di Massimo Giannotta
Ranieri Polese scrivendo a proposito de I conformisti, nuovo libro di Pierluigi
Battista recentemente uscito per i tipi della Rizzoli, coglie l’occasione
per rilanciare la riflessione sugli intellettuali in Italia, concludendo che
«gli intellettuali, destra o sinistra poco importa, sono ormai divenute figure
inutili, chiusi in un loro piccolo mondo di litigi rituali, senza più nessun
appiglio con la realtà».
Del resto, secondo Battista, «la
cultura di sinistra ha smesso di pensare, quella di destra non riesce nemmeno a
cominciare».
Di certo, a più di un ventennio
dalla caduta del Muro e dal tramonto delle ideologie, la stagione dei
cosiddetti «intellettuali organici» è definitivamente chiusa, ma evidentemente
non archiviata, visto che ne viene continuamente riproposto il percorso (e le
nefandezze) naturalmente in termini critici.
A proposito degli intellettuali
di destra e di sinistra, Luca Lena,
vicedirettore de Il Politico, scrive:
«Il vero tratto distintivo dell’intellettuale di destra, (...) può essere
rappresentato da un nomadismo di appartenenza, da un apparente avvicendamento a
posizioni politiche che spesso non riguardano le idee che ne fondano la
sostanza, ma piuttosto indicano il potere effimero che in un dato momento
storico ha trovato la giusta esposizione ad una campagna di pensiero sempre più
libera. Dalla parte opposta, invece, un intellettuale di sinistra, raramente
cambierà fazione o rinnegherà i propri ideali, giacché questi si trovano
avvinghiati a concetti atavici rimarcati dal tempo e dalla giustizia storica
italiana, che al momento giunge all’opinione pubblica sotto una luce migliore
della destra del secolo scorso. Ma è forse sotto questo aspetto che si può
azzardare l’idea che un intellettuale tout court rispecchi i canoni più vicini
a quel liberismo selvaggio, smarcato da un congelamento politico a priori. E
dunque l’intellettuale di destra, oggi, che in realtà non rappresenta alcuna
destra in particolare, è ciò che ragionevolmente può distinguersi dalla
rappresentanza di idee e culture meramente persuasive».
In definitiva, si dice che l’area
d’opinione dell’intellettuale di destra è la meno definita e che questo
contribuirebbe a spiegare l’equivoco dell’apparente indeterminatezza di certe
posizioni politiche.
Concordemente, per la destra, Alessandro Gnocchi, scrive su Il Giornale: «La cultura si valuta sul
lungo periodo. Molto a destra è stato fatto, e molto è in cantiere. Gli
sconfinamenti apparenti sono benvenuti. Il fatto, deprecato da alcuni, che Berlusconi
pensi a Tony Blair per la
sua Fondazione di Arcore non dovrebbe scandalizzare, anzi
semmai testimonia la capacità di confrontarsi e attrarre mondi diversi ma non
incomunicabili. Un segno di vitalità e di forza, non di resa».
Gnocchi, lamenta una situazione che si regge su un’assoluta
finzione, cioè sul «simulacro di guerra civile inscenato ogni giorno da chi
crede che il bipolarismo politico si traduca immediatamente in bipolarismo
culturale e si sublimi addirittura in un bipolarismo antropologico». E ancora:
«Come se davvero esistessero due blocchi culturali omogenei, uno di destra e
uno di sinistra». Ma cerchiamo di capire: esiste davvero un bipolarismo
culturale, o siamo davvero in una situazione di totale o parziale
rimescolamento?
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Aurelio Bulzatti, Aetica, 2009
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A sinistra, come si diceva,
l’intellettuale organico, «cinghia di trasmissione» tra la politica o meglio
tra il partito e le masse, non esiste più, e non può più esistere in quanto le
ideologie sono tramontate, e soprattutto, perché non avrebbe niente da
trasmettere, in quanto i partiti utilizzano, o tentano di utilizzare altri
strumenti.
