buffalobill. Il Pizzo almeno ce
l’ebbi, se fuori tempo massimo.
Ho divagato; venne Lomonaco dai
suoi e non so come fecero a farmi sapere che, per diletto, ‘scriveva’. Mi
sentii gelare ma cortesia voleva che io dessi una occhiata al dattiloscritto.
Riconobbi, con gioia (falsa è l’immagine del critico lettore che gode a
strapazzare e deprimere i possibili concorrenti, ci sono falsi critici come
falsi profeti ma, per chi non si rende loro complice, riconoscibili da poche,
sempre uguali caratteristiche; ad esempio la fiducia che un buon libro si legga
tutto d’un fiato; vero che ne hanno poco poco; il prediligere la coppia fissa ‘dolce
e crudele’, vuoto a rendere, come il prenderlo in culo), la presenza d’un
comico naturale insolito; e lo incoraggiai a continuare. La sua storia d’un
passaggio da Matera del re piccino Cagoja (*), al quale i provveditori della
città costruiscono una macchina-cesso degna di tanto sedere, e che, per calcolo
errato, pulisce al re il mostaccio invece del culo sabaudico, mi fa scoppiar le
trippe ogni volta che la rileggo (Visite
eccellenti si chiama il libro; e Lomonaco ha ora i suoi fans). Siccome il
cervello non si placa mai, costretto a improgrammabili accostamenti, ci ho
dovuto ripensare vedendo il bellissimo film di Bellocchio, Vincere (la visita del re nanerottolo a Mussolini ferito, dissero
gravemente, certo non abbastanza, sul
Carso, e s’ebbe un anno e mezzo di licenza, chissà quanto soffrendo per la
lontananza dal campo dell’onore).
Mussolini fu ferito
fu ferito da una
bomba
Mussolini suona la
tromba
e Vittorio è bell’e ito
(*) Ma, un momento: Cagoia, che
in veneto vuol dire lumaca, fu il nomignolo inflitto da d’Annunzio
all’onorevole Nitti. Chissà perché (pensando a una diversa etimologia) uno
pensa di sùbito al reino nummismatico.
Mussolini fu arrestato
arrestato
in ambulanza
Mussolini
liberò
l’alvo
senza più creanza
(Per questo, vedi Gadda)
Mussolini liberato
liberato
dal gran sasso
disse
appena ripreso fiato
‘ma
quel re testa di casso !’
E poi, lui che aveva capito gli
italiani, e fors’anche i tedeschi, troppo tardi, avrebbe volentieri cercato
riparo in Svizzera, e, chissà, in Inghilterra; ma si trovò prima a dover dire :
“Ma signor colonnello...” e ci restò la povera, scapocciata Petassi. La ragazza
che aveva scherzato col fuoco.
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Filippo Timi (Mussolini ferito) in Vincere (2009) di Marco Bellocchio
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Da Senigallia mi è anche arrivato
l’esemplare n° 11 di una tiratura in 30 copie di un libriccino, Cespugli, per una Biblioteca di Testi
brevi in ricordo di una giovane scomparsa, Patrizia Brunetti. Qui Lomonaco è
stato invitato a raccogliere alcuni suoi testi recenti, in numero di quattro, e
il primo davvero si stacca da tutti gli altri e ci mostra uno scrittore dal
volto nuovo. Quando un comico patentato si orienta, per una volta, su una parte
semiseria, o tutta seria, o anche tragica, (mi viene in mente, ero appena
scolaro, l’elogiativa bagarre scaturita da una prova filmica di Rascel nelle
vesti di protagonista del Cappotto di
Gogol, dai Racconti di Pietroburgo [‘da
di nel di del dai’, dioneguardi ho ammazzato Flaubert!]) la temperatura di
critici e bas-bleu sale di norma alle
stelle. Benigni, che avevamo tanto amato, non si è più riavuto dalla plurioscherata
catastrofe de La vita è bella; è
facile, credetelo, fare zuppi di lacrime i fazzoletti, sentendosi buoni-buoni.
