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CULTURA E POTERE
Spariti gli ‘apocalittici’ restano soltanto
gli ‘integrati’


      
A partire dal nuovo libro di Pierluigi Battista “I conformisti”, si è sviluppato un ampio dibattito sul panorama intellettuale italiano, che a destra come a sinistra presenta uno scenario di desolante povertà di idee e valori. Per l’editorialista del Corriere della Sera gli intellettuali di sinistra hanno smesso di pensare, quelli di destra non riescono nemmeno a cominciare. Asor Rosa accusa il ‘partito’ dominante dell’uniformità, Perfetti ce l’ha con gli ‘imbecilli intellettuali’, ma alla fin fine ci si chiede chi, tra i fustigatori, è esente dal peccato che rimprovera agli altri.
      



      


di Massimo Giannotta

 

 

Ranieri Polese scrivendo a proposito de I conformisti, nuovo libro di Pierluigi Battista recentemente uscito per i tipi della Rizzoli, coglie l’occasione per rilanciare la riflessione sugli intellettuali in Italia, concludendo che «gli intellettuali, destra o sinistra poco importa, sono ormai divenute figure inutili, chiusi in un loro piccolo mondo di litigi rituali, senza più nessun appiglio con la realtà».

Del resto, secondo Battista, «la cultura di sinistra ha smesso di pensare, quella di destra non riesce nemmeno a cominciare».

Di certo, a più di un ventennio dalla caduta del Muro e dal tramonto delle ideologie, la stagione dei cosiddetti «intellettuali organici» è definitivamente chiusa, ma evidentemente non archiviata, visto che ne viene continuamente riproposto il percorso (e le nefandezze) naturalmente in termini critici.

A proposito degli intellettuali di destra e di sinistra, Luca Lena, vicedirettore de Il Politico, scrive: «Il vero tratto distintivo dell’intellettuale di destra, (...) può essere rappresentato da un nomadismo di appartenenza, da un apparente avvicendamento a posizioni politiche che spesso non riguardano le idee che ne fondano la sostanza, ma piuttosto indicano il potere effimero che in un dato momento storico ha trovato la giusta esposizione ad una campagna di pensiero sempre più libera. Dalla parte opposta, invece, un intellettuale di sinistra, raramente cambierà fazione o rinnegherà i propri ideali, giacché questi si trovano avvinghiati a concetti atavici rimarcati dal tempo e dalla giustizia storica italiana, che al momento giunge all’opinione pubblica sotto una luce migliore della destra del secolo scorso. Ma è forse sotto questo aspetto che si può azzardare l’idea che un intellettuale tout court rispecchi i canoni più vicini a quel liberismo selvaggio, smarcato da un congelamento politico a priori. E dunque l’intellettuale di destra, oggi, che in realtà non rappresenta alcuna destra in particolare, è ciò che ragionevolmente può distinguersi dalla rappresentanza di idee e culture meramente persuasive».

In definitiva, si dice che l’area d’opinione dell’intellettuale di destra è la meno definita e che questo contribuirebbe a spiegare l’equivoco dell’apparente indeterminatezza di certe posizioni politiche.

Concordemente, per la destra, Alessandro Gnocchi, scrive su Il Giornale: «La cultura si valuta sul lungo periodo. Molto a destra è stato fatto, e molto è in cantiere. Gli sconfinamenti apparenti sono benvenuti. Il fatto, deprecato da alcuni, che Berlusconi pensi a Tony Blair per la sua Fondazione di Arcore non dovrebbe scandalizzare, anzi semmai testimonia la capacità di confrontarsi e attrarre mondi diversi ma non incomunicabili. Un segno di vitalità e di forza, non di resa».

Gnocchi,  lamenta una situazione che si regge su un’assoluta finzione, cioè sul «simulacro di guerra civile inscenato ogni giorno da chi crede che il bipolarismo politico si traduca immediatamente in bipolarismo culturale e si sublimi addirittura in un bipolarismo antropologico». E ancora: «Come se davvero esistessero due blocchi culturali omogenei, uno di destra e uno di sinistra». Ma cerchiamo di capire: esiste davvero un bipolarismo culturale, o siamo davvero in una situazione di totale o parziale rimescolamento?