Non si può negare che esistono
però riconoscibili aree politiche e quindi, in generale, diversi relativi
posizionamenti. Vale la pena di soffermarsi un attimo su questo. Non va fatta confusione,
come direbbe Umberto Eco, in
generale, “tra intellettuali e funzione intellettuale” ovvero rispetto a “la
funzione critica di quel che si considera una soddisfacente approssimazione del
proprio concetto di verità”. Si tratta dunque, come si diceva, di riconoscere
un oggettivo posizionamento in cui, per esempio, la categoria degli
“intellettuali di sinistra”, ritenuta estinta, da Asor Rosa, o perlomeno «fortemente indebolita e confusa con quella
dei politici di sinistra» trova il suo spazio. Posizionamento in un’area
politica, cosa ben diversa da un arruolamento, non identificazione con un
partito, scelta dunque che prevede continue conferme e continui aggiustamenti.
Si tratta quindi di una posizione di precisa autonomia, senza stampelle
ideologiche, ma che non cancella la realtà delle aree d’opinione con buona pace
di quelli che le hanno frettolosamente liquidate nel momento in cui i loro
confini si sono fatti meno nettamente definiti.
Il
posizionamento in un’area politica che non significa che sia diffusa una
concezione da “guerra civile”, una disposizione da “opposti schieramenti” ma
che esista pur sempre una tensione bipolare, ben lontana dalla palude che da
parte di molti si vuole rappresentare, in cui tutto sarebbe uguale a tutto e
comunque senza nessuna importanza.
A proposito de I conformisti, segnaliamo anche
l’intervento di Massimo Lomonaco
(ANSA.it), che mette in evidenza il disprezzo e l’antipatia che l’autore (del
libro) in fondo in fondo esprime per gli intellettuali (senza alcun attributo),
che non si pentono, che sono imprigionati in un falso sogno bipolare, accecati
dal conformismo, che non sono in grado di dare interpretazioni accettabili della realtà, o sono assorti (i
migliori) in inutili sogni.
Come si spiega questa diffusa
antipatia?
Ispirandosi a La destra oggi di Marcello Veneziani, Augusto Zedda (www.cronacheisolane.it)
si pone la domanda «Esiste la cultura della destra? Ciò che fa male alla destra
è proprio il rifiuto di una cultura, ma anche la molteplicità delle destre, e
l’incultura di alcune frange estremiste caratterizzate dalla rozzezza. Ma non è
l’esistenza di una cultura che ci dovrebbe riguardare, ma l’esistenza di una
destra. Cioè non è l’esistenza di un coagulo di umori e pensieri, sentimenti e
risentimenti, eredità e fobie che può essere messa in dubbio, semmai il fatto
che quel complesso arcipelago possa definirsi come “destra”».
Si risponde Zedda: «La cultura
della destra esiste. Ma è necessario analizzare attraverso l’indagine su una
mentalità, un modo essere e di pensare. Un fenomeno che non ha tratti specifici
di un’entità chiara e distinta, ma designa l’attitudine ad organizzare la
propria azione attraverso la prevalenza di alcuni principi, metodi e
sentimenti. La cultura della destra non allude a un preciso programma, a un
apparato ideologico militante, a un partito o a un percorso intellettuale, ma
una forma mentis, a delle aspettative, e idee di sensibilità che per
comodità definiamo di destra. In una cultura civile, oggi, giocano eredità,
intrecci e progetti che polarizzano tendenzialmente la scelta, le attitudini, i
comportamenti, è un sistema di referenze e preferenze su cui si impiantano il
nostro agire e le nostre relazioni. La cultura della destra negli ultimi anni è
passata da un riferimento elitario, aristocratico, a volte esoterico, sempre in
costante polemica con la democrazia di massa, ad un riferimento popolare,
se non addirittura populista, accentuando la sovranità democratica, e con una