L’umanità fasulla si è data lo specchio facile del ritrovarsi un cuore a teatro
o di fronte a uno schermo. Lomonaco farebbe eccezione? Nel primo dei racconti, Difesa di San Biagio, direi proprio, oda
pure la piazza, sì sì sì. Un carcerato torna dopo trent’anni alla casa in
campagna presso la quale ebbe ucciso un amico, credendolo reo di un furto
scellerato ai suoi danni; ha ucciso meno per i pochi baiocchi rubatigli che per
la fiducia tradita. E qui forse, didietro, c’è Verga (Jeli il pastore). Difesa di San Biagio significa muraglia,
barriera, immersa nei campi, fra gli olivi; qui, in una estate lirica che
sembra riscoprire per la prima volta gli incantesimi e le fatture di
sospensione necessarie, la rivelazione che il delitto era stato ingiustificato.
Le monete sono ancóra lì. Una meraviglia, dove Lomonaco, fosse magari anche per
un’unica volta (ma non me lo auguro) mostra di aver capito la lezione
essenziale: scrivere non è gravare la pagina di segni oscuri, si scrive
sottraendo. Aria fra le parole, difficoltà essenziali nel trapasso da una frase
all’altra, nelle sconnettiture del terreno ricco di dentro più che di fuori.
Alzo gli occhi, chissà perché
questa piazza ha una vita di notte. Mi piace guardare le ombre che sembrano
muoversi dietro le cortine di qualche finestra ostinatamente illuminata. Non
guardonismo, fui sempre di quelli che se una bella signora perde la gonna
davanti a loro, sanno come voltarsi sùbito dall’altra parte. Mi chiama invece
il senso delle altrui vite, ora che alla mia si è tanto accorciato il filo;
cerco di immaginare la centrifuga dei loro pensieri, la loro alternità ai miei,
a me. La larva di nobile taglio che credo di vedere a una finestra in alto mi
convinco che sia Gualberto Alvino. Ormai ci si incrocia sempre più di
frequente, come collezionisti di vecchi microsolco, di 45 giri da juke-box, di
fumetti d’immediato dopoguerra (voglio dire: a. T. n., ‘ante Texem natum’), di
tappini da bottiglietta con nella parte interna i capini dei corridori del
Tour, dei giocatori di calcio degli anni 50; ci si saluta, quasi, con
riconoscenza. Qualcuno può pensare che Contini, o Pizzuto, siano per noi motivi
di scontri, di malintesi. Ma chi lo pensa sbaglia. Questa lettera gli ho fatto
avere, a mano, dopo aver letto sulle Reti
di Dedalus il suo sonoro, fondato omaggio a Contini. Chiaro che se ne senta
la mancanza; io anche di di Wilcock, di Ripellino, di Giacomino, di Siciliano e
Baldacci, di Luigi De Nardis. di Gabriele Baldini, di Gramigna, di Folena, di
Roncaglia a Pasolini caro, del grandissimo Isella. Ed è solo una prima
scrematura.
Caro
Gualberto, è inverosimile, ma anche troppo vero: stavo parlando con te,
mentalmente, a proposito del tuo appena letto Contini; e sullo schermo (del
video) appare il tuo messaggio. Mi conforta, perché, vedi?, a dire bene d’un
grande personaggio (come a me, anche di recente, è capitato su una rivista
discografica per Gianandrea Gavazzeni) ci si sente come chi assolve a un debito
di gratitudine e di verità. A dipingergli anche un controbaffo, invece, ci si
sente, a conti presto fatti, una carogna. Ma a te, per fortuna, come a me, è
chiara la sostanza del discorso. E se io, con un affondo di sorpresa, ti
dicessi: Contini ha prodotto solo due allievi di genio, uno accademico, un
pascoliano matto, e uno extra-accademico, lo scrittore G. A., tu riusciresti a
capirmi anche meglio. Capisci anche, da sempre, che io sono sopra uno scivolo:
ho puntato tutte le poche fiches che mi trovavo in tasca su un tipo di critica
soggettiva (che è anche un processo alla critica, alla critica come esercizio
di, pur magistrale, magistratura, e invece come rischio, come diario, come
superfluo, come autofoto documentale) e non solo il modello di Contini, ma
quello tutto di critiche obiettive, legislative, grammaticali, e alla fine dei