Aurelio Bulzatti, Aetica, 2009


A sinistra, come si diceva, l’intellettuale organico, «cinghia di trasmissione» tra la politica o meglio tra il partito e le masse, non esiste più, e non può più esistere in quanto le ideologie sono tramontate, e soprattutto, perché non avrebbe niente da trasmettere, in quanto i partiti utilizzano, o tentano di utilizzare altri strumenti.

Non si può negare che esistono però riconoscibili aree politiche e quindi, in generale, diversi relativi posizionamenti. Vale la pena di soffermarsi un attimo su questo. Non va fatta confusione, come direbbe Umberto Eco, in generale, “tra intellettuali e funzione intellettuale” ovvero rispetto a “la funzione critica di quel che si considera una soddisfacente approssimazione del proprio concetto di verità”. Si tratta dunque, come si diceva, di riconoscere un oggettivo posizionamento in cui, per esempio, la categoria degli “intellettuali di sinistra”, ritenuta estinta, da Asor Rosa, o perlomeno «fortemente indebolita e confusa con quella dei politici di sinistra» trova il suo spazio. Posizionamento in un’area politica, cosa ben diversa da un arruolamento, non identificazione con un partito, scelta dunque che prevede continue conferme e continui aggiustamenti. Si tratta quindi di una posizione di precisa autonomia, senza stampelle ideologiche, ma che non cancella la realtà delle aree d’opinione con buona pace di quelli che le hanno frettolosamente liquidate nel momento in cui i loro confini si sono fatti meno nettamente definiti.

Il posizionamento in un’area politica che non significa che sia diffusa una concezione da “guerra civile”, una disposizione da “opposti schieramenti” ma che esista pur sempre una tensione bipolare, ben lontana dalla palude che da parte di molti si vuole rappresentare, in cui tutto sarebbe uguale a tutto e comunque senza nessuna importanza.

A proposito de I conformisti, segnaliamo anche l’intervento di Massimo Lomonaco (ANSA.it), che mette in evidenza il disprezzo e l’antipatia che l’autore (del libro) in fondo in fondo esprime per gli intellettuali (senza alcun attributo), che non si pentono, che sono imprigionati in un falso sogno bipolare, accecati dal conformismo, che non sono in grado di dare interpretazioni  accettabili della realtà, o sono assorti (i migliori) in inutili sogni.

Come si spiega questa diffusa antipatia?

Ispirandosi a La destra oggi di Marcello Veneziani, Augusto Zedda (www.cronacheisolane.it) si pone la domanda «Esiste la cultura della destra? Ciò che fa male alla destra è proprio il rifiuto di una cultura, ma anche la molteplicità delle destre, e l’incultura di alcune frange estremiste caratterizzate dalla rozzezza. Ma non è l’esistenza di una cultura che ci dovrebbe riguardare, ma l’esistenza di una destra. Cioè non è l’esistenza di un coagulo di umori e pensieri, sentimenti e risentimenti, eredità e fobie che può essere messa in dubbio, semmai il fatto che quel complesso arcipelago possa definirsi come “destra”».