polemica costante verso le oligarchie intellettuali, politiche ed economiche. È
però vero che a destra persista un’antica allergia verso il cosiddetto
“culturame” [termine usato in tempi recenti anche dall’ineffabile ministro
Brunetta – ndr] e una stagionata
antipatia verso la figura dell’intellettuale [corsivo nostro]. Questa
diffidenza deriva dalla radice religiosa, militare e contadina della cultura
tradizionale di destra. Dove vige il “Credere, Obbedire e Combattere” è
difficile pensare, obbiettare, dibattere, e dove domina l’abilità e il profitto
e più difficile far valere e circolare le idee. Non va dimenticato poi, che la
cultura tradizionale, è una cultura orale, affidata alle immagini e tramandata
dalle pratiche di vita, ben diversa dall’erudizione libresca. Così la nuova
destra si alimenta della cultura orale e visive del nostro tempo, quella
televisiva. La diffidenza verso la cultura dei libri e degli intellettuali
appartiene non tanto alla destra radicale, quanto alla destra moderata che
rispetta la definizione stretta di destra. Esiste anche il fenomeno emergente
della destra “selvatica”, diffidente verso tutti i centri del potere e dei
luoghi della mediazione. Una destra che trae le sue forze dalla concretezza del
presente, del rigetto della provenienza, una destra che giudica ogni cultura
come un impaccio. La Tv,
il conto in banca prendono il posto del pulpito e dell’orto e diventano le
nuove colonne basilari della casa. La cultura dei libri e degli intellettuali è
percepita come inutile».
A proposito
di “stagionata antipatia”, basta fare un giretto in rete per trovarne più che a
sufficienza, con mille e più “buone” ragioni: da quella di non aver fatto
ammenda di ideologici errori, al presunto narcisismo, alla inutilità, al conformismo ecc. ecc.
In rete
troviamo esposta al pubblico ludibrio la “Lista rossa”, ovvero l’elenco completo degli intellettuali
firmatari nel 1971 dell’appello contro il commissario Calabresi su L'ESPRESSO, e
ci chiediamo quanto questa operazione voglia essere gogna mediatica o rappresenti la nostalgia di liste di
proscrizione.
Ci
chiediamo se la coraggiosa frequentazione di questa “stagionata antipatia” è considerata o no luogo comune da Pierluigi
Battista che, sarà un caso, dedica molte più pagine agli intellettuali di
sinistra, o è stata manifestata per smentire il nomignolo di «Battista il
cerchiobottista» coniato da qualche maligno.
Per continuare sull’argomento, Francesco Perfetti, citando un grandissimo
scrittore cattolico francese, Georges Bernanos, ci
parla de «Il collegamento fra l’intellettuale e l’imbecille». In cui il grandissimo scrittore avrebbe dimostrato
che il fenomeno «discende dal fatto che l’universo dell’imbecille è “logico” e
perciò, a ben guardare, l’imbecille è sempre “ragionatore”: e il suo
ragionamento “è uno dei più coriacei che vi siano”. L’intellettuale imbecille,
che non capisce nulla ma sa tutto, si trasforma di fatto in una macchina
terribile capace di “imbottire il cervello” e “liquefare l'intelligenza”».
Al di là di questa sorprendente critica della ragion
dialettica, Perfetti continua: «Le pagine culturali dei maggiori quotidiani
italiani, dal Corriere della Sera a La Repubblica,
tanto per non far nomi, sono state e continuano a essere la palestra di
riferimento degli “imbecilli intellettuali”, per riprendere la definizione di
Bernanos: vi si ritrovano, scodellati in tutte le salse, i luoghi comuni dell’intellighenzia
di sinistra e gli anatemi (o i silenzi) nei confronti di chi e di tutto ciò che
non è politically correct».
Perfetti
conclude pensosamente: «Battista è un ottimo giornalista, ma è troppo buono.