conti, ‘loiche’, mi è necessariamente antipodico e antipatico. Tu non credevi
che io laico fossi? Mi autorizza
questa grottesca opposizione, ― il sorcio avverso alla
Montagna, ― il fatto che io so di essere solo io: io o nessuno è
tutt’uno. Assunsi infiniti secoli fa, per me, il motto antiorazievole di
Imbriani: OMNIS MORIAR. muoio, di fatto, da sempre, in ogni mia carticella
volante, cacata charta. Nessun motivo perché io (io? e chi son io, chi me ne dà
il diritto? e perché no?) non riconosca il genio (che genio fu: relativo con intenzione causale) di Contini. Come
professore ex cathedra, era peggio che avaro; probabilmente si riserbava per il
circolo degli allievi filologi, degli amici geniali. Infatti, i suoi allievi
fuggivano i contatti con noialtri allievi di meno elusivi (se pur invadenti)
pedanti. Unico ad accompagnarmi, a volte, per un tratto di strada, ciarlando di
passioni cinematografiche, era il biondino Br. Uno, nostro compagno di scuola,
non salutava nessuno già da che si era allievi di liceo; figlio di un alto
ufficiale (o, brunianamente, gaddescamente: ‘figlio d’un ammiraglio!’) teneva
villa al Galluzzo. Più sottile il caso della B.: sposata pochi anni a un mio
collega di laurea, vennero qualche volta a trovare me e mia moglie troppo
giovani e sperduti sposi fiorentini. Le sono ancora riconoscente di non avermelo
fatto pesare, fu anzi affettuosa e modesta con me povero scarafaggio senza
avvenire né credito. Direi che non aveva bisogno di crescere in bravura (ma l’opera
di lei che io allora addirittura veneravo era in collaborazione con una insigne
storica dell’arte cinquecentesca). Arieggiava un poco la Callas. Ti confermo, con
la mano sul cuore e il volto alla bandiera, come negli ipocriti film di Ford:
non mi sento degno nemmeno di leggerlo, nonché di giudicarlo, il Contino. Ma
uno si misura anche dagli eredi che lascia. Tu mi scrivesti: ‘è emarginato,
ora’. Ma sai, è come quando gli ingenui maestri socialisti scrivevano che il
Seicento era un cattivo secolo perché non uscivano più edizioni di Dante. Porca
maremma, chi vuoi non ce lo avesse in casa! Sono anche i postumi di una
ubriacatura che lascia ancora le cantine piene. Ma certo il Grande Domossolitano
non avrebbe preso l’abbaglio che altri prese a proposito del falso montaliano a
tiratura Cima. e suffrìca e mesceta et
fiat potum.
(E valga ancóra un libello
delizioso di Dante Isella, Dovuto a
Montale, per gli aquiloni di Rosellina Archinto, che rimise le cose a posto
con quella virtù che a troppi filologi manca: un granello d’ironia).
Ma il punto non è poi questo, che
in fondo son riflessi della mia memoria soggettiva, e un incidente di percorso
può capitare a tutti. Perfino Argan, vorrei ricordarmi male, morse alla bufala
goliardica delle scolture di Modì, ripescate nel fondo dell’Arno. Come diceva
Platone? Quando il vero non basta, sono dolci le favole.
Qui si dovrebbe aprire, allora,
un altro capitolo: mitologia filologica.
Son convinto che la collanina del Guida napoletano, di cui anche altra volta si
è parlato, dei ‘veri falsi d’autore’, sarebbe lieta di farsene pingue. Dico
solo che d’un’altra cosa mi ero proposto di toccare; e Gualberto Alvino mi ha
tagliato la via, occupandosene lui. Ma la summa di testi e pre-testi di
Giovanni Fontana, lo splendido catalogo della mostra bresciana dedicata a
questo vero protagonista del pensiero d’arte al suo punto più serio, oggi, e,
dunque, più giocoliero, è davvero un libro che si dovrà procurarsi e volgerlo
con mano diurna e notturna. Come io fo qui, nella mia piazza sempre più lurida
e, talvolta. nulla meno che agghiacciante. Al buio non lo vedo; me lo accosto
all’orecchio, ne posso ascoltare la Musica.
Della quale vi parlo la prossima volta.
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