Si risponde Zedda: «La cultura della destra esiste. Ma è necessario analizzare attraverso l’indagine su una mentalità, un modo essere e di pensare. Un fenomeno che non ha tratti specifici di un’entità chiara e distinta, ma designa l’attitudine ad organizzare la propria azione attraverso la prevalenza di alcuni principi, metodi e sentimenti. La cultura della destra non allude a un preciso programma, a un apparato ideologico militante, a un partito o a un percorso intellettuale, ma una forma mentis, a delle aspettative, e idee di sensibilità che per comodità definiamo di destra. In una cultura civile, oggi, giocano eredità, intrecci e progetti che polarizzano tendenzialmente la scelta, le attitudini, i comportamenti, è un sistema di referenze e preferenze su cui si impiantano il nostro agire e le nostre relazioni. La cultura della destra negli ultimi anni è passata da un riferimento elitario, aristocratico, a volte esoterico, sempre in costante  polemica con la democrazia di massa, ad un riferimento popolare, se non addirittura populista, accentuando la sovranità democratica, e con una polemica costante verso le oligarchie intellettuali, politiche ed economiche. È però vero che a destra persista un’antica allergia verso il cosiddetto “culturame” [termine usato in tempi recenti anche dall’ineffabile ministro Brunetta – ndr] e una stagionata antipatia verso la figura dell’intellettuale [corsivo nostro]. Questa diffidenza deriva dalla radice religiosa, militare e contadina della cultura tradizionale di destra. Dove vige il “Credere, Obbedire e Combattere” è difficile pensare, obbiettare, dibattere, e dove domina l’abilità e il profitto e più difficile far valere e circolare le idee. Non va dimenticato poi, che la cultura tradizionale, è una cultura orale, affidata alle immagini e tramandata dalle pratiche di vita, ben diversa dall’erudizione libresca. Così la nuova destra si alimenta della cultura orale e visive del nostro tempo, quella televisiva. La diffidenza verso la cultura dei libri e degli intellettuali appartiene non tanto alla destra radicale, quanto alla destra moderata che rispetta la definizione stretta di destra. Esiste anche il fenomeno emergente della destra “selvatica”, diffidente verso tutti i centri del potere e dei luoghi della mediazione. Una destra che trae le sue forze dalla concretezza del presente, del rigetto della provenienza, una destra che giudica ogni cultura come un impaccio. La Tv, il conto in banca prendono il posto del pulpito e dell’orto e diventano le nuove colonne basilari della casa. La cultura dei libri e degli intellettuali è percepita come inutile».

A proposito di “stagionata antipatia”, basta fare un giretto in rete per trovarne più che a sufficienza, con mille e più “buone” ragioni: da quella di non aver fatto ammenda di ideologici errori, al presunto narcisismo,  alla inutilità, al conformismo ecc. ecc.

In rete troviamo esposta al pubblico ludibrio la “Lista rossa”, ovvero  l’elenco completo degli intellettuali firmatari nel 1971 dell’appello contro il commissario Calabresi su L'ESPRESSO, e ci chiediamo quanto questa operazione voglia essere gogna mediatica  o rappresenti la nostalgia di liste di proscrizione.

Ci chiediamo se la coraggiosa frequentazione di questa “stagionata antipatia”  è considerata o no luogo comune da Pierluigi Battista che, sarà un caso, dedica molte più pagine agli intellettuali di sinistra, o è stata manifestata per smentire il nomignolo di «Battista il cerchiobottista» coniato da qualche maligno.

Per continuare sull’argomento, Francesco Perfetti, citando un grandissimo scrittore cattolico francese, Georges Bernanos,  ci  parla de «Il collegamento fra l’intellettuale e l’imbecille». In cui il grandissimo scrittore avrebbe dimostrato che il fenomeno «discende dal fatto che l’universo dell’imbecille è “logico” e perciò, a ben guardare, l’imbecille è sempre “ragionatore”: e il suo ragionamento “è uno dei più coriacei che vi siano”. L’intellettuale imbecille, che non capisce nulla ma sa tutto, si trasforma di fatto in una macchina terribile capace di “imbottire il cervello” e “liquefare l'intelligenza”».

Al di là di questa sorprendente critica della ragion dialettica, Perfetti continua: «Le pagine culturali dei maggiori quotidiani italiani, dal Corriere della Sera a La Repubblica, tanto per non far nomi, sono state e continuano a essere la palestra di riferimento degli “imbecilli intellettuali”, per riprendere la definizione di Bernanos: vi si ritrovano, scodellati in tutte le salse, i luoghi comuni dell’intellighenzia di sinistra e gli anatemi (o i silenzi) nei confronti di chi e di tutto ciò che non è politically correct».