Vuole salvare gli intellettuali, ma si tratta di una impresa disperata perché
il “conformismo” non è un vizio ma piuttosto una “caratteristica degli
“imbecilli intellettuali”. Gli “irregolari”, che, giustamente, piacciono a
Battista sarebbe meglio definirli “anti-intellettuali”, uomini di cultura,
cioè, i quali, pur avendo proprie convinzioni, rifiutano il concetto di
“militanza culturale”»
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Ci si stupisce che Battista, di solito così avveduto, non
abbia considerato un rischio, quando dice: «Fatto sta, però, che il
conformismo resta come un reticolato di tic mentali, di automatismi culturali,
di riflessi condizionati che regalano al “Luogo comune” il privilegio di un
incontrastato strapotere».
Parole
sacrosante, ma che non escludono il rischio di rimanere impastoiato nel luogo
comune dei luoghi comuni, insieme agli intellettuali senza intelletto, gli
inutili intellettuali, gli intellettuali imbecilli.
Quanto alla cultura di sinistra,
se si dovesse definirne un ambito, ci sembra potrebbe riconoscersi in un
impegno nella ricerca e nella sperimentazione, ma anche nell’attenzione al
sociale, non in termini sentimentali ma critico-dialettici. Funzione
critico-dialettica, apertura verso il nuovo e la sperimentazione, disponibilità
alla discussione, interesse per il sociale, attenzione ai diritti,
all’ambiente, opposizione contro i poteri forti e l’elenco potrebbe facilmente
continuare. Non è nostra intenzione, né ci sembra produttivo, tentare ricette
di cucina sulle caratteristiche dell’intellettuale di sinistra ma è chiaro che
si tratta di una posizione, come si vede, lontana da certa cosiddetta “cultura
tradizionale”, troppo legata a schemi ritenuti ormai logori e inadeguati e a
scelte conservatrici..
Anche se le posizioni, si sono
fatte più sfumate, le aree politiche esistono, e per il fatto di esistere il
loro confronto può esprimersi anche con durezza.
Come nel caso di Paolo Nori che,
con un passato “di sinistra”, ha iniziato a collaborare col giornale Libero con una recensione sul libro di
Niccolò Ammaniti, ed è stato attaccato per questo fatto da Andrea Cortellessa su
Nazione indiana. Riteniamo che non
sia indifferente con chi si collabora: un organo di stampa non porta con sé
solo la recensione ad un libro, ma anche le sue posizioni politiche e la sua
presenza in uno schieramento, che poi nel caso di Libero sono entrambe piuttosto ingombranti.
Nori, secondo la classificazione
scherzosa di Umberto Eco dei rapporti tra intellettuali e potere, si sarebbe
comportato secondo il «modello Ulisse»: quello dell’intellettuale usato dalla
politica. Il potere gli chiede una consulenza, lui
gliela offre e chiude il rapporto. Non resta che sperare che Nori, escludendo
il cosiddetto «modello Platone», ovvero quello dell’intellettuale che
sogna il potere, non debba ascriversi al «modello Aristotele» ovvero a quello dell’intellettuale che entra in rapporto con il politico e si
mette al suo servizio. Sappiamo bene che in quest’ultima categoria vi è una
lunga fila in attesa.
In questa società protervamente e ferocemente conformista,
anche Asor Rosa ha parlato ironicamente di Partito
Unico del Conformismo Dominante, ma sembra strano che gli intellettuali siano
dipinti come i primi colpevoli di questo misfatto.
Questo ci induce a chiederci se pur sommessamente, se poi, molti di questi fustigatori del
conformismo non ci stiano poi dentro con tutte le scarpe.
Naturalmente
facendo le opportune distinzioni qualcuno avrebbe la preoccupazione di rischiare
di rendere il proprio “severo” discorso meno incisivo.
Quanto
al discutibile, abusato argomento dell’“utilità” e della “inutilità” (in che
senso? per chi? come?) usata da più d’uno, vorremmo sapere quali sarebbero le
categorie “utili”. Forse quelle che contano nella formazione e nell’orientamento
delle opinioni? Quella dei politici? Dei giornalisti? Degli analisti? Dei
cosiddetti opinionisti? della sterminata moltitudine di parolai dello sciocchezzaio
mass mediatico?
Vorremmo proprio sapere dove le vede Battista., soprattutto
quelle esenti dal cosiddetto conformismo.