Perfetti conclude pensosamente: «Battista è un ottimo giornalista, ma è troppo buono. Vuole salvare gli intellettuali, ma si tratta di una impresa disperata perché il “conformismo” non è un vizio ma piuttosto una “caratteristica degli “imbecilli intellettuali”. Gli “irregolari”, che, giustamente, piacciono a Battista sarebbe meglio definirli “anti-intellettuali”, uomini di cultura, cioè, i quali, pur avendo proprie convinzioni, rifiutano il concetto di “militanza culturale”»




Lughia, paroleparole, cm 100x100, stampa su alluminio


Ci si stupisce che Battista, di solito così avveduto, non abbia considerato un rischio, quando dice: «Fatto sta, però, che il conformismo resta come un reticolato di tic mentali, di automatismi culturali, di riflessi condizionati che regalano al “Luogo comune” il privilegio di un incontrastato strapotere».

Parole sacrosante, ma che non escludono il rischio di rimanere impastoiato nel luogo comune dei luoghi comuni, insieme agli intellettuali senza intelletto, gli inutili intellettuali, gli intellettuali imbecilli.

Quanto alla cultura di sinistra, se si dovesse definirne un ambito, ci sembra potrebbe riconoscersi in un impegno nella ricerca e nella sperimentazione, ma anche nell’attenzione al sociale, non in termini sentimentali ma critico-dialettici. Funzione critico-dialettica, apertura verso il nuovo e la sperimentazione, disponibilità alla discussione, interesse per il sociale, attenzione ai diritti, all’ambiente, opposizione contro i poteri forti e l’elenco potrebbe facilmente continuare. Non è nostra intenzione, né ci sembra produttivo, tentare ricette di cucina sulle caratteristiche dell’intellettuale di sinistra ma è chiaro che si tratta di una posizione, come si vede, lontana da certa cosiddetta “cultura tradizionale”, troppo legata a schemi ritenuti ormai logori e inadeguati e a scelte conservatrici..

Anche se le posizioni, si sono fatte più sfumate, le aree politiche esistono, e per il fatto di esistere il loro confronto può esprimersi anche con durezza.

Come nel caso di Paolo Nori che, con un passato “di sinistra”, ha iniziato a collaborare col giornale Libero con una recensione sul libro di Niccolò Ammaniti, ed è stato attaccato per questo fatto da Andrea Cortellessa su Nazione indiana. Riteniamo che non sia indifferente con chi si collabora: un organo di stampa non porta con sé solo la recensione ad un libro, ma anche le sue posizioni politiche e la sua presenza in uno schieramento, che poi nel caso di Libero sono entrambe piuttosto ingombranti.

Nori, secondo la classificazione scherzosa di Umberto Eco dei rapporti tra intellettuali e potere, si sarebbe comportato secondo il «modello Ulisse»: quello dell’intellettuale usato dalla politica. Il potere gli chiede una consulenza, lui gliela offre e chiude il rapporto. Non resta che sperare che Nori, escludendo il cosiddetto «modello Platone», ovvero quello dell’intellettuale che sogna il potere, non debba ascriversi al «modello Aristotele» ovvero a quello dell’intellettuale  che entra in rapporto con il politico e si mette al suo servizio. Sappiamo bene che in quest’ultima categoria vi è una lunga fila in attesa.

In questa società protervamente e ferocemente conformista, anche Asor Rosa ha parlato ironicamente di Partito Unico del Conformismo Dominante, ma sembra strano che gli intellettuali siano dipinti come i primi colpevoli di questo misfatto. 

Questo ci induce a chiederci se pur sommessamente, se poi, molti di questi fustigatori del conformismo non ci stiano poi dentro con tutte le scarpe.

Naturalmente facendo le opportune distinzioni qualcuno avrebbe la preoccupazione di rischiare di rendere il proprio “severo” discorso meno incisivo.

Quanto al discutibile, abusato argomento dell’“utilità” e della “inutilità” (in che senso? per chi? come?) usata da più d’uno, vorremmo sapere quali sarebbero le categorie “utili”. Forse quelle che contano nella formazione e nell’orientamento delle opinioni? Quella dei politici? Dei giornalisti? Degli analisti? Dei cosiddetti opinionisti? della sterminata moltitudine di parolai dello sciocchezzaio mass mediatico?

Vorremmo proprio sapere dove le vede Battista., soprattutto quelle esenti dal cosiddetto conformismo.

 




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